Paolo ROSSI
"Pablito"

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(Archivio Magliarossonera.it)



Scheda statistiche giocatore
  Paolo ROSSI

Nato il 23.09.1956 a Prato (FI), † il 09.12.2020 a Siena

Centravanti (A), m 1.74, kg 71

Stagioni al Milan: 1, 1985-86

Soprannome: “Pablito”

Proveniente dalla Juventus

Esordio nel Milan in gare ufficiali e in Coppa Italia il 21.08.1985: Genoa vs Milan 2-2

Ultima partita ufficiale giocata nel Milan
il 27.04.1986: Milan vs Atalanta 1-1 (Campionato)

Totale presenze in gare ufficiali: 26

Reti segnate: 3

Palmares rossonero: -

Esordio assoluto in Serie A il 09.11.1975: Perugia vs Como 2-0

Totale presenze in Nazionale Under 21: 10

Reti segnate in Nazionale Under 21: 5

Esordio in Nazionale Italiana il 21.12.1977: Belgio vs Italia 0-1

Ultima partita giocata in Nazionale Italiana l'11.05.1986: Italia vs Cina 2-0

Totale presenze in Nazionale Italiana: 48

Reti segnate in Nazionale Italiana: 20

Palmares personale: 2 Scudetti (1982, 1984, Juventus), 1 Coppa Italia (1983, Juventus), 1 Coppa dei campioni (1985, Juventus), 1 Coppa delle Coppe (1984, Juventus), 1 Supercoppa Europea (1984, Juventus), Campione del Mondo (Spagna 1982, Nazionale Italiana), 1 Pallone d'Oro (1982), 1 Titolo di Capocannoniere del Campionato Italiano (1978, L.R. Vicenza), 1 Titolo di Capocannoniere (Mondiali Spagna 1982), 1 Titolo di Capocannoniere nella Coppa dei Campioni (1983, Juventus)




Ha giocato anche con il Como (A), il Lanerossi Vicenza (A e B), il Perugia (A), la Juventus (A), il Verona (A).

"Giussy Farina lo portò al Milan nell'estate del 1985, quando ormai era quasi già finito, strapagandolo alla Juventus (alla quale lo aveva strappato alle buste per due miliardi e seicento milioni di lire nel '78). In rossonero gioca poco causa un ennesimo infortunio, ma lascia il segno in un derby di campionato siglando una doppietta che permette al Milan di pareggiare. Con l'arrivo di Silvio Berlusconi viene dirottato al Verona in cambio di Galderisi." (Nota di Colombo Labate)



Dal sito www.juventus1897.it

Paolo Rossi nasce a Prato il 23 settembre 1956. A 16 anni è già juventino e sgambetta al "Combi", anche se è gracilino: è un Rossi scattante, con la sua caratteristica corsa, pronto ad avventarsi su ogni pallone. Italo Allodi lo ha voluto portare a Torino, a tutti i costi, in quanto il ragazzino gli era piaciuto. Gli osservatori della Juventus pensano che Paolo sia un buon elemento, ma che debba "farsi le ossa", considerato che è così debole di gambe. Paolo viene mandato a Como, è la stagione 1975-76, dove come allenatore c'è Osvaldo Bagnoli. Gioca ala destra, disputa sei partite e segna anche una rete, ma è sempre alla prese con i menischi: gliene tolgono tre, un vero calvario senza fine, in quanto, ogni volta, bisogna riprendere con massacranti sedute d'allenamento, per tonificare il tono muscolare. A Como, però, non credono in lui, puntano su un altro Rossi, Renzo, anch'egli attaccante, che poi verrà ceduto all'Inter e che finirà presto nel dimenticatoio.
La stagione successiva viene ceduto al Lanerossi Vicenza ed ha la fortuna di trovare un presidente come Farina ed un tecnico come G.B. Fabbri. L'attaccante titolare ed autentica bandiera della società biancorossa, Vitali, è in rotta con la dirigenza: occorre un sostituto, viene buttato in mischia proprio Paolo, a suo agio col gioco dei veneti, in-centrato sul contropiede. È un trionfo: gioca 36 partite, segna 21 goals, trascina il Vi-cenza in serie A. L'inarrestabile ascesa, del non ancora "Pablito", non conosce pausa, nemmeno in confronto con i grandi campioni della serie A; vince la classifica dei cannonieri con 24 reti, davanti ad uno specialista come Beppe Savoldi e porta il Lanerossi al secondo posto in classifica.
«Fabbri è stato un padre per me, il classico padre di famiglia che ti consiglia, ti prende sotto la sua protezione, è stato proprio così. Teneva le fila di tutto l'ambiente, ha fatto in modo che si creasse una grande unione tra di noi. Era un grande conoscitore e un grande amante del calcio, predicava il fatto che tutti a cominciare dai difensori dovevano giocare a pallone. Io, in particolare, gli devo molto, è stato lui che mi ha trasformato da ala a centravanti, ha visto subito che potevo avere un ruolo diverso e ha cambiato sicuramente la mia carriera. Ho avuto un grande rapporto con Farina, è stato un Presidente unico, pur con tutti i suoi difetti. Aveva una grande personalità, grande umorismo. Era uno che ci sapeva fare e con cui era estremamente piacevole passare del tempo. Sotto altri aspetti, nella gestione della società, poteva essere anche un duro, probabilmente era un Presidente d'altri tempi. Secondo me Farina era una spanna sopra gli altri, aveva delle idee innovative. Mi ricordo che il primo anno di serie A, si era inventato l'abbonamento biennale per farsi anticipare i soldi che gli servivano, erano cose che all'epoca sembrava incredibile potessero uscire dalla mente di una persona, ma lui era così, aveva queste intuizioni.»
Tutti grandi club inseguono questa ragazzo ed anche a Torino non si sono dimenticati di lui; nel giugno del 1978, Boniperti e Farina vanno in Lega a misurarsi alle buste, per risolvere la comproprietà dell'attaccante. La Juventus, infatti, aveva conservato la proprietà della metà del cartellino del giocatore. Boniperti si presenta con le idee abbastanza chiare: Paolo può valere, al massimo, un paio di miliardi, cifra già eccezionale per quei tempi. Farina è pronto a fare altrettanto ma è ingannato da una telefonata, che dice che la Juventus avrebbe scritto nella busta una cifra incredibile: 2 miliardi e mezzo. Farina, senza pensarci due volte, scrive 2 miliardi e 750 milioni creando un autentico "caso", al punto che anche Franco Carraro, allora presidente della Lega, decide di dimettersi per protesta.
Da quel momento, la fortuna gira le spalle a Rossi: il Vicenza, infatti, precipita in serie B, accompagnata da una voragine di debiti; Paolo emigra a Perugia, in prestito, dove è travolto dallo scandalo del calcio-scommesse: sembra la fine della sua carriera, invece è la svolta positiva.
Durante la squalifica, Rossi, ritorna a Vicenza ed è contattato da alcune società e fra cui l'Inter di Fraizzoli. Sandro Mazzola ha molte idee sul conto di Rossi, stipula un accordo scritto fra Fraizzoli, Farina ed il giocatore, ma all'ultimo momento il patron nerazzurro si tira indietro ed il trasferimento salta.
Boniperti non ha mai smesso di seguire con attenzione la vicenda di "Pablito": non ha mai digerito lo "sgarbo" di Farina e, quando torna alla carica nel marzo del 1981, trova il presidente veneto molto più disponibile, pronto a cedere il giocatore per ripianare il deficit in cui si trova la sua società. La Juventus paga quanto aveva sborsato Farina con gli interessi e così "Pablito" ritorna a vestire la maglia bianconera.
Il 2 maggio 1982, Rossi torna in campo a Udine a fianco di Virdis: «Diventai una specie di aprivarchi,» ricorda Rossi «fu una scelta di Trapattoni dettata dalla necessità. Poi arrivarono Boniek, Platini, c'era Bettega: qualcuno doveva restare fuori e, caso strano, toccava sempre al sottoscritto» Nonostante le 3 presenze nella Juventus, Rossi viene convocato ugualmente in Nazionale, gioca in Spagna, diventa "Pablito", storia risaputa. Al ritorno dal Mondiale, all'atto di rinnovare il contratto con la juventus dice una frase infelice, a proposito della necessità di allevare i figli con lo stipendio giusto; Boniperti si imbufalisce ed il contratto non viene firmato. Con lui, a contestare il presidente juventino, ci sono Tardelli e Gentile: tutti e tre verranno ceduti.
Nella stagione 1983-84, Rossi contribuisce con 13 goals alla conquista del titolo eppoi al trionfo in Coppa delle Coppe; il rapporto coi colori bianconeri continua, c'è la Coppa dei Campioni da vincere, ma Rossi è sempre meno protagonista, più comprimario che altro. Le scelte di Trapattoni lo infastidiscono, cosicché quando Farina, che è diventato presidente del Milan, ritorna alla carica, "Pablito" accetta il corteggiamento a si trasferisce a Milano.
La sua carriera in bianconero finisce con la tragica serata di Bruxelles: è destino che nel cammino di questo giocatore ci sia sempre qualcosa di drammatico. La stessa cosa avviene puntualmente anche al Milan, dove Farina fa letteralmente conti falsi per assicurarsi Rossi.
"Pablito" costa 10 miliardi fra ingaggio e parametri, ma Farina non si arrende: vuole ricomprarlo da Boniperti a tutti i costi; inizia un lungo tira e molla che si protrae per mezza estate, finché Rossi non indossa la maglia rossonera. L'entusiasmo fra i tifosi di via Turati è incontenibile, si sognano trionfi antichi; il Milan ha un attacco formidabile, Rossi-Hateley-Virdis, il "Vi-Ro-Ha", paragonato al famosissimo "Gre-No-Li", ma sarà così solo sulla carta. Oltre agli insuccessi sul campo, comincia a profilarsi il "caso Farina", uno scandalo che coinvolge la società rossonera, che si conclude con la fuga in Sud Africa del presidente e con l'arrivo di Berlusconi. Si conclude così questo insolito rapporto fra Farina e Rossi; "Pablito" resta al Milan, ma è un'altra grande delusione. Termina, malinconicamente, la sua carriera a Verona, come un "gregario" qualsiasi.
«In bianconero ho vissuto dei momenti molto belli, ma anche alcuni molto brutti. Ad un certo punto ero stufo di calcio, andavo agli allenamenti perché ero costretto. Mi sembrava che attorno a me mancasse totalmente la fiducia, quando dovevano sostituire un giocatore, toccava sempre a Rossi. Mi sembrava una scelta fatta a tavolino, ci restavo male. Con i tifosi juventini non mi sono mai trovato bene, forse ha rovinato il rapporto la faccenda dell'ingaggio, quando avevo chiesto qualche soldo in più. Oltretutto nella Juventus giocavo in una posizione poco congeniale alle mie caratteristiche, ma mi sono adattato, anche sacrificandomi. Alla Juventus ho imparato tantissime cose, la società voleva confermarmi ma io, ormai, mi sentivo come un leone in gabbia. Meglio cambiare aria.»
Così lo racconta Caminiti: «Un pratese di guancia sfuggente, con quegli occhi ramificati nella malizia. Un sorriso che è sempre un sorrisino prendingiro. Qualcuno l'ha definito il più moderno centravanti che ci sia mai stato e forse è definizione calzante; finché va in campo fresco, è un "odiable", inafferrabile come il più lesto dei ladruncoli. Ed insomma, rapina le difese sull'ultima parabola, sul minimo errore, sul più banale equivoco: è lì che zompa, incredibile ma vero l'ha già infilata.
Avevamo creduto che Anastasi, come rapidità fosse, il massimo consentito ad un terrestre. Non avevamo fatto i conti con Paolo Rossi, in grado di far goal non già su un soldino o su un millimetro, ma sul respiro appena accennato di un difensore, nella mischia più pazzesca, tramutando ogni parabola nel goal più perfetto. Di una perfezione tale da potersi definire mitica.»







