Giuseppe MEAZZA
"Balilla"

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Foto Archivio Luigi La Rocca



Scheda statistiche giocatore
  Giuseppe MEAZZA

Nato il 23.08.1910 a Milano, † il 21.08.1979 a Monza (MI)

Centravanti (A), poi Interno (C), m 1.69, kg 71

Stagioni al Milan: 2, dal 1940-41 al 1941-42

Soprannomi: “Balilla”, “Peppino”

Proveniente dall'Internazionale

Esordio nel Milan in gare ufficiali e in Campionato (Serie A) il 12.01.1941: Milano vs Juventus 2-2

Ultima partita giocata con il Milan il 21.06.1942: Milano vs Juventus 1-1 (Coppa Italia)

Totale presenze in gare ufficiali: 42

Reti segnate: 11

Palmares rossonero: -

Esordio assoluto in Serie A il 27.09.1927: Internazionale vs Dominante 6-1

Ultima partita in Serie A il 29.06.1947: Internazionale vs Bologna 1-1

Esordio in Nazionale Italiana il 09.02.1930: Italia vs Svizzera 4-2 (2 gol)

Ultima partita giocata in Nazionale Italiana il 20.07.1939: Finlandia vs Italia 2-3

Totale presenze in Nazionale Italiana: 53

Reti segnate in Nazionale Italiana: 33

Palmares personale: 2 Scudetti (1929-30, 1937-38, Internazionale), 1 Coppa Italia (1939, Internazionale), 3 Titoli di Capocannoniere del Campionato Italiano (1930 - 31 reti, 1936 - 25 reti, 1938 - 20 reti, Internazionale), 2 volte Campione del Mondo (1934 e 1938, Nazionale Italiana)




Ha giocato anche con il Savoia (Dil.), il Campionesi (Dil.), l’Internazionale (A, 1927-40 e 1946-47), con la Juventus (A, 1942-43), il Varese (CAI, 1944), e con l’Atalanta (A, 1945-46).

Ha allenato il Varese (CAI), l’Internazionale (A, subentrato nel 46-47 ed esonerato nel 47-48, e poi nel 1955-57), il Besiktas (A, subentrato nel 48-49), la Pro Patria (A, 1949-51), la Nazionale Italiana (dal febbraio ’52 al 1952-53) ed il Settore Tecnico Giovanile (1957-58).

"Il più famoso attaccante italiano nel periodo che va dal 1930 al 1940. Sia come centravanti sia come interno la sua figura emergeva dal contesto tecnico-tattico per risolvere e per suggerire. Talento naturale si avvaleva di uno scatto, di una morbidezza di tocco, di uno stacco aereo impareggiabili. Trascinatore come punta centrale in maglia interista, stratega straordinario in maglia azzurra ha inciso profondamente nelle imprese del calcio italiano (1934, 1938) in occasione dei tornei mondiali. Assieme a Giovanni Ferrari ha creato una coppia di interni insuperabile secondo lo schema metodista." (Dal “Dizionario del Calcio” Ed. Rizzoli 1990)



