Nestor COMBIN
"La Foudre"

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(da "CentoMilan,
il libro ufficiale", 1999,
Ed. Panini-GaSport)




Scheda statistiche giocatore
  Nestor COMBIN

Nato il 29.12.1940 a Las Rosas (ARG)

Centravanti (A), m 1.76, kg 76

Stagioni al Milan: 2, dal 1969-70 al 1970-71

Soprannomi: “La Foudre”, “Il Selvaggio”

Proveniente dal Torino

Esordio nel Milan in gare ufficiali e in Coppa Italia il 30.08.1969: Milan vs Varese 1-1

Ultima partita giocata con il Milan il 27.06.1971: Torino vs Milan 0-0 (5-3 d.c.r.) (Coppa Italia)

Totale presenze in gare ufficiali: 70

Reti segnate: 20

Palmares rossonero: 1 Coppa Intercontinentale (1969)

Esordio assoluto in Serie A il 13.09.1964: Messina vs Juventus 1-1

Palmares personale: 1 Coppa di Francia (1963-64, Olympique de Lyon), 2 Coppa Italia (1964-65, Juventus; 1967-68, Torino)

Esordio in Nazionale Francese: nel 1966

Ultima partita giocata in Nazionale Francese: nel 1967

Totale presenze in Nazionale Francese: 8

Reti segnate in Nazionale Francese: 4




Ha giocato anche con il San Lorenzo (Dil.), l’Olympique de Lyon (A), la Juventus (A), il Varese (A), il Torino (A), il Metz (A), il Red Star Paris (B ed A).

Il suo volto insanguinato dopo Estudiantes-Milan, finale di ritorno della Coppa Intercontinentale, è il ricordo più immediato che hanno di lui i tifosi. Ma non solo per questo è “indimenticabile”. Narrano infatti le cronache che il 19 ottobre 1969, a San Siro con il Milan in svantaggio 3-1 contro la Roma, Nestor partì dall’area di rigore rossonera e dopo aver dribblato tutti gli avversari segnò il gol. Chi fa queste cose..." (Da Figurine “Masters Card Edizione 1992-93”)

"Centravanti di movimento, generoso e combattivo, abile negli spazi larghi, quando può imporre le sue capacità di corsa, meno nel palleggio stretto. In rossonero si distingue soprattutto in occasione della vittoria nella Coppa Intercontinentale contro l’Estudiantes." (Da La Grande Storia del Milan, Gazsport 2005)




Dal sito www.juventus1897.it

Nato a Las Rosas (Argentina) il 29 dicembre 1940. Centravanti, soprannominato “La foudre", è un attaccante di grossissime doti naturali pecca in disinvoltura al di fuori del campo, il tutto ovviamente a scapito del rendimento. La Juventus lo preleva dall’Olympique Lione nell’estate del 1964 ed a Torino si ferma una sola stagione, caratterizzata da 38 presenze (24 in campionato, 5 in Coppa Italia e 9 nelle Coppe europee) e 10 goals (7 in campionato e 3 sul palcoscenico internazionale), ma arricchita dalla vittoria nella Coppa Italia. Nel 1965 si separa dalla Juventus per accasarsi al Varese, nel 1966 è nuovamente a Torino ingaggiato dai granata. Sarà decisivo nel malinconico derby disputato pochi giorni dopo la morte di Luigi Meroni, infilando tre goals nella rete bianconera difesa da Angelo Colombo. Con i granata, vince la Coppa Italia del 1968.
Nel 1969, viene ceduto al Milan, con il quale, in una drammatica partita nella quale viene ricoverato in ospedale ed arrestato, si aggiudica la Coppa Intercontinentale a spese dei connazionali dell’Estudiantes. Tornato in Francia va a concludere la carriera nelle file del Metz. Combin è 8 volte Nazionale di Francia (4 goals) e con i transalpini prende parte ai mondiali disputati in Inghilterra nel 1966.
Il commento di Vladimiro Caminiti: «Un talento selvaggio ed un destro belluino. Così ricordo Nestor Combin nella Juventus. Non aveva molto da dire, però lo diceva, soprattutto aspirava a libertà continue, sfrenate, assolute, questo irsuto compare cavallino che, da Las Rosas, Boniperti aveva fatto arrivare alla Juventus nell’estate 1964. Giorni estremamente formativi del nuovo Boniperti, il manager che di lì a qualche anno sarebbe stato. Tuttavia, anche Combin avrebbe fallito alla Juventus, proprio in riferimento alla sua natura selvatica, per la scarsa aderenza al copione, l’incapacità a riflettere in campo, l’insofferenza negli allenamenti. Selvaggio ed orgoglioso, irriducibile ad uno schema corale, meglio sarebbe andato al Torino, così da legare il suo nome ad un derby di consacrazione e rimpianto (tre goals tuonati nel sacco di Colombo in memoria dell’infelice “beat” Meroni), e poi nel Milan, così da laurearsi, anche lui, campione intercontinentale. In linea tecnica, si può dire che poco gli facesse difetto per essere un centravanti dirompente; cioè un vero centrattacco; scatto, palleggio morbido e vivezza di stile in tutto, così da esprimere indimenticabili saggi di precisione e potenza. Però, discontinuo, mai votato al gioco di squadra ed inquietamente egoista. Insomma, un diavolo di zingaro peloso e smorfioso, mai troppo serio, mai troppo dentro la professione, aggirantesi nottetempo, perdigiorno».”