(dal sito www.wikipedia.it)







Dal sito www.vicenza.com

PAOLO ROSSI: IL "PABLITO" MUNDIAL
Nato a Santa Lucia di Prato il 23 settembre del 1956, Paolo Rossi, uno dei più grandi talenti espressi dal calcio italiano di ogni tempo, può dirsi vicentino a tutti gli effetti. Vicenza infatti, oltre ad averlo lanciato calcisticamente, è diventata la sua città d'adozione, alla quale ha legato tutta la sua vita. Arrivato a Vicenza nella stagione 1977-1978, "Pablito" esplode e porta i biancorossi ai vertici del calcio nazionale, a contendersi addirittura il primato con la vecchia Signora, quella Juventus che lo aveva scartato ritenendolo troppo gracile e inesperto. In attesa dei successi spagnoli, Rossi approda alla nazionale per i mondiali in Argentina del 1978.
Quando il Presidente del Vicenza Calcio, che allora si chiamava ancora Lanerossi Vicenza, primo esempio italiano di sponsorizzazione calcistica ante-litteram, nel 1977 assunse alla guida della squadra il tecnico Giovanbattista Fabbri, realizzò un colpo che avrebbe di li a poco fruttato alla sua compagnia, e alla città di Vicenza, glorie sportive che nessuno, neppure il più ottimista dei tifosi, avrebbe mai potuto immaginare. Giussy Farina ebbe infatti la geniale idea di far arrivare a Vicenza un ragazzino gracile che la Juventus aveva ceduto al Como dopo che aveva subito tre interventi al ginoccchio: non era ritenuto all'altezza di vestire la prestigiosa maglia bianconera, quindi poteva tranquillamente essere parcheggiato in una squadra di provincia, senza eccessive pretese.



Ma, una volta tanto, e in quel caso più che mai, i talent scout torinesi si erano sbagliati. Fabbri azzecca tutte le mosse tattiche in campo, e il suo Vicenza vola: vince il campionato di serie B e Rossi segna ben 21 reti. E' il Vicenza dei campioni umili, gente come il portiere Galli, il terzino Marangon, i centrocampisti Salvi, Cerilli e Faloppa, e l'ala Filippi che faceva impazzire i difensori avversari con i suoi dribbling. E naturalmente c'era lui, quel Rossi-goal che aveva portato a Vicenza una strana febbre, la febbre dell'alta classifica, impensabile fino a poco tempo prima per una provinciale.
Dopo la promozione in A l'avvio è un po' stentato, ma subito il Vicenza si riprende i inanella una serie di risultati incredibili che lo portano a lottare con la Juventus per lo scudetto. Arriveranno secondi i biancorossi vicentini quell'anno, e Pablito, che a quel tempo non era ancora stato battezzato così, fu capocannoniere con 24 reti: è il Real Vicenza ! E dire che fino a poche giornate dalla fine i biancorossi, che nel frattempo riempivano gli stadi italiani con la gente curiosa di vedere all'opera questa provinciale che giocava un calcio spettacolare e spregiudicato, erano riusciti a far preoccupare la Juventus lanciata verso la conquista del titolo.
Alla fine, con i torinesi avanti di tre punti e ormai irraggiungibili, il Vicenza va a far visita proprio alla Juve, e cerca di rovinarle la festa scudetto: Rossi, già in predicato di vestire la maglia bianconera, promette battaglia e così sarà. Finisce 3 a 2 per i torinesi, e Rossi segna al grande Dino Zoff un goal dei suoi, il 24° di una stagione indimenticabile, quasi a voler fare intendere che lui, quella maglia prestigiosa, sogno di qualsiasi calciatore, adesso se la merita tutta. Intanto anche la Nazionale si accorge di lui: il ct Bearzot lo convoca tra i 22 in partenza per il Mondiale '78 in Argentina , mentre a Vicenza la città insorge per trattenere Rossi in biancorosso.
Si va alle buste per un'asta miliardaria: la Juve offre 780 milioni e Farina arriva a 2 miliardi e seicento milioni, la cifra più alta mai pagata per un calciatore, con la stampa che lancia accuse scandalizzate. E mentre la nazionale raccoglie successi in terra argentina, con le reti di Rossi, infuriano le polemiche nel mondo del calcio italiano e anche a Vicenza. L'anno seguente, nonostante i 15 goal di Rossi, il Vicenza incappa in una stagione sfortunata e retrocede in un finale di campionato drammatico e incerto fino all'ultimo minuto dell'ultima giornata, la trasferta di Bergamo contro l'Atalanta che sancisce l'abbandono del palcoscenico di serie A. Il giocattolo del Real Vicenza si è rotto: via l'allenatore Fabbri, arriva Ulivieri e Rossi viene dato da Farina in prestito al Perugia per un anno, rimanendo così in serie A, in attesa di approdare alla Juventus di Boniperti.
Per il campionato 85-86, Paolo Rossi giunge alla corte del Milan di Nils Liedholm, fortemente voluto dal suo vecchio presidente in biancorosso, Giussy Farina, passato al comando del club ambrosiano.
Paolo cerca di far tornare grande un Milan un po' malconcio, che di li a poco però, grazie alle imprese di Arrigo Sacchi e dei suoi ragazzi, entrerà di diritto nella storia del calcio moderno.
26 presenze e 3 gol, sono l'apporto di Rossi ai rossoneri in questa stagione non troppo fortunata, che permette comunque a Paolo di indossare la maglia di uno dei più prestigiosi club italiani e del mondo.
L'esperienza alla Juventus si é conclusa in modo un pò incolore, con molte panchine mal digerite e una lenta perdita di stimoli. Rossi cerca di trovare così nuova linfa a Milano, dove lo attendono un allenatore capace ed un presidente che lo stima da sempre: di lì a poco ci saranno i Mondiali messicani e se anche sono già passati quattro anni dalla indimenticabile cavalcata di Madrid, la prospettiva di un evento così importante giunge quanto mai propizia.
In rossonero Paolo conosce un ragazzino tenace e dotatissimo, il figlio di Cesare Maldini, Paolo Maldini, che diverrà la bandiera del club milanese.
In attacco trova Virdis e l'inglese Hateley, e Liedholm al raduno estivo gli consegna da subito la maglia numero 10 che fu di Gianni Rivera, l'altro Pallone d'Oro italiano, l'idolo di Paolo ragazzino.
Superato un infortunio alla caviglia che gli fa temere il peggio e che rimanda il suo esordio in campionato agli inizi di Novembre, Rossi, come del resto tutta la squadra, passano un inverno travagliato che porta solo cattive notizie per il club di Via Turati: il Milan viene ben presto eleminato dalla Coppa Uefa, lasciando i sogni di gloria europei, ma la notizia del giorno é quella che vuole il presidente Farina in seri guai finanziari. Con il nuovo anno infatti, il comando della società passa, pro tempore, nelle mani di Lo Verde, per finire più tardi in quelle del nuovo "re dell'etere" Silvio Berlusconi, il quale assicura a Rossi un posto garantito nel suo Milan, anche una volta terminata la carriera.
La promessa però é disattesa solo un mese più tardi, quando Paolo apprende di essere stato messo sul mercato: l'offerta del Verona, l'unica concreta, a dispetto di alcune piste estere, viene accettata subito, anche perché é ora di tornare verso casa, verso Vicenza, perché lo vuole la moglie Simonetta che a Milano non ha mai messo radici, e lo vuole lui, che si sente sfiduciato da una situazione fisica precaria e stanco di tante situazioni che lo circondano.









Dal sito www.wikipedia.it

GLI INIZI
Paolo Rossi cresce calcisticamente nelle giovanili della Cattolica Virtus, piccola società toscana in cui approda all'età di 11 anni. A quell'età, però, il vero divertimento del giovane Paolo è giocare con il fratello Rossano all'uliveta di Santa Lucia (Prato), a due passi da casa. Nel 1972 passa alla Juventus, ma il suo percorso nelle varie selezioni giovanili è spesso interrotto da una serie impressionante di infortuni: addirittura tre operazioni di menisco nel giro di due stagioni. Nonostante ciò il 1 maggio del 1974 esordisce in prima squadra in un match di Coppa Italia a Cesena.
Nella stagione successiva colleziona altre 2 presenze nella competizione prima di passare nel 1975 al Como. Qui però le cose non vanno granché bene: Rossi scende in campo soltanto per 6 volte nell'arco dell'intero torneo senza riuscire ad andare a segno. La svolta della carriera è però dietro l'angolo: la Juventus convince infatti il Lanerossi Vicenza, nell'estate del 1976, a prenderlo in comproprietà.

