Gianni RIVERA
"Golden Boy"

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Cartolina stagione 1977-78, archivio Luigi La Rocca, Milano



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  Giovanni (detto Gianni) RIVERA

Nato il 18.08.1943 a Valle San Bartolomeo (AL)

Centrocampista (C) e Vicepresidente, m 1.75, kg 68

DA GIOCATORE:

Stagioni al Milan: 19, dal 1960-61 al 1978-79

Soprannomi: “Golden Boy”, “Abatino”

Proveniente dall'Alessandria

Esordio nel Milan in gare amichevoli il 14.05.1959: Milan vs Dopolavoro Rizzoli Milano 5-0

Esordio nel Milan in gare ufficiali e in Coppa Italia il 18.09.1960: Alessandria vs Milan 3-5

Esordio nel Milan in Campionato (Serie A) il 25.09.1960: Milan vs Catania 3-0

Ultima partita ufficiale giocata con il Milan il 13.05.1979: Lazio vs Milan 1-1 (Campionato)

Ultima partita amichevole giocata con il Milan il 07.06.1979: Andes Talleres vs Milan 3-2

Totale presenze in gare ufficiali: 658 (di cui 501 in campionato, 74 in Coppa Italia, 76 nelle Coppe Europee e 7 in Altri Tornei)

Reti segnate: 164 (di cui 122 in campionato, 28 in Coppa Italia, 13 nelle Coppe Europee e 1 in Altri Tornei)

Nelle Amichevoli 299 presenze e 150 reti, per un totale complessivo di:
957 presenze e 314 reti con la maglia del Milan


Palmares rossonero: 3 Scudetti (1961-62, 1967-68, 1978-79), 2 Coppe dei Campioni (1963, 1969), 1 Coppa Intercontinentale (1969 - 1 gol nella gara di ritorno), 2 Coppe delle Coppe (1968, 1973), 4 Coppe Italia (1967, 1972, 1973, 1977), 1 Pallone d’Oro (1969 - primo italiano a vincerlo), 1 titolo di Capocannoniere del Campionato di Serie A (1972-73 - 17 reti), 1 finale a/r di Supercoppa Europea contro l’Ajax (1974), 1 finale di Coppa delle Coppe contro il Magdeburgo (1974)

Esordio assoluto in Serie A il 02.06.1959: Alessandria vs Internazionale 1-1

Esordio in Nazionale Italiana il 13.05.1962: Belgio vs Italia 1-3

Ultima partita giocata in Nazionale Italiana il 19.06.1974: Italia vs Argentina 1-1

Totale presenze in Nazionale Italiana: 60

Reti segnate in Nazionale Italiana: 14

Palmares azzurro: 1 Campionato Europeo per Nazioni (1968), Vicecampione del Mondo in Messico (1970)

DA VICEPRESIDENTE:

Stagioni al Milan: 7, dal 1979-80 al 1985-86



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Ha giocato anche con l'Alessandria (A), squadra nella quale è cresciuto.

Vicepresidente del Milan dal 1.7.1979 al marzo 1986.

Ha tre figli: Nicole Maria Luisa, avuta da Elisabetta Viviani; Chantal e Gianni (classe 1996), avuti da Laura Marconi.

"E' stato, per quasi un ventennio, la "Bandiera" del Milan, di cui è diventato il Capitano nel 1966, a 23 anni e con il quale è salito alla ribalta internazionale conquistando tutti i Trofei che una squadra di calcio potesse conquistare. Ancora molto amato dai tifosi rossoneri, in un sondaggio della "Gazzetta dello Sport" è stato eletto miglior giocatore rossonero del secolo. Attualmente è Sottosegretario alla Difesa." (nota di Colombo Labate)












"Gianni Rivera è stato uno dei più grandi calciatori italiani di tutti i tempi. Nella sua ventennale carriera giocata quasi esclusivamente nel Milan, squadra in cui arrivò giovanissimo nel 1960 dopo l'esordio in Serie A con l'Alessandria, Rivera ha vinto tutto ciò cui può ambire un giocatore di calcio: 3 Scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 1 Coppa Intercontinentale, 2 Coppe delle Coppe, 4 Coppe Italia e 1 Pallone d'Oro quale miglior giocatore europeo. Dotato di un innato senso del gioco e di un eccezionale talento, affinatosi giocando durante i primi anni al Milan, accanto a campioni del calibro di Liedholm, Sani e Altafini, con il pallone tra i piedi ha sempre fatto ciò che ha voluto. La fragilità fisica che taluni gli rimproveravano (Brera lo chiamò "l'Abatino") è stata clamorosamente smentita dalla sua longevità calcistica sempre ad altissimi livelli.
Quando lasciò il calcio, nel 1979 a quasi 36 anni, aveva giocato coi rossoneri 501 partite di campionato, segnando 123 gol e togliendosi la soddisfazione, nell'ultimo anno di attività, di guidare il "suo" Milan alla conquista del sospirato decimo scudetto, quello della "Stella". Nonostante questo incredibile curriculum, la vita calcistica del "Golden Boy" ha conosciuto delusioni e amarezze, oltre che grandi soddisfazioni. Polemiche feroci con gli arbitri (ormai mitica la sua guerra personale con Concetto Lo Bello), che pagò con mesi di squalifica, la lotta contro Buticchi, presidente reo di volerlo svendere al Torino, gli scontri con allenatori "non degni del Milan". Furono sempre gli altri a lasciare: Buticchi la presidenza, Giagnoni la panchina, mentre lui, amatissimo dai tifosi, rimase fino alla fine. Anche con la Nazionale ebbe un rapporto assai movimentato. In azzurro Rivera ha giocato 60 partite, realizzato 14 reti e vinto un campionato d'Europa nel '68, ma il suo nome resta legato in modo particolarissimo ai mondiali del '70 in Messico, per i disaccordi con Valcareggi, la "staffetta" con Mazzola, il gol della vittoria nella storica semifinale contro la Germania e per l'incredibile esclusione dalla finalissima di cui giocò gli ultimi sei minuti, diventati memorabili. Il 10 giugno 1979 annunciò il suo ritiro dal calcio giocato, lasciando un vuoto incolmabile nello sport italiano e un'infinita serie di splendidi ricordi in tutti gli sportivi e nei tifosi del Milan, di cui è diventato un simbolo. Dopo una breve parentesi come dirigente della società rossonera, Gianni Rivera abbandonato definitivamente il modo del calcio, si è dedicato con successo alla carriera politica." (Dal "Calendario storico del Milan 1992", Alberto Peruzzo Editore)

"527 partite in serie A, 501 in rossonero, 128 gol, 20 campionati giocati, 3 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 1 Coppa Intercontinentale, 2 Coppe delle Coppe, un Pallone d'oro, 60 presenze in malia azzurra e 14 gol. Sono cifre che si commentano da sole. Nessun altro campione nella storia rossonera, tranne Franco Baresi, si è identificato così strettamente con le vicende e con l'anima di questa squadra. L'unicità di Rivera è racchiusa nei due soprannomi che l' hanno accompagnato durante la sua carriera: "golden boy", coniato dalla stampa inglese , e "abatino" come amava definirlo Gianni Brera. Proprio la contraddizione di questi due nomignoli e le polemiche che divisero i critici e appassionati in "riveriani" e anti-riveriani" hanno fatto di Rivera la bandiera per eccellenza del tifo rossonero. I suoi lanci precisi, il suo dribbling lento ma inesorabile, i suoi gol eleganti sono patrimonio incancellabile della storia del Milan e del calcio mondiale. Ombre ed incomprensioni hanno accompagnato le sue 60 presenze con la nazionale italiana, rischiarate però dal gol del 4 a 3 in Italia - Germania Ovest dei Mondiali messicani." (Dal sito AC Milan.com)

"Da fuoriclasse a onorevole. Quello che secondo molti è stato il più grande giocatore italiano di tutti i tempi, si destreggia oggi tra i banchi della politica. Giocatore di classe sopraffina, esordì in serie A con la maglia grigia della sua città, in Alessandria-Inter 1-1, il 2 giugno 1959 all'età di 15 anni. Nel maggio del '59 Franco Pedroni, ex giocatore del Milan e allenatore-giocatore della società piemontese, portò Gianni in prova alla squadra rossonera. Rivera giocò al fianco di Schiaffino, con Liedholm, Altafini e Grillo. Il Milan lo acquistò immediatamente lasciandolo per un'altra stagione in Piemonte a farsi le ossa.
Nel campionato successivo l'Alessandria perse a San Siro, e il gol della bandiera fu siglato dal giovane Gianni. Dall'estate 1960 comincia la favola. Per averlo il Milan cedette tre giocatori e un conguaglio di 60 milioni all'Alessandria.
Rocco voleva darlo in prestito al Padova per un'altra stagione affinché si irrobustisse, ma Viani tenne duro. A Milano Rivera ha vestito la maglia rossonera per 19 campionati vincendo tutto: 3 scudetti, 4 coppe Italia, 2 coppe dei Campioni, 2 coppe delle Coppe, 1 coppa Intercontinentale. Il primo scudetto arrivò alla seconda stagione, che inaugurò il primo grande ciclo del Milan, che l'anno dopo trascinò a Wembley alla conquista della prima coppa Campioni. Era Milan di Nereo Rocco. Il suo addio al calcio sarebbe coinciso nel '79 con la 'stella'. 527 partite (501 nel Milan del quale è il fedelissimo) e 128 reti rappresentano il suo bottino in serie A. Nel '69, primo italiano, fu insignito del Pallone d'oro, il maggiore riconoscimento per un calciatore a livello personale. Nella nazionale, con cui ha debuttato nel '62 non ancora diciannovenne (Bruxelles, Belgio-Italia 1-3) ha giocato 60 partite corredate da 14 gol. Ha chiuso la sua avventura azzurra a 30 anni. Ma il suo rapporto con l'Italia, con cui nel '68 ha vinto il campionato europeo per nazioni. è stato tormentato. Appartiene alla storia la staffetta messicana con Mazzola, ma soprattutto il gol-vittoria nella leggendaria semifinale con la Germania (4-3).
A 36 anni, dopo aver vinto lo scudetto della 'stella' si fece da parte e iniziò a studiare da onorevole. (Dal sito www.acmilan.net)