"Ricordato oggi dai più giovani soprattutto grazie allo stadio milanese che porta il suo nome, Giuseppe Meazza è stato un autentico campione, uno dei calciatori più amati del primo dopoguerra.
Nato il 23 agosto 1910 a Milano, veste la sua prima maglia nerazzurra a quattordici anni, dopo aver conquistato il tesseramento nerazzurro a seguito di un provino particolarmente felice con le squadre giovanili.
Era il lontano 1924 e il piccolo Giuseppe Meazza, dopo aver perso il padre all'età di sette anni durante i tragici combattimenti della prima guerra mondiale, viveva con la madre, venditrice di frutta al mercato di Milano.
Ovvio che il calcio e il suo mondo, anche se ancora lontano dagli eccessi divistici e miliardari di oggi, rappresentasse una grande speranza di riscatto.
E bastava vedere palleggiare "il Peppe" per capire che quel ragazzino di strada, fra le due porte, ne avrebbe fatta parecchia. Nel 1927, ancora in calzoni corti, Meazza gioca con la prima squadra nel torneo Volta di Como, ma Gipo Viani, centromediano di quell'Ambrosiana-Inter, nel vederlo afferma: "la prima squadra sta diventando la rappresentativa dell'asilo".
Durante il torneo Viani non può che rimangiarsi le parole: l'esordio per il giovanissimo Meazza è da favola. Segna due gol e regala la Coppa Volta alla propria squadra. Nel 1929 il grande campione milanese disputa il primo campionato di seria A; con l'Ambrosiana-Inter, gioca 33 partite su 34, vince lo scudetto 1929/30 e la classifica dei cannonieri, segnando ben 31 gol. E' il 9 febbraio 1930 quando a Roma esordisce in Nazionale: segna 2 gol alla Svizzera e l'Italia vince per 4 a 2. Meazza riceve la vera e propria consacrazione il giorno 11 maggio di quel 1930, quando a Budapest la compagine azzurra umilia la grande Ungheria con un sonoro 5 a 0: tre di quei gol sono realizzati proprio da quel ventenne centravanti che sta diventando uno dei più grandi attaccanti della storia del pallone, un autentico fuoriclasse, mago del palleggio e della finta.
Nel 1934 Giuseppe Meazza, battendo nella finale di Roma la Cecoslovacchia per 2 a 1, è campione al Campionato Mondiale disputato in Italia. Con la maglia azzurra ha giocato 53 partite, segnando ben 33 gol. Il record verrà poi battuto da Gigi Riva, tuttavia gli esperti sono concordi nell'affermare che i gol di Meazza hanno avuto diverso peso e sono stati fatti mediamente contro squadre più importanti da quelle incontrate da Riva.
Nel 1936 tenne sempre alta la sua fama di fuoriclasse vincendo per la seconda volta la classifica dei cannonieri del campionato italiano con 25 gol. I suoi gol in serie A sono stati in totale ben 267.
Meazza ha concluso la sua carriera nel 1948, a 38 anni, indossando la maglia della "sua" Inter. Un record anche di longevità. Dopo la fortunata carriera da calciatore è diventato giornalista ed allenatore, ma non ha avuto lo stesso successo professionale. Ha allenato l'Inter, la Pro Patria ed altre squadre (oltre ad essere per vari decenni responsabile del settore giovanile dell'Inter), senza ottenere risultati significativi.
Un merito importante l'ha però avuto anche in questo settore: nel 1949, commosso dalla storia personale di Sandro Mazzola, giovane di talento ma orfano di padre, lo convince a firmare un contratto con l'Inter, coltivandolo e facendone di fatto il suo erede naturale.
Giuseppe Meazza muore a Rapallo il 27 ottobre 1979, vittima di un male incurabile. A lui è stato intitolato, pochi mesi dopo, lo stadio di San Siro di Milano. (da Ferdinando De Fenza, fonte: Vincenzo Critelli)












Nel 1980 lo Stadio di San Siro è stato intitolato alla memoria di Giuseppe Meazza



