Andrea RIZZOLI

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(Archivio Magliarossonera.it)
  Andrea RIZZOLI

Nato il 16.09.1914 a Milano, † il 31.05.1983 a Cap Ferrat (FRA)

Presidente

Stagioni al Milan: 9, dal 1954-55 al 1962-63

Palmares rossonero: 4 Scudetti (1954-55, 1956-57, 1958-59, 1961-62), 1 Coppa Latina (1956), 1 Coppa dei Campioni (1963)




Era il figlio dell’editore Angelo Rizzoli, fondatore dell’Omonima casa editrice e fino all’ingresso di Silvio Berlusconi è stato il Presidente più vincente della Storia rossonera.

Era sentimentalmente legato a Lijuba Rosa, da cui ebbe una figlia, Isabella.

"Un industriale che sapeva non solo di calcio ma anche di uomini. Proverbiale la sua capacità di capire al volo le persone e di intuirne le doti: sotto la sua gestione sono approdati al Milan rossoneri straordinari come Gipo Viani, Nereo Rocco e Gianni Rivera. Aveva un chiodo fisso: la conquista dell’Europa. E non a caso dopo la Coppa dei Campioni conquistata a Wembley non ha più avuto grandi stimoli." (Da Figurine “Master Card Edizione 1992-93”)

"Si deve a lui lo stile Milan, una scuola di calcio e di vita che ha sfornato fior di tecnici: Liedholm, Trapattoni, Radice, Marchioro. L’editore, eletto presidente della società rossonera nel ’54, si aggiudica subito lo scudetto. E’ anche il primo, nel ’63, ad assaporare l’emozione unica del primo successo italiano nella Coppa dei Campioni. Esibisce grande risolutezza nel puntare sul diciassettenne Rivera (prelevato dall’Alessandria) ed eguale lungimiranza nel portare a Milano dal Sudamerica due fuoriclasse come Schiaffino ed Altafini." (Dal Dizionario Italiano del Calcio”, Baldini&Castoldi Editori, 2000)




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Profilo di Andrea Rizzoli
(a cura di Beniamino Fiore)


dal sito www.wikipedia.it

RIZZOLI, FAMIGLIA DI EDITORI
Angelo (Milano, 31 ottobre 1889 - 24 settembre 1970)
Cresciuto nel Collegio dei Martinitt, orfano di un padre mai conosciuto, conobbe l'angoscia della povertà e della miseria. Imparò il mestiere di tipografo proprio in orfanotrofio. A vent'anni iniziò la sua avventura di imprenditore nel campo dell'editoria nella piccola sede di piazza Carlo Erba e, subito dopo la guerra, vicino al parco Lambro, in un moderno stabilimento.
Nel 1927 acquistò, dalla Mondadori, il bisettimanale Novella sul quale, al tempo, venivano pubblicati racconti di D'Annunzio e Luigi Pirandello; solo nel 1930 Novella divenne un periodico femminile, raggiungendo la tiratura di 130.000 copie. A Novella seguirono Annabella, Il Bertoldo, Candido, Omnibus e L'Europeo.
Nel 1960 l'editore si trasferi in un grande complesso in via Civitavecchia, poi divenuta l'odierna via Angelo Rizzoli. Dopo i periodici, Rizzoli iniziò a pubblicare anche libri: grande successo ebbero i libri della collana BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), libri classici a prezzi popolari.
"Il cummenda", così veniva chiamato Angelo Rizzoli, inizio anche, con la Cineriz, l'attività cinematografica: con tale casa di produzione furono infatti girati La dolce vita e Otto e mezzo di Federico Fellini. L'impegno nel mondo del cinema contribuì ad allargare l'impero editoriale ed economico di Rizzoli, impero che venne lentamente distrutto prima dal figlio e poi dal nipote. Angelo Rizzoli morì però, a 81 anni, prima che questo accedesse.

Andrea. Figlio di Angelo. (Milano, 16 settembre 1914 - Nizza, 31 maggio 1983)
Assieme al padre fondò, nel 1964, il giornale umoristico Il bertoldo. Sposò Ljuba Rosa, dalla quale ebbe Isabella (morta suicida nel 1987) e Angelo Junior.
Nel 1974 acquistò, dalla famiglia Crespi, le quote azionarie di maggioranza del Corriere della Sera ed ulteriori quote da Angelo Moratti e Gianni Agnelli: l'operazione venne a costare 50 miliardi di lire, una cifra enorme per quel tempo, ma in tal modo Andrea venne a capo di un impero mediatico potentissimo.
Su progetto dell'architetto Gipo Viani costruì Milanello, sede della squadra di calcio del Milan, di cui fu anche presidente. Con Cineriz produsse il film Amici miei di Mario Monicelli.
Nel 1978 lasciò il gruppo in mano al figlio Angelo, ritirandosi a vita privata in Provenza.
Morì di infarto poche settimane dopo l'arresto dei figli Angelone e Alberto (cui venne contestato il reato di bancarotta).

Angelo. Figlio di Andrea
Nel 1979 sposò l'attrice Eleonora Giorgi, dalla quale si separò nel 1983, subito dopo il suo arresto.
L'erede della più grande casa editoriale italiana, venuto a trovarsi con un cumulo di debiti e con aziende non più profittevoli, pressato da un sistema bancario, quello italiano, nel quale un ruolo importante veniva rivestito dalla massoneria, cedette al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, Licio Gelli ed altri iscritti alla loggia P2 il controllo del Gruppo Rcs (Rizzoli Corriere della Sera).
Nonostante tale cessione, con la formalizzazione da parte del Tribunale di Milano, il 4 febbraio 1983, dell'amministrazione controllata per il "Corriere della Sera" (l'assemblea dei creditori contava ben 2138 iscritti tra cui banche, collaboratori, rivenditori e società collegate, per un totale di 65 miliardi e 670 milioni di crediti) Angelo, il fratello Alberto e Bruno Tassan Din (direttore generale) furono arrestati per bancarotta fraudolenta.






(Archivio Magliarossonera.it)


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Andrea Rizzoli con il figlio Angelo jr ed il padre Angelo



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Trabattoni e Rizzoli il giorno del passaggio delle consegne, 1954-55



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1954-55, Andrea Rizzoli affida l'incarico di Addetto Stampa e P.R. del Milan a Toni Bellocchio
(per gentile concessione di Antonella Bellocchio)



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Il Milan Campione d’Italia 1954-55 in piedi sui gradoni dell’Arena
(per gentile concessione di Antonella Bellocchio)
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Il Milan Campione d’Italia 1954-55 in piedi sui gradoni dell’Arena
(per gentile concessione di Antonella Bellocchio)





Andrea Rizzoli in compagnia del Presidente dello Spartak Mosca
e di quello della Federcalcio Ottorino Barassi, 1955


Andrea Rizzoli con Gianni Rivera



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Estate 1955, la squadra rossonera nel ritiro di San Pellegrino.
In piedi, da sinistra: Puricelli (allenatore), Busini (direttore sportivo), Frignani, Dal Monte, Ricagni, Mariani, Beraldo, Liedholm, Maldini, Bergamaschi (piegato in avanti), Rizzoli (presidente), Nordahl, Buffon, Schiaffino, Ciceri, Arcari. Accosciati: Carraro (vice presidente), Carminati, Cavalli, Beretta, Bagnoli, Zannier, Tognon, Zagatti, Valli, Marin. Seduti: Pedron, Vicariotto
(un ringraziamento particolare alla Famiglia Ciceri)





Con la Coppa Latina conquistata nel 1956
(Archivio Magliarossonera.it)