CARRIERA IN ROSSONERO (CAMPIONATO)
STAGIONE TORNEO PRESENZE RETI

1960-61

Serie A

30

6

1961-62

Serie A

27

10

1962-63

Serie A

27

9

1963-64

Serie A

27

7

1964-65

Serie A

29

2

1965-66

Serie A

31

7

1966-67

Serie A

34

12

1967-68

Serie A

29

11

1968-69

Serie A

28

3

1969-70

Serie A

25

8

1970-71

Serie A

26

6

1971-72

Serie A

23

3

1972-73

Serie A

28

17

1973-74

Serie A

26

6

1974-75

Serie A

27

3

1975-76

Serie A

14

1

1976-77

Serie A

27

4

1977-78

Serie A

30

6

1978-79

Serie A

13

1
CARRIERA IN ROSSONERO
(COPPA ITALIA)
STAGIONE PRESENZE RETI

1960-61

1

0

1961-62

1

0

1962-63

-

-

1963-64

1

0

1964-65

-

-

1965-66

1

0

1966-67

6

7

1967-68

5

3

1968-69

4

1

1969-70

3

1

1970-71

10

7

1971-72

6

2

1972-73

6

3

1973-74

5

1

1974-75

4

0

1975-76

5

1

1976-77

7

0

1977-78

5

1

1978-79

4

1




Articolo di Saverio Fiore

DIECI E LODE
C'è un film kolossal chiamato Milan che va in scena tutte le domeniche da 107 anni, un film a luci rossonere che ha eccitato intere generazioni, per interpretarlo si sono alternati attori e registi da Oscar, ma il più premiato e venerato è senz'altro un taciturno ragazzo di provincia, di quella provincia settentrionale che nel dopoguerra fu la motrice per la rinascita economica di un intero paese.
Che lo vogliate chiamare Golden Boy o Abatino per me poco importa, di certo dovete chiamarlo fuoriclasse, autentico dentro e fuori dal rettangolo verde, qui si tratta della storia del Milan signori, e non solo, in piedi c'è Gianni Rivera. La provincia di cui sopra è quella alessandrina, Gianni nasce lì nel 1943, frequenta l'oratorio dove comincia a tirar calci ad un pallone, quell'oratorio che al tempo rappresentava il focolare a cui si avvicinavano molti virgulti giovincelli nelle ore libere dallo studio, quando non c'era ancora internet o la tv ad allontanarli ed isolarli dal resto del mondo, il parroco è Padre Eligio con cui manterrà ottimi rapporti anche quando diventerà un campione affermato e tra una cassola piemontese ed un Padre Nostro viene notato e comincia a giocare nelle file dell'Alessandria, ed a soli quindici anni (!!) matura il suo esordio e chi ti incontra, vi sfido ad indovinare, si proprio l'Inter, sembra un destino ineluttabile, ma le sfide coi nerazzurri saranno un piatto forte di tutta la sua carriera ed in particolare quelle con il suo rivale di sempre, Sandro Mazzola, con il quale sarà protagonista della famosa staffetta del '70 introdotta dal CT Ferruccio Valcareggi, che alterna nella posizione di suggeritore i due talenti. Nonostante fosse partito in panchina, Gianni segna il gol del definitivo 4-3 nella leggendaria semifinale contro Germania, ma subisce l'umiliazione di giocare nella "Caporetto" contro il Brasile di Pelè solamente sei minuti, i sei minuti più famosi della storia del calcio (fortunatamente anche più famosi di quelli di Istanbul), ed in quel periodo che viene coniato il famoso slogan "se c'era Rivera non si perdeva" e sempre in quel periodo la rivalità tra i due campioni raggiunge toni epici e nazionalpopolari tanto da dividere gli sportivi di tutta Italia come solo Coppi-Bartali prima di loro.
Dal 1960 si trasferisce al Milan adottato dal padre putativo, quel Nereo Rocco che lo trasformerà nel numero uno che sarà Pallone d'Oro, scandendo con le sue giocate, con i suoi gol, con le sue poesie balistiche vent'anni di calcio italiano e, per nostra fortuna, milanista. I veterani come Liedholm, Schiaffino e Altafini lo inquadrarono immediatamente come un talento purissimo, sentenziando da subito la brillante carriera che lo aspetterà. Quale sia la sua rete più bella o la giocata più sapiente non è dato sapere, sarebbe un gioco poco divertente e superfluo e che metterebbe da parte altre perle e fantasie meritevoli di essere menzionate. Ma sono gli assist il suo cavallo di battaglia, possiamo provare a ricordare quello che fornì ad Altafini contro il Benfica nel '63 oppure il tacco che suggerì a Pierino Prati la seconda rete contro l'Ajax nel '69, o quando sempre in quella serata che regalò la seconda Coppa dei Campioni, si diede alla fuga che lo portò davanti al portiere Bals, si allargò troppo sulla sinistra ed allora, con l'illuminazione di un genio, la collocò sulla testa del solito Pierino per il gol del 4 a 1. Ma forse la sua immagine più bella è rappresentata dal giorno della conquista della stella, il decimo tricolore, quando, per l'ultima volta in rossonero riuscì dove le forze dell'ordine fallirono, l'altoparlante invitava ad abbandonare una zona pericolante dello stadio, ad un certo punto uscì dallo spogliatoio armato di microfono, un tifoso arrivato apposta da Reggio Calabria dandogli del lei lo esortò a fare qualcosa per evitare l'ennesima beffa e per non tornare indietro senza successo, la scena fu commovente, seguì una breve raccomandazione e di colpo la massa umana si spostò, facendo cominciare l'incontro e cancellando in un sol colpo i dolori della "fatal Verona" e di Concetto Lo Bello, prima che il tornado del calcioscommesse si abbattesse sul diavolo e tutto ciò che sappiamo. Una volta finita la carriera di calciatore viene eletto Vice Presidente del Milan dal 1979 al 1986, prima dell'arrivo di Sua Emittenza Silvio Berlusconi, con il quale non legherà mai, e che lo costringerà a rassegnare le dimissioni e ad allontanarsi dal diavolo per trovare spazio in politica. Forse fu un errore, forse una figura di tale spessore ed integrità sarebbe stata utile alla causa rossonera, forse Silvio fu troppo precipitoso, probabilmente avrebbe significato per noi quello che è stato Facchetti per l'Inter, un uomo probo e leale che forse non avrebbe permesso il prodursi di calciopoli tra le nostre fila. Chi lo sa, una sola cosa è certa non lo dimenticheremo mai, grazie di tutto al rossonero più vintage che c'è.



Dal sito www.biografieonline.it

TALENTO PLACCATO ORO
Gianni Rivera nasce ad Alessandria il 18 agosto del 1943. Calciatore di fama mondiale, poi anche politico italiano, è passato alla storia per essere stato il primo calciatore italiano ad aver vinto il Pallone d'Oro, nel 1969: il più ambito riconoscimento individuale che si assegna ad un giocatore di calcio
Il "bambino d'oro", o "golden boy", come lo soprannomina subito il grande giornalista sportivo Gianni Brera, si mette subito in luce nelle fila della squadra della sua città, l'Alessandria, dov'è cresciuto sin dalle giovanili.
L'esordio in serie A per l'esile Giovanni, poi per tutti Gianni, arriva il 2 giugno del 1959, quando ancora non ha compiuto sedici anni. La partita è Alessandria - Inter e Rivera esordisce, giocando una manciata di minuti nel primo campionato nazionale italiano. Quello stesso anno, con un gol segnato, diventa anche il secondo giocatore più giovane della Serie A ad aver fatto gol, dopo il collega Amedeo Amadei.
A scoprire il suo talento e a proporlo alla squadra con cui poi diventa famoso, è Franco Pedroni, anche lui vecchia conoscenza milanista. Quell'anno è l'allenatore in seconda dell'Alessandria e in estate, propone in talentino fatto in casa al Milan. Nel provino decisivo, Gianni Rivera incanta soprattutto Schiaffino, all'epoca campione dei rossoneri, ed è proprio il fuoriclasse uruguaiano a convincere la dirigenza ad acquistarlo. Le remore, infatti, riguardavano esclusivamente l'ambito fisico, considerato che il sedicenne campioncino era ancora in pieno sviluppo, quindi molto esile e gracilino.
Rivera resta anche la stagione successiva in maglia grigia, in attesa del grande passo. Qui si svezza, gioca 27 partite e realizza anche 6 gol. È un regista, una mezzapunta classica, ma ben presto si rivelano anche le sue doti di cannoniere.
L'anno dopo, nella stagione 1960/1961, Gianni veste la casacca rossonera, per la prima di ben diciannove stagioni.
Nel 1962, all'età di soli diciotto anni, Rivera riceve la sua prima chiamata in azzurro, nella partita amichevole Belgio-Italia, disputata a Bruxelles e vinta dall'Italia per 3-1. Quello stesso anno, a coronamento di una stagione entusiasmante, il "bambino d'oro" conquista con il Milan il suo primo scudetto. E, anche se come riserva di lusso, raggiunge la nazionale ai Campionati Mondiali del 1962.
Grazie a questa annata calcistica fenomenale, è considerato dalla stampa e dall'opinione pubblica il miglior talento europeo in circolazione, tanto che nel 1963 arriva secondo al Pallone d'Oro, subito dopo il leggendario portiere russo Lev Jasin, il primo e unico portiere ad essersi aggiudicato l'ambito premio. Ma non è tutto, perché il biennio d'oro di Gianni Rivera si conclude con la vittoria della Coppa dei Campioni, la prima della sua carriera.
Dopo alcuni anni in cui cresce e dà spettacolo, bisogna aspettare il 1968 per rivederlo in grande stile sulle scene, soprattutto dopo il Mondiale del 1966 in cui, come tutta la squadra, anche lui ha fatto flop. Al termine di quella stagione, il suo Milan si aggiudica di nuovo lo scudetto e, in primavera, anche la Coppa Campioni, la seconda e ultima vinta dal "golden boy". Quell'estate, è protagonista con gli azzurri della vittoria ai campionati europei, vinti per la prima volta dall'Italia. L'anno dopo, nel 1969, si aggiudica la Coppa Intercontinentale, la quale fa del Milan la squadra più forte al mondo.
L'incredibile biennio vale a Gianni Rivera anche il Pallone d'Oro, nel 1969, il primo ricevuto da un calciatore italiano.
Al Mondiale del 1970 tutti si aspettano che Rivera trascini gli azzurri verso il titolo, ma né lui, né i suoi compagni, compreso quell'Alessandro Mazzola con cui deve fare la famosa "staffetta" voluta dall'allenatore Ferruccio Valcareggi, hanno fatto i conti con il Brasile di Pelé. I Mondiali per l'Italia si rivelano splendidi fino alla finale, quando nella partita precedente, grazie anche al gol decisivo di Rivera, battono i forti tedeschi, in quell'Italia-Germania 4-3 definita da molti come la partita più emozionante del secolo. In finale però gli azzurri subiscono quattro reti da Pelé e compagni, e Gianni Rivera cade vittima più che mai della "staffetta" con Mazzola, giocando solo gli ultimi sei minuti ed entrando al posto di Roberto Boninsegna.
Durante gli anni '70 Gianni Rivera passa ottime stagioni al Milan, diventando il capitano di una squadra forte che però, solo nel 1979 riesce a riconquistare lo scudetto, il decimo. È la sua ultima stagione sui campi; l'anno dopo passa dietro la scrivania ricoprendo la carica di vicepresidente del Milan, dopo ben 19 stagioni e dopo aver giocato in totale 658 partite e segnato 164 gol. Nella sua carriera di calciatore va ricordato l'anno 1973 quando con Paolo Pulici e Giuseppe Savoldi, si aggiudica la classifica cannonieri con 17 gol segnati. Durante questi anni vince anche quattro Coppe Italia e due Coppe delle Coppe, giocando nel 1974 il suo quarto e ultimo Mondiale (uno dei pochi giocatori della storia del calcio ad aver superato la soglia dei tre mondiali). Risale proprio alla competizione massima la sua ultima presenza in azzurro, nel match tra Italia e Argentina, terminato 1-1.
Coniugato con Laura Marconi, Gianni Rivera è considerato uno dei "numeri 10" più forti della storia del calcio, stando alle numerose classifiche stilate da giornalisti ed esperti nel corso degli anni successivi alla sua attività sportiva.
Di lui il noto attore e tifoso rossonero Diego Abatantuono, ha avuto modo di dire: "Diventai milanista perché da piccolo trovai un giorno per terra il portafoglio di mio nonno. Lo aprii e vidi le foto ingiallite di Padre Pio e Gianni Rivera, che io non conoscevo, non sapevo chi fossero. Lo chiesi a mio nonno e lui mi spiegò: uno fa i miracoli, l'altro è un popolare frate pugliese". Nel 1987, lasciata la carica di vicepresidente del Milan, Gianni Rivera cerca di portare la propria esperienza e umanità nella politica italiana. È subito eletto, quello stesso anno, nelle liste della Democrazia Cristiana. Nel 1994 poi, in seguito allo scioglimento della Dc, entra nel Patto Segni, diventandone poi Presidente, e viene nuovamente eletto in Parlamento. Due anni dopo passa con l'Ulivo di Romano Prodi, ricoprendo la carica di sottosegretario alla Difesa, fino al 2001. Quello stesso anno, il Comune di Roma lo fa consulente per le Politiche Sportive. Nel 2005 poi, prende parte al Parlamento Europeo, subentrando a Mercedes Bresso, eletta nel frattempo presidente della Regione Piemonte. Dal febbraio del 2008 fa parte del movimento politico centrista Rosa per l'Italia.