Dal sito www.wikipedia.it

CARRIERA
Nella sua carriera ha militato nelle file di numerose squadre: nell'Olympique Lyonnais (in Francia), nella Juventus, nel Varese, nel Torino, nel Milan, nel Metz (in Francia) e nel Red Star (in Francia). Combin ha segnato 117 goal nella Ligue 1, di cui 68 con i rosso-blu dell'Olympique Lyonnais. È stato il primo nazionale francese a giocare all'estero, nella nostra Serie A. Qui ha vinto numerosi titoli, come la Coppa Italia con la Juventus ed il Torino e la Coppa Intercontinentale con il Milan. Ha giocato 38 partite con i bianconeri della Juventus, segnando 10 reti.
Le sue migliori stagioni in Italia le ha giocate con il Torino. Nel campionato 1967-1968 non solo ha sfiorato il titolo di capocannoniere con 13 reti, ma è stato anche l'eroe del derby d'andata segnando ben 3 reti in un incontro che il Torino vinse contro la Juventus per 4-0.
Il trofeo più importante lo ha vinto però con il Milan segnando un goal all'Estudiantes de la Plata durante la finale della Coppa Intercontinentale nella partita di andata a San Siro vinta dal Milan per 3-0.
Combin vanta 8 presenze e 4 reti nella nazionale francese. Una partita al Campionato Mondiale del 1966 in Inghilterra.
All'apice della carriera, Combin era chiamato "la foudre" cioè la folgore per la potenza dei suoi tiri.







Finale d’andata della Coppa Intercontinentale 1969, Milan vs Estudiantes:
il gol di Nestor Combin





Milan vs Estudiantes 1969, Nestor Combin sanguinante viene soccorso
dal dott. Ginko Monti e dal massaggiatore Carlo Tresoldi


Combin bacia la Coppa con il volto tumefatto





La prima pagina della "Gazzetta dello Sport"
relativa al primo trionfo intercontinentale


La "Domenica del Corriere" celebra la vittoria del Milan



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Giugno 1969, Combin, Tresoldi e Bellocchio scendono dall'aereo dopo aver conquistato il Torneo Città di New York.
Combin ha in mano la coppa di Capocannoniere del Torneo, avendo messo a segno 4 gol in 2 partite
(per gentile concessione di Antonella Bellocchio)



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Arena di Milano, dopo la conquista della Coppa dei Campioni
(per gentile concessione di Renato Orsingher)
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Nestor Combin e Pierino Prati all'Arena
(per gentile concessione di Renato Orsingher)





(Archivio Magliarossonera.it)