Andrea Rizzoli con i figli
(Archivio Magliarossonera.it)





Il presidente Rizzoli con Josè Altafini dopo Milan vs Udinese 7-0, campionato 1958-59





I dirigenti dello scudetto 1958-59
(a cura di Beniamino Fiore)





La "Domenica del Corriere" del 1962 con Andrea Rizzoli,
Helenio Herrera e Nereo Rocco in copertina


La "Gazzetta dello Sport" del 23 maggio 1963: il Milan conquista
la prima Coppa dei Campioni per una squadra italiana.
Il presidente è Andrea Rizzoli



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La rosa del Milan Campione d'Italia 1961-62 con il Presidente Andrea Rizzoli in primo piano
(da "La nostra Serie A negli anni Settanta" - facebook)



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La rosa del Milan Campione d'Italia 1961-62
(immagine ricolorata digitalmente da Fulvio Borro)





Il presidente Rizzoli con José Altafini e Mino Spadacini, stagione 1962-63





(dal giornale "Super Sport")
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(da "Milan Settebello")



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(dal libro "Giallo, rosso e nero" di Mario Bardi, 1964,
per gentile concessione di Riccardo Gaggero)
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Toni Bellocchio stringe la mano a Felice Riva, Andrea Rizzoli (di spalle) e Giangerolamo "Mimmo" Carraro, stagione 1963-64
(per gentile concessione di Antonella Bellocchio)



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10 ottobre 1965, Milan vs Napoli 4-1,
nella polemica Riva-Rizzoli, a San Siro i tifosi rossoneri si schierano apertamente a favore di Andrea Rizzoli



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Giugno 1983, i funerali di Andrea Rizzoli a Milano
(da "L'Unità")
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dal sito www.repubblica.it

SI E' UCCISA ISABELLA RIZZOLI
21 luglio 1987 - di Leonardo Coen

MONTECARLO - Davvero senza pace la famiglia Rizzoli, come se non bastassero i guai della P2, della prigione, di una eredità dilapidata: domenica sera, poco dopo le diciannove, nel cuore del Carré d’or la zona più prestigiosa e lussuosa di Montecarlo si è uccisa Isabella, figlia di Andrea Rizzoli e di Ljuba Rosa, sorellastra di Angelo.

Si è gettata dal nono piano del Park Palace, un grattacielo costruito dai Pastor, i più grossi immobiliaristi del Principato. Isabella aveva ventitré anni, non aveva mai fatto troppo parlare di sé: piccola, bruna, il volto un po’rotondo, gli occhi vivaci, era conosciuta per il suo carattere piuttosto pazzerello. Frequentava, come tutti i giovani rampolli del suo dorato ambiente, le discoteche di Monaco e della Costa Azzurra, in particolare il Jimmy’z che tanto piace a Carolina e a Casiraghi, il night per eccellenza, un buco proprio di fianco al Casinò. Amori clamorosi, mai segnalati. Amicizie, queste sì, di buon livello: ma sempre discrete, senza clamori e pubblicità. Forse dal padre Andrea aveva preso certa malinconia e certa rabbia, l’inarrestabile sfacelo dell’impero di famiglia. I guai con la giustizia potrebbero essere stati, in fondo, la causa lontana e profonda del disperato e drammatico gesto di Isabella. La polizia monegasca, secondo tradizione, non dice nulla. Il riserbo è la regola numero uno, da queste parti: così ci si deve affidare al tam-tam dei conoscenti, alle mezze voci, alle confidenze degli amici di Ljuba, Circe di Sesto San Giovanni e straripante signora Rizzoli dalla invidiabile prestanza fisica e dalla sfrenata passione per il tappeto verde. Una madre che negli ultimi tempi dicono fosse angosciata per la brutta piega che la vita di Isabella stava pigliando. Il tam-tam delle voci qui si affievolisce, certe cose a Montecarlo si sussurrano, non si dicono. Era in cura da un neuropsichiatra e aveva tentato di disintossicarsi. Da cosa? Dalla droga? La parola saetta terribile, gli amici sono una tomba a questo proposito. Di sicuro si sa che c’è un’inchiesta in corso. E forse il volo dal nono piano del Park Palace potrebbe avere una sua logica, sotto questa prospettiva. A Cap Ferrat, dove Ljuba Rosa Rizzoli vive nella villa dallo sterminato giardino che fu di Andrea, il telefono trilla a vuoto. Ljuba stava nell’appartamento assieme alla figlia? Perché Isabella si è ammazzata? La saga dei Rizzoli vede un altro, più duro mistero aggiungersi alle già dolorose e sconcertanti vicende di famiglia. Il corpo della bella ragazza è stato trovato da un passante, sul marciapiede davanti alle Vallées lumières, i negozi delle Arcades del Park Palace. Il corpo è stato portato all’Athénée, presso l’obitorio. La notizia è arrivata improvvisa quanto inaspettata: L’avevo incontrata nella hall del Palace, tre giorni fa. Isabella era amica di mio figlio, l’ho salutata, l’ho trovata splendida anche se un po’incerta, come chi ha appena concluso una lunga convalescenza. Sapevo che aveva avuto una crisi depressiva confida un’amica di famiglia però confesso che nulla lasciava pensare ad una simile fine Quattro anni fa, il giorno dei funerali di papà Andrea, morto a 69 anni il 31 maggio dell’84, quasi nessuno si era accorto di lei. Il corteo, senza vistose lacrime e magro di partecipazione, era stato un pu’umiliante, tutto sommato. Da via Gesù, dal neoclassico palazzo dei Rizzoli alla parrocchia di San Francesco di Paola, impietosamente la folla si indicava i protagonisti di una storia da feuilleton, di una decadenza che aveva avuto un finale melodrammatico. Isabella stava accanto a mamma Ljuba, il capo chino per mestizia, non per paura di incrociare gli sguardi altrui. Un’altra volta ci si accorse di questa ragazza. Sempre in quell’anno, i magistrati che indagavano sulle connessioni tra la vicenda Rizzoli e il crack del Banco Ambrosiano, la convocarono a Palazzo di Giustizia. Isabella infatti era stata raggiunta da una comunicazione giudiziaria che ipotizzava il reato di illecita costituzione di capitali all’estero. Ma lei ai giudici, sfoderando un inevitabile candore da neomaggiorenne, si difese dichiarando di non saperne nulla. No, lei di quella transazione che tanto interessava i giudici, quelle azioni cioè che la riguardavano da vicino, non ne sapeva nulla. Centocinquantamila azioni Rizzoli a lei intestate finite alla banca Rotschild di Zurigo. L’interrogatorio era stato contemperaneo a quello dei tre figli di primo letto di Andrea Rizzoli (che nel 1942 si era sposato con Lucia Solmi), Angelo, Alberto ed Anna. Il provvedimento era stato preso dai magistrati nell’ambito di una inchiesta per la quale, sotto la stessa accusa che aveva colpito Isabella, era finito in galera Angelo, nel giugno di quel 1983. L’inchiesta era sulla vendita di un pacchetto azionario di 189 mila azioni della Rizzoli alla società panamense Bellatrix, collegata a sua volta all’Ambrosiano. Il canale portava diritto ai forzieri elvetici. L’anno scorso Isabella fu citata dai giornali in occasione di una ghiotta notizia: il favoloso palazzo dei Rizzoli sarebbe finito all’asta, conteso da Versace, Valentino, dai re della moda, 1500 metri quadrati più un magnifico parco. I quattrini ricavati, per tappare i debiti. Isabella e la madre si erano battute per evitare l’asta, inutilmente.




