Ezio LOIK (II)
"Elefante"

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(da "Gazzetta dello Sport Magazine", 1999)



Scheda statistiche giocatore
  Ezio LOIK (II)

Nato il 26.01.1919 a Fiume, † il 04.05.1949 a Superga (TO)

Mezzala destra, Mediano laterale e Interno destro (C), m 1.73, kg 74

Stagioni al Milan: 3, dal 1937-38 al 1939-40

Soprannome: "Elefante"

Esordio nel Milan in gare ufficiali e in Campionato (Serie A) il 16.01.1938: Luguria vs Milan 1-1

Ultima partita giocata con il Milan il 02.06.1940: Modena vs Milan 2-2 (Campionato)

Totale presenze in gare ufficiali: 63

Reti segnate: 13

Palmares rossonero: -

Ultima partita giocata in Serie A il 30.04.1949: Internazionale vs Torino 0-0

Palmares personale: 5 Campionati italiani (1943, 1946, 1947, 1948, 1949, Torino), 1 Coppa Italia (1941, Venezia), 1 Coppa Italia (1943, Torino)

Esordio in Nazionale Italiana il 05.04.1942: Italia vs Croazia 4-0

Ultima partita giocata in Nazionale Italiana il 27.02.1949: Italia vs Portogallo 4-1

Totale presenze in Nazionale Italiana: 9

Reti segnate in Nazionale Italiana: 4




Ha giocato anche con la Fiumana (C), il Venezia (A), il Torino (A).

"Una fetta del "Grande Torino" appartiene, seppur indirettamente, al Milan. Ci riferiamo ad Ezio Loik campione nel più puro senso del termine, scomparso prematuramente nel disastro di Superga. Nasce a Fiume il 26 gennaio 1919 ed al Milan approda giovanissimo: ha appena 18 anni. Nella stagione d'esordio (1937-38) trova in verità poco spazio, gioca appena sei partite, ma ampiamente sufficienti per dimostrare di che pasta è fatto. Segna 4 gol nel ruolo di centrocampista, ma evidenzia soprattutto grandi doti tecniche e notevole personalità. Al Milan rimane tre stagioni (63 partite e 13 gol fra Campionato, Coppa Italia e Coppa Mitropa) poi volerà a Venezia ed infine al Torino ed in Nazionale." (Da "1899-1999. Un secolo rossonero." di Carlo Fontanelli. Geo Edizioni 2000)






Foto relativa ad un dipinto, opera del maestro Franco Picchioni


(Archivio Magliarossonera.it)



Dal sito www.amicigg.it

LA STORIA DEI CAMPIONI DI SUPERGA
Loik, l'altra metà di capitan Mazzola
(di Gian Paolo Ormezzano)
"E' sempre stato oscurato da Valentino, ma l'Elefante era un uomo fondamentale"

Nato a Fiume, lanciato al grande calcio nel Milan, Ezio Loik divenne un giocatore vero, completo, nel Venezia, allorché si trovò con Valentino Mazzola. Lui con il numero 8, l'altro con il numero 10, quando i numeri indicavano il ruolo e non come ora la posizione nell'elenco alfabetico degli effettivi di una squadra. Così un bel 8 e un bel 10 arrivano al Torino: mezzali tipiche, classiche, fortissime, complementari. A Loik il ruolo del faticatore, a Mazzola, che pure era il più fisico, dei giocatori granata, il ruolo dell'inventore di gol, di riscosse. Però Loik sapeva anche segnare. Fu il cosiddetto giocatore di grande rendimento. Di quelli che quando stanno in campo magari non li noti molto, ma quando non ci sono ti accorgi della loro assenza. Accettò subito il suo ruolo, arrivò in Nazionale. Chi lo conobbe, lo ha anche descritto come un buono. Tre anni nel Milan non gli avevano messo in testa idee di grandezza. Aveva accettato il Venezia come un soldato accetta una destinazione al fronte. Si fidava di se stesso e di Mazzola. dal Venezia arrivò al Torino e la certezza del successo era sua e di tanti altri. Il suo gioco non poteva fallire.