(Archivio Magliarossonera.it)



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Fontana, Combin e Golin a Milanello, stagione 1969-70
(per gentile concessione di Renato Orsingher)
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Anquilletti e Combin, 1969-70
(per gentile concessione Fam. Anquilletti)



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Nestor Combin, stagione 1969-70
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Nestor Combin in azione, 1970-71



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Nestor Combin, 1970-71





In copertina di "Intrepido"
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Nestor Combin su "Il Calcio Illustrato", dicembre 1971



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Nestor Combin esulta dopo un gol a San Siro
(foto U. Bungaro)



Dal sito www.golcalcio.it

UNO STRANIERO DALLA FORTE PERSONALITA': NESTOR COMBIN
Dalla Francia alla Juventus e poi Varese; il grande Torino e le vittorie con il Milan di Rocco
Quando arrivò in Italia dall’Olympique di Lione, i giornali lo definire “un calciatore che è una vera forza della natura”. Spesso i giornalisti esagerano, ma non in questa caso. Il giocatore è Nestor Combin, punta franco-argentina. Nato a Rio Paranà nel 1940 da genitori francesi, a soli quindici anni, per aiutare la famiglia, cominciò a giocare alla “pelata” nella squadra del Colon. Si mise subito in evidenza per l’aggressività del suo gioco e per le saette con il quale trafiggeva i giovani portieri avversari. Nel 1958 Jesus Amalfi, un procuratore francese, lo acquista personalmente per piazzarlo sul mercato del calcio francese. E’ il ritorno nella terra dei suoi genitori che il giovane Nestor vive con grande emozione. I problemi nascono subito, specialmente con la nuova lingua, ma viene subito piazzato all’Olympique di Lione al prezzo di tre milioni, che lo inserisce nella squadra delle riserve. I tecnici francesi vedono Combin come “un selvaggio forte ed aggressivo” che corre a tutto campo e dal tiro potente. Basta un solo anno per passare in prima squadra e farsi subito amare del pubblico che comincia ad appassionarsi al suo gioco libero, senza schemi ma di grande effetto.
Arriva anche la cittadinanza francese e subito la convocazione nella nazionale transalpina. Il 1963-64 è una grande stagione con la vittoria in Coppa di Francia e il debutto nella scena internazionale in Coppa Coppe. I primi osservatori a notarlo sono quelli della Juventus che con solo venti milioni ottengono il diritto di opzione. Combin arriva alla Juventus di Heriberto Herrera con un palmares invidiabile; 67 partite in Francia con ben 57 reti!
Le due personalità presto però si scontrano; l’allenatore metodico e quadrato non accetta la libertà e la “disubbidienza calcistica” di Combin che lo portò ad un vivace scontro contro il tecnico durante un ritiro.Herrera punì il giocatore con una pesante multa, uno stop che lo escluse dalla partite vittoriose che portano alla conquista della Coppa Italia, e la richiesta di cederlo ad un’altra squadra.
Dopo una stagione in bianconera non certo negativa, 25 partite e 7 reti, Nestor fu venduto al Varese. La stagione 65-66 varesina lo vede trasformato in giocatore di secondo piano; ormai è un calciatore scomodo, che non lega con la squadra e che non segue le direttive degli allenatori.La sua troppa libertà lo porta in panchina, lasciando il ruolo di attaccante ad un giovane emergente, un certo Roberto Boninsegna...
Per lui ci voleva un grande tecnico, pronto a capirlo e a dominarlo e questo personaggio arrivò presto, era Nereo Rocco che aveva da sempre un seguito con interesse questo calciatore.Combin passa al Torino e dopo un anno di ambientamento esplode nella stagione 1967-68, sotto la guida di Edmondo Fabbri.La punta franco-argentina ormai era diventato una certezza per l’attacco granata, in coppia con il grande Gigi Meroni, con il quale lega subito.
La tragica morte del suo amico sconvolge il calciatore che nella partita seguente contro la Juventus giocò uno storico derby segnando tre grandissimi gol che portarono ad una mitica vittoria per 4 a 0. La stagione si concluse con 27 presenze e 13 gol e molti assist fortunati per i suoi compagni. L’anno successivo Combin perde molto del suo smalto e dalla sua vivacità e sembra ormai un calciatore sul viale del tramonto, pronto a tornare in Francia.
Nereo Rocco però non si è dimenticato dell’”indios” e lo rivuole nel suo ambizioso Milan campione d’Europa. Con il Milan conquista la Coppa Intercontinentale contro l’Estudiantes in una partita che giocata in Argentina fu ricordata come la “battaglia di Buenos Aries; una cruda e gratuita violenza caratterizzò quella finale e fu proprio Combin, visto con l’occhio del traditore, il primo obiettivo di tanta cattiveria; infatti un colpo terribile lo portò alla frattura del setto nasale. Svenuto lasciò in barella il campo di gioco per poi essere arrestato a fine partita dalla polizia locale con l’accusa di diserzione del servizio militare. Sordillo e altri dirigenti passarono l’intera notte per convincere le pubbliche autorità a lasciare libero il calciatore, considera la sua cittadinanza francese.
Alla fine tutti tornarono a casa, festeggiando una coppa alquanto amara.
Nel Milan giocò due stagioni, entrambi con 25 presenze e con rispettivamente 5 e 6 reti.Alla fine del torneo 70-71, ormai all’età di trentuno anni, Combin lascia l’Italia ritornando a concludere la sua carriera nell’Olympique di Lione.Per tutti un ricordo di un giocatore che nella sua forte personalità e nella sua grinta selvaggia aveva avuto il suo limite ma anche il suo grandissimo pregio.