Dal sito www.wikipedia.org

CARRIERA
Nato nel popolare quartiere di Porta Vittoria, iniziò a giocare a 6 anni sui campetti di Greco Milanese e Porta Romana in un gruppo di bambini che lui definì i Maestri Campionesi inseguendo una palla fatta di stracci. Ottenuto finalmente il consenso della mamma (il padre era morto in Guerra nel 1917) a 12 anni inizia a giocare sui campi regolari con i ragazzi uliciani del Gloria F.C., dove un ammiratore gli regala quelle scarpette che tanto desiderava (e lui non poteva comprare) e che il "Brigatti" vendeva in Corso Venezia all'equivalente di circa 3 stipendi.[3][4] A 14 anni compiuti entrò a far parte dell'Internazionale disputando il campionato ragazzi.[5] Fu Fulvio Bernardini a scoprirlo e a insistere presso l'allenatore dell'Inter, Arpad Weisz, affinche' lo inserisse in prima squadra: Bernardini (che sarebbe diventato in seguito un importante allenatore e scopri' numerosi altri giocatori, fra cui un altro che sarebbe poi diventato centravanti dell'Inter, Alessandro Altobelli) si fermava sempre piu' spesso, al termine degli allenamenti, a osservare estasiato, tra i ragazzi delle giovanili, quel ragazzino che con il pallone tra i piedi faceva meraviglie. Bernardini, si narra, fu tanto insistente e convincente che alla fine Weisz volle visionarlo personalmente. Weisz si rese conto che Bernardini non aveva esagerato: a 16 anni il ragazzo fu aggregato in prima squadra e a 17 anni Giuseppe Meazza esordiva nell'Inter, nel torneo Volta. Fu in quell'occasione che gli fu dato il soprannome di “Balilla”: quando l'allenatore Weisz lesse nello spogliatoio la formazione, annunciando la presenza in squadra di Meazza fin dal primo minuto, un anziano giocatore dell'Inter, Leopoldo Conti, esclamo' sarcastico: "Adesso andiamo a prendere i giocatori perfino all'asilo! Facciamo giocare anche i balilla!" L'Opera Nazionale Balilla, che raccoglieva tutti i bambini dagli 8 ai 14 anni, era stata costituita nel 1926 e cosi' allo scherzoso "Poldo" venne naturale apostrofare in quel modo il giovanissimo esordiente. Ma si sarebbe ricreduto presto: Meazza, in quella partita giocata contro l'U.S. Milanese, segno' tre gol, assicurando all'Inter la vittoria e facendo capire a tutti che era nata una stella [6]. "Pepin", come veniva chiamato in dialetto milanese, seguitò a giocare nel ruolo di centravanti nell'Ambrosiana, come era stata ribattezzata l'Inter in epoca fascista in seguito alla fusione con la U.S. Milanese. Iniziò subito a farsi notare a suon di gol e per la sua classe sopraffina, tanto che, non ancora ventenne, guidò la sua squadra alla conquista del neonato campionato di Serie A nel 1929-30 conquistando il titolo di capocannoniere con ben 31 reti.
Sono da ricordare di lui la tecnica eccezionale, il dribbling ubriacante e le celebri punizioni a foglia morta con cui aggirava la barriera. Leggendaria anche la sua tecnica nel battere i rigori, caratterizzata da un doppio passo; in proposito si ricorda anche un curioso episodio: durante il match contro il Brasile, nella semifinale dei Mondiali del '38, apprestandosi a battere un rigore, gli si ruppe l'elastico dei calzoncini; ciò nonostante, sostenendo con una mano i detti calzoncini, calciò il rigore con la consueta finta, spiazzando il portiere brasiliano.
Esordì in nazionale non ancora ventenne il 9 febbraio 1930 a Roma in Italia-Svizzera terminata 4-2 con le sue due reti. La sua carriera in azzurro fu a dir poco splendida: guidò l'Italia alla conquista del suo primo campionato del mondo, nell'edizione casalinga del 1934 realizzando 4 reti, di cui fu fondamentale quella nella ripetizione contro la Spagna dei quarti di finale. La partita venne ripetuta poiché il giorno prima si era conclusa in parità dopo i tempi supplementari (allora non erano previsti i calci di rigore): Meazza si dice fu “sbloccato” dopo che il tecnico spagnolo non schierò misteriosamente il suo spauracchio, il celebre portiere Ricardo Zamora, considerato all'epoca tra i migliori al mondo nel suo ruolo.