Ezio Loik era nato a Fiume il 26 gennaio del 1919, stesso anno di nascita di Mazzola. La città era da 14 giorni occupata da Gabriele D'Annunzio e dai suoi legionari. Loik era di famiglia povera, il papà lavorava come operaio in un'industria di materiale bellico, siluri. Tre figli, e due gemelli erano morti poco dopo la nascita. Nomi strani: Egeo, Ervino, Ezio. Era Ezio il più solido, lo dimostrava giocando a football nella Leonida, e poi nella Fiumana. Da dove appunto lo chiamava il Milan, per quei tre anni normali.
Loik era l'Elefante, si era portato dietro da Fiume il soprannome, dovuto al suo procedere non veloce ma possente, e anche al suo fisico tozzo, quasi rozzo. Si affìnava nei modi del gioco, e anche nel fisico, a mano a mano che cresceva tecnicamente. Il suo personaggio sodo, pragmatico, con quel retroterra di povertà in una città difficile, con i suoi ingenui racconti di mare rifilati ai compagni di pensione, prima a Milano poi a Venezia poi a Torino, veniva ornato di poca aneddotica, anche quando tutti avevano dovuto decidere che lui era un campione. La storia della sua paura di perdere il denaro, che mandava a casa, e dunque mai lasciarlo "solo", grandi portafogli per portarlo in giro, e ogni sera la conta dei bigliettoni allineati ben aperti sul letto e poi ri-messi insieme e sistemati sotto il materasso. Un carat-tere buono, tosto ma buono. Perfetta l'amicizia con Mazzola. Ottimale la sua ambientazione in squadra, con i compagni. Sempre onesto il suo rendimento. E un grande controllo dei nervi. Un giocatore didascalico, dunque, che senza volerlo diventava anche didattico: nel senso che rappresentava un certo football, e senza farlo troppo apposta lo insegnava pure. Ogni tanto ricordava la vita difficile a Fiume, sua mamma sempre alle prese con problemi di denaro per andare avanti. Un bottegaio non voleva più fare credito alla famiglia Loik, e lui aveva lanciato nel suo negozio due grossi topi di fogna, dopo averli bagnati di petrolio e avergli dato fuoco. Una volta aveva pure rubato del carbone da un camion ma il piede gli era finito sotto una ruota, credeva di essersi spezzato tutte le ossa, di non poter giocare mai più a pallone.
Loik piaceva molto al commissario tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo, attaccatissimo a giocatori così, regolari, disciplinati, capaci di segnare gol anche decisivi e poi di ridere di chi li voleva presentare come salvatori della patria, come geni del mondo. Giocava benissimo senza però fare sbattere nessuno contro l'artisticità del suo talento. Era molto operaio, e anche molto artigiano e pazienza se poco artista. Chiunque, in possesso di muscoli e polmoni buoni, poteva permettersi il sogno, la speranza di imitarlo. Loik si sistemò bene a Torino, trovò moglie, e qualche tifoso granata stava pensando che, se proprio Mazzola avesse ceduto alle sirene milanesi, lui Loik avrebbe potuto incrementarsi ulteriormente come personalità, riempiendo in qualche modo un po' del vuoto lasciato da Valentino. Ma erano pensieri balordi, in realtà si diceva Mazzola e Loik per dire un giocatore doppio, di due personaggi che esistevano alla grande anche per come si appoggiavano uno all'altro. Mazzola però aveva dei problemi di famiglia, mentre lui, Loik, era felicissimamente legato a Ilia, per la quale aveva segnato un gol al 1' della partita che le aveva in un certo senso offerto come prova d'amore: segno un gol per te, e questo vuoi dire che tu capisci che ti amo, e mi sposi. Roba da cartolina illustrata, o se si vuole da bigliettino che avvolge il cioccolatino, ma anche sentimenti veri e impegno rispettato, il che non guasta. Nei riguardi di Loik e del suo personaggio antologico i tifosi granata si sono sempre sentiti in debito. Troppe volte hanno applaudito i gol funambolici di Gabetto, quelli possessivi di Mazzola, quelli violenti di Menti e quelli sottili di Ossola senza pensare che a monte stava sempre il grande lavoro dell'Elefante, dell'ex ragazzo di Fiume che stirava i biglietti di banca per farli valere di più.




Loik in azione con la maglia del Torino



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(da "Il Campione", 1956)





Loik in azione in un Milan vs Venezia del 1940



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Articolo tratto da "Il Calcio Illustrato", 1942-43
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(da "Il Calcio Illustrato", maggio 1949)



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VIDEO - parla Mirella, la figlia di Ezio Loik
"Il ritorno della fiumana", da Chi l'ha visto del 9 febbraio 2009
(per gentile concessione di Luigi La Rocca)



