Kurt HAMRIN
"Uccellino"

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(Archivio Magliarossonera.it)



Scheda statistiche giocatore
  Kurt HAMRIN

Nato il 19.11.1934 a Stoccolma (SVE)

Ala destra (A), m 1.69, kg 69

Stagioni al Milan: 2, dal 1967-68 al 1968-69

Soprannome: "Uccellino”

Proveniente dalla Fiorentina

Esordio nel Milan in gare ufficiali e in Coppa Italia il 03.09.1967: Milan vs Cagliari 2-0

Ultima partita ufficiale giocata con il Milan il 28.05.1969: Milan vs Ajax 4-1 (Coppa dei Campioni)

Totale presenze in gare ufficiali: 61

Reti segnate: 17

Palmares rossonero: 1 Scudetto (1967-68), 1 Coppa dei Campioni (1969), 1 Coppa delle Coppe (1968)

Esordio assoluto in Serie A il 16.09.1956: Lazio vs Juventus 0-3

Palmares personale: 1 Coppa delle Coppe (1961, Fiorentina) e 2 Coppe Italia (1961, 1966, Fiorentina)

Totale presenze in Nazionale Svedese: 32

Reti segnate in Nazionale Svedese: 16




Ha giocato anche con l'AIK Stoccolma (A), la Juventus (A), il Padova (A), la Fiorentina (A), il Napoli (A).

"A Firenze lo ribattezzano "Uccellino" per il suo fisico esile ed il suo particolare modo di correre (quasi volare) in campo. Di fragile ha anche le caviglie, tutto a dispetto della sua "svedesità" che fa pensare normalmente a fisici dotati e possenti. In Italia disputa quasi tutta la sua carriera (Juventus, Padova e soprattutto Fiorentina) e quando il suo tramonto sembra segnato, ecco, grazie a Nereo Rocco, una seconda giovinezza. Il Paron lo porta al Milan quando ha 33 anni suonati (Hamrin nasce a Stoccolma, In Svezia, il 19 novembre 1934) e mai mossa risulta più indovinata. Hamrin gioca in rossonero 2 stagioni ('67-68 e '68-69), disputa 61 incontri fra campionato, Coppa Italia e coppe internazionali realizzando 17 gol. Sarà un caso, ma con Hamrin il Milan vince scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe. Se non altro è da considerarsi un gran bel portafortuna." (Da "1899-1999. Un secolo rossonero", di Carlo Fontanelli, Geo Edizioni 2000)