Dal sito www.golcalcio.it

L'INIZIO DELLA CARRIERA DI UNA LEGGENDA: "IL GIOVANE RIVERA"
Dal debutto all'Alessandria, al primo campionato non facile nel Milan, allo scudetto 1961-62

Parlare di Gianni Rivera non è facile. Si rischia sempre di cadere nel "già detto", "già scritto", oppure di coniare per l'ennesima volta lodi e appellativi sempre giustissimi.
La sua storia comincia ad Alessandria, città natia, dove cresce nella squadra locale e debutta in seria A il 2 giugno 1959 contro l'Inter: Finirà 1 a 1.
Lo stesso giocatore ricorda quella partita come "il mio esordio no fu straordinario, non fu un grande domenica, e non fu una grande domenica per la mezzala destra quella volta, Rivera !".La svolta della carriera arriva grazie a Pedroni, vincitore con il Milan nel 1955 e ora speciale osservatore che segnala al club rossonero questo giovane, gracile ma di grande talento. Viani lo vede giocare e fiuta la stoffa del campione e l'affare è concluso; Rivera sarà in comproprietà e giocherà ancora una stagione nell'Alessandria, collezionando 25 presenze e 6 reti.
In estate, ormai con la maglia del Milan, Rivera strabilia alle Olimpiadi di Roma. L'Italia giunge quarta in un torneo segnato dalla sfortuna ma è una squadra zeppa di futuri campioni come Trapattoni, Radice e Salvadore. Il giovane talento gioca come ala destra, poi sinistra.


Poi la grande e storica svolta. Nella stagione 1960-61 passa al Milan. I rossoneri di quel periodo sono una squadra guidata da Viani che lotta per lo scudetto direttamente con la Juventus e dove nella sue file gioca quella leggenda che porta il nome di Juan Alberto Schiaffino. L'allenarsi e il giocare insieme al grande uruguaiano porterà grandi insegnamenti al giovane Rivera, che alterna grandi cose a partite spente per mancanza di energia.
Nelle ultime partite della stagione, con l'arrivo del caldo, giocherà partite incolore. Un torneo che termina nella tristezza, lo scudetto viene vinto dalla Juve di Sivori e Charles.Gianni sarà presente in trenta gare realizzando sei reti. Il ruolo per Gianni è quello di mezzala sinistra, un ruolo offensivo. Il suo fisico esile fa però già suscitare molti dubbi e l'anno dopo arriva Nereo Rocco che lo vede troppo fragile e propone un prestito al Vicenza, formazione ottima per "farsi le ossa". Si parla anche di Juventus, ma i bianconeri non sono interessati. Addirittura lo si vuole prestare al Boca Juniors ! Alla fine Rivera si deve sedere rimane in panchina, non giocando le prime partite. Rocco vuole rivoluzionare la squadra; niente più Schiaffino e Liedholm ma giovani e già maturi talenti insieme agli assi Greaves ed Altafini. La prima partita della stagione la gioca con la maglia numero 7 contro la Sampdoria, la settimana successiva rivesta il ruolo nell'ala contro l'Inter strappando applausi a scena aperta. Vittoria del Milan per 3 a 1 e primo posto in classifica insieme all'Atalanta. La svolta per Gianni è l'abbandono dell'inglese Greaves, geniale ma indisciplinato cannoniere della squadra, e l'arrivo dal Brasile del regista Dino Sani. Sarà lui la mezzala destra e pronto a rifinire ed a attaccare ecco l'altra nuova mezzala, Gianni Rivera.
In campionato però l'Inter si allontana prendendo il "largo" arrivando a cinque punti di distacco dai rossoneri. La rimonta termina a gennaio con i nerazzurri sconfitti a Firenze per 4 a 1 e netto 3 a 0 per Maldini e company con il Bologna. La Fiorentina è prima in classifica a pari merito con le due milanesi. Alla 28sima giornata il 4 marzo la svolta del campionato; big-match con la Fiorentina a S.Siro e vittoria per 4 a 1. La prima rete proprio in apertura è di Rivera. La stagione sarò un crescendo di soddisfazioni; "Ogni lunedì sui giornali mi ritrovavo riconosciuto come un eroe nazionale; se indovinavo un passaggio ero paragonato a Schiaffino, se azzeccavo un gol a Meazza..."
I rossoneri macinano il loro avversari. Un 4 a 2 al Comunale con la Juve, un 4 a 0 con il Padova con doppietta di Rivera e il la squadra di Rocco continua alla grande. Con il Mantova vittoria con rete di Gianni e l'otto aprile 1962 è il grande giorno; mancano due partite alla conclusione e il vantaggio sui viola secondi in classifica è di tre punti; il Milan si impone per 4 a 2 con il Torino, reti di Rivera, un autorete e doppietta di Altafini, mentre la Fiorentina tracolla e Lecco. E' festa per il giovane Gianni, il Milan è campione d'Italia, il primo successo di un grande carriera.




Dal sito www.raisport.it

di Gianni Rivera
L'INIZIO DELLA CARRIERA DI UNA LEGGENDA: "IL GIOVANE RIVERA"
Dal debutto all'Alessandria, al primo campionato non facile nel Milan, allo scudetto 1961-62

Sessantaseisecondi. Solo molti anni dopo mi sono preso la briga di cronometrarli. Avete sbrodolato treni di inchiostro sui sei minuti di Rivera in Messico, la finale persa contro il Brasile, chissà come sarebbe finita altrimenti? Mentre nessuno di voi si è soffermato, mai, sui sessantasei secondi più lunghi della mia vita, dalla merda al cielo in poco più di un minuto: la semifinale con la Germania viaggiava lenta incontro al fischio finale, mancavano sì e no dieci minuti, al termine del secondo tempo supplementare. Annaspavamo un vantaggino esile esile, il gol di Riva che ci aveva catapultati sul 3-2. Però: c'era bisogno di una mano, là dietro, altrimenti che razza di capitano ero? Perbacco: il capitano del Milan, miglior calciatore europeo del 1969 e con i miei rossoneri campione mondiale, nello stesso anno, al termine della guerriglia intercontinentale di Buenos Aires, di fronte agli argentini dell'Estudiantes.

Altro che futbol, quelli ci prendevano a calci nella schiena, Pierino Prati finì prima in barella poi all'ospedale, due di loro li sbatterono in gattabuia: lesioni volontarie. Eravamo passati in vantaggio alla mezzora, un gol dei miei, scartai perfino il portiere, ricordo si chiamava Poletti, come il nostro terzino qui in Messico. Trovò il modo di vendicarsi, Poletti, fu proprio lui a rifilare il calcione da tergo a Pierino, stramazzato a terra dopo un'entrata assassina. Prima del riposo ci fecero due gol, lo stadio si fece bolgia, il prato zeppo di carta a rotoli, dalle tribune volava di tutto, preservativi consumati, gavettoni di piscio, monetine e bottiglie. Ma resistemmo. Finì 2-1, a San Siro avevamo vinto facile, 3-0, la coppa intercontinentale era nostra.
Sto divagando. Non devo. Un vero capitano non può perdere la concentrazione. Mai. Sarà anche vero, Rivera non deve sfiancarsi, è il nostro Golden Boy, lui, deve mantenersi lucido, pronto per il tocco di genio. Ma ora qui, in Messico, è tutta un'altra musica, la partita ha smarrito il copione, perfino i tedeschi hanno perduto spirito e forza, si trovano ancora in svantaggio, però non martellano più come prima, la loro vittoria nei quarti, 3-2 ai supplementari con l'Inghilterra, incomincia a pesargli troppo. E' solo che noi siamo ancora più bolliti, guardalo lì, Ricky Albertosi, che cosa ti va a combinare, sbaglia il rinvio facile, appoggia sui piedi scaltri e saettanti di Müller, che già sappiamo quanto possa fare male. Rimedia, Albertosi, rovina sul tedesco in agguato, appena fuori area. Per fortuna.
La punizione è proiettile che taglia la nostra difesa impietrita, Seeler schiaccia di pelata, il pallone affonda sul prato poi schizza ancora su, verso l'incrocio dei pali. Il colpo di reni di Albertosi, la palla in calcio d'angolo, mentre Seeler accompagna il gesto di stizza a un'espressione stridula e incompresa.
Forza Gianni, i tuoi compagni hanno bisogno di te, della tua lucidità che tieni in serbo per il colpo finale. Ma qui occorre difendersi, altro che storie. Così vado io, sul primo palo, lasciando ai difensori il compito di incollarsi alle maglie acide di sudore nordico. Il corner attraversa ancora la nostra area, Seeler svetta sui gomiti aguzzi di Bertini, incorna preciso verso l'angolo. Albertosi è fuori causa, ma perché allarmarsi, ci sono io, sulla traiettoria. Mi scrosto a un passo dal palo, il pallone dovrebbe atterrare lì. Quando eccolo ancora lui, Gerd Müller, lesto scassinatore dei sedici metri, tuffarsi con la grazia debordante di un angelo della morte incontro al pallone. Non ci arriva, non può arrivarci, vero che non può arrivarci?, Müller sfiora di un niente, forse con il ciuffo della sua zazzera, crucca e assassina, che Seeler così tanto deve invidiargli. Il pallone muta direzione, quasi un soffio di vento, verso la mia sinistra. Fuori!, invoco gli dei. Non mi ero reso conto di essermi allontanato così tanto dal palo: il pallone rimbalza a terra, mi scavalca, io mi limito a seguirlo appena, con sguardo di sufficienza, accenno ad allargare le braccia in un gesto rassicurante: niente paura, è sotto controllo, sta uscendo, ecco, ora va fuori.
Poi la sorpresa si fa sgomento, mentre le maglie della rete si spalancano in una risata beffarda prima di accogliere la sfera nelle loro trame materne. Müller intanto conclude il suo tuffo, piomba come un maiale sul prato, a metà strada fra me e Albertosi che tanto ormai non può intervenire. E' una valanga di insulti che mi travolge, miasmi acri di alito inferocito mi scaraventano contro il palo, ad impigliarmi nella rete, per un'inutile dimostrazione costernata di buona volontà. E Ricky che non la smette di vomitarmi insulti addosso, occhi infiammati di sprezzo, Rivera zitto, Rivera muto, Rivera, l'abatino deriso da Gioannibrerafucarlo, stavolta l'hai fatta grossa. Anni dopo, con Ricky fra i pali, avrei conquistato il mio ultimo scudetto con la maglia del Milan, la stella d'oro. Ma intanto no, adesso eravamo nemici, tutti mi erano nemici, chè quella nazionale serbava due anime, quella rossoblù del Cagliari campione d'Italia e l'altra nera e azzurra dell'Inter targata Sandro Mazzola, mio eterno rivale in campionato e in nazionale.
Devo rimediare. Mi bisbiglio. Devo assolutamente rimediare. Ai tedeschi che si abbracciano, agli azzurri che interrogano il cielo senza trovare un perché, al pallone ancora a centrocampo. Si ricomincia. Devo rimediare. Domenghini mi affida il pallone, quanto può scottare una sfera di cuoio. Balbetto passettini esitanti e affido a De Sisti, poi me la squaglio. Come una donzella schizzinosa nel fango prendo a zampettare incontro alla porta tedesca. Il ronzio del pubblico mi invade i pensieri, non mi curo dell'azione che i miei compagni svolgono sulla sinistra, non ne voglio sapere. Davanti a me, la rete dei tedeschi si fa sempre più grande: è per sbranarti meglio, abatino mio!, Maier sempre più nero, i difensori bianchi, fitti e spaventati. Mi tagliano lo sguardo i nervi di Riva, Vogts gli spintona addosso, quando sbircio, per un attimo, alla mia sinistra. Finalmente Boninsegna si è sfilato Schulz, entra in area, è quasi sul fondo. Poi trancia un diagonale esausto e raso terra verso il disco del rigore. Come una ballerina sgambetto in punta di piedi incontro al pallone, stavolta arriverò puntuale all'appuntamento. La coda dell'occhio inquadra la mole bianca e ferita di Beckenbauer, il suo braccio al collo chiude l'angolo alla mia destra. Ecco il pallone, voglio sbarazzarlo in fretta, un tocco di piatto, almeno è preciso, verso l'angolo vuoto. Maier è appostato ma va in confusione, decolla verso l'angolo opposto e lontano, poi si avvede dello sbaglio, digrigna gli occhi, tende la sua zampa verso la sfera, forse la sfiora con il fango rimasto aggrappato ai tacchetti. No. Il pallone muore in fondo alla rete, saltella nel sacco, gioioso come una bimba, "Riverarretee! Rivera ancora, quattro a tre!, festeggia Martellini nelle vostre case, 4-3, gol di Rivera! Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani!". E mentre Maier, in ginocchio, calpesta di pugni l'incolpevole prato, Riva mi sommerge in un abbraccio.