Dal sito www.editfiume.info
19 settembre 2017 - di Fabio Sfiligoi

MILAN-RIJEKA, PILLOLE DI STORIA
Quello che a molti sarà sfuggito così di primo acchito, ma che sicuramente solo i più anziani sapranno, è che c’è stato un famoso calciatore fiumano ad aver indossato il rossonero del Milan. È Ezio Loik, mezz’ala destra di gran movimento: generoso e dotato di una spiccata resistenza fisica. Loik per l’epoca aveva polmoni per tutti, soprattutto per Valentino Mazzola, suo compagno di squadra prima a Venezia e poi a Torino. Sapeva costruire manovre pregevoli. Lo chiamavano “Elefante” per il suo procedere lento e possente. Per i tifosi lagunari era “l’uomo dei gol impossibili”.
Nato nel capoluogo del Quarnero all’epoca sotto reggenza italiana (dal 1924 al 1947 parte dell’Italia), nell’odierna Repubblica di Croazia, proveniente dal Leonida Fiume esordì 17.enne con la divisa della Fiumana nella stagione 1936-1937 disputando 41 gare in Serie C e siglando 12 reti. Trasferitosi al Milan, dopo tre convincenti stagioni coi rossoneri, arrivò nel 1940 al Venezia dove formò una temibile “coppia d’assi” con Valentino Mazzola, e nel successivo biennio contribuì a portare il club neroverde ai suoi apici ottenendo un terzo posto in Serie A nel 1941-1942 e vincendo, l’anno prima, la Coppa. Approdò poi al Torino insieme allo stesso Mazzola, acquistati dal presidente Ferruccio Novo per la cifra di un milione e 200mila lire oltre a due contropartite tecniche (Mezzadra e Petron). Con quello che diverrà il Grande Torino, nel corso degli anni Quaranta conquistò cinque scudetti e un’altra coppa nazionale prima di morire con i compagni di squadra nella tragedia di Superga. Con 70 gol totali in maglia granata si trova all’11.esimo posto della classifica dei marcatori del club piemontese, dietro a Franco Ossola (85).
Lanciato nel grande calcio nel Milan, Loik divenne un giocatore vero, completo, nel Venezia, allorché si trovò con Valentino Mazzola. Lui con il numero 8, l’altro con il numero 10, quando i numeri indicavano il ruolo e non come oggi. Così un bel 8 e un bel 10 arrivarono al Torino: mezzali tipiche, classiche, fortissime, complementari. A Loik il ruolo del faticatore, a Mazzola, che pure era il più fisico dei giocatori granata, il ruolo dell’inventore di gol, di riscosse. Però Loik sapeva anche segnare. Fu il cosiddetto giocatore di grande rendimento, di quelli che quando stanno in campo magari non li noti molto, ma quando non ci sono ti accorgi della loro assenza. Accettò subito il suo ruolo, arrivò in nazionale. Chi lo conobbe, lo ha anche descritto come un buono. Tre anni nel Milan non gli avevano messo in testa idee di grandezza. Aveva accettato il Venezia come un soldato accetta una destinazione al fronte. Curiosamente l’esordio in nazionale (5 aprile1942) arrivò contro la Croazia, partita dominata per 4-0. In azzurro totalizzò 9 presenze e 4 gol.
Rodolfo Ostromann nativo di Pola, che all’epoca faceva parte dell’Impero austro-ungarico, crebbe calcisticamente nelle giovanili del Grion Pola, prima di passare all’Edera dove rimase fino al 1924. Passò infatti in quell’anno al Milan, dove disputò 21 gare mettendo a segno diciotto reti. Il suo bilancio complessivo è di 73 partite e 34 gol. Nell’estate del 1928 venne ingaggiato dalla Triestina, dove giocò l’ultimo campionato di Divisione nazionale suddiviso in gironi: siglò 17 reti in 30 gare, risultando il miglior marcatore della sua squadra. Nella stagione successiva il campionato fu rivoluzionato con l’introduzione del girone unico: Ostromann, sempre con la Triestina, esordì ufficialmente il 6 ottobre 1929 nella gara Triestina-Torino 0-1 ma non fu però in grado di ripetere la prestazione dell’anno precedente...
In tempi moderni, tornando a Fiume, si ricorda Dario Smoje. Mezzo stopper e mezzo mediano: cresciuto nel Rijeka, esordisce nella massima divisione del campionato di calcio croato all’età di 16 anni: fisico prestante e discreta visione di gioco, viene notato subito dagli osservatori rossoneri. Passa a Milanello (un trasferimento con qualche lacuna che poi si trascinerà nelle aule di tribunale). Con la maglia rossonera Dario arriva a contare 6 gettoni di presenze. Poi è un graduale declino fino al ritorno in Patria e al più totale anonimato. Fra i croati con la maglia del Milan hanno lasciato un segno indelebile Zvonimir Boban e Dario Šimic. Ora tocca a Nikola Kalinic.