Dopo la vittoriosa Coppa Rimet, nella quale aveva ricoperto, come sempre più spesso gli accadeva, il ruolo di interno in luogo di quello di centravanti di inizio carriera, collezionò l'ennesimo terzo posto con la sua Ambrosiana dietro la Juventus, che dominò la scena italiana degli anni '30. La prima partita con la nazionale campione del mondo fu la celebre battaglia di Highbury, così denominata perché si disputò nello stadio londinese di Highbury, in casa dei presunti “maestri” inglesi (che non disputavano la coppa del mondo perché si arrogavano il titolo di "inventori del calcio"). La partita cominciò molto male per l'Italia, che subì nei primi 12 minuti 3 reti e perse per infortunio il centromediano Monti, ma nella ripresa fu proprio Meazza a risollevare le sorti italiane con una doppietta. Tuttavia, la sconfitta per 3-2 in inferiorità numerica contro l'Inghilterra, in una partita durissima e maschia come non mai, è tuttora ricordata non certo come un'onta.
Il 9 dicembre 1934 contro l'Ungheria segnò il gol numero 25 (in 29 partite) con la maglia azzurra, affiancando Adolfo Baloncieri in vetta alla classifica marcatori della nazionale, nella partita seguente contro la Francia fece altri 2 gol che gli consentirono di balzare al comando della classifica in solitario.
In campionato Meazza continuò a dimostrarsi un grandissimo attaccante, anche solo guardando il rullino dei cannonieri: nel 1935-36 si laureò nuovamente capocannoniere, con 25 reti, impresa che ripeté anche nel 1937-38 guidando per la seconda volta l'Ambrosiana alla conquista dello scudetto.
Quello stesso anno fu anche il capitano della nazionale alla coppa del mondo disputatasi in Francia: il secondo, prestigioso successo che portò l'Italia ai vertici del calcio mondiale e che permette di ricordare quella nazionale come una delle più forti squadre di tutti i tempi. Il 16 giugno a Marsiglia nella semifinale dei mondiali del 1938 contro il Brasile mise a segno il gol numero 33, l'ultimo della sua carriera in nazionale, in seguito giocherà altre 7 partite in maglia azzurra senza andare in gol. Il suo record sarà raggiunto solo da Luigi Riva il 9 giugno 1973, sempre contro il Brasile in una amichevole, e quindi superato il 29 settembre dello stesso anno contro la Svezia.
L'anno successivo fu l'inizio del declino del grande campione, a causa di un infortunio, che lo tenne poi lontano dai terreni di gioco per oltre un anno: il famoso “piede gelato”, un'occlusione dei vasi sanguigni di un piede.
Nell'autunno 1940 Meazza tornò al calcio giocato, stavolta con la maglia del Milan, ma non si trattava più del campione di un tempo, minato dall'infortunio occorsogli. La sua carriera nazionale si era conclusa l'anno precedente con un bottino di 53 partite e 33 reti, che gli valgono il secondo posto fra i bomber azzurri, dietro al solo Gigi Riva (35 reti). Inoltre, da bomber azzurro, Meazza vanta tuttora la permanenza più lunga al primo posto in esclusiva: 38 anni, 3 mesi e 23 giorni che partono da quando superò le 25 reti di Adolfo Baloncieri il 17 febbraio 1935 (Italia-Francia 2-1) a quando, come si è detto, le sue 33 totali furono eguagliate da Riva il 9 giugno 1973.
La tomba di Giuseppe MeazzaDopo due stagioni al Milan passò alla Juventus. Dopo aver disputato il campionato di guerra 1943-44 con il Varese (7 goal in 20 partite disputate) ed una breve permanenza all'Atalanta nel 1945-46, anno in cui ricoprì per un breve periodo anche il ruolo di allenatore, concluse la carriera con un'ultima stagione con la sua maglia nerazzurra, quella dell'Inter.
Dopo il ritiro dal calcio giocato divenne giornalista e poi allenatore, anche se non raggiunse mai i suoi livelli da calciatore. Allenò la Pro Patria, in varie circostanze la sua Inter, e anche la Nazionale nel biennio 1952-53. Ma la cosa a cui si dedicò maggiormente fu quella di insegnare calcio ai ragazzi; infatti divenne responsabile del settore giovanile dell'Inter e fu lui che scoprì Sandro Mazzola.
Alla sua morte gli venne intitolato lo stadio milanese di San Siro.