da «Bella»
settembre 2000

LE GRANDI FAMIGLIE: I RIZZOLI
di Mariateresa Truncellito

Il Pirellone, simbolo del boom della città “più americana d’Italia”, era fresco d’inaugurazione. Anche il "cumenda" sognava un grattacielo. Il suo, sovrastato da una grande «R». Simbolo svettante di un uomo che, come si diceva allora, si era fatto da sé. Il sogno di Angelo Rizzoli, purtroppo, si infrange contro il «no» degli architetti-ingegneri Portalupi, Pestalozzi e Cavallé: il terreno in via Civitavecchia non è adatto a reggere un gigante di cemento. Pazienza: il cumenda avrebbe avuto lo stesso il suo grattacielo. Però... sdraiato: 150 metri di uffici su quattro piani, scanditi da 724 finestre e coronati dall’insegna verde «Rizzoli Editore», per esteso.
Sono passati più di quaranta anni: il palazzo e l’insegna sono ancora lì. La strada, nel frattempo, è diventata via Angelo Rizzoli, scomparso nel 1970, a 81 anni. Ma la famiglia Rizzoli è molto lontana.
Quella di Angelo Rizzoli è una vita da romanzo d’appendice: l’infanzia misera, le cambiali, la tenacia, il duro lavoro, la guerra, decenni di sacrifici in macerie. E poi la ricostruzione, il successo, i soldi, le belle donne, i panfili di lusso, il gioco. E ancora: gli eredi non sempre all’altezza. E la rovina.

Un orfano felice
Il futuro cumenda nasce a Milano il 31 ottobre 1889 da genitori poverissimi. Una sorellina non sopravvive agli stenti. Il padre, annientato dalla miseria, si toglie la vita. Della fame sofferta da piccolo, Angelo non si sarebbe mai vergognato. Anzi: ne avrebbe fatto uno dei suoi più grandi vanti. «Vivevamo in una zona molto ricca di Milano. È la cosa peggiore che ci sia, quella di essere poveri in mezzo ai ricchi. A scuola mi trovavo sempre da solo, nell’ultimo banco, perché nessuno voleva stare accanto a me. Non avevamo neppure i soldi per andare dal barbiere, i capelli me li tagliava mia madre. Il giorno più felice della mia vita di bambino fu il 10 febbraio del 1895, quando entrai nell’orfanotrofio maschile, nei Martinitt. Lì finalmente fui felice. Perché ero un povero fra i poveri, uno uguale a tutti gli altri».
Per dieci anni Angelo vive da “piccolo Martini” (dall’oratorio di San Martino, dove si trovava anticamente l’orfanotrofio) e impara il mestiere di tipografo. A 16 anni è assunto come operaio alla Alfieri e Lacroix. Risparmiando sul salario, mette insieme 500 lire d’anticipo e compra la sua prima Linotype, da pagare in cinque anni. In via Cerva, una antica viuzza a pochi passi da piazza San Babila, un piccolo tugurio accoglie la tipografia A. Rizzoli & C.: Angelo e un dipendente. Producono stampati commerciali e il lavoro non manca. Saldati i debiti, i guadagni vengono reinvestiti nell’acquisto di nuove attrezzature. Nel 1913 l’impresa già trasloca in via Anfossi e comincia a stampare a colori.
Angelo non pensa solo al lavoro: si innamora di Anna, la sposa e, per tutta la vita, le riconosce il merito di essere stata l’unica artefice dell’unità familiare. Mentre lui trascorre 16 ore al giorno in tipografia, lei, a casa, fa la cucitrice per arrotondare. Nel 1914 la famiglia è allietata dalla nascita del primogenito, Andrea. Poi verrà Pinuccia. Il giovane Angelo non può godersi le gioie della paternità: deve partire per il fronte e chiudere i battenti dell’azienda.

Nasce un editore
Pochi anni dopo, la A. Rizzoli & C. coi suoi cento operai occupa un intero caseggiato in via Broggi e stampa già in rotocalco. La tipografia si trasforma in una casa editrice: Rizzoli acquista dal «Secolo» di Milano le riviste «La Donna», «Commedia», «Il Secolo Illustrato» e «Novella». In proposito, avrebbe detto: «Erano giornali sconosciuti, erano un disastro. Ma quello fu il momento più importante nella mia vita di editore». Due anni dopo, ecco i primi libri, a dispense, come la Storia del Risorgimento, un successo.
Sul personaggio comincia a fiorire la leggenda: Rizzoli non ricorda i nomi dei suoi autori, Rizzoli non legge i libri che pubblica. Ma ha un fiuto eccezionale. Indro Montanelli ha raccontato: «Mi chiese di dare un’occhiata al manoscritto di un prete di cui non ricordava il nome. "Ma", aggiunse, "se è una porcheria non dirmelo, tanto lo pubblico lo stesso. Quel prete aveva una bella faccia. Ho capito poco di ciò che ha detto. Ma ho capito benissimo che non è un imbroglione". Rizzoli pubblicò 2 mila copie della Storia di Cristo di padre Ricciotti. Ma subito dovette ristamparne altre 100 mila. E all’epoca, il massimo era una tiratura di 5 mila copie”.

Il “re” dei periodici
Rizzoli pensa in grande. Avvia un’impresa titanica, l’Enciclopedia Italiana dell’Istituto Giovanni Treccani. E diventa il primo editore “multimediale”: nel 1933, con la società Novella Film produce La signora di tutti, protagonista Isa Miranda. Lo stabilimento trasloca ancora, in piazza Carlo Erba.
Nuove testate di successo vedono la luce: «Cinema Illustrazione», «Pan», «Lei», «Annabella», «Bertoldo», «Omnibus». Solo la guerra, per la seconda volta, riesce a mettere un freno all’inarrestabile editore: nel 1943 i bombardamenti distruggono lo stabilimento. Ma lui lo fa rimettere in piedi a tempo di record.
Il dopoguerra è scandito da nuovi trionfi: i periodici «Oggi», «Candido», «L’Europeo». E il settimanale «Bella», che cerca di aiutare le donne ad affrontare le difficoltà della ricostruzione. Fra consigli di bellezza, diete, test psicologici, galateo, cartamodelli, le lettrici trovano novelle, storie vere e incursioni nella vita dei vip di allora, da Gary Cooper a Tyron Power. Nel 1949 nasce la «Biblioteca Universale Rizzoli» (Bur) che, ogni mese, offre a prezzi stracciati i capolavori dei grandi scrittori italiani e internazionali. Per il cumenda, che si era fermato alla quinta elementare, fare cultura e informazione “popolare” è una delle principali preoccupazioni. Anche al cinema: nel 1950 Don Camillo incassa oltre 2 miliardi e mezzo di lire, un record. Rizzoli non teme il rischio, ma si vanta di avere sotto il materasso le liquidazioni dei dipendenti. E dice: «Ho messo in piedi un impero così grande e solido che ci vorranno almeno tre generazioni per distruggerlo». Peccherà di ottimismo.
Gli anni Cinquanta sono la belle époque di Angelo Rizzoli: fotografato sempre al centro di feste con le attrici più belle, spesso dietro a un tavolo verde. Secondo Oriana Fallaci «non giocava per vincere, ma per perdere e pagare così il suo debito con la fortuna». Grazie a un amico, lo studioso di terapie termali Pietro Malcovati, scopre Ischia. E se ne innamora: investe in grandi alberghi, come il Regina Isabella, e nell’ospedale, intitolato alla moglie Anna. Spinto da Miriam Bru, attrice che, con Isa Miranda e Graziella Granata, fu per lui più che carissima amica, compra la settecentesca Villa Arbusto.