IL REAL VICENZA
A Vicenza Rossi trova nel tecnico Giovan Battista Fabbri un secondo padre che gli dà fiducia e lo aiuta a crescere. L'allenatore emiliano segna una svolta nella carriera di Rossi grazie anche allo spostamento in campo da ala a centravanti. Il tutto avviene casualmente: il centravanti titolare è Sandro Vitali, ormai nella fase calante della carriera e poco disponibile ai sacrifici dei ritiri. Così "scappa" nottetempo da Rovereto, dove il Vicenza sta svolgendo la preparazione estiva, e Rossi, ala destra, viene "provato" nel ruolo di centravanti. Così, dopo 2 reti estive in Coppa Italia, con la maglia numero 9 realizza 21 gol in 36 partite nel campionato di Serie B contribuendo in dose massiccia a portare i veneti nella massima serie.
Per Rossi si spalancano così le porte del grande calcio e anche della nazionale under-21. Nonostante il giocatore sia in comproprietà tra lo stesso Vicenza e la Juventus, rimane in biancorosso per disputare il suo primo vero campionato di Serie A; dopo aver segnato molte reti in serie B, il giovane attaccante si ripete anche in A migliorando il suo score realizzativo: 24 gol in 30 presenze, diventando così capocannoniere del torneo. Grazie alle sue reti il Lanerossi Vicenza, ribattezzato quell'anno Real Vicenza raggiunge uno stupefacente secondo posto in campionato dopo aver lottato a lungo con la Juventus di Giovanni Trapattoni per lo scudetto.

L'APPRODO IN NAZIONALE E LA RETROCESSIONE
Le grandi prestazioni di Rossi gli garantiscono il debutto in nazionale a Liegi contro il Belgio il 21 dicembre 1977. Il CT Enzo Bearzot lo convoca anche per il Campionato del mondo Argentina 1978 in cui la squadra raggiunge il quarto posto finale anche grazie al supporto del centravanti che realizza tre gol contro Francia, Ungheria ed Austria nelle 7 partite disputate.
Rossi quell'estate è protagonista di un clamoroso affare di mercato tra il presidente del Vicenza Giuseppe Farina e quello juventino Giampiero Boniperti: per la risoluzione della comproprietà del giocatore infatti le due società sono costrette ad andare alle buste e Farina richiede una cifra volutamente troppo alta al fine di tenere il giocatore: due miliardi 612 milioni per metà cartellino. La cifra desta scandalo in Italia creando tutta una serie di contrastanti reazioni, anche politiche. La conseguenza più eclatante: le dimissioni di Franco Carraro (che comunque andrà poi al Coni) dalla Figc e da un calcio impazzito che valuta un giocatore oltre cinque miliardi. In realtà si tratta di un valutazione ben diversa, perché la prima metà di Rossi era stata pagata dal Vicenza soli 100 milioni. Il cartellino intero è costato quindi 2 miliardi e 712 milioni (e nella stagione precedente proprio la Juventus aveva acquistato Virdis dal Cagliari per due miliardi). .
La stagione post-mondiale è però negativa sia per Rossi che per il Vicenza. Il campione subisce infatti un nuovo infortunio al ginocchio (colpito duro dallo stopper del Dukla di Praga, Macela, durante il match di andata di Coppa Uefa) e i suoi 15 gol non bastano a salvare la squadra da un'incredibile retrocessione in Serie B dopo il secondo posto dell'anno prima. A questo punto Farina è costretto a cedere per forza di cose il giocatore e trova un accordo per il trasferimento dello stesso al Napoli di Corrado Ferlaino. Rossi però, dopo molte vicissitudini e una trattativa in cui stranamente non entra mai nessuna delle "grandi", rifiuta il trasferimento nel capoluogo partenopeo per il timore di eccessive pressioni e sceglie il Perugia. La formula della cessione è il prestito per due stagioni (700 milioni a stagione). Il contratto viene perfezionato a Follonica, nella tenuta di Valmora, tra il presidente D'Attoma (Elleesse) e Giussy Farina. Quest'ultimo ringrazia pubblicamente anche il Torino e la Lazio, che si erano messe a disposzione per cercare una soluzione.
















LA SQUALIFICA
Il Perugia rappresenta in quel periodo una delle realtà più interessanti del calcio italiano. Rossi si adatta subito nella nuova squadra segnando ben 13 gol in 28 gare di campionato.
Poi il 1º marzo 1980 scoppia il celebre scandalo del calcio italiano del 1980 noto anche con l'appellativo di calcio scommesse in cui Rossi risulta coinvolto insieme ad altri compagni del Perugia. Nonostante l'attaccante professi più volte la propria totale estraneità ai fatti viene squalificato dalla CAF per ben due anni perdendo così anche la possibilità di partecipare ai Campionati europei Italia 1980. Per Rossi è un colpo tremendo, ma nonostante ciò continua con forza ad andare avanti convinto della propria innocenza e i tifosi, anche nel periodo della squalifica, lo ripagano con l'affetto di sempre. Il primo anno di squalifica lo trascorre a Vicenza, città in cui si sposa e rimarrà a vivere, allenandosi con la squadra locale.
Nella primavera del 1981 è però la Juventus a dargli nuova fiducia che lo ingaggia nonostante l'anno di squalifica ancora da scontare. La pena termina nel mese di aprile del 1982 e Rossi fa in tempo a giocare le ultime tre partite di campionato con i bianconeri, realizzando anche un gol all'Udinese e a conquistare lo Scudetto, il 20º nella storia del club torinese. Alla fine arriva la convocazione del CT Enzo Bearzot per il Campionato del mondo Spagna 1982.

PABLITO MUNDIAL
La convocazione di Pablito, soprannome datogli ai tempi del mondiale argentino, scatena una serie infinita di polemiche: sono in molti infatti a criticare la scelta di Bearzot di portare in Spagna Rossi, reduce da due anni di inattività, e di lasciare a casa Roberto Pruzzo, capocannoniere sia della stagione appena conclusasi che di quella precedente. Dopo le prime partite contro Polonia, Perù e Camerun in cui l'attaccante mette in mostra serie carenze atletiche e di condizione, i giornalisti si scatenano anche alla luce dei deludenti risultati della squadra, che si qualifica al turno successivo per il rotto della cuffia grazie a tre pareggi. Tutti chiedono la testa di Bearzot, c'è chi addirittura lo offende pubblicamente. Analogo trattamento viene riservato a Rossi e ad altri componenti della Nazionale tanto che i giocatori tramite il loro capitano Dino Zoff annunciano la decisione di non parlare più con i giornalisti e di chiudersi in silenzio stampa.
In questa situazione l'Italia ritrova se stessa e batte 2-1 l'Argentina campione in carica grazie ai gol di Marco Tardelli ed Antonio Cabrini. Nella partita decisiva per l'accesso in semifinale arriva l'esplosione di Rossi che realizza una fantastica tripletta contro il Brasile, gioia che lo ripaga di tutte le umiliazioni patite nei due anni precedenti. Pablito è poi ancora protagonista in semifinale con una doppietta nel 2-0 alla Polonia e in finale al Santiago Bernabéu di Madrid, dove apre le danze nel trionfo per 3-1 sulla Germania Ovest. Grazie ai gol nelle ultime tre decisive partite del mondiale conquista il titolo di capocannoniere della manifestazione e a fine anno il Pallone d'Oro.

I SUCCESSI IN BIANCONERO
Dopo i successi del mondiale spagnolo Rossi come tutta la Juventus incontra delle difficoltà nella stagione 1982-83: Pablito realizza soltanto 7 gol in campionato e la squadra bianconera costruita per vincere tutto e piena di campioni come Michel Platini non va oltre due piazzamenti d'onore in Italia e in Europa. A bruciare particolarmente è la finale di Coppa dei Campioni persa ad Atene contro l'Amburgo in una partita stregata per i bianconeri; piccola consolazione della stagione il successo in Coppa Italia.
L'annata successiva è invece ricca di soddisfazioni: Rossi contribuisce con 13 gol alla conquista del titolo nazionale e trionfa anche nella Coppa delle Coppe conquistata a Basilea contro il Porto. Nella stagione 1984-85 arrivano la Supercoppa Europea e la tragica Coppa dei Campioni funestata dai fatti dell'Heysel, entrambe contro il Liverpool. In questa stagione Rossi inizia il suo declino sportivo a causa soprattutto dei problemi alle ginocchia che cominciano a tormentarlo sempre più spesso. La Juventus alla fine della stagione lo cede al Milan di Giuseppe Farina.

GLI ULTIMI GOL
La stagione rossonera con Nils Liedholm in panchina non è positiva per Rossi che salta per infortunio le prime 10 gare di campionato e va in gol in tutto solo per due volte in campionato, entrambe nel derby pareggiato 2-2 contro l'Inter. Dopo il Mondiale del 1986 in Messico in cui viene convocato da Bearzot, ma non scende mai in campo, disputa la sua ultima stagione da professionista nell'Hellas Verona con cui realizza 4 gol in 20 partite.





Dal sito www.storiedicalcio.altervista.org
febbraio 1977

Mentre gli squadroni blasonati del Nord lo prenotano (Juve in testa) per il prossimo campionato, Paolo Rossi - capocannoniere della serie B - insegue il gol con la precisione di un cronometro svizzero
PAOLO ROSSI: E' L'ORA DI "BULOVA"

Antefatto: Una delle prime interviste per l'astro nascente Paolo Rossi, che sta portando il Lanerossi in serie A a suon di gol. Ingenuità e sincerità nel Pablito prima maniera...

VICENZA. Adesso, grazie alla sua puntualità spaziale per il gol, per il suo scatto velocissimo e per gli assists di cronometrica precisione, da queste parti Paolo Rossi - capocannoniere con 16 reti di un Vicenza campione d'inverno - è diventato «Bulova» per tutti. Per i suoi tifosi, per G.B. Fabbri, per il presidente Farina («La Juve ce l'ha dato e guai a chi ce lo tocca!» è il suo proclama del momento) e per i compagni di squadra. Tradizionalista per quanto riguarda il matrimonio, contrario al movimento femminista e incerto sul grosso problema dell'aborto, Rossi è il comune denominatore di un'equazione che coinvolge l'intero Vicenza. Plasmato da un mister che mira dritto al sodo sull'esempio delle migliori scuole europee di calcio, «pallino» dell'ex Damiani che vede in lui un nuovo Garrincha e che fu l'artefice di un prestito - via Como - concordato per soli dieci milioni (più altri ottanta per il riscatto completo) è diventato la carta vincente di Farina.