Dal sito www.juventus1897.it

Nasce a Milano il 23 agosto 1910. Centravanti e mezzala.
Raggiunge l’Ambrosiana quattordicenne ed appena tre anni più tardi è lanciato in prima squadra dall’ungherese Weisz. Con i nerazzurri si aggiudica il primo campionato a girone unico del nostro calcio (1930), bissa il successo nel 1938 e nel 1939 lega il suo nome alla Coppa Italia. Nel 1940, dopo quasi un anno di lontananza dai campi di gioco per un intervento chirurgico (causato da una insufficiente circolazione sanguigna verso gli arti inferiori), approda al Milan dal quale si separa dopo un paio di stagioni per accasarsi alla Juventus.
Milita in bianconero per il solo campionato 1942-43 (27 presenze e 10 goals), disputa con il Varese il campionato di Guerra 1944, nell’Atalanta il primo campionata postbellico e poi torna all’Inter con la quale vive la drammatica stagione 1946-47 nella quale la squadra nerazzurra rischia addirittura la retrocessione.
Cannoniere di purissima razza, molto dotato tecnicamente, è uno dei giocatori più completi della ricca storia del nostro calcio. Soprannominato “Balilla”, è l’inventore del famoso goal “ad invito”: tarda il tiro, lascia la prima mossa al portiere e lo infila freddamente sull’uscita; Meazza, è tre volte capocannoniere del campionato (nel 1930 con 31 goals, nel 1936 con 25 e nel 1938 can 20) ed al termine dell’attività i suoi bersagli sono 267 che lo collocano sul secondo gradino assoluto, meglio di lui in serie A ha fatto il solo Piola con 290 bersagli. Proprio a Meazza è legato il periodo più aureo della storia della Nazionale della quale è a lungo l’autentico fiore all’occhiello. Dal 1930 al 1939 in azzurro gioca 53 partite (17 volte con i gradi di capitano) e realizza 33 reti che fino all’avvento di Gigi Riva ne fanno il bomber assoluto. Con la Nazionale si assicura la Coppa Internazionale nel 1930, il titolo mondiale nel 1934, nuovamente la Coppa Internazionale nel 1935 ed ancora il Mondiale francese del 1938. Nelle vesti di allenatore, carriera che intraprende al termine dell’attività agonistica, guida per un paio d’anni l’Inter, poi si trasferisce alla Pro Patria e per una stagione, con Beretta nelle vesti di commissario tecnico, allena la Nazionale azzurra.
Così lo ricorda Caminiti:
«Musica maestro, ed era musica. Voglio dire il calcio del fabuloso “Balilla” detto dagli amici, un esercito di amici, un mare di amici e di ammiratori, “Pepp”, vincitore della classifica marcatori nel campionato a girone unico (il primo) 1929-30, con 31 goals, nella sua Ambrosiana tricolore, ed in onore del quale i milanesi alla vecchia “Arena” intonavano una canzone apprezzatissima dall’interessato, cui le ragazze piacevano: “Una ragazza per Meazza”. Giorni di onirica semplicità, se vogliamo, quelli di Meazza. Due scudetti, due campionati del mondo, un asso assoluto e conclusivo, anche da mezzala, un asso unico, forse il più magno centrattacco dell’intera storia della pedata italica.
Esordio in Nazionale a 19 anni, Italia-Svizzera 4 a 2 (un goal), la sua prima impresa storica data tre mesi dopo, Budapest, Italia 5 Ungheria 0 (l’Ungheria di Larcos, Hirzer e Tiktos), di Meazza i primi tre travolgenti goals. La Juventus lo ebbe nei giorni dolorosi ed affranti della guerra, ormai si cibava del suo mito, senza per questo rinunziare a prodezze tipiche del suo impareggiabile repertorio di finisseur e goleador. Il goal alla Meazza, con l’invito al portiere, scartato per depositare la palla a destinazione, mentre la folla plaudiva estasiata. Il fascismo volle farne l’araldo di tutta la sua politica, gli fu appioppato quel “Balilla” guerresco. In realtà, “Pepp” amava poco allenarsi, si allenava beatamente tra le donne, era un ragazzo semplice e modesto, che in campo si sublimava delle sue doti naturali di attaccante universale. Io lo rivedo a Rapallo, nel 1978, ridotto ad un seggiolone, abbandonato da tutti nel delirio della città dei cementi. Non riuscì a spiccicare parola. Mi toccò raccontare l’amaro crepuscolo di un fuoriclasse dimenticato.»