Dal sito www.juventus1897.it

"L'amore fra Hamrin e la Juventus fu breve, ma il rimpianto fu molto grande; lo svedese, infatti, in Italia ha segnato quasi duecento goals in 400 partite, la maggior parte da avversario.
Sandro Puppo, che allora allenava una strana Juventus fatta di ragazzi e due o tre vecchi assi, fu spedito a valutare quel ventenne descritto come "un campione assoluto". Puppo, dottore non solo in calcio, tornò deluso: «Non vale». L'Avvocato lo pregò di riprovare. Puppo salì sull'aereo per Lisbona, assistette a Portogallo-Svezia e tornò a Torino con un «Mi ero sbagliato» che cambiava il destino di quel giovane svedese.
Hamrin aveva ventuno anni. Era nato a Stoccolma, figlio di un imbianchino, a quattordici anni lavorava già come zincografo; a diciassette aveva esordito in serie A nella squadra della sua città, l'AIK, due anni dopo era entrato in Nazionale. Passò alla Juventus per quindicimila dollari che allora, nel 1956, equivalevano a nove milioni e mezzo. Due campionati più tardi sarebbe stato ceduto alla Fiorentina per una cifra dodici volte superiore.
La Juventus di allora era una squadra in via di ricostruzione, ma ancora lontana da un decisivo rafforzamento. Vivacchiava a metà classifica, preceduta non solo da Milan e Inter, Torino e Fiorentina, ma anche da Lazio e Udinese e perfino da Padova e Spal.
L'esordio avvenne all'Olimpico contro una Lazio fortissima e piena di ex juventini. Uno di questi era Muccinelli, anche lui ala destra, un idolo del tifo bianconero. Fu una sorprendente vittoria bianconera con un goal dello sconosciuto Donino, che sostituiva Boniperti, e due di Hamrin, uno "alla Mortensen" in piena corsa e l'altro su rigore. La domenica successiva conquistò il pubblico torinese, segnando il goal della vittoria sulla Spal ed offrendo al compagno Stivanello, il pallone del secondo, dopo aver scartato anche il portiere. Insomma, dette spettacolo e fu il migliore in campo. Poi cominciarono i guai. Otto giorni dopo, a Genova, scontro con il terzino Becattini, partita finita in anticipo, prime assenze. I giornali scrivevano che Hamrin aveva restituito «per incantesimo la snellezza ed il brio, l'estro e la finezza». In quel campionato saltò una dozzina di partite e nacque una maldicenza, quella della "caviglia di vetro", una delle ragioni che lo allontanarono dalla Juventus. L'altra, quella più vera, fu l'arrivo di Charles e Sivori. Allora non esisteva la possibilità di tesseramento per tre stranieri nella stessa squadra e così Hamrin fu dirottato al Padova, in prestito. Proprio da Padova veniva Bruno Nicolé, "l'enfant prodige" del calcio italiano di quegli anni: giocava centravanti ma fu lui a prendere il posto dello svedese, all'ala. Prima di trasferirsi, Hamrin partecipò, ai primi di luglio ad una tournée nella sua Svezia. Cinque partite in undici giorni: furono cinque vittorie. Più che un quintetto d'attacco sembra una provocazione: a destra, appunto, Hamrin, poi Boniperti, poi Charles, Sivori, infine Stivanello. In cinque partite, segnarono trentasette goals.
La Juventus vinse lo scudetto 1958, ma trovò uno degli avversari più accaniti proprio nel Padova che aggiungeva al suo formidabile blocco difensivo l'irresistibile freccia svedese (trenta partite, venti goals). Nereo Rocco aveva scoperto una soluzione ai guai ortopedici di Hamrin: una speciale soletta nella scarpa del piede più volte infortunato, le caviglie del giocatore ora sembravano di acciaio. A stagione conclusa Hamrin giocò ancora e segnò in maglia bianconera, partecipando tra i campioni d'Italia ad un torneo con squadre inglesi e belghe a Bruxelles. Poi l'addio definitivo: partì per la Svezia per i mondiali; fu autore di goals magnifici e figurò tra i protagonisti della famosa finale contro il Brasile del diciottenne Pelè. A settembre fu acquistato dalla Fiorentina, con la quale segnerà 150 goals in nove anni. A Padova Rocco lo aveva soprannominato "Faina"; a Firenze lo chiamarono dapprima "Bimbo" per il suo sguardo mite e furbo, il ciuffo biondo, il fisico da ballerino. Poi anche "Bimbo" non fu più adatto a quel cannoniere dall'aria gracile e diventò, definitivamente, "Uccellino", visto come correva in campo, a volte quasi zampettando, a volte in volo radente sempre pronto alla beccata decisiva. «Ha un cronometro svizzero in testa» diceva Nereo Rocco. «In fondo non ha niente di trascendentale, né il dribbling, né il tiro, né il colpo di testa. Ma nessun giocatore al mondo possiede la sua scelta di tempo nei rimpalli, nelle mischie, negli appuntamenti con la palla. Lui vince sempre con una frazione di secondo».
A trentatre anni Hamrin passò al Milan e per poco non scoppiò la rivolta; gli intellettuali fiorentini furono addirittura sul punto di riunirsi per firmare un manifesto contro la partenza di "Uccellino". Con la maglia rossonera, Hamrin riuscì finalmente a vincere il suo primo scudetto nel 1968. Lo tolse, naturalmente, alla Juventus di Heriberto, alla quale aveva segnato, a Torino, il goal decisivo nello scontro diretto. Uno dei suoi ultimi goals."


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Kurt Hamrin con la maglia dell'AIK Stoccolma
(per gentile concessione di Renato Orsingher)
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Kurt Hamrin e Nereo Rocco, stagione 1967-68





Kurt Hamrin, 1968-69
(Archivio Magliarossonera.it)


Kurt Hamrin, 1968-69
(Archivio Magliarossonera.it)





(per gentile concessione di Renato Orsingher)


(per gentile concessione di Renato Orsingher)