Dal sito www.postadelgufo.it - by Francesco Parigi

IL CALCIO PERFETTO
-"Pre-presidente, lo prenda"-
-"Ma signor Viani, costa caro ed è un ragazzino."-
-"Pre-presidente, c'era la nebbia, si distinguevano solo le sagome dei calciatori ed a volte non si capiva se era lui o Schiaffino! Lo pre-prenda presidente! Dia retta a me !"
Il presidente del Milan, Andrea Rizzoli, dette retta a Gipo Viani che lo aveva chiamato al telefono dopo aver osservato un ragazzino dell'Alessandria.
-"Ho dato retta a Viani"- disse poco convinto a suo cognato e fido consigliere Carraro - "che mi ha fatto spendere un sacco di soldi per un ragazzino che non so neppure come si chiami."

Quel ragazzino, di cui al presidente Rizzoli sfuggiva il cognome e che Viani lo aveva convinto a comprare, si chiamava Gianni Rivera e di quei soldi spesi, Andrea Rizzoli, non si sarebbe mai pentito. E' difficile riassumere quello che Gianni Rivera ha rappresentato per il calcio italiano del dopoguerra , del quale è stato uno dei prodotti più raffinati e sicuramente il più dotato a livello di personalità, oltre che di classe.
La sua figura elegante si è segnalata, sui campi d'Italia e d'Europa, per un numero di anni perlomeno inconsueto, più di venti, nonostante la sua carriera si sia sviluppata in un periodo in cui il calcio ha vissuto profonde trasformazioni non solo tattiche.
Le prime foto di Rivera giocatore mostrano un ragazzino con il viso affilato e due grandi occhi intelligenti; è magro con due spallucce spioventi, ma possiede due gambe dalla muscolatura poderosa e ben disegnata, armoniosa addirittura.
-"Morfologicamente"-scriverà anni dopo Gianni Brera -"l'atleta che gli assomiglia di più è Fausto Coppi"-.
Non è una provocazione: se Fausto Coppi diventava armonioso ed entusiasmante solo sul "cavallo di ferro" della Bianchi, Rivera vi riesce solo quando ha il pallone al piede.
Le ultime istantanee della sua inimitabile carriera, conclusasi a trentasei anni con la conquista del suo terzo scudetto, ritraggono un atleta un po' appesantito nei lombi, con la faccia decisamente meno scavata, gli stessi occhi grandi, ma con un'espressione decisamente meno ingenua ed una capigliatura, ancora folta, molto più curata.
In mano, in quelle foto, Gianni Rivera ha un microfono.



Invita i tifosi milanisti, pronti a festeggiare lo scudetto della stella atteso per undici, interminabili, anni, a lasciare un settore proibito del secondo (ed a quei tempi, siamo nel 1979, ultimo) anello di San Siro.
Quando il direttore di gara ha avvertito la dirigenza milanista che non avrebbe permesso l'inizio della gara se non si fossero ristabilite le condizioni di sicurezza previste, con le prevedibili conseguenze disciplinari per la società rossonera, a tutti è venuta in mente la stessa cosa: -"Mandiamo il Gianni a dirglielo, a lui daranno retta" -
Ed "al Gianni" i tifosi del Milan, che avevano prima superato un cordone di poliziotti e, fino a quel momento, ignorato ogni ingiunzione e minaccia, danno retta, docilmente, perché in quei vent'anni trascorsi fra quelle foto, Gianni Rivera è diventato "il Milan".

In quei vent'anni, Rivera ed il "suo" Milan, ne hanno passate di tutti i colori: grandi vittorie, cocenti delusioni, furiose polemiche con la classe arbitrale, con la Federazione, con la stampa specializzata, e per i tifosi del Milan, Rivera, è diventato il punto di riferimento, il simbolo di una continuità. C'è, non ancora ventenne, quel pomeriggio indimenticabile a Wembley, quando il Milan di Nereo Rocco e Gipo Viani conquista la prima Coppa Campioni di una squadra italiana.
C'è, quando nel campionato '66-'67, disputa una delle sue migliori stagioni in una delle peggiori edizioni del Milan di sempre, garantendogli un dignitoso piazzamento finale e la conquista della Coppa Italia da cui parte la rinascita dopo il "crack" finanziario e la fuga di Felice Riva, il primo di molti presidenti non propriamente esemplari del sodalizio rossonero.
C'è nel 1969 a Madrid dove, con una prestazione sontuosa, cancella dal campo l'astro nascente Cruyff e manda in rete, per tre volte, Pierino Prati, il "braccio armato" della sua classe assoluta.
C'è ancora quando, nello stesso anno, alla "Bombonera" di Buenos Aires, il Milan viene massacrato di pugni, calci, sputi dall'Estudiantes e lui, considerato un pavido dai suoi critici più feroci, sfida i bulloni avvelenati degli argentini per portare in vantaggio i rossoneri.
Nella stessa occasione è lui, il "capitano", che nel burrascoso dopo-partita , quando negli spogliatoi gli viene quasi furtivamente consegnata la Coppa Intercontinentale fa il gesto emblematico di buttarla via in quello stanzone insanguinato dove si contano i denti rimasti nelle bocche, si suturano ferite e si riducono fratture al setto nasale.
Ma soprattutto c'è quando, dopo una sconfitta col Cagliari, lancia accuse roventi all'arbitro Michelotti ed all'intera classe arbitrale, e c'è anche l'anno dopo quando il Milan capisce il significato amaro della "fatal Verona".



Sempre lui, quel 20 maggio 1973, ospite con tutta la squadra della Domenica Sportiva che li aveva invitati per festeggiare uno scudetto che sembrava vinto, trova il coraggio di parlare all'orgoglio ferito dei tifosi rossoneri che non sanno dove nascondere le migliaia di bandiere con su stampata la stella che non è arrivata.
Quella sera, nello studio milanese della Domenica Sportiva, l'imbarazzo è palpabile.
Nessuno aveva pensato di invitare la Juventus, divenuta Campione d'Italia con un clamoroso sorpasso, ed Alfredo Pigna, nel tentativo di sciogliere quel gelo, butta là una frase di circostanza che suona più o meno così: -" Dopo un epilogo così sorprendente è il caso di dire che è proprio vero che la palla è rotonda."-
Nessuno fra i dirigenti rossoneri raccoglie, Rocco tace, imbambolato in un vestito troppo stretto. Allora Rivera, che, dopo una burrascosa partita perduta contro la Lazio, ha subito un'altra pesante squalifica per le dichiarazioni rilasciate ancora nei confronti della classe arbitrale, ed in particolare di Concetto Lo Bello, prende la parola e ribatte prontamente :- "Diciamo pure che la palla è rotonda, ma diciamo anche che rotola sempre dalla stessa parte."-
Una frase amara ed intelligente che scioglie la tensione e strappa un sorriso.
Rivera e gli arbitri, un "tormentone" che dura per anni.
Non si amano, al più si rispettano, ma con Lo Bello si arriva alla rottura totale, un evento senza precedenti nella storia del calcio italiano.
Volano parole grosse in TV e sulla stampa, si parla di ricorso alla magistratura ordinaria, in un calcio che all'epoca è ancora "pane e salame".
Sono due leader nel loro campo, Rivera e Lo Bello, "due prime donne" e quando i loro destini si incrociano si ha come l'impressione che il campo sia troppo piccolo per tutti e due. Rivera e gli allenatori, altro capitolo spinoso, difficile.

Amore filiale per Rocco, che è il suo difensore d'ufficio, l'uomo che lo capisce e ne smussa i molti spigoli di un carattere non facile, col suo fare da burbero benigno, magari al tavolo dell' "Assassino", il suo "ufficio" milanese.
Stima per Viani che lo chiama il "ba-bambino d'oro", ne intuisce la classe cristallina e lo lancia. Poi basta.
Non ne ha avuti molti altri: Liedholm, per due volte, da giovanissimo ed a fine carriera, non ha lasciato tracce; Silvestri, troppo poco un anno sfortunato per giudicare, poi il Trap, giovane allenatore ed in sudditanza psicologica per essere stato il fido scudiero sul campo.
Infine Giagnoni, col quale non si intende e che lo mette fuori squadra, sfiorando lo stesso lo scudetto ed al quale Rivera dichiara guerra nonostante Rocco cerchi di mediare.
Per ultimo Marchioro, il "moderno" che dura poco, ma quell'anno è proprio Rivera, con una doppietta a Cesena nell'ultima giornata, a salvare il Milan dalla Serie B. Quella domenica Marchioro e le sue idee rivoluzionarie, fra le quali spicca il numero 7 sulla schiena di Rivera, sono ormai un ricordo e in panchina è tornato il "Paron".

Rivera e la Nazionale, un amore assoluto, ma anche molte incomprensioni. All'inizio solo miele.
A diciannove anni è titolare ai Mondiali del Cile e sembra destinato a superare ogni record di presenze. Dopo il disastro cileno arriva la gestione Fabbri e, contemporaneamente nasce l'epoca della Grande Inter, un blocco granitico, la squadra che impone un gioco che diventa un paradigma, un gioco votato alla difesa ed al contropiede.
Un gioco col quale l'Inter vince tutto, un calcio che Rivera, sul quale sembra ovvio costruire la squadra del futuro non ama. Nasce un dualismo alimentato dalla stampa che si trasforma in uno scontro ideologico, quando, dopo una partita di qualificazione ai mondiali d'Inghilterra contro la Polonia, Rivera rilascia dichiarazioni sul modulo troppo rinunciatario che vede spesso Picchi, il libero della Grande Inter, solo all'indietro senza partecipare al gioco.