Dal sito www.juventus1897.it

Alla Juventus è capitato anche di far indossare la maglia bianconera a due monumenti del calcio che storicamente erano l’emblema di club rivali, Giuseppe Meazza e Silvio Piola. Uno era l’uomo dell’Ambrosiana, l’avversaria più accanita negli anni dei cinque scudetti; l’altro, prima di finire alla Lazio, dove sarebbe stato capace di infilare nella porta juventina anche quattro goals in una partita, aveva rappresentato l’ultima leggenda della gloriosa Pro Vercelli, caposaldo di un calcio provinciale e romantico fatto di aspre rivalse indigene sulla vicina Torino («Macché Gualino, macché Agnelli, la Pro Vercelli trionferà» cantava l’ingenuo tifoso di allora e mostrava striscioni con «Dove passa la Pro non passa la Juve» oppure «Il leone sbrana la zebra»: altro che ultras, fosse, brigate ed "hoolingans" di oggi). Arrivarono, Meazza e Piola, in momenti molto particolari: Meazza mentre si giocava un campionato che, tra bollettini di guerra ed allarmi aerei, non si sapeva se sarebbe mai arrivato alla fine, Piola quando il calcio ricominciò, dopo lo sfacelo della guerra.
Il "Pepp" di Porta Romana (era nato, nel cuore della Milano popolare) aveva ormai trentadue anni, anche se lo chiamavano ancora "Balilla". Erano molto lontani i tempi di una canzoncina molto in voga: «La donzelletta vien dalla campagna, leggendo la Gazzetta dello Sport e come ogni ragazza, lei va pazza per Meazza, che fa reti a tempo di fox-trot.» Di goals ne aveva segnati quasi duecentocinquanta per i colori dell’Inter, anzi dell’Ambrosiana come si diceva allora, e l’ultimo in nazionale (quello epico, su rigore, contro il Brasile, tenendosi i calzoncini perché s’era rotto l’elastico) risaliva ad oltre quattro anni prima. La sua lunga storia, che faceva parte del costume italiano anni trenta, aveva subito brusche svolte: prima il "piede gelato", poi l’incredibile passaggio sulla sponda rossonera, al Milan, anzi al Milano come si diceva allora, dove aveva disputato un campionato e mezzo. Firmò il contratto per la Juventus sdraiandosi, per scrivere meglio, sull’erba del "Comunale" dopo aver interrotto l’allenamento, già in maglia bianconera. Il suo debutto (18 ottobre 1942) avvenne in un derby. Il Torino era all’alba della sua memorabile stagione e schierava già il mitico attacco, da Menti a Ferraris. Si era alla terza giornata, nelle prime due la Juve aveva solo pareggiato. Meazza scese in campo con il numero otto, aveva intorno vecchi compagni del mondiale vinto a Parigi (Foni e Locatelli), Carletto Parola, un centravanti albanese (Lushta), il più giovane dei Varglien: l’altra mezzala era Sentimenti III, fratello del portiere Cochi. Non fu un esordio molto felice. Meazza era poco allenato, sembrava addirittura ingrassato, lento nei movimenti. Così quando entrò in area a tu per tu con il portiere Cavalli, mentre la folla si aspettava uno dei suoi celebri "goal ad invito", non ebbe la necessaria rapidità di movimenti e finì per perdere ingloriosamente il pallone. La partita fu poi vinta dal Torino cinque a due.
Le cose andarono meglio in seguito, Meazza si spostò al centro dell’attacco e regalò alla Juve dieci goals: ne segnò due anche alla sua Ambrosiana e quello che fece all’Arena fu quasi uno sberleffo alla nostalgia. Disputò ventisette partite su ventotto: l’addio fu un disastro collettivo, la Juventus, terza in classifica, fu travolta a Torino dal Vicenza che doveva salvarsi. Un incredibile sei a due al quale non badò nessuno: era l’ultima domenica di calcio e la guerra stava per cancellare il campionato, insieme a tante altre cose della vita di tutti i giorni.
Due anni dopo, metà ottobre 1945, si tornava a calciare il pallone, uno dei primi segni della vita che ricominciava. Ed ecco per la Juventus un altro nome mitico: Silvio Piola, trentaduenne, già oltre la metà della sua lunghissima carriera che doveva riservargli ancora una maglia azzurra, a quasi quarant’anni. Piola era stato nella Pro Vercelli e nella Lazio, i suoi goals in serie A erano quasi duecento. Se per Meazza si parlava di genio del tempo e del tocco, lui sembrava una sorta di cavaliere antico che sfondava con gesti poderosi e veloci. Segnava spesso in acrobazia, di preferenza col pallone uncinato a mezz’aria e spedito rapidamente in rete, senza che il portiere avversario potesse accorgersi di niente.
Durante la guerra aveva indossato la maglia granata del Torino-Fiat nel campionato di guerra, non ufficiale e, lanciato da Loik e Mazzola, aveva segnato qualcosa come 27 goals in ventisei partite. II suo passaggio alla Juve nacque da un mancato accordo con la Lazio, che voleva pagarlo a percentuale sugli incassi; rifiutò e preferì lo stipendio sicuro di Madama. Come Meazza, debuttò in maglia bianconera in un derby, ma fu nettamente più fortunato del suo predecessore: proprio lui segnò il goal della vittoria battendo, su rigore, Bacigalupo. Era un buon inizio per la Juve e per il suo cannoniere annunciato (avrebbe fatto sedici goals) protagonista di un grande campionato, tra compagni come Coscia e Sentimenti III, Magni e Borel II, nonostante prolungate assenze per malanni muscolari che lui attribuiva alla scarsa preparazione del tempo di guerra ed alle lunghe soste in piedi nei treni affollati durante le trasferte. Fu una lunghissima stagione che lo portò molto vicino allo scudetto, come non gli era mai successo e come non gli sarebbe più capitato.
Perché Piola, campione del mondo, due volte capocannoniere, recordman assoluto dei goals segnati in Italia, non è mai riuscito ad essere, almeno una volta, campione d’Italia. E questa del 1946 rappresentò la grande occasione. C’era, è vero, il "Grande Torino" a dettar legge, ma il più lungo campionato della nostra storia, prima diviso in due spezzoni, poi con un girone finale, aveva in serbo una sorpresa. Quando si arrivò a metà luglio, a due domeniche dalla fine, la Juventus era due punti davanti al Torino: Piola l’aveva trascinata in una sequenza di sette vittorie consecutive. C’era però da giocare ancora il derby, alla penultima giornata e fu un derby che oggi si definirebbe drammatico, ma allora un aggettivo simile rievocava tragedie appena finite, fu un gran duello di centravanti: lo vinse l’ex Gabetto, autore del goal vittoria.
Così le due rivali affrontarono alla pari l’ultima fatica, il Torino coprì il Livorno di goals, la Juventus tentò disperatamente di vincere a Napoli, ma riuscì solo a pareggiare,dopo essere stata addirittura in svantaggio, proprio con Piola che poi ne sfiorò altri in mischie rabbiose, il cuore in tumulto e la furia che sembrava quella dei tempi vercellesi. Piola rimase alla Juventus per un altro anno. Fu un buon campionato, che lo vide giocare mezzala e, nonostante il cambio di posizione, segnare altri dieci goals. L’ultimo a Venezia, a raddoppiare il vantaggio ottenuto da un ragazzino biondo che indossava la maglia numero nove e che avrebbe fatto parlare molto di sè. Quel ragazzino era Giampiero Boniperti.