La dolce vita
Qui e nelle eleganti cabine del suo panfilo, il «Sereno», il più grande del Mediterraneo, passano i più bei nomi del jet set, teste coronate e finanzieri. E i divi di Hollywood: John Wayne, Liz Taylor, Vittorio De Sica, Maurizio Arena, protagonisti dei film prodotti dalla Cineriz del cumenda e, a volte, girati proprio sull’isola. Come Vacanze a Ischia, del ‘57, una commedia che illustra le bellezze del luogo dove Rizzoli, già abile “comunicatore globale”, ha tanto investito. Con la stessa lungimiranza, accetta di produrre il film La dolce vita. Fellini non è ancora un maestro indiscusso e l’impresa si prospetta molto costosa. Rizzoli spiega a un perplesso Montanelli perché ha deciso di rischiare: «Perché quel tipo lì... come si chiama? ... se riesce a far recitare gli altri come recita lui, farà certamente qualcosa che magari non si vende, ma che valeva la pena di fare... Perché quello lì per metà è un ciarlatano, ma per l’altra metà è un genio...».
Se la gente di talento lo incanta, Angelo Rizzoli, invece, non ama i ricchi. A cominciare da suo figlio Andrea. Spesso gli rimprovera di non essere nato povero e di non aver provato i morsi della fame. Enzo Biagi ha ricordato che durante una cena, il cumenda prese una bottiglia e disse: «Questo monte alto sono io». Poi afferrò un bicchiere: «E questo è il Col di Lana: Andrea».
Eppure, per tutta la vita, Andrea Rizzoli avrebbe cercato di essere all’altezza della situazione. Entra in azienda ancora bambino e, giovanissimo, è tra gli artefici di storici successi editoriali: convince Vittorio Metz e Giovanni Mosca a lasciare il «Marc’Aurelio» di Roma per venire a Milano a fondare il «Bertoldo». Ed è sempre lui a dar vita al «Candido» di Guareschi. Ancora, è sotto la sua presidenza, dal ‘54 al ‘63, che il Milan vince quattro scudetti e una Coppa dei campioni.

Il figlio incompreso
C’è chi dice che Andrea è stato annientato dal padre, che gli lasciò il comando solo morendo. Quando ormai era tardi: perché il figlio era troppo vecchio e, nello stesso tempo, senza esperienza. C’è invece chi sostiene che, in privato, il cumenda lo ascoltasse, e molto. Ma in pubblico, davanti ai vertici dell’azienda, lo umiliava. Senza pietà: «Tas, ti, bamba», sta zitto, stupido.
Non è vero, però, che non gli volesse bene: la notte in cui Andrea è colpito da un infarto, il padre telefona a Enzo Biagi, piangendo disperatamente. Ma quel figlio non gli assomiglia, non abbastanza. Anzi: forse cerca in ogni modo di essere diverso da lui. Quanto il cumenda è cordiale, allegro, estroverso, sicuro di sé, tanto Andrea è chiuso, complessato. Quanto il padre è ottimista e fiducioso, tanto lui è scettico e sospettoso: odia i giornalisti, le foto, gli eventi mondani. E anche nel “look” sono molto diversi: Angelo Rizzoli ama i vestiti chiari, il panama, la sigaretta al mentolo pendente dal sorriso. Il figlio è sempre in grisaglia, cravatta e scarpe scure, espressione imbronciata.
Qualcosa in comune però ce l’hanno: la passione per il gioco e l’amore per le belle donne. Tutt’altro che fascinoso, Andrea nel 1942 riesce a impalmare la ragazza più carina del regio ginnasio liceo Berchet, Lucia Solmi. Da lei ha tre figli: Angelo, detto “Angelone” per la stazza, Alberto, Annina.
Il matrimonio finisce nel 1960: sulla spiaggia dell’Excelsior, al Lido di Venezia, durante la mostra del cinema, l’ombroso Andrea si innamora di una splendida e solare indossatrice di vent’anni più giovane: Maria Luisa Rosa, detta Ljuba. E, da Camilla Cederna,«la Circe di Sesto San Giovanni».
«Ridere e piangere: non ho fatto altro nella mia vita», ha detto Ljuba a Cesare Lanza, in una rara intervista. I Rosa erano una famiglia agiata, proprietaria di un’impresa metalmeccanica. Maria Luisa sogna di fare l’attrice. Ma il padre, geloso e possessivo, le tarpa le ali, e non solo: per impedirle di partecipare a Miss Italia, la vigilia del concorso le taglia i capelli a zero. Ljuba si innamora sempre di uomini sposati. Con Ettore Tagliabue, proprietario di una grande scuderia e del leggendario Ribot, vive per sette anni, nel lusso più sfrenato. Finché lui la lascia per una ragazzina. Ljuba finisce in clinica. «Mi portai le cose a cui ero affezionata. La pelliccia, alcuni abiti, la bici. Solo ora capisco quant’ero scema».
La guarisce l’incontro con Andrea Rizzoli. «Era premuroso, severo. Mi educò: non voleva che usassi profumi violenti, al ristorante pretendeva che mangiassi quello che avevo ordinato... Un padre. Nel ‘63 mi accorgo di essere incinta: aspettavo Isabella. Uno choc! I medici mi avevano detto che non potevo avere figli e invece ecco questa gioia immensa». Ma solo quando Andrea è colpito dall’infarto, l’ostile cumenda accetta finalmente che lei e la bimba si trasferiscano nel palazzo di famiglia, in via Del Gesù. «Una vita spesso senza senso», l’ha descritta Ljuba. «Mi vengono in mente solo i vestiti, come uno, bellissimo, di Schubert, per un ballo... E poi casinò e casinò, tanti casinò, a fianco di Andrea». Sempre alla Cederna, proprio Andrea aveva detto: «I Rizzoli sono una famiglia di giocatori. Ma preferisco la malattia del tavolo verde a quella della polvere bianca...» A Montecarlo, una sera, alla roulette esce per cinque volte l’8, il numero preferito di Ljuba. «Regalai una casetta ad Andrea, a Cap Ferrat. Una sorpresa...»

Un sogno di troppo
In Costa Azzurra Andrea avrebbe trascorso, in malinconico ritiro, i suoi ultimi anni. In una villa sfarzosa: la piscina, il parco, due Rolls-Royce impolverate nel piazzale. E 24 cani, gli ultimi (unici?) fedelissimi amici. Si rifugia qui nel 1978, dopo aver lasciato la carica di presidente della Rizzoli. È stanco, gravemente malato di diabete, prostrato psicologicamente. A differenza di suo padre, non ha avuto fiuto verso le persone. Si è fidato troppo dei manager.
Eppure, di nuovo, aveva cercato di essere all’altezza del “monte”, realizzando il sogno del cumenda: portare nella Rizzoli un quotidiano. Anzi “il” quotidiano, «Il Corriere della sera», il giornale più importante d’Italia. Nel 1974 lo acquista. Non è un affare: il Corriere perde 20 miliardi all’anno. Il figlio Alberto cerca di fermarlo. Ma lui, testardo, gli risponde: «I miei soldi posso anche lasciarli agli orfanelli». All’inizio delle trattative il costo del denaro è al 6 per cento. Alla conclusione, il tasso è salito al 21. L’impresa prosciuga le casse della Rizzoli. Ma Andrea pensa ancora di portercela fare, con l’aiuto del figlio Angelo. «Questo è stato il mio errore. Angelo era giovane, sì. Ma era un bravo ragazzo. Non dico che fosse un prodigio, ma era serio, colto, senza ambizioni di potere. Aveva charme. Non fumava, non beveva, aveva enorme rispetto per me, si alzava quando entravo in una stanza. E invece si è comportato da fesso. È stato rovinato e si è rovinato. Forse ha avuto troppo e subito. Una miscela terribile per la sua presunzione e la sua megalomania».
Per dimostrare l’inettitudine di suo figlio, Andrea, che aveva sempre evitato i giornalisti, rilascia interviste di fuoco, piene di pettegolezzi. Racconta di quella volta che Angelone, con la moglie Eleonora Giorgi e il figlio, era partito con l’aereo privato per un weekend a Portofino. E aveva anche fatto venire il «Sereno» da Ischia per farci dormire le guardie del corpo. Poi, per rientrare a Roma, la coppia aveva noleggiato un altro aereo. «Uno yacht e due aerei per mezzo fine settimana a Portofino! Un’altra volta, proprio qui, a Cap Ferrat, Eleonora Giorgi in una sola notte mandò tre volte l’autista in Italia a cercare la Sangemini...».