E' una bomba che innesca una polemica destinata a durare per anni, spaccando in due la critica. Fabbri smembra la difesa della Grande Inter, rinunciando a Picchi e preferendo una coppia centrale "fluidificante".
La scelta è di Fabbri, che con l'Inter ha il dente avvelenato per via di una panchina nerazzurra sfumata anni prima, ma la colpa diverrà di Rivera.
Arrivano i Mondiali. Middlesbrough, le tettoie grigie di "Ayresome Park", il gol di Pak Doo Ik, passato alla storia come dentista, i pomodori; il tutto riassunto in un nome: Corea. Eppure Gianni Rivera in quei mondiali disastrosi è il migliore, per ammissione dello stesso Gianni Brera che lo chiama da tempo "abatino" e lo punge spesso con la sua prosa ironica.
Agli Europei del'68, mentre sta vivendo una stagione indimenticabile col ritorno di Rocco e la conquista dello scudetto con undici reti personali all'attivo, un infortunio lo toglie di mezzo in vista della finale con la Jugoslavia.
Paradossalmente l'Italia conquista il suo primo titolo dopo trent'anni di digiuno senza poter schierare quello che, ancora Gianni Brera, ha appena definito dopo un'annata rossonera trionfale chiusa con la conquista della Coppa delle Coppe, "il miglior calciatore italiano del dopoguerra".
Poi arriva il Messico. Rivera ha ventisette anni, i francesi, incantati dalla sua classe, gli hanno appena assegnato il "Pallone d'Oro" : è il primo italiano cui tocca questo onore e per tredici anni, vale a dire fino a Paolo Rossi, resterà anche l'unico, ma non è sicuro del posto in squadra. E' nato il dualismo con Mazzola, diventato interno.
Ai Mondiali che si disputano in altura Rivera si becca la dissenteria, "la maledizione di Montezuma", che "ufficialmente" lo esclude dalle prime partite che risultano deludenti nel gioco. In realtà è una scusa comoda per nascondere una scelta tecnica, si arriva allo scontro fra Rivera, Walter Mandelli e Ferruccio Valcareggi.
Rivera vuol tornare a casa, arriva Rocco che riesce a mediare la difficile situazione ("Giani si ti parti te rovini!" - vuole la leggenda siano le parole del "Paron"). Nei quarti, contro il Messico, arriva la "staffetta", l'invenzione attribuita a Valcareggi e già provata contro Israele.
L'ingresso di Rivera trasforma la squadra, Riva, fin lì abulico e impotente, segna due reti su altrettanti assist del milanista, che fra le due reti del bomber cagliaritano segna a sua volta. L'opinione pubblica insorge, ma contro la Germania, Rivera parte ancora dalla panchina. Il suo amico "Carlo" Schnellinger pareggia in extremis il gol di Boninsegna e ci manda ai supplementari, nei quali, secondo il suo stile, Gianni Rivera è protagonista nel bene e nel male. E' suo il lancio sul quale un errore di Held dà a Burgnich il pallone del 2-2, è suo il lancio che avvia l'azione conclusa da Riva con il gol del 3-2, è lui che "quasi si scansa" - sono parole di Brera- "anziché battere via al volo" sul colpo di testa dI Muller che lo trova appostato sul palo consegnatogli da Albertosi che, ora che il pallone è entrato, lo vuole uccidere.
Infine è lui che avanza ("mi sono detto" - racconterà - "non mi resta che prendere palla, scartarli tutti e fare gol") per raccogliere il cross di Boninsegna e segnare il gol più famoso del calcio azzurro. Un gol storico che non gli varrà la conferma nella finalissima contro il Brasile, della quale disputerà, subentrando a Boninsegna, solo gli ultimi trecentosessanta secondi che passeranno alla storia come "i sei minuti dell'Azteca".
E' un fiorire di polemiche e di scontri fra giornalisti, scrittori, uomini di cultura, semplici tifosi, non si parla d'altro. Nasce lo slogan "Viva Rivera, Mandelli in galera", che in anni di autunni particolarmente "caldi", ed essendo Walter Mandelli un importante esponente di Confindustria, assume anche connotati politici. Rivera diventa un simbolo, è il calcio "buono", quello dell'arte e della sensibilità, quello di un'Italia che attacca e non solo lucra il risultato.
Gli anni dopo il Messico regalano il Rivera migliore anche alla Nazionale dove Mazzola accetta il ruolo di ala tattica, se non altro di numero. Quando l'Italia vince a Wembley, il 17 novembre del 1973, Rivera dà spettacolo. Nella conferenza stampa prima della partita, Alf Ramsey, l'allenatore dell'Inghilterra ad un giornalista che gli chiede quali siano i quattro più forti calciatori italiani, risponde serio -"Rivera, Rivera, Rivera e Rivera"-.
Ma con la Nazionale c'è sempre qualche tensione o qualche intoppo, il suo quarto Mondiale, nel 1974, comincia con un suo gol che scaccia l'incubo della Corea materializzatosi dopo il gol del vantaggio di Haiti, poi, contro l'Argentina, improvvisa arriva l'ultima recita. Valcareggi toglie lui e Riva, in condizioni atletiche precarie, e li esclude dall'ultima partita con la Polonia, che sarà una bruciante sconfitta.
Molti si accorgeranno di quanto fosse grande solo quando non ci sarà più lui con la maglia azzurra numero dieci e la sua andatura elegante, a distribuire palloni a tutti.
Ma per chi non l'ha visto, com'era Rivera? Come giocava, quali caratteristiche aveva?
Gianni Rivera non ha avuto predecessori e non ha lasciato eredi. Nessuno, prima di lui, ha avuto la sua efficace eleganza negli ultimi venti metri, la sua intuizione nel creare, dal nulla, un tocco smarcante, una giocata che può apparire spettacolare, ma è solo la più funzionale al gioco in quel momento. Perché Gianni Rivera non cerca mai il "colpo ad effetto", i suoi colpi di tacco servono solo a smistare il pallone nel modo più semplice e lineare, non ad irridere l'avversario. Se dribbla un avversario è solo perché in quel momento giudica che sia la cosa più utile al gioco della squadra.
Con lui segnano tutti : Altafini, Sormani, Prati, Bigon, il vecchio Hamrin ma anche Ferrario, Golin, Calloni, Maldera. I suoi lanci partono puliti, il pallone in volo non ha effetti che ne possano viziare il rimbalzo e pregiudicare il controllo di chi è destinato a riceverlo, le sue intuizioni sono proverbiali, difficilmente fa un dribbling in più, il suo valore aggiunto è nel gioco "di prima", nel velocizzare la circolazione di palla, nell'intuire lo smarcamento di un compagno e nel fargli arrivare il pallone dove lo aspetta, anche se nel mezzo a tre o quattro avversari. E' anche dotato di un tiro rispettabile, non per niente nell'Alessandria lo lanciano come centravanti, ma "non ha scatto", lo sentenzierà anni dopo anche Gianni Brera ed allora viene impostato da interno "anche se è debole di cassetta" dirà ancora Brera insistendo sulla sua costituzione gracile, e "non ha nerbo da vero interno".
"Ma" - continua Brera - "è tanto elegante nelle movenze e nel tocco da risultare, lo stesso, uno dei migliori prodotti del vivaio", la critica di cui Brera è il vate preme perché lo si impieghi da rifinitore, "fuori dal crogiuolo agonistico dove è destinato a soccombere, magari sull'out, a ridosso delle punte dove potrebbe combinare squisitezze, assistendole al meglio".
In effetti l'apporto di Gianni Rivera al gioco è esclusivamente offensivo, infatti la sua presenza è tanto gradita alle punte, certe di avere rifornimenti, quanto poco lo è ai difensori ed ai faticatori del centrocampo, altrettanto certi di trovarsi spesso un avversario in più.
Per sopperire a questo problema tattico, Rocco gli costruisce attorno un modulo che Brera battezza "Maginot". La "Maginot" milanista è composta da cinque difensori, da destra a sinistra Anquilletti, Rosato, Malatrasi, Trapattoni e Schnellinger, ed un centrocampo dove giocano stabilmente Lodetti, e Rivera e dove tornano a turno Sormani e Hamrin. In fase difensiva, il Trap, prende l'uomo di Rivera e "conquistata la palla" - descrive Brera - "il difensore, spesso Trap, avanza in centrocampo e palleggia facendo distendere la squadra e consegnandola palla a Rivera per impostare l'attacco cui si aggiunge spesso Lodetti i cui limiti dinamici sono insondabili..." Il modulo di Rocco garantisce la copertura "tattica" a Rivera e costringe a recuperi, dispendiosi, ma sopportabili i suoi "scudieri" Così facendo il "Paron" riesce a prender il meglio dal suo "gioiello", quel "calcio perfetto" che diventa arte nell'invenzione della palla-gol. Per Rivera si vuoteranno i polmoni David, Trapattoni, Lodetti, Benitez, Sogliano, Benetti su su fino a Biasiolo e Buriani.
Per tutti loro parla Lodetti: -"Ma se non si correva per Gianni, per chi valeva la pena farlo ?" - e non è facile dargli torto. Finita la carriera Gianni Rivera diventa un personaggio pubblico, un politico e qui, ironia della sorte, si consuma, l'ultima contraddizione; lui, dopo una vita calcistica votata all'attacco, è chiamato a ricoprire, in un governo di centro-sinistra, che era la sua posizione prediletta in campo, quella dei numeri 10, il ruolo di sottosegretario "alla Difesa". Proprio lui e senza Trapattoni.




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Intervista a Gianni Rivera da "Il Calcio Illustrato" del luglio 1962




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Dalla "Gazzetta dello Sport", 1967-68
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Dalla "Gazzetta dello Sport", 1967-68






Il giornalista Walter Tobagi

Dal settimanale "Milan-Inter"
2 gennaio 1967 - di Walter Tobagi

RIVERA, SEI PIU’ BRAVO DI PELÉ
Un grido incredibile… ma vero di un tifoso romanista

Sorride ancora. Rivera. A forza di vederlo sempre malinconico, con una smorfia scettica sulle labbra sottili, pensavo che non sapesse più sorridere.
Il maledetto ’66 è finito in allegria. Con champagne nelle coppe e sorriso sulle labbra. È felice, Rivera. Come mai l’avevo visto. E la sua faccia invecchiata da una maturità precoce riacquista una semplicità sbarazzina, da bambino che ha ingoiato montagne di cioccolatini.
Un giornale, sabato mattina, aveva pubblicato un lungo «pezzo»: romanticherie stile demodé, ironia sottile su un «pedalatore» che, a ventitré anni, viene definito il «nonnino degli stadi». E giù, di seguito, una lista di definizioni ingegnose, ponzate forse in notti di insonnia: «principe degli abatini», «nonnino rossonero», «filosofo della fluidificazione». «D’Annunzio del dribbling». Ce n’è per tutti i gusti. Come nei baracconi, dove il maitre urla «venghino signori venghino».

E Gianni come reagisce? Non legge i giornali prima della partita. Quando gli riferisco le geniali trovate, mi guarda con gli occhi sgranati: «Ma va, non ci credo!», sembra dire. E poi: «Me lo gusterò, l’articolo, in aereo».
I colleghi romani annotano frettolosi, col groppo in gola. La grande Roma è stata ridimensionata. Rivera, che certe cose le capisce, porge lo zuccherino: si complimenta con gli avversari. Il nodo alla cravatta è fatto: controlla, il golden, che sia ben centrato. Poi si accarezza le cosce scarne, d’un bianco quasi latteo. Appoggia i piedi sul tavolo e continua il discorso: «Il gol? Bello e facile. Innocenti ha crossato magnificamente. È stato un triangolo rapido: due passaggi e siamo arrivati in area. La palla m’è arrivata sulla testa, nel momento giusto. Non potevo sbagliare».
«Pizzaballa – giustifica un collega romano – doveva uscire…».
«Difficilissimo. Il traversone era “tagliato”».
«Almeno doveva ostacolarti…».
«Allora c’era rigore».
I romani sono soddisfatti: ascoltano compunti le ultime lodi: «La Roma gioca decisa e rafforza molto il centrocampo. È una squadra soda e compatta».
«Una fine bella d’un anno sciagurato…».
«Viviamo alla giornata. È bello sentirsi felice. Come adesso, senza pensieri».
«Due settimane fa, hai difeso l’allenatore contro gli stessi tifosi che ne chiedevano la testa…».
«Non l’ho difeso io: tutta la squadra aveva capito che Silvestri stava lavorando in profondità».
«E l’arbitro? Sensibile ti ha scalciato come un asino rabbioso».
«Non si può dire niente in questo mondo. Sono andato da Monti, quando ha espulso Lodetti, per spiegargli che c’era un equivoco. Lui m’ha ammonito, anziché rispondere».
Lo stanzone s’è svuotato. Gli occhi piccoli, che tante volte i suoi nemici hanno definito perfidi, sorridono aperti. Un’altra battaglia è vinta: godiamo l’aroma della vittoria.
Passalacqua dice di sbrigarsi. Altrimenti si perde l’aereo e non si riesce a stappare lo champagne in famiglia. Rivera ubbidiente: «Vengo subito. Prendo il cappotto».
Ci salutiamo passando tra la gente ammutolita, che ha riavvolto le bandiere giallorosse e non riesce a scordare le prodezze di Rivera.
«Auguri. Ci rivediamo a Milano».
«Mille di queste partite».
«Speriamo...».
«Sei più bravo di Pelé», urla un tifoso romanista: «Sei un mostro. Hai fregato la Romona nostra!». Rivera non fa in tempo a sentirlo, è già salito sul pullman.