Paolo Rossi prima maniera, qui con Cinesinho

In tutti i sensi: sul campo (con i suoi gol) e in una proiezione «prossima-ventura». Quella cioè del calcio-mercato: la sua quotazione, infatti, ha raggiunto vertici da capogiro (si parla di due miliardi, sull'esempio di Savoldi, dunque) e gli acquirenti più blasonati - Juve in testa - si sono già messi in lista d'attesa.
Ma al di fuori di questo contesto economico-finanziario, «Bulova» è rimasto il ragazzo semplice di Prato che non ha niente da spartire con il business e guarda incredulo a chi lo paragona a Luis Vinicio che proprio a Vicenza riuscì ad essere capo-cannoniere della serie A. Consapevole, per di più, di non essere ancora completo, di avere ancora carenze da limare ed errori da evitare. Magari il colpire di testa, dove - dichiara serafico - "sono ancora a zero". Ed una volta rotto il ghiaccio, il «bomber» cadetto va via a ruota libera in un'auto-analisi completa, a volte ironica a volte estremamente ingenua, in cui tuttavia il pallone è l'elemento catalizzatore, ma non il personaggio principale. Quello spetta di diritto a Paolo Rossi, ragazzo di provincia che un giorno fece la valigia per tentare l'avventura del calcio, poi poco mancò che la nostalgia privasse il Vicenza di un validissimo lasciapassare per la serie A. Leggere per credere...

- Paolo Rossi: da una squadra dilettantistica a personaggio del giorno. Com'è iniziata la favola?
«Ho cominciato a giocare in una squadretta di Prato quando avevo 10 anni, nell'Ambrosiana, dove sono rimasto poco più di un anno e mezzo. Quindi sono andato a giocare a Firenze in una squadra giovanile, la Cattolica, che comprendeva 9 squadre fra allievi, juniores e pulcini. A 16 anni ho preso la strada per Torino dove sono rimasto per tre anni e mezzo alla Juventus di cui uno con la prima squadra. L'anno scorso a novembre fui trasferito a Como e quest'anno, da agosto sono stato ceduto al Vicenza».

- Ti ispiri a qualche tipo di gioco o a qualche giocatore in particolare?
«In particolare a nessuno, mi piace essere Rossi e basta. Ci sono tanti giocatori che ammiro, mi piacerebbe giocare come Mazzola e Rivera, che ho sempre ammirato, assomigliare a qualcuno. Cerco, comunque, di migliorare sempre, di imparare un po' da tutti soprattutto da quelli che penso siano i migliori».

- Tu sei nato calcisticamente come ala destra, adesso sei centravanti e capocannoniere del campionato. E' questo il ruolo che preferisci?
«Indubbiamente adesso sì. La soddisfazione di fare goal non è di tutti i giorni, di tutti i tempi; lo preferisco proprio per questo, soprattutto per questo. Se ritornassi a giocare all'ala, non mi spiacerebbe, solo che giocando al centro dell'attacco si hanno maggiori soddisfazioni».

- Che effetto ti fa essere al centro delle attenzioni generali con una valutazione da capogiro? E' cambiato qualcosa nella tua vita?
«I primi tempi, un paio di mesi fa quando ho cominciato a fare le prime reti ed i giornali (ed anche la televisione) si sono interessati a me seguendomi di qua e di là, ci stavo un po' attento. Però io sono rimasto il ragazzo di prima. Non mi sono montato la testa, in pratica le abitudini che avevo prima mi sono rimaste anche adesso, non è cambiato assolutamente nulla. D'altronde il cognome che ho non mi ha permesso di montarmi la testa: ci sono tanti Rossi in giro».

- Si parla tanto dì Juventus, forse perché sei anche mezzo juventino. Se questa fosse la tua destinazione futura, non avresti paura di affrontare un grosso club dove certamente sono maggiori le soddisfazioni, ma anche i rischi di bruciarsi?
«Devo ammettere che a me è rimasta nel cuore anche la Juventus dove sono rimasto tre anni e mezzo e sono praticamente cresciuto a livello giovanile. Devo dire, però, se dovessi tornare e non giocare, tornerei malvolentieri nonostante sia una grossa società come nome e come tradizione. Io rimarrei con piacere anche a Vicenza a patto di avere la possibilità di giocare. Dopo la brutta esperienza che ho avuto a Como dove sono rimasto sempre fuori squadra, per me giocare vuol dire tanto, moltissimo»..

- Come giudichi il mondo del calcio sotto il profilo umano, sotto l'aspetto dell'emarginazione e delle difficoltà di inserirvi nella società?
«Il nostro è un ambiente difficile: da fuori sembrano tutte rose e fiori mentre invece per i giocatori ci sono purtroppo problemi grossissimi. E' un mondo fatto di interessi, è una industria, la più grossa industria italiana si può dire, e in tutto questo giro di soldi a volte i giocatori vengono trattati come bestie. L'esempio tipico di questa situazione è il mercato dei calciatori. Anche il calcio ha i suoi lati positivi nel senso che è uno sport sano, si fa vita all'aria aperta però tutto questo può passare in secondo piano dì fronte alle polemiche, alle critiche cui siamo sottoposti anche senza avere colpe specifiche. Quanto all'emarginazione, alla presunta difficoltà di inserimento nella società, ritengo che, come anche in tutti gli altri settori, nella vita ci deve essere la componente della fortuna unita ad una certa saggezza nel pensare al futuro. Con la tragica scomparsa di Re Cecconi sono tornati alla ribalta questi problemi assieme ad altri ancora più gravi, come il fatto che i giocatori hanno molto tempo libero e non sapendo cosa fare passano parecchio tempo in giro, nei bar. Io penso si stia esagerando: parecchi giocatori hanno la famiglia, hanno altri interessi, sono sempre impegnati. Quello che è successo al povero Re Cecconi mi sembra assurdo, è un fatto unico che non va assolutamente generalizzato, è stata una stupidaggine che poi è finita in una tragedia. Sono cose che possono succedere. Ora è capitato ad un calciatore, ma avrebbe potuto succedere a un muratore, a un idraulico, a chiunque altro insomma».

- Qual è stato il momento più bello e quello più brutto della tua carriera?
«Inizio dal primo che è stato il più bello e il più significativo: mi riferisco alla prima volta che sono andato a Torino seppure a livello giovanile, poiché ancora soddisfazioni grosse a livello professionistico non ne ho avute nonostante sia attualmente capocannoniere in serie B con 16 reti. Quando sono andato alla Juventus mi sembrava fosse un sogno; fin da ragazzini, se piace il calcio, ci si entusiasma nel sentire parlare della squadra bianconera. Per me quello che sembrava un sogno si era improvvisamente tramutato in fortunata e dolce realtà. Il momento più brutto che ho passato sono stati gli stessi anni trascorsi nella Juventus nel senso che mi sono fatto tre volte male al ginocchio, sono stato operato tre volte al menisco. Per un ragazzo giovane, a 16, 17, 18 anni, lontano da casa con tutti i problemi connessi dovere affrontare tre volte operazioni così gravi può essere decisivo per la sua carriera: a me era venuta la voglia di smettere di giocare. Ho trovato poi la forza di reagire e in questi frangenti conta molto anche il carattere».

- Cosa ne pensi dei giovani d'oggi?
«I giovani d'oggi forse sono cambiati rispetto ai giovani d'un tempo. Perlomeno sentendo parlare i più vecchi, i più anziani. E questo, sia nella squadra che nella società. Penso che abbiano acquistato più personalità, forse sono anche più sfacciati, più sfrontati nei confronti dei vecchi. Ritengo però che adesso si stia passando un brutto periodo ma ora si sta ritornando sui livelli d'un tempo e la nazionale giovanile, juniores e under 21, si sta prendendo delle grosse soddisfazioni a livello internazionale. Mi sembra che i giovani d'oggi siano più interessati ai problemi della vita, alla politica. Ritengo, insomma, che siano anche più maturi e più partecipi nella società».

- Credi nel matrimonio?
«Sì, credo nel matrimonio, in quello vero però. Tanti matrimoni si fanno in modo troppo affrettato e si vengono a creare poi tante situazioni brutte, tanti divorzi. Il matrimonio è bello quando è fatto veramente bene, quandi ci si medita sopra non una, ma cento volte».

- E dell'aborto cosa ne dici?
«Questo è un problema grosso, molto complesso: ritengo che sia giusto in certi casi come sia ingiusto invece in altri. La legge da poco approvata, tutto sommato mi sembra giusta e deve servire ad eliminare certe situazioni familiari precarie».

- Tu hai la ragazza, la fidanzata?
«No, non sono fidanzato ufficialmente. Ho una ragazza qui a Vicenza, sono tre o quattro mesi che la frequento, che ci sto assieme e mi trovo bene con lei. Ma è ancora tutto in via ufficiosa».

- Approvi la dottrina del movimento femminista?
«Forse no, perché penso che una donna abbia determinate cose da fare e l'uomo altre. Vedo qualcosa di giusto anche nelle richieste che vengono formulate dalla donna, però non si può arrivare ad un livellamento generale: non tutti abbiamo le stesse caratteristiche».

- Sposeresti una tua collega calciatrice?
«Una mia collega? Forse sì, forse no. A parte che io personalmente proprio le donne per il calcio non le vedo, mi sembra che sia uno sport assolutamente inadatto a loro. Sposarsi poi è una parola grossa, ma se fosse una brava ragazza sposerei anche quella» .

- E se si chiamasse Paola Bresciano, centravanti come te, miss Sicilia e miss Italia?
«Beh, allora, una ragione in più per sposarla. No, guarda che sto scherzando, comunque vale anche per il discorso di prima».





Dal sito www.storiedicalcio.altervista.org
dicembre 1977

Dicevano che il salto dalla B alla A era stato per lui un dramma. Questo all'inizio del campionato. Poi Fabbri ha fatto giocare il Vicenza come... in B e le vittorie sono venute insieme ai gol del giovane giocatore che qui confessa i suoi sogni mentre parla d'una esistenza del tutto realizzata. E' un ragazzo calmo, preciso: come un fucile
PAOLO ROSSI: SPARA PRIMA

Antefatto: Un nuovo campione emerge dalla provincia: Paolo Rossi del Lanerossi Vicenza...