Dal sito www.juventus1897.it

CACCIA A COMBIN
"Sono nel calcio da 46 anni, ho assistito a mille battaglie, ma uno spettacolo del genere, tanto disgustoso, non l’avevo mai visto e sicuramente non lo vedrò mai più". A pronunciare queste parole, fu un allenatore giustamente ritenuto tra i più "duri" e coraggiosi: Nereo Rocco. Eppure anche il "Paron", quella sera, sembrava scosso, incapace di reagire, quasi sopraffatto da un evento che gli era sfuggito dalle mani
Perché tanta amarezza ??? Che cosa era successo ???
La partita era tra l’Estudiantes di Buenos Aires ed il Milan. Si giocò a Buenos Aires, nella famosa "Bombonera" ed era l’incontro di ritorno della Coppa Intercontinentale, che allora si disputava in due partite. Il Milan era favorito, avendo vinto la partita di Milano per 3-0. Gli argentini, però, non erano rassegnati; titolari della coppa (che avevano vinto l’anno precedente ai danni degli inglesi del Manchester) non avevano alcuna voglia di cederla così facilmente. Un po’ per orgoglio, un po’ per legittimo desiderio sportivo, ma anche per una ragione più infantile e banale: perché nel Milan giocava il calciatore più odiato di tutta l’Argentina, Nestor Combin.
Faccia da pugile, capelli sempre spioventi sulla fronte, labbra grosse, uno scatto micidiale, Combin era soprannominato "la foudre", la "folgore". Giocava centravanti ed il soprannome gli era stato affibbiato dai giornalisti francesi, quando Combin aveva lasciato la sua patria per andare a giocare in Francia. Non era certo il primo caso di un giocatore argentino che andava a fare fortuna all’estero, ma il "caso Combin" diventò un vero e proprio affare di Stato a causa di un colossale equivoco. Nel 1963, infatti, Combin venne chiamato alle armi, ma non rispose alla cartolina di precetto, in quanto nel frattempo aveva acquisito la cittadinanza francese. I giornali argentini insorsero, chiamandolo codardo, traditore e disertore ma nessuno scrisse che il centravanti aveva già fatto il servizio militare in Francia e questo, grazie ad un accordo tra i due governi, lo esentava dal prendere le stellette anche in patria.
Combin, allora, era il numero 9 dei rossoneri e furono in molti, a Buenos Aires, a pensare che la polemica sulla sua presunta diserzione avrebbe maggiormente caricato i giocatori locali. E fu proprio così. La sera del 23 ottobre il Milan (campione d’Europa per aver sconfitto in finale 4-1 1’Ajax del giovane Crujiff) venne accolto come un demonio da abbattere a tutti i costi. Anche se il divario da colmare era immenso, gli argentini si convinsero che era possibile farcela. Ma soprattutto su una cosa erano tutti d’accordo: coppa o non coppa, era giunta l’ora di dare una lezione a Combin ed a chi lo aveva voluto in squadra. Cominciò così una delle più feroci "cacce all’uomo" che si siano mai viste su un campo di calcio.
Voi sapete che Nereo Rocco non era certo un angioletto. Il "Paron" amava sempre dire che il calcio "non è uno sport per signorine"’ e così la pensavano tutti i giocatori che erano stati alle sue dipendenze, dai vari Blason, Azzini, Scagnellato del Padova, ai Rosato, Malatrasi, Anquilletti e Schnellinger del Milan. Ma quella sera anche questi "duri" del calcio si trovarono a disagio.