Da "L'Europeo" 1970, n. 46

"Perché Rivera è l'idolo delle folle? Subito spiegato, cioè che il calcio oggi la gente lo vede e lo giudica solo dalla televisione. Rivera appare sui teleschermi, normalmente, solo quando ha la palla al piede, quand'è in azione. Ora, quando Rivera ha la palla lo sappiamo tutti che è un uomo eccezionale. Ma io lo critico non per le palle che gioca: per le palle che non gioca. (.) Rivera, dunque, è un grosso giocatore che però costringe a impiegarlo in un certo modo." (Gualtieri Zanetti, direttore de "La Gazzetta dello Sport", illustre partecipe al dibattito su Rivera dopo i mondiali del 1970)





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Gianni Rivera conquista il Pallone d'oro 1969
(dal "Corriere della Sera" del 23 dicembre 1969,
per gentile concessione di Marco Favaretti)
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(dalla "Gazzetta dello Sport" del 23 maggio 1973,
per gentile concessione di Giorgio Brambilla)



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Gianni Rivera sul "Corriere dei Ragazzi" n.17 del 29 aprile 1973
(per gentile concessione di Alberto Panzanini)



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(da "Supersport", maggio 1973)




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Articolo di Rosanna Marani su Gianni Rivera
(dalla "Gazzetta dello Sport" del 18 novembre 1973,
per gentile concessione di Rosanna Marani)
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(dalla "Gazzetta dello Sport Illustrata" del 19 novembre 1977)
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Il Milan Club di Viareggio (LU) premia Gianni Rivera per le 500
partite in Serie A, prima dell'amichevole Pisa vs Milan 0-2, 1977-78
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Gianfranco Taccone, Presidente dell'AIMC, premia Gianni Rivera
per le 500 partite prima di Milan vs Fiorentina 5-1, 1977-78



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Dalla "Gazzetta dello Sport Illustrata" del 3 giugno 1978
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29 aprile 1979, Catanzaro vs Milan 1-3
(da "Informazione Sport" del 30 aprile 1979,
per gentile concessione di Giorgio Brambilla)



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Gianni Rivera si ritira dal calcio giocato
(dalla "Gazzetta dello Sport" del 21 giugno 1979, per gentile concessione di Marco Favaretti)



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Gianni Rivera si ritira dal calcio giocato
(dal "Corriere della Sera", "Informazione Sport" e "La Notte")



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Speciale su Gianni Rivera
(dalla "Gazzetta dello Sport Illustrata" del 7 luglio 1979)
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Rivera e Colombo alla conferenza di addio al calcio di Rivera
(da "L'Unità")




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Il ventennio di Gianni Rivera
(da "La Stampa" del 4 maggio 1979)




Articolo di Oreste Del Buono su Gianni Rivera (da "Panorama" del 21 aprile 1980)
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"Io proprio Io", Gianni Rivera
(per gentile concessione di Renato Orsingher)
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dal sito www.storiedicalcio.altervista.org - dal "Guerin Sportivo"
Settembre 1980 - In un Milan sprofondato nel baratro della serie B ecco Gianni Rivera, ormai dirigente, tracciare un profilo a volte anche amaro del calcio di quei tempi

LUI, IL DIAVOLO, LE PENTOLE E I COPERCHI
Per anni e anni è stato uno dei principali protagonisti del calcio giocato. Adesso, abbandonati i campi da gioco, orchestra da dietro la scrivania i movimenti del suo grande amore, quel Milan con cui ha conosciuto gioie esaltanti e delusioni cocenti, non ultima la retrocessione decretata dalla C.A.F.
MILANO. Dicono che il suo carisma, astratta concezione di idolatria e popolarità, nei confronti della tifoseria sia in diminuzione. Può anche essere, ma è da riscontrare oggettivamente. Eppure il Milan (la società, cioè Colombo) lo ha preservato dallo scandalo del calcio-scommesse a significare che la sua figura conta ancora molto nella geografia rossonera. In base alla stampa Rivera corre il rischio di lasciare il Milan da dirigente vent'anni dopo esservi approdato da giocatore: il suo dissidio con Colombo sarebbe insanabile.
«Parole, solo parole, niente più di incredibili invenzioni», controbatte l'ex «golden boy» di Alessandria. «Mi sento ogni giorno con Colombo, siamo in ottimi rapporti, perché non dovrei fare più parte del Milan?». Rivera rimarrà alla vicepresidenza del Milan, il presidente-squalificato l'ha fatto capire, anche se probabilmente è vero che i due personaggi non sono più legati da particolare affetto. Di qui, però, a liberare il Milan da un personaggio della caratura di Rivera il passo è assai grande, impegnativo. Il discorso scivola sulla società, sulla squadra, sul passato, sulle prospettive rossonere, sul calcio internazionale.

Rivera, tranquillo e sorridente come in poche altre occasioni accetta il dialogo e lo caratterizza con rivelazioni inedite. Pare nuovamente l'uomo che contestò il mondo intero del calcio italiano, le sue ipocrisie, la sua «mafia», le sue prevenzioni.
Era definito un giocatore «atipico» da chi voleva in lui anche le doti preminenti del cursore. Rimane un «atipico» anche nella vita quotidiana, quando calcolo e candore si fondono assieme, un Robin Hood che mira a fare il Napoleone. Del calcio parla in chiave filosofica, con profondità avveduta e sicura esperienza: il suo realismo sfocia nel pessimismo più acuto quando afferma che «in futuro non cambierà niente».

L'INTERVISTA. Si parla dal vertice, Sordillo è il nuovo presidente, il successore di Franchi. Rivera lo conosce bene perché l'avvocato campano fu suo dirigente sette anni fa.
«Ho la sensazione - dice Rivera - che c'era assoluto bisogno d'un avvocato penalista e che era necessario portare alla presidenza un certo tipo di personaggio. E' stato affermato che non c'erano alternative. Sordillo s'è detto disponibile, oggi è il presidente. Ma si illude chi pensa che cambierà qualcosa; sono realista, l'esperienza mi ha insegnato molto, e io non dimentico. Ci sono molte cose da ristrutturare, forse tutto, soprattutto la mentalità. C'è un regolamento che è sempre lo stesso da 40 e più anni... Perché non muterà nulla? Perché bisogna continuare a rispettare le regole del gioco... Esiste un grave errore di fondo: che a quei livelli, ai vertici federali, non arriva mai chi è stato sui campi di calcio. Un'inversione di tendenza c'è stata, ma è ancora di poco conto, può essere un inizio però. E' importante, invece, che i giocatori passino alla fase dirigenziale con il loro bagaglio d'esperienza e di conoscenza di questo mondo, conoscenze vere da dentro, fatte di persona. Non basta farlo nelle società, bisogna arrivare alla Lega e alla Federazione, dove esistono i centri di potere. Ma chi c'è adesso se ne priverà? Il calcio deve imboccare nuove strade per un suo completamento che è anche tecnico oltre che mentale».
- Spadacini senior ha affermato, qualche tempo fa, che il Milan d'oggi non cura nella giusta maniera la politica-sportiva, che ai suoi tempi la società rossonera era più presente a livello federale... «E' vero, ci vorrebbero maggiori agganci a livello politico-sportivo, ma non è giusto che il calcio debba essere così... Perché viene messo alla porta chi tenta di fare un discorso serio, non clientelare? Si dicono tutti dei moralisti: ma cos'è la morale nel calcio? Molti la predicano, pochi si comportano di conseguenza. Quanto al Milan vorrà dire che ci organizzeremo anche noi in questo senso, che cureremo maggiormente determinati rapporti, ma sempre al di là dei sotterfugi. E poi agli sportivi non piace la politica, sa d'intrallazzo. Rimane comunque una realtà che non dovrebbe esistere...».

- Ma esiste un modello ideale, in campo sportivo come in quello sociale?
«E' un'utopia, ma bisogna prodigarsi per migliorarsi, altrimenti si rischia l'appiattimento. Ogni popolo ha le sue caratteristiche ed è giusto che viva in relazione alle sue qualità. L'italiano è differente dall'inglese: le sue abitudini sono particolari e non si adatterà mai a quelle del mondo anglosassone. E' Io stesso in campo sportivo: il nostro gioco è frutto di fantasia, di genio, d'invenzioni continue. E infatti abbiamo sempre sbagliato quando abbiamo voluto copiare gli altri. Non siamo neanche bravi come i giapponesi che imitano alla perfezione».
- Si gioca male, lo si è visto anche agli Europei...
«C'è un notevole livellamento di valori, in basso però. La verità è che mancano i talenti, i giocatori di classe. Ne nascono sempre meno. C'è minore voglia di soffrire di lavorare per agguantare un fine. I modelli d'oggi parlano un falso linguaggio: l'ottenere tutto e presto è un miraggio. E' anche un problema di obiettivi: io non ho sofferto a fare quello che mi piaceva. Ne ero contento e orgoglioso. Oggi poi c'è più gente costruita nel mondo del calcio: colpa dei nuovi canoni che hanno dato, fino a qualche tempo fa, particolare rilievo all'agonismo e alla velocità: il tutto a discapito della tecnica di base dei cosiddetti fondamentali. Sono cambiate molte cose rispetto a qualche anno fa: non ci sono più, per esempio, gli oratori che imperavano. Allora non esistevano altri divertimenti come le discoteche. Adesso tanti ragazzi prendono subito altre strade. Ci siamo fermati, addirittura si è fatto un passo indietro, c'è bisogno di nuove generazioni per risalire la china. Siamo riusciti anche a cancellare quanto di buono era stato compiuto in precedenza...».
- Cambierà qualcosa con gli stranieri?
«Io sono per il libero mercato, chi può deve essere posto in grado di acquistare due stranieri, perché mai uno solo? E' una legge della vita quella che permette di acquistare in misura proporzionale alla propria ricchezza. E' un assurdo ritenere che una città di provincia possa stare sempre al passo di una metropoli. Chi ha meno soldi ha problemi maggiori, è sempre stato così. Si è visto che le paure dei mesi scorsi erano superiori alla realtà perché ogni società si è comportata con misura, autolimitandosi la possibilità di spesa».
- Che Milan sarebbe stato senza la retrocessione d'ufficio?
«Un grande Milan: lo stesso d'oggi con Falcao e Giordano, in grado di vincere moltissimo, in Italia e in Europa. Vorrà dire che riprenderemo questo discorso con un anno di ritardo: la squadra è giovane, può durare molto. I tifosi vedranno presto una formazione di altissimo livello, basteranno tre correttivi per riportarla ai vertici».
- Si parla diffusamente di deficit, anche la rivista economica «Il Mondo» ha dedicato un'inchiesta a questo aspetto del calcio...
«Ci preoccupiamo tanto delle società di calcio quando lo Stato è indebitato in misura elevatissima. E' logico che ci siano dei debiti, ma è impossibile convincere i tifosi, parlo in generale, che non si possono fare acquisti. E poi il titolo sportivo vale qualcosa. Al di là dei costi di gestione sono gli acquisti a creare buchi enormi, ma è assurdo farci sopra della morale. Bisogna rivedere molte cose, ricercare nuove entrate come quella della pubblicità che non è stata sfruttata convenientemente. Sono contrario alla scritta enorme sulla maglia che snaturerebbe il simbolo più gradito al pubblico, ma è assurdo rifiutare questi proventi».
- Il Milan, ancora. E' fra le squadre più amate e popolari, ma ha vinto poco con Rivera in squadra: perché?
«Si poteva e si doveva vincere molto di più, sei scudetti invece di tre. E io conosco i motivi, ma non posso parlarne: s'è trattato di scelte politiche, di motivi extracalcistici, al di là delle questioni tecniche».- Accetterebbe la presidenza della società?
«Non m'interessa, e poi è presto per parlarne: il consiglio direttivo si riunirà a fine mese, l'assemblea ordinaria si svolgerà ad ottobre quando il bilancio sarà pronto».
- Il suo atteggiamento con la stampa...