DOPO LE PRIME partite il Lanerossi Vicenza sembrava già destinato alla retrocessione: pochi punti, gioco scialbo, un Paolo Rossi irriconoscibile. Si pensava a lui come a una cometa passata velocemente nel firmamento calcistico e poi scomparsa nel nulla.
Ma il presidente Farina, detto «Kaiser», non si è dato pace. Di soldi ne aveva spesi parecchi al mercato delle pedate per mettere insieme una discreta squadra di serie A. Negli ambienti calcistici, pareva aver concluso «affari» solo lui. L'allenatore era lo stesso della precedente stagione, il goleador era riuscito a salvarlo... qualcosa quindi non funzionava. Finalmente, il presidente con lo «schioppo» (per via della sua passione per la caccia) ha capito che Vincenzi, per altro buon giocatore, era più uomo d'area, più centravanti di sfondamento di Cerilli; che Lorini non poteva dare troppa sicurezza e che la squadra (Faloppa e Filippi arretrati) era sempre troppo contratta e c'era come una Maginot tra Vincenzi e Rossi e il resto della truppa. Quindi, fatte tutte queste considerazioni, ha concluso che se la squadra dell'anno scorso girava, rimettendo le cose nello stesso ordine, tutto doveva tornare come prima. Ha rifatto la squadra tipo «B» e i conti sono tornati. Cerilli, rientrato dal Monza dove tra l'altro non si era ambientato per nulla, ha ricominciato a scambiare e a triangolare con Rossi che è tornato all'appuntamento con il gol. Semplice, no?
E' appunto a Paolo Rossi, capocannoniere della serie A, che vogliamo chiedere che cosa prova, a ventun anni, ad occupare l'attuale posizione di cannoniere.




«Io mi sento sempre lo stesso, quello di sempre. Non è che il successo mi abbia fatto andar di volta il cervello. Quando scendo in campo, ora come nel passato, penso solo a fare il mio dovere. Può venire il gol e allora tanto meglio. Se non viene, cerco di far segnare gli altri, ma la partita per me non è mai un dramma, come non è un'esaltazione l'attuale posizione di classifica. Certo che trovarmi davanti a giocatori come Graziani, Savoldi e Bettega è una soddisfazione, però non mi esalto».
O qui siamo davanti al prototipo della modestia, o Paolo Rossi non ha ancora capito di essere diventato un personaggio. Ventun anni, toscano di Prato, un piede nella Juve, l'altro nel Lanerossi (causa la comproprietà), e tanta voglia di giocare al football.
«Quando ero piccolo, andavo tutte le domeniche con mio padre a vedere la Fiorentina. Mi piaceva molto il calcio e ho sempre sperato di potere, un giorno, giocare anch'io. Della Fiorentina di quei tempi ricordo Hamrin, mi è rimasto molto impresso. Ma non ho mai creduto di farcela veramente, tanto che mi ero iscritto a ragioneria. Credevo di essere tagliato per quel tipo di lavoro. Ora che mi sono abituato all'aria aperta e a questo tipo di vita non potrei mai adattarmi a un orario d'ufficio, tanto è vero che non sono ancora riuscito a finire gli studi e che torse non diverrò mai ragioniere. Ho cominciato a credere nelle mie possibilità quando sono arrivato alla Juventus, e da allora mi sono sempre impegnato al massimo per arrivare dove sono oggi, in testa alla classifica. Non per misurarmi con gli altri, credimi, ma con me stesso. E in testa alla classifica ci sono arrivato qui a Vicenza dove mi trovo molto bene».

- E appunto di questo che volevo parlare. Mi sai spiegare cos'ha il Vicenza che le altre squadre non hanno? Mi sai spiegare come mai Cerilli telefonava al presidente da Monza chiedendogli di riprenderlo in squadra?
«E' facile e difficile allo stesso tempo. Vedi, qui siamo una famiglia. E' difficile trovare una società come la nostra: mai un battibecco, mai uno screzio, siamo tutti amici e ci frequentiamo anche extra allenamenti e partite. Direi che, oltre al presidente, il segreto del nostro buon andamento e del nostro affiatamento si chiama Fabbri. E' uno che sa mantenere l'ambiente sano, cioè sa trattare con i ragazzi giorno per giorno. E' uno con il quale si può avere un colloquio spontaneo. Un allenatore diverso, insomma, modesto e che sa il fatto suo. Difficilmente in un anno e mezzo l'ho visto arrabbiato. E' molto importante la serenità per una squadra. Dicevo che tra noi e Fabbri c'è un dialogo aperto e che ci ha responsabilizzati tutti. Da noi i ritiri non esistono. Il sabato mattina facciamo una partitella fra di noi, il pomeriggio andiamo al cinema, quindi a mangiare la sera tutti assieme e poi ciascuno a casa propria, Ognuno di noi si amministra ed è responsabile di ciò che fa. E' importante tutto ciò; perché un giocatore non si vede solo sul campo, ma anche fuori, nella vita di ogni giorno. Da lui dipende tutta la sua carriera e non dalla "guardia" stretta dell'allenatore. Non sono proficui i ritiri perché non si può pensare di giocare serenamente dopo due giorni di clausura durante i quali il divertimento massimo sono le carte o la televisione. L'importante nella nostra squadra è che siamo tutti uniti, anche quelli sposati e spesso usciamo anche con loro anche se, ovviamente, loro hanno un altro modo di pensare e di condurre la loro vita».

- A proposito, ma tu una ragazza ce l'hai?
«Sì, si chiama Simonetta, è di Vicenza ed ha diciotto anni».

- Ma è una cosa seria?
«Certo che è seria: stiamo molto bene assieme. Anche se di tempo libero non me ne resta molto, tutto quello che ho lo dedico a lei. Cerchiamo di crescere insieme, di capirci e di programmare il futuro. Dobbiamo impostare un lungo discorso, insomma».

- Senti, ma come fai a conciliare tutte queste cose, cioè calcio, ragazza, servizio militare?
«Be', cerco di fare del mio meglio. Anche se per me il fatto del servizio militare pesa relativamente. Sono infatti aggregato alla Nazionale militare. Ogni mercoledì o giovedì ci organizzano una partita amichevole e poi quasi sempre rientriamo dopo la partita, alla nostra squadra. La caserma non la vediamo molto spesso, insomma».

- Mi stai dicendo che non ti pesa fare il soldatino, insomma.
«Sì. è come essere in ritiro. Non vado in ritiro durante la settimana e ci vado il lunedì. Buffo non è vero?».

- Senti, di politica ti interessi?
«No, la politica non mi ha mai interessato. Quanto al momento attuale ti dirò che mi da fastidio vivere nel caos e nell'incertezza. Non riesco a capire gli estremismi e non so quale sia la via da seguire per uscire da un simile groviglio di partiti. Quanto poi ai politici non ho mai avuto alcuna simpatia per loro».

- Cosa ti da più fastidio nella vita?
«Le persone che si danno troppa importanza».

- E ciò che apprezzi di più nelle persone?
«La spontaneità e la bontà».

- Sei sempre d'accordo su quello che dicono di te sui giornali?
«Non sempre, a volte mi fanno dire cose che non ho mai detto e questo mi scoccia. Se non vado bene, per esempio, dicono che non lego con gli altri, che ci sono dei malumori con i miei compagni».

- Cosa è importante per te nella vita?
«La tranquillità. Il calcio per me non è tutto, anche perché lo vedo come una bella parentesi, che mi dà molte soddisfazioni, ma che un giorno deve finire e con lei la notorietà e la gloria. Dopo resterà solo il Rossi uomo e devo cercare, dopo la gloria, di non restare a mani vuote e con tanti ricordi che lasciano il vuoto».

- Ti senti moderno, confrontandoti con i ragazzi della tua età o no?
«A pensarci bene, credo di non essere moderno: non mi piace ballare anche se qualche volta mi ritrovo con gli amici in qualche discoteca; della musica apprezzo tutto e niente, chiedo solo che sia buona».

- Non andresti mai vestito da punk?
«No, mi fanno molto ridere quelli lì. E poi non capisco cosa cercano penso che il loro sia un complesso d'inferiorità».

- Parliamo un po' di calcio. Se dovessi convocare tu la Nazionale, che giocatori chiameresti.
«Penso che l'attuale Nazionale, anche se ha fatto una brutta figura a Wembley, sia la migliore. Sì, credo che convocherei gli stessi giocatori».

- Ma un Paolo Rossi ci starebbe bene in questa Nazionale?
«Penso che sia un po' prematuro parlarne anche se io me la sentirei di giocare. Non ho mai paura quando scendo in campo, non penso mai ai risvolti delle partite e quindi potrei giocare anche in Nazionale».

- E all'Argentina ci hai mai pensato?
«No, fino a quando non ne hanno parlato con insistenza. Un pensierino viene a tutti di farlo, ma ho tanto tempo davanti a me che non ne faccio una malattia se non mi convocano».

- Hai detto che l'attuale Nazionale ti sta benissimo. Anche Zoff... o lo cambieresti?
«No, penso che Zoff sia ancora il portiere migliore. Per secondo portiere mi indirizzerei invece su Bordon o su Conti, su portieri abbastanza esperti, insomma, ma che possano giocare per altri sei o sette anni con la Nazionale. Per non buttare via un'esperienza».

- E con la Juventus, come la mettiamo
«Lo sai che sono in comproprietà e sarei curioso di sapere anch'io come va a finire. Un giorno mi danno a Roma, un giorno a Napoli... l'importante è discutere prima la comproprietà con la Juventus, poi si vedrà».

- Tu ci torneresti volentieri alla Juventus?
«Certo, perché è la squadra più prestigiosa d'Italia e poi perché non tarderei ad ambientarmi. Ho già molti amici perché ci sono stato un anno».

- Chi pensi vincerà lo scudetto?
«E' un po' prematuro parlarne per molti motivi. Primo perché le cosiddette provinciali non sono più tanto deboli e poi perché il Milan è tornato ad essere il grande club che è sempre stato. C'è anche da considerare il fatto che Juventus e Torino risentono psicologicamente e fisicamente di queste cose e anche degli impegni continui che devono assolvere».

- Quindi tu non pensi che Juventus e Torino si siano indebolite rispetto allo scorso anno, ma che siano le altre squadre ad essere salite di livello?
«No, dico solo che ci sono tante componenti che influiscono su una squadra e che psicologicamente Juventus e Torino hanno mille motivi per incespicare, pur essendo uguali all'anno scorso».