La "Bombonera"’ era esaurita, c’erano 40 mila spettatori. La serata era fresca, ideale per il calcio, l’arbitro era un uruguayano, il signor Massaro. Il primo a capire come sarebbe andata la partita, fu Pierino Prati, l’attaccante su cui puntava il Milan per aprirsi varchi in contropiede. Dopo 16 minuti venne atterrato dal libero Aguirre-Suarez: un fallo normale, di cui non scandalizzarsi, se non fosse stato raddoppiato da un calcione sferrato a tradimento dal portiere Poletti. Prati venne colpito tra la spalla e la testa mentre si trovava in terra e la sua partita in pratica finì lì, perché è vero che si alzò e giocò ancora una ventina di minuti, ma ormai era una specie di "zombie" che girovaga per il campo. Rocco fu costretto a sostituirlo al 35’ con Rognoni, dopo che se lo ritrovò privo di sensi in area avversaria sugli sviluppi di una mischia seguita a un corner. A quel punto il Milan conduceva per 1-0. Era passato in vantaggio grazie a Gianni Rivera che, su passaggio di Combin, aveva scartato anche il portiere per entrare in porta con il pallone. Non l’avesse mai fatto !!! Se ancora ce ne fosse stato bisogno, quel goal accese maggiormente gli animi. Soprattutto due furono gli argentini che persero la testa: il portiere Poletti ed il libero Aguirre-Suarez. Cominciarono a picchiare come forsennati. Con i piedi il libero, con i pugni il portiere, tanto da costringere Rocco ad ordinare ai suoi di non superare più la metà campo.
"Pensate solo a difendervi" urlò dalla panchina. E tra sé aggiunse: "ed a salvare le gambe". Il Milan fece quadrato attorno a Schnellinger. Il tedesco giocò una partita memorabile. Prima come terzino sinistro, poi come libero in sostituzione dell’infortunato Malatrasi, si eresse a muro insuperabile contro le folate dell’Estudiantes. Alto, grosso, coraggioso, Schnellinger diede forza alla squadra ed anche quando gli argentini fecero un micidiale uno-due passando a condurre con i goals di Cornigliaro e di Aguirre-Suarez, fu il primo a non perdere la testa. Nell’intervallo, infatti, urlò ai compagni: "Non ci batteranno mai !!! Ricordiamoci che a Milano abbiamo vinto 3-0. Siamo i più forti !!!. Siamo irraggiungibili !!!"
La carica servì. Il Milan tornò in campo deciso a vendere cara la pelle e si chiuse in trincea davanti a Cudicini. Gli argentini ringhiavano, picchiavano, si agitavano, ma minuto dopo minuto, azione dopo azione, cominciarono a capire che non c’era più niente da fare. La coppa Intercontinentale era perduta. Ed allora incominciò il misfatto. Una volta capito che non c’era niente da fare sul lato sportivo, quelli dell’Estudiantes pensarono soltanto alla vendetta. E fu la caccia all’uomo. Meglio ancora: fu la caccia a Combin. Il "disertore" venne braccato in ogni angolo del campo. Un calcio, una spallata, una spinta, fino a quando il terribile Aguirre-Suarez, al 22’ del secondo tempo compì il suo "capolavoro": il gioco era fermo, per un fallo subito da Rivera, ed il libero argentino, nella confusione per il calcio piazzato, si avvicinò a Combin rifilandogli un pugno degno del connazionale Monzon. Non solo: mentre Combin si piegava