Il dolore più grande
Di nuovo, un Rizzoli padre contro un Rizzoli figlio. Ma questa volta lo scenario è assai più tragico. «Mio figlio Angelo mi disse che qualcuno era disposto a finanziarci mantenendo la famiglia ai vertici del gruppo. Ma preferiva avere a che fare coi miei figli. Mi disse che i nuovi soci temevano, un giorno, di trovarsi al tavolo del consiglio l’indossatrice che avevo sposato. Erano ragioni con qualche fondamento. Perciò accettai di dimettermi».
Un finanziamento incauto: nel 1981 il Corriere è travolto dallo scandalo della P2, che coinvolge Angelo e Alberto Rizzoli e il direttore generale Bruno Tassan Din. Andrea, con amarezza, commenta: «Dopo aver lavorato per 48 anni ho perso tutto. L’azienda, il nome, i figli in carcere. La casa di via del Gesù è ipotecata, ho dato via la terra e l’aereo. Sono oberato dai debiti, più di cento miliardi di debiti fatti da mio figlio. Oggi di mio non ho più niente. Solo debiti. Se si sommano le fatiche di mio padre e le mie, abbiamo lavorato esattamente cent’anni per costruire l’impero Rizzoli. Angelo lo ha distrutto in due anni». Eppure, Andrea farà pace con Angelo, per telefono. Pochi mesi prima di morire, il 31 maggio 1983, a 69 anni. Ucciso dai dispiaceri, si disse. Il più grande, tuttavia, gli è stato risparmiato. Nel 1987 la figlia Isabella, cresciuta in collegi di lusso, troppo fragile e sola, da tempo in cura per problemi psichici e, forse, di tossicodipendenza, si uccide gettandosi da una finestra. Riposa al Monumentale, necropoli degli illustri milanesi, a fianco del nonno e del suo papà. La persona che più amava al mondo.

Un sopravvissuto
Ha retto alla perdita degli affetti più cari, alla bancarotta, a un anno di carcere, al naufragio del matrimonio con Eleonora Giorgi. Angelo junior ha dimostrato di essersi meritato il soprannome di “Angelone”. Suo nonno è stato imperatore dell’editoria. E lui oggi, a 58 anni, è il principe della fiction. Il target è quello di una volta: il pubblico dei rotocalchi, dei giornali per famiglie, incollato a milioni davanti alla tv. Portano il marchio Rizzoli i maggiori successi delle ultime stagioni: «Padre Pio» con Sergio Castellitto, «Incompreso», «Cuore», «La guerra è finita», «Le ali della libertà» con Sabrina Ferilli...
Anche la vita di Angelone sembra una fiction. A 18 anni si scopre malato di sclerosi multipla, su una sedia a rotelle. Un medico lo rimette in piedi, ma gli annuncia che la gamba destra gli sarebbe servita solo «per infilarsi i pantaloni». Angelone non accetta la condanna: oggi zoppica leggermente. A 23 anni si laurea in Scienze Politiche. Cerca di piacere a suo padre, di essere un degno delfino, predestinato a sedere sul trono dell’impero. E, in effetti, a soli 30 anni è uno degli editori più importanti d’Europa.
Per il resto, cresce come un rampollo ricco e viziato qualsiasi: frequenta Cinecittà e i divi, usa l’aereo di papà e lo yacht del nonno, partecipa alle regate. E conquista una bellissima attrice, Eleonora Giorgi. Si sposano in segreto, nella cripta di San Marco, durante una convention Rizzoli a Venezia. Lei è in dolce attesa. Testimoni: per lo sposo, Bruno Tassan Din; per la sposa, il coiffeur. Una favola. Ma finisce male, malissimo: quando Angelone va in prigione, lei lo lascia.
Anni dopo, a «Repubblica», Rizzoli junior racconta di essere entrato nella P2 «per caso»: «Mio padre voleva vendere gli alberghi di Ischia per appianare un po’ di debiti e mi mandò da questo Umberto Ortolani. Che, dopo qualche incontro, mi propose di entrare nella massoneria. Cosa comporta?, chiesi. E lui: niente, solo 200 mila lire di iscrizione. Poi mi fece conoscere Licio Gelli». Del carcere, invece, ha detto: «È un luogo senza speranza, ma l’umanità prevale. Tra i detenuti rimanevo una persona».
I giornali, invece, non hanno pietà. Neppure quando viene assolto da tutte le accuse: «Se non ero ladro, ero almeno imbecille». Nel 1984 la Fiat, attraverso la finanziaria Gemina, raccoglie le rovine dell’impero. Dopo 75 anni, nell’azienda fondata dal cumenda i Rizzoli sono degli estranei. Milano è una città nemica: nessuno vuole più avere a che fare con una famiglia che, per tre quarti di secolo, era stata tra le più illustri.

Mai più in via Rizzoli
Ma Angelone, ripartendo da zero, risale la china. Con l’appoggio della madre e di Silvio Berlusconi, che lo spinge a produrre film. E con l’amore di Melania De Nichilo, medico, conosciuta appena uscito di galera. «Non fece un affare sposandomi. Mi aiutò a ricostruire una famiglia, a ricominciare e a tornare sereno. Le devo moltissimo. Non so immaginare la vita senza lei». Oggi Angelo Rizzoli ha una società di produzione che fattura oltre 100 miliardi. E altri due figli, Arrigo (11 anni) e Alberto (7), oltre ad Andrea (22), nato dal primo matrimonio. «Con lui ho un rapporto amichevole. Cerco di stargli vicino, ma di garantirgli il massimo dell’autonomia. Coi piccoli, tento di essere il più affettuoso e meno ingombrante dei padri. Mio padre ci organizzava la vita, le giornate, come in caserma».
La famiglia abita in una casa ai Parioli, a Roma. In un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti, su Sette, Rizzoli junior ha detto: «Sono passato una sola volta in via Angelo Rizzoli. Fu un’emozione enorme. Mi trovavo davanti a qualcosa che si chiama Rizzoli, ha sede in via Angelo Rizzoli, è stata costruita da Angelo Rizzoli e io mi chiamo Angelo Rizzoli. Sogno sempre di tornarci da proprietario. Ma Holderlin diceva: "L’uomo è un dio quando sogna e un pezzente quando riflette". Quando rifletto mi metto il cuore in pace. Non tornerò mai più a Milano. Mai più in via Rizzoli».