- Se ti dovessero fare un regalo cosa chiederesti?
«Io penso che, ora come ora, non mi manca proprio niente, vorrei che tutto rimanesse come è ora perché sono felice così. Quindi vorrei un Vicenza sempre nell'attuale posizione di classifica».

- E magari una maglia azzurra.
«Bè, quella sì, ma non è proprio così importante come lo è per altri. Certo che sarebbe una bella soddisfazione...»



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Paolo Rossi con i genitori


Una bella immagine di Paolo Rossi ventenne assieme al suo mentore, G.B. Fabbri




Dal sito www.storiedicalcio.altervista.org
luglio 1978

Dal fresco dell'Argentina al caldo, ma non troppo dell'Adriatico, Paolo Rossi è sempre lo stesso. Sorridente, sereno, disteso, modesto
PAOLO ROSSI: IL CAMPIONE PERFETTO

Antefatto: Reduce dalla straordinaria esperienza argentina, che lo ha proiettato dal Vicenza ai vertici del calcio mondiale, Paolo Rossi gioca le carte del suo futuro...

RAVENNA. La supervalutazione e il successo al mundial argentino non lo hanno minimamente turbato. «E' rimasto quello che era prima. Tale e quale» dice papà Rossi senza riuscire a nascondere un'espressione soddisfatta.

«L'unico sentimento particolare - confessa Pablito - è stata l'emozione. Tutto è accaduto così tumultuosamente che forse non ho avuto nemmeno il tempo di rendermene esattamente conto. Ma l'emozione sì! Quella c'è stata. E grande anche sebbene in ultima analisi mi sia sembrato di essere riuscito a mascherarla».
E' schietto, «pulito» nelle parole. Così com'è aperto e sincero il suo carattere. Un anno fa era uno sconosciuto o quasi. In pochi mesi è diventato il numero uno del calcio italiano e non solo italiano. Se non il migliore sicuramente uno dei migliori del calcio mondiale. Ma lui non si scompone.
«Il calcio - prosegue - è una gran bella cosa. Mi piace, mi diverte, ma non mi consente voli pindarici sulle ali dell'ambizione e della vanità. Oggi sono Paolo Rossi, domani potrei essere un Rossi qualunque».

Sembra quasi di cogliere un filo di preoccupazione nelle sue parole. Forse un'insicurezza legata, o meglio determinata dal mondo del calcio.
«Direi di no, in Argentina non ho dato il meglio di me stesso. Credo di poter far meglio».





- Meglio di così?
«Senz'altro per via dì quella storia dell'emozione. Volente o non volente ne ho avvertito i riflessi. Soprattutto nel rendimento».

- Dal particolare al generale. Che ne pensa Rossi del comportamento degli azzurri?
«Credo di poter dire che il giudizio complessivo dovrebbe essere sostanzialmente buono. Potevamo anche arrivare alla finale. Con un po' più di fortuna magari. O forse di coraggio. Chissà... ».

- Fortuna o carattere? Le ultime due partite, quella con Olanda e Brasile, le avete cominciate bene sul piano del gioco, meno su quello della concretezza. Poi le avete finite in calando.
«Effettivamente nel primo tempo tanto con gli olandesi quanto con ì brasiliani avevamo avuto la possibilità di dare una consistenza maggiore al nostro vantaggio. C'è stata una certa discrepanza tra il volume, la qualità del gioco svolto e i risultati ottenuti. Quei due uno a zero con cui siamo andati al riposo non esprimevano fedelmente la disparità di valori e di gioco registrati sul campo».

- E nella ripresa? Perché quel calo?
«La diagnosi non è certamente facile. Se lo fosse stato è presumibile che sarebbero stati presi, ammesso che ve ne fossero, i provvedimenti tecnico-tattici necessari per attenuarla. Proprio non saprei come e perché dopo quei primi due tempi giocati diciamo discretamente bene e mantenendo pressoché costantemente l'iniziativa del gioco, ci si sia ritrovati nella seconda parte delle due gare a subire. Due gare per molti aspetti analoghe, ma indecifrabili nelle cause che hanno determinato certi effetti».

- Si è parlato di responsabilità difensive.
«Si possono tirare in ballo diversi motivi. Dalla stanchezza, alla eccessiva fiducia, alla supremazia degli avversari. Non dimentichiamo, per esempio, che l'Olanda è una squadra fatta di uomini eclettici. Passano tutti quanti dalla fase interdittiva a quella offensiva con estrema disinvoltura, prontezza, efficacia. Ma ha «pesato» un poco la fortuna. Con un pizzico in più, certe palle sarebbero finite nel sacco invece che sui pali o fuori bersaglio per questione di centimetri».

- Qualche critico ha chiamato in causa la difesa e Zoff...
«Io non credo vi siano colpe specifiche. Sono invece convinto che certi gol subiti siano stati frutto di tiri irripetibili o quasi».

- Quali sono le squadre che più favorevolmente ti hanno impressionato?
«Le quattro finaliste».

- E tra queste?
«Non mi è parso di rilevare apprezzabili differenze. Tutti, cioè, avremmo potuto vincere o arrivare quarte. A livello delle finaliste almeno i valori mi sono sembrati abbastanza equilibrati».

- Sul piano della esperienza, personale i mondiali cosa hanno significato?
«Molto e non lo dico per la soddisfazione di averli giocati. Lo dico soprattutto per il fatto che sono serviti a farmi fare un'esperienza di inestimabile valore sia dal punto di vista professionistico che umano. Sono certo che per il mio futuro sarà preziosissima».

- Andando, invece, sul piano tecnico?
«A parte i risvolti di quel pizzico d'emozione, direi che ho conosciuto avversari di valore, mi sono potuto misurare, confrontare, con loro e constatare così che il diavolo, tutto sommato, non è tanto brutto o difficile come lo immaginavo. D'accordo, potevo fare di più, ma con l'esperienza avuta credo, se ne avrò ancora l'opportunità, di riuscire a superare certe remore psicologiche e di esprimermi al meglio. Forse mi ha frenato un poco anche la necessità di giocare più per la squadra che per me stesso. Non ho avuto ordini specifici, ma in sede di analisi critica, di autocritica direi, ritengo di non aver saputo esprimere in Argentina quella fantasia che invece avevo espresso in campionato».

- Qual è stato l'avversario diretto più difficile?
«Lo stopper della Germania Russman»

- Neeskens, però, fino a quando lo hai avuto alle costole, ti ha lasciato una certa libertà.
«Diciamo che ha faticato a prendermi le misure a causa dei miei continui movimenti. Ma non parliamo di avversari facili. In Argentina, infatti, mi sono trovato davanti solo dei grossi giocatori. Grossi non solo per fama, ma per effettiva consistenza tecnica».

- Chi ti ha impressionato maggiormente tra gli attaccanti?
«Kempes e Krankl. Due attaccanti notevolissimi».

- Di Kempes si è scritto tanto e tutto in termini elogiativi al massimo. E' davvero tanto forte?
«Veramente»

- Cos'ha in più rispetto a Paolo Rossi?
«Più potente e forse meno imprevedibile».

- E' vero che prima della terza partita del girone eliminatorio, quella con l'Argentina, avete imposto la riconferma della squadra titolare togliendo così la possibilità, per qualcuno di voi, di recuperare energie che sarebbero state preziose nello sprint finale.
«No, assolutamente. O almeno, io credo non sia successo proprio niente. So che mi è stato detto di giocare ed ho giocato».

- Decisione giusta o sbagliata?
«Non c'è controprova e quindi, per me almeno, è stata giusta».

Esaurito il mondiale, veniamo alle faccende di casa nostra e cominciamo da un argomento di attualità. Credi che sia possibile un evento clamoroso sul tuo riscatto da parte del Vicenza? Pare, infatti, che Farina sia in difficoltà per onorare l'impegno assunto nei confronti della Juventus. In tal caso...
«Farina è un uomo che sa il fatto suo. Non penso abbia agito irresponsabilmente»

- Eppure se ne parla...
«Se ne dicono tante di cose che non hanno alcun fondamento di verità. Penso che anche questa sia una di quelle».

- Hai sempre detto che l'essere rimasto a Vicenza non ti ha procurato amarezza alcuna. Sei sempre stato sincero?
«E' la verità! Io, lo ripeto, debbo tutto al Vicenza e poi ho anche un grosso debito di riconoscenza verso il Presidente. Non poteva darmi una prova più tangibile della stima e fiducia che ha in me».

Paolo Rossi, dunque, risponde in pieno ai canoni del «campione ideale». Le polemiche neppure riesce ad immaginarle. Il fatto che l'impegno assunto dal Vicenza con tutte le eventuali possibili conseguenze, vale a dire la messa all'asta del calciatore con conseguente assegnazione al miglior offerente (recentemente il regolamento è stato cambiato. Fino a poco fa se un riscatto di comproprietà non veniva onorato il giocatore automaticamente veniva assegnato alla comproprietaria per la cifra da essa stessa offerta) non gli si affaccia nemmeno nell'anticamera del cervello. Per lui, il «Signor Farina» è il miglior presidente d'Italia. Non cambia opinione nemmeno quando portiamo il discorso su un ipotizzabile smantellamento della squadra.

- Lelj se ne è già andato e si parla pure delle cessioni di Filippi e Carrera. Se così fosse quale potrebbe essere il destino del Vicenza?
«Non credo possano accadere cose del genere. Che senso avrebbe aver mantenuto me a costo di un notevole sforzo finanziario per smantellare quel che c'è intorno? Il Vicenza non è Rossi, io non sono altro che la pedina di un meccanismo ben congegnato, di un meccanismo al quale Fabbri ha saputo dare un volto, un gioco, un carattere, una personalità, uno stile».

- Valcareggi non è stato molto tenero parlando del futuro vicentino e di quello di Paolo Rossi. Da quel galantuomo che è ha riconosciuto i vostri grossi meriti, ma ha prospettato giorni difficili, quanto meno avari di gloria e di soddisfazioni.
«So che Valcareggi ha parlato di vita dura per noi, ma non credo possa avere conseguenze negative sul nostro rendimento. La squadra, se come credo e spero rimarrà quella che è, saprà ancora farsi apprezzare e valere sia come gioco che come risultati anche se forse un campionato come quello finito da poco potrebbe essere irripetibile. Irripetibile non per il diminuito rendimento nostro o per le maggiori attenzioni che potrebbero anche esserci dedicate, bensì per l'accresciuto tasso tecnico di qualche grosso club, vedi Inter, Milan, Roma Napoli».