Assieme a Skoglund ai Mondiali del 1958 in Svezia






























Dal sito www.internetgoldcalcio.com

KURT HAMRIN PRINCIPE DEL GOL
Dalla Svezia alla Juventus, ma viene subito ceduto al Padova. La finale della Rimet contro Pelè e tanti anni alla Fiorentina. Nel Milan vince tutto, dopo il Napoli e 191 reti in serie A.
D. - Giovanissimo gioca un grande mondiale nel 1958 in Svezia, dove la nazionale di casa sfida in finale un mitico Brasile con un Pelè quasi esordiente.
R. - E' stata una grandissima esperienza. Giungere alla finale è stato per noi un grande risultato anche se poi siamo stati superati dai una formazione veramente imbattibile. La Svezia era una buona squadra con ottimi giocatori, purtroppo molti non più giovanissimi; era un nazionale che non aveva più un futuro. Liedholm e Gren ormai avevano trensetteanni anni e molti altri giocatori avevano superato la trentina. Una squadra ottima per fare un torneo di sei partite, ma niente di più.
D. - Quando ha visto giocare qual ragazzino di nome Pelè nella finale, ha capito subito che era un giocatore di un'altra categoria?
R. - Era un atleta che aveva, sia pur giovanissimo, qualcosa in più rispetto ai calciatori della sua età. Abile, veloce, dimostrava una tecnica ed una padrona del pallone già di un giocatore esperto. Del resto basta vedere i due gol che ci ha fatto proprio nella finale per capire che quel ragazzino aveva la stoffa del grande campione.Per me comunque rimane il giocatore più grande del mondo, anche se molti considerano Maradona il più forte, ma io non sono d'accordo e confermo sempre il nome di Pelè.
D. - La squadra della sua vita è stata la Fiorentina; un grande risultato la Coppa delle Coppe del 1961, nella doppia finale superati i Rangers di Glasgow.
R. - All'andata in casa loro si vinse due a zero, con una doppietta di Milan. Al ritorno con questo doppio vantaggio la partita era già diventata più facile.Io realizzai il gol del 2 a 1, con un tiro quasi da bordo campo che si è infilato fra palo e portiere. Un gol importante ma la finale era stata gia vinta! La vittoria non fu solo mia ma ovviamente di tutta una squadra con Albertosi, poi da sottolineare anche Da Costa e Petris.
D. - Dopo la Fiorentina arriva al Milan di Rocco, che ricordo ha di questo allenatore ?
R. - La prima volto lo conosciuto nel 1957 quando mi allenò nel Padova, dove ho giocato una sola stagione ma ricca di bellissimi ricordi. Poi sono stato acquistato dalla società viola. Dopo tanti anni mi ha rivoluto nel suo Milan, e così sono tornato ad essere un suo giocatore. Il periodo con i rossoneri è stato ricchissimo di soddisfazioni sia sul piano umano che su quello sportivo. Ho vinto quasi tutto: scudetto, Coppa delle Coppe, Coppa Campioni ed Intercontinentale! Per me Rocco era si un grande allenatore, ma specialmente un grande uomo. Con la sua personalità e la umanità i giocatori venivano trattati principalmente come uomini. In questo modo si andava in campo rendendo anche di più.
D. - Nel Milan vince dopo sette anni dalla finale con il Glasgow la sua seconda Coppa delle Coppe. In finale l'Amburgo.
R. - Sicuramente un'altra storia rispetto alla vittoria con gli scozzesi. Con il Glasgow abbiamo giocato due partite, mentre con l'Amburgo è stata un'unica finale a Rotterdam. E' stata la mia partita visto che i due gol della vittoria portano la mia firma. Nella squadra tedesca giocava uno dei calciatori simbolo della Germania di quel periodo Uwe Seller, una mia vecchia conoscenza. Infatti lo aveva già incontrato anni prima nelle qualificazione per i mondiali del 1966. I tedeschi erano nel nostro girone e nella partita di andata in casa loro avevamo pareggiato per 1 a 1. Nel ritorno in Svezia vincevamo per 1 a 0 alle fine del primo tempo. Poi Seller pareggio e poi segnò il gol della vittoria con una delle sue prodezze, in scivolata infilò la porta svedese a sei, sette metri di distanza ! Una grande rete per un grande campione.
D. - Nelle semifinali dello stesso torneo avete eliminato un'altra grande squadre tedesca, il Bayern di Monaco.
R. - Era già una forte squadra con dei giovani interessanti che sarebbe diventati qualche anno dopo calciatori di prima grandezza.
Parlo del portiere Maier, di Gerd Muller e di Franz Beckenbauer. Quest'ultimo si era già fatto apprezzare ai mondiali del 1966, ma in quel periodo si stava affermato su elevati valori.Giocava libero, ma ancora non era ancora quel leader che avrebbe portato il Bayern e la nazionale tedesca ai vertici mondiali.Giocandoci contro si vedeva che era un buon giocatore, ma non credevo che in poco tempo sarebbe diventato un campione ! Comunque due a zero a S.Siro e un pareggio di contenimento ci consentirono di eliminare il Bayern.
D. - L'anno dopo la vittoria in Coppa Campioni ai danni dell'Ajax, ma in semifinale avete superato il Manchester United, vincitore dell'ultima edizione.
R. - E' stata la vera finale del torneo. Nel Manchester giocano Best, Bobby Charlton ed era la squadra più forte del mondo i quel momento. Noi eravamo un'ottima formazione. A Milano un secco due a zero che ci ha agevolato moltissimo per la gara del ritorno. Una partita che si presentava sicuramente proibitiva. Sin dalle prime battute abbiamo capito che era un match difficile. Infatti io ho fatto un gol regolarissimo che l'arbitro che ci ha ingiustamente annullato. Poi il pubblico inglese era "impossibile";durante la partita nella porta di Cudicini arrivava dalla curva un po' di tutto. Addirittura ad un certo punto i tifosi inglesi hanno lanciato dei chiodi da tappezziere lunghi dieci centimetri! Abbiamo sospeso la partita e ripulito io e Cudicini l'area di rigore ormai diventata "pericolosa". Alla fine la partita l' abbiamo perso con il minimo scarto, eliminando gli inglesi e volando per la finale poi vittoriosa con l'Ajax.
D. - Dopo il Milan un grande esperienza con il Napoli, per chiudere una grande carriera.
R. - Una forte squadra dove ho trovato vecchi amici milanisti come Altafini e Sormani. La formazione era di ottimo livello soprattutto al centrocampo dove "dirigeva" capitan Juliano. Nel campionato giungemmo ad un ottimo terzo posto. Un risultato storico per il Napoli di quel periodo. Un solo anno, il 1970-71 e poi ho lasciato il calcio.
D. - Lei è uno dei calciatori che ha segnato di più nel campionato italiano; solo Altafini e Nordhal nel dopoguerra hanno fatto meglio.
R. - Ho sempre fatto tanti gol! In Svezia prima di arrivare nel vostro campionato avevo giocato 63 partite con 56 reti.Era il mio modo di giocare.Sono sempre sceso in campo con la maglia numero sette, ala destra ma stringevo sempre verso la porta come una vera punta. Del resto ero anche un giocatore molto veloce specialmente negli spazi brevi, rapido nello sprint nei cinque sei metri e avevo anche dei buoni riflessi. Forse mi considero un calciatore già moderno per quel periodo, il mio modo di giocare ricorda quello di Inzaghi di adesso. In area ero così sempre presente e mi trovavo al punto giusto sempre al momento giusto! I giornalisti dicevano che la palla mi cascava addosso ma penso che dopo aver segnato 191 gol in serie A qualcosa è stato anche merito mio!