Andrea Rizzoli con la moglie Ljuba

dal sito www.lamescolanza.it
di Cesare Lanza

LJUBA ROSA, UNA VITA ROMANTICA E TRAGICA
Ljuba Rosa Rizzoli, una delle donne più belle e corteggiate, più ricche e chiacchierate del nostro tempo, mai propensa ad interviste e a parlare di sé, acconsente a rispondere ad alcune domande su una vita straordinaria, caratterizzata dal lusso sfrenato e da una mondanità spesso impudica, da errori e vizi, da amori clamorosi e memorabili imprese nei casinò e infine (se può esistere la parola fine, con Ljuba) segnata da una tragedia non superabile, il suicidio della figlia, Isabella.
Vive a Montecarlo e in giro per il mondo, come capita. Senza programmi. E’ stanca, lucida. Lieve e drammatica, come sempre. E, inaspettatamente, autocritica.
“Ho vissuto una vita senza vie di mezzo, piena di eccessi. Oggi ho pochissime nostalgie. Ho sciupato tanto. E niente mi è mai stato facile, comunque.”

- Prova a guardarti indietro: cosa vedi?
“Momenti di felicità e di allegria che si accavallano con le illusioni, tante delusioni, e poi tutto scompare, sommerso dalla mia tragedia, fino a un dolore incolmabile. Ridere e piangere: forse non ho fatto altro nella mia vita.”

- Dicono che ci vorrebbe Dostoevskij, per raccontarti: sei drammatica, complicata.
“Al fondo, io mi considero una persona semplice, perfino timida. Ma è vero che mi sono subito, e sempre, trovata di fronte a situazioni più grandi di me. Spesso non sono stata capace di affrontarle. Ho sbagliato tanto.”

- Proviamo a mettere ordine. Cominciamo dall’inizio: per esempio, da questo nome esotico e un po’ misterioso, Ljuba Rosa.
“Tutti pensano che Ljuba Rosa sia il mio nome. Non è così. Rosa è il mio cognome da ragazza. E Ljuba non è il mio vero nome. All’anagrafe sono registrata come Maria Luisa. Ma sono sempre stata Ljuba, per tutti: un bel nome russo, che piaceva molto a mia madre... Vivevamo a Milano: se penso all’infanzia e all’adolescenza, vedo una famiglia quasi normale.”

- Quasi, perché?
“I Rosa erano una famiglia agiata, con un’impresa importante. Macchine e utensili meccanici: nessun problema economico. Ma mio padre era un uomo possessivo, geloso fino alla morbosità. Terribile. Per fortuna ho avuto due bravi fratelli, Roberto e Orazio, che vivono tuttora. Ero viziata, coccolata. Mi chiamavano “cirimballuccia”.

- E tu, com’eri?
“Fragile e timidissima. I primi ricordi risalgono a Salice Terme, dov’eravamo sfollati (io sono nata nel 1935) durante la guerra. Quanta paura! La mamma, Zaira, era bellissima… Si temevano violenze, stupri. Ricordo partigiani giustiziati, impiccati. Immagini inquietanti, indimenticabili. Ma anche subito dopo la guerra, se mi ripenso da ragazza, ricordo molti problemi. Volevo fare l’attrice: l’idolo di tutti allora era Rita Hayworth, forse avevo una vaga rassomiglianza fisica. Un anno fui scelta per il concorso di miss Italia (a Cortina d’Ampezzo, vinse Marcella Mariani). Ma mio padre, la sera prima, per impedirmi di partecipare mi tagliò i capelli a zero. Quante lacrime… Ricordo lo stupendo vestito che avevamo preparato, tulle bianco, pizzi neri, spumeggianti.”

- Ma perché tuo padre era tanto geloso?
“Forse per il mio fisico prepotente, che imbarazzava me per prima. Ho ricordi orribili. Studiavo dalle suore agostiniane, un insegnante di anatomia mi fece violenza… Credo che questo episodio mi abbia rovinato la vita. Non voglio parlarne.”

Ljuba riprende, dopo una pausa.
“Ricordo tanti problemi, sempre per la bellezza e l’invadenza del corpo. Era un vero supplizio, ogni giorno, andare e tornare da scuola, a Milano: attraversavo piazza Risorgimento e Tricolore, camminando ingobbita, per nascondere il seno. Al mattino me lo bendavo, lo stringevo, per appiattirlo. Battute, fischi, oscenità per strada. E mio padre, geloso, sempre pronto a frenarmi. Un giorno conobbi Alberto Lattuada, che mi voleva per un film con De Laurentis e Ponti. E mio padre, inflessibile: no, no, no.”

- Rimpianti? La tua vita sarebbe cambiata?
“Io credo molto nel destino: tutto, secondo me, è prefissato. Il mio segno astrologico è il cancro, e senti un po’: mia mamma è nata il 27 giugno, anch’io il 27 giugno e anche mia figlia, Isabellina, un 27 giugno…”

E’ la prima volta che il nome della figlia, Isabella, affiora nella conversazione. La voce di Ljuba si incrina. Dopo una pausa più lunga, prosegue.
“Sì: penso che il destino sia scritto. E tutto spesso ricorre uguale, tormentoso. Per esempio, le mie storie sentimentali, sempre contrastate, sempre con uomini sposate: il primo vero amore fu per il giornalista Arturo Tofanelli, che aveva moglie e figli. La prima storia difficile, senza sbocco.”
Sorride. “Ero una ragazzina. Mi piaceva andare a cavallo a San Siro: lì conobbi Ettore Tagliabue, che possedeva una grande scuderia, con il grande Ribot, centinaia di cavalli di galoppo… Era pazzamente innamorato di me, e anch’io di lui. Un colpo di fulmine. Cominciò così: un giorno, da principiante, ero caduta da cavallo e lui si fermò. “Bella tusa”, mi disse in dialetto, “bella ragazza, rialzati e rimonta subito in sella: se no, non ci riproverai mai più.” Mi prese per i fianchi e mi risistemò a cavallo. Ci innamorammo in quel momento. Ma anche lui era sposato.”

- Una vocazione per gli uomini sposati. Desiderio di sicurezza? Odio e amore verso il padre?
“Penso sempre alla volontà del destino. Con Tagliabue fu una lunga storia che durò sette anni e mezzo. Vivevamo a Monza, in una grandissima villa, con tutti i parenti. Una favola: lussi smodati, cavalli, viaggi nei luoghi più belli del mondo, servitù, feste, aerei privati, piscine enormi… Tutto grande ed eccessivo: come dire una vita alla Kashoggi, per scegliere un riferimento recente, comprensibile. Durò sette anni mezzo e di colpo finì.”

- Perché?
“Tagliabue aveva una storia con una ragazzetta di strada, figlia di un uomo di scuderia, un “groum”, in gergo. Successe come nelle commedie: un giorno torno in villa all’improvviso, leggo l’imbarazzo negli occhi dei camerieri, apro una porta e li trovo a letto, sul fatto, lui e questa puttanella…”

- Ehilà. Non è un termine esagerato?
“Per me l’inganno fu un dramma. Una delusione insostenibile. Rimasi sconvolta e ancora adesso mi sento turbata e indignata, parlandone. Era la fine degli anni cinquanta. Lo adoravo, Ettore Tagliabue. Ebbi crisi di nervi devastante, una lunga depressione atroce, fui ricoverata all’ospedale neurologico.”