- E per quanto riguarda Rossi in particolare?
«Ho già avuto il battesimo in Argentina e, a parte quelle remore psicologiche delle quali ho già parlato, non è che mi sia trovato in grosse difficoltà. Il calcio si gioca in undici. Se guardano me non guardano i miei compagni di squadra. Inquadrando questa considerazione nell'ottica di un Vicenza nel quale tutti possono fare gol, non vedo come e perché il rendimento complessivo della squadra dovrebbe risentirne. Potrei segnare meno io, ma segnerebbero di più gli altri. Il risultato non cambierebbe».





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19 febbraio 1978, LR Vicenza vs Milan 1-1,
Paolo Rossi con Luciano Gaudino prima della partita
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19 febbraio 1978, LR Vicenza vs Milan 1-1,
Paolo Rossi con Gianni Rivera prima della partita



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Paolo Rossi ed Egidio Calloni a Perugia
con il giornalista Mario Mariano, 1979
(per gentile concessione di Sergio Taccone)
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Paolo Rossi, Daniele Tacconi ed Egidio Calloni a Perugia, 1979
(per gentile concessione di Sergio Taccone)



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Giugno 1979, Paolo Rossi e Simonetta
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1979, Paolo Rossi ed Enrico Albertosi, dietro Fabio Cudicini



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Paolo Rossi a Vicenza, 1978-79
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Paolo Rossi nel Perugia 1979-80



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Paolo Rossi alla sua presentazione al Milan, estate 1985
(per gentile concessione di Sergio Taccone)




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Stagione 1985-86, Paolo Rossi, infortunato, a Milanello con Paolo Maldini



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Paolo Rossi su "Forza Milan!" di novembre-dicembre 1985



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1° dicembre 1985, Milan vs Internazionale 2-2: intervista di Paolo Rossi
(dalla "Gazzetta dello Sport")
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Paolo Rossi su "Intrepido Sport" del 10 dicembre 1985
(per gentile concessione di Emanuele Pellegrini)



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23 marzo 1986, Milan vs Roma 0-1:
una clamorosa occasione fallita da Paolo Rossi
(foto Ansa)
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Puzzle di Paolo Rossi, 1986-87
(by Giorgio Boccellari)



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Sciarpa "Paolo Rossi", 1985-86
(by Davide Foggy)



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Poster "Guerin Sportivo" di Paolo Rossi, 1985-86



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Fronte-retro maglia di Paolo Rossi indossata in Milan vs Waregem 1-2, Coppa Uefa 1985-86
(by Gabriele Castelli)




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John Biagini di Pistoia con la maglia indossata da Paolo Rossi
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(Nuovo San Siro Museum, by Federico Enrichetti)
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9 dicembre 2016, John Biagini con Paolo Rossi
e la maglia del Milan 1985-86




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Maglia Rossonera incontra Paolo Rossi
20 gennaio 2020, Milano
Paolo Rossi intervistato per Maglia Rossonera da Marco Giussani



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Dal sito www.gazzetta.it
10 dicembre 2020

È MORTO PAOLO ROSSI: IL CALCIO E L'ITALIA PIANGONO IL SIMBOLO DELLA NAZIONALE MONDIALE DEL 1982
L'ex attaccante nel 1982 fu capocannoniere del Mondiale vinto dagli Azzurri di Bearzot e vinse anche il Pallone d'oro. Morto a 64 anni per un male incurabile
Una notizia terribile, nel cuore della notte. Che sconvolge il mondo del calcio, italiano e mondiale. E gli italiani tutti insieme. A 64 anni è morto Paolo Rossi, sconfitto da un male inesorabile, l'eroe dell'Italia campione del mondo del 1982, quella che battè il Brasile di Zico, l'Argentina di Maradona, la Polonia di Boniek e in finale la Germania di Rummenigge. L'Italia di Zoff e Bearzot. Il protagonista principale fu Pablito, che veniva dalla squalifica per calcio scommesse e dopo un brutto inizio di Mondiale, decollò e con lui l'Italia di Collovati e del giovane Bergomi, di Tardelli che diventerà l'uomo dell'urlo e di Gentile attaccato ai pantaloncini di Diego, di Antognoni e del fantastico Bruno Conti.
CHE ANNO, IL 1982... - In quella estate del 1982 l'Italia intera scese in piazza per far festa, a Madrid per la finale volò anche il presidente Pertini, esultante in tribuna al fianco del re di Spagna. Paolo Rossi era un centravanti da area di rigore che viveva per il gol. Esplose nel Vicenza, passò al Perugia e poi alla Juventus per i suoi anni migliori. In nazionale fu il simbolo dell'Italia di Bearzot e alla fine di quella magica cavalcata vinse il Pallone d'Oro. Tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania in finale e così l'Italia conquistò il terzo titolo di campione del mondo. Dopo la Juve andò al Milan prima di chiudere la carriera a Verona. Insieme a Baggio e Vieri detiene il record di gol azzurro ai Mondali con 9, è stato il primo giocatore, poi eguagliato da Ronaldo, a vincere nelle stesso anno il Mondiale, il titolo di capocannoniere e il Pallone d'oro. Con la Juve ha vinto due scudetti, una coppa delle coppe, una Supercoppa Uefa e una Coppa dei Campioni, con il Vicenza un campionato di serie B nel quale fu capocannoniere. Conclusa la carriera di calciatore è stato a lungo opinionista per Mediaset e la Rai. Lascia la moglie, Federica, e tre figli: Sofia Elena, Maria Vittoria e Alessandro.
Mimmo Cugini




Dal sito www.gazzetta.it
10 dicembre 2020

SCALTRO E CON IL GOL NEL SANGUE: DA PRATO AL TETTO DEL MONDO CON BONIPERTI E BEARZOT
Il c.t del 1982 e l'allora presidente della Juve hanno creduto in Pablito anche dopo la squalifica di due anni per lo scandalo scommesse che lo aveva sfiorato. Nel dopo-calcio, è stato un apprezzato commentatore
Un dolore alla schiena, gli accertamenti diagnostici. In questi casi si pensa a una protrusione discale, un'ernia, nulla di irrimediabile. Poi il verdetto terribile: tumore ai polmoni. Paolo Rossi, il nostro Pablito di Argentina '78 e Spagna '82, se ne è andato così, in poco tempo, portato via da un male cattivo e infido. I colleghi della Rai, la tv per cui faceva l'opinionista, gli sono stati vicini. Gli hanno mandato video motivazionali per sostenerlo nella battaglia. Purtroppo questo 2020 non dà tregua. Due settimane dopo Diego Maradona, addio anche a Rossi. Una sequenza terribile, prima il re indiscusso di Messico '86, poi l'uomo copertina del Mundial di Spagna '82.
GLI INIZI - Nato a Prato, vicino a Firenze, Rossi muove i primi passi nella Santa Lucia. Si impone subito come attaccante agile, scaltro e con straordinario senso del gol. Ambrosiana e Cattolica Virtus sono le altre sue squadre, finché gli osservatori della Juve gli mettono gli occhi addosso. A Torino la trafila nelle giovanili. È un'ala ed è Osvaldo Bagnoli a intravvedere in lui le doti del centravanti. Succede nel 1975 al Como, dove Paolo è in prestito. La Juve poi lo gira al Vicenza e qui diventa grande. Nonostante i problemi ripetuti al ginocchio, tre menischi asportati, G.B. Fabbri lo lancia in via definitiva come numero 9 e Paolo Rossi vince la classifica cannonieri del 1977-78 con 24 gol. In estate la notizia clamorosa: Rossi è in comproprietà tra Vicenza e Juve e Giussy Farina, il presidente del club veneto, se lo aggiudica alle buste per oltre due miliardi di lire. Intanto Enzo Bearzot lo lancia in Nazionale e Paolo diventa Pablito al Mondiale del 1978 in Argentina, Mondiale in cui segna gol rapinosi e manda a rete Bettega architettando uno spettacolare triangolo contro l'Argentina padrona di casa.
L'INCIAMPO E IL RISCATTO - Sembra tutto bello e perfetto, ma sulla vita e sulla carriera di Rossi, nel frattempo passato al Perugia, incombe l'ombra dello scandalo scommesse. Lo squalificano per due anni in sede di giustizia sportiva, mentre viene assolto dalla giustizia ordinaria. I giudici del pallone gli fanno pagare un colloquio di pochi attimi con uno dei promotori del Totonero, breve dialogo nella serata di un ritiro, situazione in cui Rossi capisce l'impiccio e si defila in fretta. Più avanti uno dei soggetti coinvolti ammetterà che Rossi non era d'accordo su niente né aveva preso soldi, e che non era andato oltre qualche parola di circostanza. Al massimo, omessa denuncia. Nei due anni di fermo due persone credono in lui: Giampiero Boniperti, che se lo riprende alla Juve, ed Enzo Bearzot, il c.t. della Nazionale. Bearzot lo "interroga" sull'accaduto e si convince della buona fede del ragazzo. Lo difende contro tutto e contro tutti, e lo convoca per il Mondiale di Spagna. Nella prima fase Rossi è sotto peso, non ha tono muscolare, deambula in campo. La critica lo massacra, ma Bearzot tiene duro e viene premiato. Pablito esplode nella seconda partita della seconda fase, il 5 luglio 1982, al Sarrià di Barcellona, in Italia-Brasile 3-2. Segna una tripletta epica, che diventerà il titolo di un suo libro: "Ho fatto piangere il Brasile". Poi altri due gol contro la Polonia in semifinale e una rete all'allora Germania Ovest nella finale di Madrid. Italia campione del mondo. "Guardavo la folla, i compagni e dentro sentivo un fondo di amarezza - scriverà Pablito anni dopo -. Adesso dovete fermare il tempo, adesso. Non avrei più vissuto un momento del genere. Mai più per tutta la mia vita". Verità sacrosanta: raggiunto lo zenit, Pablito, complici le ginocchia ballerine, non può che scendere. La Juve, il Milan e poi l'ultima tappa, al Verona. Nel dopo, una bella carriera da commentatore, tra Sky, Mediaset e Rai, e un'attività imprenditoriale, un agriturismo in provincia di Arezzo. Adesso la morte, che ferisce come una coltellata al cuore. Ma Pablo è vivo, nell'eterno ricordo di quel pomeriggio al Sarrià. Pablito per sempre.
Sebastiano Vernazza