«Io parlo tranquillamente con le persone serie, non approvo i suoi colleghi che inventano perché l'inventare è peggio del manipolare, almeno in quest'ultimo caso c'è una base di verità. Non mi va poi che di mezzo ci sia sempre il Milan: perché ce l'hanno sempre con noi? Fra A e B ci sono 36 squadre: invece è sempre questa società ad essere nell'occhio del ciclone. Ci vuole un atteggiamento più oggettivo. Capisco che la stampa ha bisogno di notizie, ma non accetto la mala fede...».
- Il Milan in B: cosa ha provato ad apprendere questa notizia?
«Una grande amarezza. Adesso penso che tutti abbiano capito come sono stati approntati i processi, che tipo di scelte è stata fatta. Non c'è da drammatizzare comunque: la B vale quasi quanto la A. Con Milan e Lazio ci sarà da divertirsi».
- Anni fa, era il 1964, polemizzò contro il gioco chiuso, profeta di quello che sarebbe accaduto più avanti... «Io non sono per l'attacco all'eccesso: bisogna saper far bene entrambe le cose, la difesa e l'offesa. Il campo è largo e va riempito, mi spiego? Oggi si notano dei miglioramenti: il libero e lo stopper, dopo i terzini, partecipano alle azioni d'attacco... Ma s'è perso del tempo...».
- La Nazionale: come si sarebbe trovato con Bearzot?
«Con Bearzot che predica calcio a tutto campo, non avrei avuto alcuna difficoltà di dialogo, tecnico e umano».
- Perché Fabbri ha fallito?
«Non ha avuto molte possibilità: ha pagato per tutti dopo la sconfitta con la Corea e non ha mai avuto la necessaria, indispensabile solidarietà».
- Che succederà in campionato?
«Non mi va di parlare di quello che dovrà accadere: preferisco esprimermi sul passato. Altrimenti si rischia di dire delle banalità. Ed è sempre un brutto colpo per lo sport. Comunque vedo Juventus e Inter davanti a tutte: i due stranieri sembrano di prima qualità, anche se andranno valutati nell'arco dell'intero campionato. Poi, ad ascoltare i tecnici, c'è la Fiorentina che ha svolto un'interessante campagna acquisti. Più indietro Torino e Roma».
- In campo internazionale?
«Il vertice non muterà particolarmente in Spagna: le Nazionali migliori saranno presumibilmente le stesse che si misero in evidenza in Argentina. Ma questo è banale, non le sembra...?».




I 25 anni di Gianni Rivera al Milan, da "Forza Milan!", 1985-86

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Gianni Rivera sposo, 28 giugno 1987
(da "Forza Milan!")




Da "La Repubblica" - Domenica, 23 giugno 1985
di Gianni Brera

RIVERA, RENDIMI IL MIO ABATINO
L'ho visto la prima volta in Alessandria-Milan, nel 1959. Era l' inizio del campionato che avrebbe vinto la Juventus. Nel Milan giocava ancora Liedholm, eroicamente sollevando i ginocchi al modo dei lipizzani da parata. Il ragazzino portava i capelli all' Umberta e, valutato ad occhio, aveva il carrello un po' basso, le cosce ipertrofiche, il petto miserello. Si muoveva tuttavia con un garbo che era indice di stile sicuro (non di classe, analfacalcio che siete!): toccava di destro con raffinata misura: fintava di corpo domando la palla e quindi apprestandosi al dribbling, che non sempre aveva bisogno di fare: lanciava palle pulite, mai viziate di effetti difficili. Portava la maglia numero 9 ma centravanti non era, bensì rifinitore: e questo scrissi, con ovvia sicumera, avendolo visto mandare tre volte in gol un certo Tacchi (umiliato il Milan fra la sorpresa generale).

Riflettei che non era capace di scatto, bensì di progressivo, modico per giunta, e che non portava palla perchè l' ispirazione lo soccorreva all' istante e poteva disfarsene prima che alcuno accorresse al tackle. Non essendo capace di scatto, centravanti non era, mi dissi inducendo secondo logica. Pochi giorni dopo mi giunse il ritaglio d' un bollettino parrocchiale in certo modo premonitore: un prete di cui ho felicemente dimenticato il nome scrisse con il risentimento acre d' un innamorato deluso che Gianni era geloso d' un altro Gianni migliore di lui. Era un modo molto italiano e molto uterino di fare critica sulla pelle e sui sentimenti. Io azzeccai il giudizio tecnico e aspettai il portento a nuovi esami.

Lo rividi in nazionale olimpica, scelto da Viani (che l' aveva già assunto al Milan per consiglio di Pedroni) e da Nereo Rocco, finalmente chiamato agli onori della ribalta nazionale. Rocco era stato fino a quel momento la vittima del più bieco conformismo italico, il catenacciaro, come scrivevano gli iloti della critica. Viani godeva non usurpata fama di tecnico ma Rocco era più sicuro nei giudizi: non cedeva alla fantasia e si salvava con l' humor, che aveva fertilissimo. La nazionale truccava il catenaccio e teneva Giovannino Rivera ala destra. Fece miracoli. Mancò la semifinale per ingenuità di sorteggio (a Napoli, rob de matt!): ottenne classifica insperata (il quarto posto) mordendosi le mani: significò il definitivo successo della scuola italiana, fino a quel giorno minata dagli incompetenti e dagli invidiosi dell' altrui tiratura.

La Juventus convocò Rocco per scritturarlo sublimando l'arcigno ricordo del Padova: Rocco non venne lasciato andare dal suo presidente. Giovannino Rivera approdò al Milan con il soprannome di Gipo Viani che l' aveva acquistato: "il babbambino d' oro". Non ricordo abbia subito sfondato. Innamorò di sè tutti gli ignari amatori di Apollo che languono e fremono in petto ai più impensabili tifosi. Nereo lo trovò al Milan nel ' 61-' 62 e mi si disse un tantino deluso di lui. Con Viani, infartato, non correva buon sangue. Viani si rivelò geloso di lui e dei suoi modi. Rocco venne lasciato solo con le sue gatte.

Una vigilia di derby lo consolai da amico al tavolo di Chang in Via Alfieri. Era solo e atterrito. Il domani vinse 3-1. Poi scappò Greaves e giunse Sani, per il quale Feola aveva fatto disastroso fiasco al River Plate. Sani andava quasi al passo e gli avversari lo saltavano sempre: lui trottignava arretrando: la difesa del Milan riconquistava palla e lo serviva: Sani non aveva che da voltarsi e rilanciare. Fu lo scudetto e il Babbambino d' oro metteva piacevoli stucchi su quel solido muro. Agnelli disse che l' avrebbe preso solo per tenerlo a giocare in giardino e la Juventus decadde amaramente.

Nel ' 62 andammo in Cile. Gionnin Ferrari non perdonava a Giovannino Rivera i riposi privilegiati, lui inconcusso cursore. Giovannino insinuò me presente di Gionnin che temeva ne oscurasse la fama alessandrina! La spedizione al Cile risultò lacrimevole. Il più in forma era Sormani, e venne lasciato ai margini. Un solo tiro fece Rivera con la Germania e Sivori mancò delittuosamente la goffa respinta del portiere tedesco. Poi scomparve. Erano gli anni dell' Inter e del Bologna. Rocco emigrò da Milano: l' aveva spiazzato l' invidia di Viani, più di lui abile nell' intrigo. Giovannino divenne il mio eroe negativo.

Stranamente i suoi fans mi accusavano di essere disonesto perchè ne rilevavo le evidenti lacune dinamiche. Uscir dal sogno gli riusciva ingratissimo. Venni anche minacciato di morte. Il mio giornale rinunciava di acchito alle vendite presso i milanisti, ai quali nulla diceva che rischiassi perdite di lettori per dire quanto pensavo. Questo è perfettamente italico: non la pensa come me, quindi è disonesto; la pensa come, quindi è un genio.

Nel 1966 ho visto Giovannino giocare la più disperante partita della sua carriera in Italia-Corea. Fu il solo a dare l' anima. La beffa del dentista (e di Perani e altri del Bologna) lo indusse a sacrifici dinamici inauditi e vani. Io rischiai l' infarto al telefono, lui si apprestò al miglior campionato della sua vita, quello seguente i mondiali. Aveva una sola punta da servire e non ne cavò nulla: puntava su Sormani, ma lo sapevano tutti. L' anno seguente venne inventato Prati e di punte ne abbe due: i suoi lanci erano folgoranti. Eravamo in polemica aperta ed egli mi rispose una volta che neanche Pelè recuperava a difesa.

Quando lo esclusero dalla nazionale, Rocco lo portò al "Giovedì" del Riccione e tutti fummo conquistati da lui. Beveva benissimo, sapeva di vino (non che odorasse, ohibò): "Se torni in nazionale come noi sosterremo che debba, ricorda di dover servire subito Gigi Riva come hai fatto con Prati e Sormani". "D' accordo" disse: e lo fece puntualmente: e Riva conobbe alfine uno che sapeva scatenare i suoi rombi di tuono.

L' amicizia con Rocco era sempre fraterna, però mi mandò a dire che Giovannino era la nostra Stalingrado. Ormai si disputava per ripicca, come se si dovesse rispettare un copione. A Città del Messico accadde un fattaccio osceno: Mandelli (un' intelligenza che il calcio respinse con terrore) minacciò di escluderlo dalla nazionale e Rivera lo insultò pubblicamente. La stessa notte arrivai in aereo e il domani partiva l' attacco al "pallido prence mandrogno". Iniziavo con un "Lugete Veneres cupidinesque" di cui un bravo collega non volle far credito a Catullo.

I milanisti intrapresero raids intorno a casa mia e al mio giornale. Sarebbe stata l' occasione per tirature mostruose: i fratelli tipografi mi ricordarono - scioperando - che San Gionn l' ha mai fa' d' ingann. Mandelli si rivelò grande rifiutando di chiedere la testa di Rivera, che rimase a disposizione. I compagni, invidiosi, lo detestavano. Minerva soccorrevole porse a lui la lancia già inutilmente scagliata (vedi duello fra Achille ed Ettore sotto le porte Scee). Segnò il gol del pareggio tedesco (3-3): Albertosi lo seguì per strozzarlo: lui avanzava mesto quando Bonimba lo vide e trovò: fu un piatto destro divino e il 4-3. Per sua fortuna venne escluso dalla finale, comica, fino all' 84 minuto.

Tornò in Italia e compicciò libri a successo con Orestino del Buono, suo protettor devoto. In un raptus polemico, ormai un rigurgito mesto, m' invitò a desistere da ogni critica insulsa: non fosse stato per Rivera, mai nessuno mi avrebbe conosciuto. Riflettei sui dati anagrafi: nel 1949 avevo preso a dirigere la "Gazzetta dello sport" per sublime intercessione dei seienne Rivera? Pur dubitandone, risi. Ormai la ripicca si andava mutando in soavi pentimenti. A Rivera vecchietto mi capitò di dare qualche 8 propiziatorio. Mi esaltavo a smentire me e tutti quanti pensavano a preconcetti idioti. Il culto di Rivera spesso rischiò di perderlo. Ebbe molte donne per poco amate e una figlia che invece gli è cara (vive con la madre a Sanremo).