Prova a fare un’analisi più distaccata: sono passati quarant’anni!”
“Certamente esplosero altri problemi, l’insoddisfazione per una vita piena di mancanze. Perché avevo tutto e niente. E c’era l’amor proprio. Ero considerata una delle donne più belle e desiderabili di Milano. Ed ecco questa ferita, inaspettata, inflitta alla considerazione che avevo di me. Reagii drammaticamente. Volevo morire. Durante tutta la mia vita ci sono stati, quasi sempre, pensieri di morte. Un lungo filo tenebroso. Invece mi curarono per 18 giorni, con la cura del sonno. Ettore mi consolava: sei davvero stupida, diceva, è una storia insignificante. E oggi capisco che ero fuori dalla realtà. Ma, allora, uscii fuori di testa. Al neurologico pretesi due camere in più: sentivo, soprattutto, l’esigenza di staccare, fuggire da quel rapporto, da quella villa… E non ci ho mai più rimesso piede. All’ospedale portai con me le cose a cui ero affezionata. Pensa un po’: la pelliccia, alcuni vestiti, gli oggetti cari, perfino la mia bicicletta. Una specie di cuccia in ospedale. Ora capisco quanto ero scema, proprio scemotta, immersa fino al collo in una certa dolce vita senza conoscerla né capirla cos’era, la vita.”

- Solo eccessi?
“E tanta noia. Noia e indifferenza per la vita dorata. Le feste, le battute di caccia, le barche, i luoghi di vacanza per ricchi. Noia fino alla nausea.”

- Non ti trovavi mai di fronte alle piccole difficoltà della vita, delle persone normali.
“Mai.”

- Crisi di nervi, angoscia, depressione… E poi?
“Mi guarì l’incontro con Andrea Rizzoli. Ci conoscemmo sul trenino che porta a Cortina d’Ampezzo. C’era il commenda, il vecchio Angelo: ma perché lei non fa l’attrice? - mi fa. Stetti al gioco, chiacchierammo un po’, poi all’arrivo vide che ero attesa dalla limousine di Tagliabue, capì chi ero e seppi che in seguito disse: ma cosa ci fa una ragazza così bella, con un cavallaro? Loro erano i più grandi editori d’Europa.”

Un’altra pausa, per disciplinare i ricordi.
“Andrea è stato fondamentale per me, una svolta della mia vita. Successe a Venezia, io reduce dalla malattia ero ospite della mia più cara amica di sempre, Marina Volpi Cicogna. Lì rivedo Gaetano Greco Naccarato e altri amici, erano i giorni del festival del cinema… Altri tempi, altro mondo: a certe feste incontravi Paola di Liegi, Margaret d’Inghilterra, principi e potenti, gli uomini più ricchi del mondo. E Andrea Rizzoli mi propone: viene con noi a fare un giretto in Africa, col nostro aereo? Accettai e ci ritrovammo invece in un casinò, a Montecarlo o Nizza, non ricordo. E, poi, subito di ritorno a Venezia. Marina mi ammonisce: ma cosa combini, Ljuba, vai in giro con un uomo sposato, con figli? E io: Andrea mi ha detto che è libero, in ogni caso sarà un problema suo! Ma aveva ragione, eccomi di nuovo in una situazione difficile, criticata. All’interno di una vita spesso senza senso, vuota: mi vengono in mente solo i vestiti, ad esempio uno, bellissimo, di Schubert, per un ballo dei Volpi. E poi casinò e casinò, tanti casinò, a fianco di Andrea. A poco a poco mi prese, irresistibile, il vizio del gioco di azzardo.”

- Perché?
“Non lo so. Una compensazione? Non voglio assolvermi e non chiedo comprensione. Avevo, già allora, questa fissazione di non voler vivere. E Andrea mi aiutò molto: era un uomo premuroso, severo. Mi educò. Non voleva che usassi profumi violenti, al ristorante pretendeva che mangiassi quello che avevo ordinato… Una figura paterna. E poi, come dicevo, la svolta. Nel ’63, mi accorgo che ero incinta: aspettavo Isabella. Uno choc! Ero convinta che fosse impossibile: i medici mi avevano detto che non potevo avere figli e invece, all’improvviso, ecco questa gioia immensa. Un altro segno del destino.”

- Il destino di nuovo: perché?
“Pensavo di non poter avere figli e arriva la sorpresa, la felicità. Ma non sapeva quanto dolore, poi, sarebbe stato legato, a Isabella.”

- La maternità, all’epoca, coincise con l’inserimento ufficiale nella famiglia Rizzoli.
“Non esattamente. La mia legittimazione, diciamo così, avvenne soltanto quando Andrea fu colpito da un infarto: a quel punto, la famiglia ritenne che fosse giusto che io andassi ad abitare nel loro palazzo in via del Gesù, a Milano. Prima, con Isabellina, abitavo in una bella casa al Politecnico. E della vita in famiglia, con i Rizzoli, conservo ricordi bellissimi: le piccole abitudini e tradizioni familiari, quei nonni stupendi… A volte aspettavo nel letto della nonna, Anna, il ritorno a casa di Andrea, ch’era andato al “Clubino”, fino all’una di notte. C’era un rapporto sereno anche con Angelone e Alberto, nonostante di fatto io fossi andata ad occupare il posto della loro mamma, Lucia.”

- E come sono, ora, i vostri rapporti?
“Il più affettuoso, quando capita – raramente - di incontrarci, è Angelone. So che è rimasto molto traumatizzato dalla morte di Isabellina: ha portato a lungo il lutto.”

E così è arrivato il momento, temuto anche da chi raccoglie l’intervista, di parlare del suicidio di Isabella. Dopo una lunga, interminabile pausa.
“Come, cosa dirti? C’è un punto fermo: la mia vita è finita quel giorno. Non vivo più. Mi guardo vivere, mi lascio vivere, ma è come se non ci fossi più. Magari fossi morta anch’io, quel giorno! Invece ho lottato per uno scopo che non so. Sono stata in cura da uno psichiatra a Marsiglia per sei mesi, poi ancora otto mesi… Per arrivare a cosa? Ancora oggi, dopo tredici anni, non so come difendermi dai ricordi. I ricordi sono feroci, sono più forti di tutto. Ho solo imparato a tentare di fare qualche opera di bene, pensando agli altri. Mi rimprovero di aver pensato assai poco agli altri, e poco anche a Isabellina. Fare bene agli altri: forse conta solo questo, nella vita. Per il resto qualsiasi cosa vale un’altra cosa. Fuggo, cerco protezione: il mare, gli amici, il piccolo mondo di Montecarlo che conosco e mi conosce, dove tutti mi rispettano… dall’autista al cuoco del ristorante. E il casinò, ancora tanto casinò: come terapia. Prima era un vizio, adesso è una cura, per tenere i pensieri lontani da quel giorno.”

- Debbo ancora chiederti: come successe?
“Era il 1987. Io avevo avuto degli incubi premonitori: sognavo sempre persone che volevano suicidarsi. E quel giorno – eravamo in casa solo io e lei, mia figlia – la casa mi sembrava una prigione, dissi ad Isabella: usciamo, andiamo a fare una passeggiata…”

- Com’era, Isabella?
“Fragile, sensibile.”

- Aveva problemi di tossicodipendenza?
Un’altra terribile pausa.