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Cartolina di Giuseppe Meazza, autografata con data 14 novembre 1932



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Un articolo di Giuseppe Meazza su una pubblicazione sulla Coppa di Natale 1934
(grazie a Giorgio Brambilla)



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Disegno di Giuseppe Meazza, 1935-36
(da "Il Littoriale")
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(per gentile concessione di Emanuele Pellegrini)



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Meazza si cura il piede congelato (da "Il Calcio Illustrato", ottobre 1939)
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"Quel piede congelato di Meazza" (da "Il Calcio Illustrato", dicembre 1939)
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Visita a Meazza
(da "Il Calcio Illustrato", gennaio 1940)
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Giuseppe Meazza al Milano
(da "Il Calcio Illustrato" del 3 dicembre 1940)
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12 gennaio 1941, prima di Milan vs Juventus 2-2, esordio di Meazza con il Milan
(Foto Archivio Luigi La Rocca)




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Giuseppe Meazza in copertina de "Il Calcio Illustrato" del 14 gennaio 1941
(per gentile concessione concessione di Renato Orsingher)


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Aldo Boffi e Giuseppe Meazza, 1940-41
(by Filippo Fabio Solarino)
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Il Milan 1941-42 su "Annuario dello Sport Italiano"
(per gentile concessione di Giancarlo Filiani)





Giuseppe Meazza in un disegno di Franco Bruna


(Archivio Magliarossonera.it)





Giuseppe Meazza assiste ad una partita del Milan
dagli spalti assieme ai tifosi, 1941
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Giuseppe Meazza, stagione 1940-41





All'Arena Civica


Meazza in azione, stagione 1940-41





Giuseppe Meazza con la maglia dell'Inter



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Stagione 1954-55, Toni Bellocchio, Giuseppe Meazza, Ettore Puricelli
(per gentile concessione di Antonella Bellocchio)
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Toni Bellocchio giovane giornalista
in tribuna stampa con Peppino Meazza, metà Anni Cinquanta
(per gentile concessione di Antonella Bellocchio)





(Archivio Magliarossonera.it)


(Archivio Magliarossonera.it)



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La "Gazzetta dello Sport" ricorda
i 20 anni dalla scomparsa di Giuseppe Meazza
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Giuseppe Meazza nel ricordo della figlia Silvana
(per gentile concessione di Renato Orsingher)



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Giuseppe Meazza, Cimitero Monumentale, Famedio di Milano