Le vicende della sua vita non furono sempre ideali. Unendo il proprio destino al Milan fu sempre coerente, non fortunato. Nessuno osa privarsene o mancargli di rispetto. E' equilibrato, forse anche saggio. La fama gli si dissolve sul capo come una nube non più molto grata. Non se ne affligge e per questo lo stimo. Forse l' angoscia lo prende sentendosi vecchio per un atleta che invero è stato più artista che atleta: però è composto, schivo, e mai lo dà a vedere. L' ho incontrato l' altra sera presso un amico comune, Ross Galimi. Abbiamo bevuto e conversato a lungo, molto serenamente. Fra i due, a capir meglio l' altro è stato lui. Orrida vecchiezza, ridammi il mio abatino.




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18 agosto 1993, l'onorevole calciatore Gianni Rivera compie 50 anni
(da "L'Unità")
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(Archivio "Gazzetta dello Sport")





(Archivio "Gazzetta dello Sport")
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(dal "Corriere dello Sport", maggio 1988)




I 100 anni del Milan, "Gazzetta Magazine" del dicembre 1999

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Un sondaggio della "Gazzetta dello Sport" nel 1999 elegge Rivera
come simbolo del secolo tra i giocatori della storia del Milan

























L´ultimo dribbling di Rivera. Alle elezioni senza slogan
Bandiera del Milan, è in politica da 17 anni ma non ne ama le risse. E sui volantini ha messo solo la propria foto con il Pallone d´Oro Figlio di un ferroviere socialista, rimpiange di non aver fatto il liceo classico perché a 16 anni esordiva già in serie A Fa il pendolare tra Roma, dove è consulente di Veltroni per lo Sport, e Milano "che non è più con il cuore in mano" Non rinnega la Democrazia Cristiana, scelta nell´87, e apprezza Berlusconi solo come presidente rossonero.




Da "La Repubblica" - Domenica, 30 maggio 2004
di Caterina Pasolini

«Io stavolta vorrei mandare in fuori gioco Berlusconi. Vorrei segnare come in Italia-Germania un bel 4-3, per l´Ulivo», dice sorridendo Gianni Rivera, mentre cerca di mettere ordine tra i mille appuntamenti della sua caotica giornata da candidato, non agli Europei in Portogallo ma alle Europee, numero 16 della Lista Prodi per il collegio Nord Ovest.
È una maratona per la quale serve un allenamento da professionista, visto che passa dai tornei di calcio dell´hinterland milanese alle trasferte in Piemonte e Val d´Aosta per le cene elettorali, ai blitz nei mercati lombardi e liguri. Dove anche le signore, per le quali il calcio rimane una incomprensibile mania di mariti eterni bambinoni, lo salutano sorridendo: «Mi fanno i complimenti e dicono che mi voteranno persino gli interisti. Mi ripetono che sono uno perbene, si vede che oggi la considerano una rarità». L´ "abatino" (definizione di Gianni Brera) per andare in Europa parte da un vescovo, il Calabiana al quale è dedicata la via in cui, da un piccolo ufficio all´interno di un´azienda, pianifica la sua campagna elettorale. E un po´ vescovo lo sembra anche lui, con la flemma curiale, la fede religiosa intatta e i capelli grigi, ora che la militanza politica (17 anni) quasi eguaglia quella sportiva, 19 anni da giocatore e 7 da dirigente, sempre in rossonero.
L´ex golden Boy, primo italiano a vincere il Pallone d´oro nel 1969 e unico calciatore italiano a licenziare un presidente, malgrado l´aria tranquilla, «senza rimpianti né rimorsi», ora di presidente del Milan ne vorrebbe licenziare un altro. Non da via Turati, ma da Palazzo Chigi, «così non ci sarebbe più conflitto di interessi». E poi in fondo lo slogan lo ha inventato lui. «Nell´87 quando mi candidai per la Dc, il mio motto sui manifesti era: Forza Italia in campo e tra la gente. Peccato non averlo depositato».
Parte da Milano il suo viaggio di candidato, dalla città che lo ha visto campione, e che oggi sente «a volte troppo egoista, chiusa in se stessa, diffidente verso i nuovi arrivati rispetto a quella "col coeur in man" di quando ero ragazzino». Ragazzino come suo figlio Gianni, «che ha temperamento artistico e adora il tennis piuttosto che il calcio, nonostante ogni tanto mi costringa in porta a parare i suoi tiri». La Milano di quando era un piccolo sognatore come oggi sua figlia «Chantal che adora il ballo e il nuoto» e da Roma lo tempesta di telefonate, chiedendo consigli e lamentandosi per la sua assenza. «Lascerò i miei figli liberi di decidere il loro futuro, basta che studino come non ho potuto fare io», aggiunge. Ripensando a quel titolo di «computista commerciale, un gradino sotto il ragioniere, perché a 16 anni esordivo in nazionale e non avevo più tempo di andare a scuola. Se tornassi indietro farei il classico», aggiunge raccontando dei libri divorati in ordine sparso e che lo hanno segnato, come Exodus o i film visti, come il Gladiatore che ha amato «per la dirittura morale del protagonista».
Gli anni sono passati e Rivera resta amante del bel gioco oltre che del risultato, e per questo oggi gli piacciono Kakà, Totti, Cassano e Pirlo, mentre il numero uno di sempre resta Pelè, che è stato pure ministro. Ma la propensione all´estetica del giocatore non dice tutto dell´uomo, che si racconta come una persona finalmente serena, un po´ troppo orgogliosa ma concreta e solida grazie a due genitori che gli hanno dato salde radici. «È merito loro se non ho perso la testa, a ritrovarmi sedicenne in nazionale. Sono figlio di Teresio, fabbro ferroviere, socialista di fede e lombardiano di cuore, che considerava Gesù Cristo il primo socialista della storia. E di mamma Edera, che mi ha trasmesso costanza e determinazione, oltre ad avermi tirato su a furia di agnolotti fatti in casa, il mio doping prima delle partite». Altro che nandrolone.
Uomo di poche parole e molti gol, 288, Rivera non ha voluto slogan sui volantini, dove accanto alla sua foto col Pallone d´oro compare il calendario degli Europei. Quelli portoghesi, stavolta. «Cosa dovrei dire, che sono onesto? Dovrebbe essere il minimo. No, meglio che parlino i fatti, quello che sono stato in campo, gli anni di attività politica». Attività iniziata come deputato democristiano, promotore dei referendum elettorali e «caratterizzata dall´idea che il politico debba muoversi in difesa dei più deboli», aggiunge citando con fierezza il suo impegno in "Mondo X", l´associazione di comunità per tossicodipendenti creata da padre Eligio.
Ex regista del centro campo finito alla Difesa nel governo dell´Ulivo (come sottosegretario) e ora consulente allo sport del sindaco di Roma Waltere Veltroni, sogna un´Europa «in cui si decidano anche politica estera e difesa in comune». In Iraq, comunque, non ci avrebbe mandato i nostri soldati, «visto che il vero motivo di quella guerra era il petrolio e non abbattere un dittatore», dice convinto abbandonando l´abituale flemma.
Flemma dimenticata da anni in amore. Da quando lui, che piaceva anche alle mamme per quell´aria a modino, ha scelto la donna della sua vita «Libera, un po´ selvaggia, istintiva come Laura. L´ho vista sul campo da tennis e mi ha conquistato, perché ho capito che non si sarebbe mai fatta cambiare o piegare dai luoghi comuni o dai desideri altrui». E davanti a chi gli chiede se sia stato più un candido o un furbacchione, tornato serio ribatte: «A volte ingenuo, opportunista mai. Se lo fossi stato, avrei ottenuto sicuramente di più nella vita, ma avrei perso me stesso».




Da "Il Tempo" - 18 agosto 2003
di Franco Bovaio

I 60 ANNI DI GIANNI RIVERA
Oggi Gianni Rivera compie 60 anni (auguri) ed è curioso che la ricorrenza cada pochi giorni dopo il fallimento dell'Alessandria, la squadra con cui esordì in A e si affermò, ancora giovanissimo, nel nostro calcio. Non a caso, nel riportare quella notizia, in molti hanno rispolverato una sua vecchia foto di quando, appena quindicenne, palleggiava con la maglia dei tutti grigi. In quei giorni nessuno poteva immaginare che di lì a poco sarebbe divenuto il giocatore più importante della storia dell'Alessandria e del football italiano del dopoguerra. Parlare del Gianni Rivera calciatore, infatti, è un po' come ripercorrere la storia degli ultimi quarantacinque anni del nostro calcio. Nato in provincia di Alessandria, a Valle S.Bartolomeo, il 18-8-1943, esordì in A con l'Alessandria il 2-6-1959 proprio contro la squadra che poi sarebbe diventata la sua rivale cittadina di sempre: l'Inter. La gara finì 1-1 e Rivera (15 anni, 9 mesi e 15 giorni) divenne il secondo esordiente più giovane del nostro campionato dopo Amedeo Amadei (in A a 15 anni, 9 mesi e 6 giorni). Dopo una seconda stagione con l'Alessandria (1959-60), 26 gare e 6 gol, passò al Milan, di cui è stato il giocatore più rappresentativo di sempre. In rossonero giocò dal 1960 al 1979, collezionando 501 partite di campionato, 122 gol, 3 scudetti (il primo, 1961-62, vinto ad appena 19 anni, gli altri nei campionati 1967-68 e 1978-79), 4 Coppe Italia, 2 Coppe dei Campioni (1962-63, 1968-69), 1 Coppa Intercontinentale (1969), 2 Coppe delle Coppe (1967-68, 1962-73) e il Pallone d'Oro 1969, primo italiano a conquistarlo.
La sua ascesa da grande n.10 del nostro calcio gli apri le porte della nazionale (60 presenze, 14 reti), ma lo fece divenire anche oggetto di tante polemiche, alimentate soprattutto da Gianni Brera che, da amante del gioco muscolare, poco gradiva la sua scarsa propensione atletica, al punto che per lui coniò il soprannome di "Abatino". In azzurro, poi, Rivera venne messo in antitesi col Mazzola interista e i due divennero loro malgrado oggetto di un derby infinito che sfociò nella famosa staffetta della finale Italia-Brasile dei Mondiali di Messico '70. L'Italia si era qualificata battendo in semifinale la Germania nell'ormai mitico 4-3, con gol decisivo proprio di Rivera. Ma Valcareggi, CT azzurro, decise che in finale per lui ci sarebbe stata solo la panchina, con Mazzola in campo. All'84', poi, col Brasile in vantaggio per 4-1, lo fece entrare al posto di Boninsegna per fargli giocare i 6 minuti più discussi della storia del nostro calcio.
Rivera smise di giocare a pallone nel 1979, dopo aver vinto lo scudetto della stella con un Milan non eccelso guidato da Liedholm ed aver saputo che lo svedese si sarebbe trasferito alla Roma per far posto a Giacomini. Divenne così dirigente del Milan, ma con l'avvento di Berlusconi alla guida della società preferì uscire di scena per dedicarsi alla vita politica nell'area di centro. Da molti è oggi indicato come l'uomo giusto per sostituire Carraro nel ruolo di presidente di quella Federcalcio che ormai da mesi è scossa e spaccata da polemiche e scandali.





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Articolo di Luigi La Rocca sull'esordio assoluto di Gianni Rivera al Milan: 14 maggio 1959, amichevole Milan vs Dopolavoro Rizzoli Milan 5-0
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Invito alla presentazione del libro
"Gianni Rivera, autobiografia di un campione", 3 marzo 2016
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Rivera - Gli amici di Giacomo (live)




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18 agosto 2013, i 70 anni di Gianni Rivera




Servizio di Beppe Viola su Gianni Rivera, dicembre 1978







Documentario inerente la visita della TV del Lussemburgo
alla casa-museo di Gianni Righetto