“Il problema non era questo. Non voglio usare la parola schizofrenia. Ma i medici dicevano che lei viveva in un mondo suo, astratto: probabilmente le mancava la famiglia, che non c’era più, devastata dopo le vicende legate al Banco Ambrosiano e la morte di Andrea. Isabellina voleva essere in pace col mondo, con tutti, cercava il consenso, l’affetto di tutti… Qualsiasi cosa spiacevole la impressionava terribilmente.
Gli eventi in tivu (un ricordo per tutti: il disastro di Chernobyl) la segnavano, la turbavano. Era in cura in una clinica, qualche volta uscire, quel giorno eravamo insieme…”
Ljuba si ferma. E il cronista non ha il coraggio di incalzare. Quando riprende, la voce è scolpita nell’angoscia. “Ci fu una coincidenza terribile. Isabella guardava la tivu, un telefilm: c’era una scena in cui un ragazza si butta dalla finestra… Io subito spengo, con il telecomando. E le dico: usciamo, usciamo, Isabellina, andiamo al casinò a farci un black-jack, ne hai voglia? Mi stai vicina? E lei: sì, mami, va bene. Isabella va nel suo bagno, io nel mio… Le grido: cantiamo qualcosa, porta buono… La tengo d’occhio, ho le mie paure addosso. Me la ricordo davanti a me: bella, bellissima, pallida, stravolta… Mi dice: mi cambio anch’io, ci metto un attimo. Passano pochi istanti, la cerco, non la vedo. Grido. Dove ti nascondi, dove ti nascondi? Ho subito un presentimento in cuore. Forse si impazzisce così! Un dolore, un male, che non potresti augurare al peggior nemico. Corro in terrazzo, ricordo che urlavo, poi la lunga corsa giù per strada, non ricordo altro, solo un ragazzo che chiamava la Croce Rossa e mi teneva lontana… E poi i medici all’ospedale. Mi dicono: Isabella si è liberata dai suoi mali… Liberata! Urlavo, urlavo...”

Ancora una sosta: le parole si agggrovigliano e sono interrotte dai singhiozzi. Poi la voce ritorna pesante: calma, fredda.
“Ho ereditato quei mali, i suoi mali, da Isabellina, in quel momento. E il tempo non passa mai. La mia vita è scissa tra ricordi, incubi, momenti di entusiasmo e di voglia di tornare a vivere, e indifferenza, indifferenza, verso tutto e tutti. Non faccio niente che mi piaccia e se penso alla mia vita passata trovo pochissime cose che mi siano veramente piaciute. Non so se puoi capire. Vivo astrattamente: è come se fossi morta. I valori, i riferimenti non esistono più. Convivo con Isabella, come se lei fosse qui. Le parlo, la sogno. E’ una presenza continua. Spesso vado a trovarla, a Milano, al cimitero monumentale dov’è sepolta: a fianco dei suoi nonni e di suo papà, la persona che amava di più al mondo…”

- Rimorsi?
“Sì. Non avrei dovuto isolare Isabella in collegi di lusso. Lusso e sempre lusso. Ma questa era la vita: eccessi, eccessi. Ho avuto troppo e ho bruciato tutto. Ho vissuto in modo stupido.”

- Chi ti ha aiutato?
“Marina. Marina Cicogna mi ha aiutata a tornare a galla. E’ insostituibile. Se dovessi pensare che lei non esiste più per me, crollerei. E’ una donna forte, intelligente, generosa.”

- Ma ora, di fatto, come vivi?
“A Montecarlo il mio riferimento è un gruppo di emiri arabi, il sultano del Brunei, altri amici che mi hanno adottato, si prendono cura di me. Sono uomini semplici: dietro le loro immani ricchezze, la vita incredibile nei loro castelli, ci sono abitudini tranquille, familiari e altre sfarzose, smodate. Anche qui, per me, l’eccesso è la regola. Un giorno, con loro, mi ritrovo a Parigi, un altro a Dubai. Ricevo di continuo tanti inviti, da ogni parte del mondo: dico a tutti di sì, ma poi non vado quasi mai. Non certo per superbia o snobismo. Ma perché cambio umore, all’improvviso. Come tutti i depressi, credo, mi aggrappo alle piccole cose. Vuoi sorridere?”

- Dimmi.
“Per me, una piccola fissazione è cambiare ogni giorno le lenzuola di lino del mio letto. Mi dà una sensazione di benessere.”

- Vorrei chiederti dei tuoi amori. Si favoleggia di tanti fantastici amori.
“Relazioni amorose? Infinite. Devo fare un elenco? Pochissime cose significative. Ma avrai notato che ho fatto solo pochi nomi, quelli delle persone veramente importanti per me. Manca Roland: Roland Courbis. Questo ragazzo, ex calciatore, oggi allenatore, che mi ha tanto aiutato. Ora è un amico, ecco. Anche Roland, come Marina, mi ha aiutato a non morire. Oggi ha 48 anni, stiamo a lungo al telefono. L’amore, alla mia età, è una parola superata: c’è tenerezza, attenzione, non certo sesso.”

- Ljuba, tra le dicerie che ti accompagnano, c’è anche quella che riguarda una propensione amorosa per le donne.
“Sciocchezze. La diceria nasce dal fatto che ci sono mie amiche che amano le donne, forse qualcuna ha anche avuto dei pensieri su di me. Ma chiamiamo le cose col loro nome: non sono lesbica. Se lo fossi, lo direi. Che importanza avrebbe, adesso?”

- E poi sei considerata una diavolessa, scatenata, del gioco. Questo è innegabile anche se non sarò certo io, a mal giudicarti.
“Ti ho già detto. Prima era un vizio e adesso è una cura. Io sono una donna stretta dalle paure. Al gioco, davanti alla roulette, divento coraggiosa.”

- Si dice che Andrea ti avesse regalato il casinò di Beaulieu, quasi come un giocattolo: ci rimetteva meno.
“Assurdità, come puoi crederci? Il gioco, all’epoca di Andrea, e anche di suo papà, era un divertimento snobe assiduo per i personaggi più illustri dell’industria e della finanza. Una sorta di club: ci ritrovavamo a Cannes, a Nizza, a Venezia: Attilio, Monti, Borghi, De Laurentis…”

- La tua vincita più forte?
“A Montecarlo una sera, durante le feste pasquali, uno dei miei numeri preferiti alla roulette, l’8, si ripeté per cinque volte. E io lo avevo puntato per i limiti massimi: Regalai una villetta ad Andrea, a Cap Ferrat: lui mi dava tanto, io gli feci questa sorpresina…”

- E’ vero che ti sei fatta togliere il fido, dal casinò di Montecarlo?”
“Bugie: abitando a Montecarlo, non ho bisogno di fido, porto con me i contanti che mi servono. Un plafond: finiti quelli, smetto.”

- Guardati ancora indietro: chi ha lasciato un segno, nella tua vita?
“Ho conosciuto personaggi straordinari, importanti, a cominciare da Gianni Agnelli. I più simpatici nell’ambiente del cinema… Alberto Sordi, Fellini e Giulietta. Adoravo Walter Chiari. E Von Karajan, e Chagall che adorava il mio nome e ci invitava nella sua casa a Saint Paul de Vence. Molti sono morti. Mi sento sopravvissuta a un mondo che non esiste più.”

- Il personaggio che ammiri di più, oggi?
“Senza dubbio, il Papa.”

- E’ vero che stai scrivendo un libro sulla tua vita?
“Ci stiamo provando da tre anni, con una mia amica, la giornalista e scrittrice Milena Milani. Ma non è facile.” - Fino a che punto apprezzi il denaro?

“Il denaro non ha importanza. Ma capisco che posso apparire ridicola. Nella mia vita, non mi è mai mancato.” - E cosa odi?
“La volgarità, le ingiustizie.”

- E se rinascessi…
“Mi piacerebbe vivere in modo opposto rispetto a come ho vissuto. Mi piacerebbe essere una contadinella, mi vedo scalza, forse una montanara, a contatto con il cielo, gli alberi, i prati, gli animali.”

- E gli uomini?
“Pochi, pochi uomini.”






Ljuba Rosa Rizzoli
(dal sito www.repubblica.it)


Ljuba Rosa Rizzoli
(dal sito www.repubblica.it)