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12 novembre 1967, Milan vs Sampdoria 2-0: Kurt Hamrin in azione
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14 aprile 1968, Milan vs Torino 2-1: Kurt Hamrin in azione



Una prima pagina della "Gazzetta dello Sport" del 24 maggio 1968 relativa alla conquista da parte
della squadra rossonera della Coppa delle Coppe grazie ad una doppietta di Kurt Hamrin (nella foto il primo gol)





Hamrin esce dal campo in compagnia di Schnellinger al termine di Milan vs Celtic 0-0, 1968-69. Al suo fiano Rocco, più indietro Santin
(Archivio Luigi La Rocca)
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Kurt Hamrin, stagione 1968-69
(Archivio Magliarossonera.it)



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Hamrin operato
(da "La Stampa" del 26 settembre 1968)
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(dal "Corriere della Sera" del 15 agosto 1971)



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Caricatura di Kurt Hamrin
(da "Calciatori Album Panini", 1968-69)
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Kurt Hamrin in copertina di "Intrepido"
(per gentile concessione di Renato Orsingher)



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(da "Il Calcio e il Ciclismo Illustrato", per gentile concessione di Renato Orsingher)



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Marzo 2012, Giovanni Lodetti, Kurt Hamrin, Saul Malatrasi e Gianni Rivera
(per gentile concessione di Gianni Righetto)