Dal sito www.gazzetta.it
10 dicembre 2020

I COMPAGNI DEL 1982. COLLOVATI: "SE NE VA PARTE DELLA MIA VITA". CABRINI: "PIANGO UN FRATELLO"
Il portiere: "I rapporti con lui erano stupendi". Collovati: "Se ne va parte della mia vita"
Una squadra indimenticabile, l'Italia che vinse il Mondiale 1982. I compagni di allora si sono svegliati con la morte nel cuore per la scomparsa di un loro fratello, Paolo Rossi. Si avverte tristezza nelle parole di Fulvio Collovati: "Mi continuano a scrivere nella chat i miei compagni del 1982... se ne è andata una parte di noi. Se ne va una parte della mia vita". Distrutto Antonio Cabrini, altra colonna di quella squadra che fece impazzire un'intera nazione: "Sei mesi fa ho perso un fratello, oggi ne piango un altro. Non voglio dire altro, per me questo non è il momento di parlare".
PEZZO DI STORIA DEL CALCIO  - Dino Zoff, eroe di quel Mondiale storico: "Mi dispiace tantissimo. Non so cosa dire, è stato fulmine a ciel sereno. Abbiamo sempre avuto un grande rapporto con Paolo, simpatico, intelligente, era un po' che non ci sentivamo, ci avevano detto qualcosa ma non pensavo fosse così grave. I rapporti con lui erano stupendi, era simpaticissimo. Intelligente, aveva tutto per stare bene. Qualcosa difficile da capire". Giancarlo Antognoni, oggi club manager della Fiorentina e protagonista del Mondiale '82, scrive il suo pensiero su Facebook: "Un altro pezzo di storia del mio amato calcio se ne va. Grande Paolo con te ho vissuto in Nazionale gli anni più belli. Ti voglio bene. R.I.P". Pietro Vierchowod: "È stato un grande giocatore del Mondiale '82 e soprattutto era una persona molto sensibile, una brava persona. Ci siamo visti nella Nazionale master, era anche molto a modo, era un bravo "ragazzo" anche se aveva 64 anni. Il 2020 è stato un anno veramente infausto, nato male e finito peggio. Rossi l'ho visto dagli esordi fino a quando ha smesso, era un centravanti atipico, si vedeva poco durante la partita ma in area di rigore come arrivava il pallone faceva gol. Giocatori con queste caratteristiche di rapina non ce ne sono, lui aveva la capacità di capire prima dove arrivava la palla anche dopo un rimbalzo o una carambola. È una grande perdita per il calcio mondiale. Avevo letto che non stava bene ma non pensavo che potesse lasciarci così presto". Bruno Conti: "Ci hai portato sul tetto del mondo. Maledetto 2020. Ciao Amico Mio Rip", scrive il romanista che su Instagram ha postato una foto in bianco e nero che lo ritrae con Rossi con la maglia in Nazionale, mentre si abbracciano.
ICONE - "Ci sono degli sportivi che sono delle icone e sono irraggiungibili. Paolo Rossi invece era non solo lo sportivo del Mondiale di Spagna '82, ma anche la persona più disponibile e alla mano mai conosciuta, il fratello di tutti ed il figlio che tutti i genitori avrebbero voluto avere": lo ha raccontato a Lady radio Giovanni Galli ricordando la figura del suo compagno di squadra a Spagna 82. "Faccio fatica a parlare perché c'è sempre la preoccupazione la mattina che arrivi una notizia terribile - ha continuato Galli -. Era successo con Maradona 15 giorni fa ed è successo oggi con Paolo Rossi. Lui era amico di tutti, sorrideva sempre a tutti, era sempre disponibile, sempre con un sorriso. Era difficile vederlo arrabbiato. Quando ci vedevamo, ricordavamo sempre una trasferta che avevamo fatto con la Nazionale Under 21 a Funchal in Portogallo. Tornammo il 24 dicembre a Milano, prendemmo la macchina insieme e quasi giungemmo a casa il giorno di Natale. Non ho parole per descriverlo perché sarebbero troppo povere per la sua generosità". Altobelli: "Ti voglio ricordare sempre sorridente grande Paolo". L'ex interista affida al suo profilo Instagram il ricordo di Rossi. "Due fratelli" ha poi aggiunto in un'altra stories commentando una foto che lo ritrae insieme all'attaccante azzurro. Poi, infine, un altro racconto su Instagram con una foto storica che immortala Altobelli e Rossi impegnati in un dialogo rilassato "prima di una partita".




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(dalla "Gazzetta dello Sport" del 10 dicembre 2020)
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La scheda di Paolo Rossi
(by Fabrizio Schmid)





VIDEO - Rai Sport
Paolo Rossi ospite da Gianni Minà, 1982




Dalla "Gazzetta dello Sport" dell'11 dicembre 2020
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11 dicembre 2020, Paolo 049 presente a Vicenza per rendere omaggio a Paolo Rossi
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(da Spazio Milan)
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10 dicembre 2020, Sparta Praha vs Milan 0-1
minuto di silenzio per Paolo Rossi




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12 dicembre 2020, funerali di Paolo Rossi: i Campioni del Mondo di Spagna 1982 portano a spalle la bara di Paolo Rossi



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(dalla "Gazzetta dello Sport" del 12 dicembre 2020)
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(dalla "Gazzetta dello Sport" del 13 dicembre 2020)



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13 dicembre 2020, Lidio Donà depone una sciarpa delle Brigate Rossonere Sez. Veneto accanto al feretro di Paolo Rossi



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(dal "Giornale di Vicenza" dall'8 ottobre 2021, grazie a Luigi La Rocca)



Da pagina facebook “Forza Milan!”
23 settembre 2022

Un ricordo di Paolo Rossi sulla sua esperienza al Milan in una intervista alcuni anni prima di morire nel Dicembre del 2020: "Avevo 17 anni quando venni a Milano per la prima volta per la partita Inter-Juventus valevole per la Coppa Italia. L’anno prima ero entrato nelle file dei giovani dei bianconeri. Dopo due anni fui promosso nella prima squadra. Per quel match rimasi in panchina, ma almeno ebbi modo di godermi la bellezza dello Stadio di San Siro. Lì mi sembrava di vivere in un sogno, ero alla Scala del calcio, purtroppo restai poco in città. Nel capoluogo lombardo raccolsi i frutti delle mie prime affermazioni. Infatti a 20 anni fui scelto per due sponsorizzazioni importanti: la Polenghi Lombardo e la Coca Cola. E in entrambi i casi venni a Milano per firmare i contratti e fare le campagne pubblicitarie. In particolare per la Coca Cola, mi recai negli uffici della multinazionale in Galleria Passerella per formalizzare l’accordo e vigeva l’usanza di far siglare i documenti con una penna d’oro, che poi restava al personaggio che firmava. Io quella penna la conservo ancora. Al Milan però ci arrivai soltanto molti anni dopo... era il 1985. Vissi qui per un anno soltanto. Purtroppo la gioia di trasferirmi in una Squadra che avevo sempre ammirato, non coincise con un periodo felice della mia carriera. Ormai stavo quasi per terminare e avevo avuto alcuni infortuni, in cuor mio sapevo che non avrei potuto continuare per molto, ma ero convinto che al Milan avrei ritrovato stimoli e possibilità per sorprendere ancora. In quegli anni la squadra aveva alcuni problemi societari, il presidente Giussy Farina che mi aveva voluto fortemente riportare in una sua Squadra dopo i fasti di Vicenza, spese molto per prendermi dalla Juventus am aveva debiti e i conti erano in rosso... fu costretto a fare un passo indietro, subentrarono i vicepresidenti Lo Verde e Nardi, ma mancava una guida certa, poi arrivò Berlusconi, ma questa è tutta un'altra storia. Io comunque quando guarii scesi in campo in diverse partite ma quella che mi resta indimenticabile è il Derby contro l’Inter. Feci una doppietta e anche se finì in pareggio, per quella partita mi sentii di nuovo vivo, di nuovo Pablito. Decisi di prendere casa a Milano, nonostante i colleghi preferissero vivere nei dintorni di Milanello. Amavo andare in centro con la mia auto, allora avevo una Mercedes grigia 3000 e parcheggiavo nei dintorni del Duomo. A via Domenichino, trovai un appartamento al n. 45. Quella strada mi piaceva molto: era comoda per raggiungere l’autostrada e poi era a due passi dalla vecchia Fiera campionaria. La vita da calciatore è ingrata, non ti lascia molto tempo da dedicare agli affetti. Quando potevo stavo in casa e facevamo passeggiate nei dintorni della via Domenichino. Mi resta sempre il ricordo di una zona elegante, discreta, lontana dal traffico. Un particolare simpatico era che con i colleghi che abitavano a Milano ci davamo appuntamento in piazzale Lotto per andare a Milanello usando una sola auto. Di solito mi trovavo con Franco Baresi e Mauro Tassotti. Alcune volte invece mi passava a prendere l’allenatore Nils Liedholm, un autentico signore. Ma a me questa città resta nel cuore anche per Enzo Bearzot. Sì. Lui abitava in via Crivelli. Avevamo un rapporto meraviglioso. Mi ha insegnato molto. E’ stato lui a insistere con me, a volere che andassi al Milan perchè voleva portarmi a Mexico '86 e mantenne la promessa anche se io non giocai mai, ero nuovamente infortunato e non potei aiutare quella Squadra. Ho avuto una carriera particolare con tanti alti e bassi e concentrata nell’arco di 8-9 anni in cui ho fatto quello che altri di solito fanno nel doppio del tempo. La vittoria del Mondiale del 1982, il titolo di capocannoniere e il pallone d’oro. Dopo il trionfo contro la Germania dell’11 luglio mi chiesi: cosa posso vincere ora? Questi ricordi addolciscono l’amarezza di aver concluso il mio percorso non al massimo della forma, dando al Milan e ai suoi tifosi poche soddisfazioni". #ForzaMilan



Due immagini di Paolo Rossi in azione, stagione 1985-86



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