in due dal dolore, ecco una spaventosa ginocchiata in pieno viso. Combin finì per terra, svenuto. La partita venne sospesa per 5 minuti e per fortuna l’arbitro Massaro dimenticò per un momento di essere sudamericano, come quelli dell’Estudiantes, per mostrarsi obiettivo. Chiamò infatti il guardalinee e, dopo essersi consultato con lui, espulse Aguirre-Suarez. Ma per il Milan non fu un vantaggio numerico. Anche Combin fu costretto a lasciare il campo in barella e Rocco non poté sostituirlo, in quanto aveva già effettuato i due cambi (Rognoni per Prati e Maldera per Malatrasi).
L’uscita dal campo di Nestor Combin servì a placare un po’ gli animi. Compiuta la "vendetta", quelli dell’Estudiantes furono meno feroci e soltanto il portiere continuò a dare in escandescenze. Fu lui, infatti, ad essere ancora protagonista: subito dopo il fischio finale: quando vide Lodetti abbracciare felice l’amico Trapattoni, gli rifilò due pugni in testa ed aggredì anche il medico del Milan, dottor Monti ed oltraggiò pesantemente un agente di pubblica sicurezza.
Combin forse riteneva che i suoi guai fossero finiti quando fu portato in barella negli spogliatoi, invece lo aspettava un’altra spiacevole sorpresa. All’uscita dallo stadio venne avvicinato da due agenti e strappato alla comitiva rossonera per essere condotto in questura. Il motivo ??? Quell’accusa di diserzione di cui abbiamo già parlato. Per fortuna per Combin le cose erano a posto, ma dovette ugualmente trascorrere una notte su una branda, in una piccola cella della sede della polizia, e subire tre estenuanti interrogatori. Alla fine Combin fu rilasciato e raggiunse il Milan direttamente all’aeroporto, quando ormai temeva di dover restare in Argentina.
Tutto finito ??? Macchè !!! Bisogna ricordare che allora, in Argentina, i reati sportivi venivano giudicati anche dalla magistratura ordinaria, per cui un brutto fallo, se volontario, poteva avere anche conseguenze penali. I giudici argentini s’erano accorti della ferocia di Poletti e Aguirre-Suarez ed erano intenzionati a processarli per lesioni volontarie. Per farlo, però, avevano bisogno di una denuncia fatta dalla vittima, e cioè da Combin. Ecco perché i giudici si fecero trovare all’aeroporto con il modulo della denuncia già pronto. Si avvicinarono a Combin, gli spiegarono tutto quanto, ma non ebbero la risposta che si aspettavano. Con il volto tumefatto per la ginocchiata, gli occhi rossi per il dolore e per la notte trascorsa in guardina, un male diffuso da tutte le parti del corpo, "la foudre" disse di no ai giudici. "Io non denuncio nessuno" disse "ciò che avviene sui campi di calcio è un affare di sport, non di polizia".
Grazie a questo gesto di grande sportività Aguirre-Suarez e Poletti poterono evitare gli strali della giustizia ordinaria. Ma non poterono nulla con quella sportiva: Poletti venne squalificato a vita ed Aguirre-Suarez fu sospeso per trenta partite di campionato e per cinque anni dalle competizioni internazionali ufficiali.






Con la maglia della Juventus


In azione ai tempi della Juventus





L’oriundo francoargentino Nestor Combin (a sinistra), insieme con l’ex portiere del Torino, Lido Vieri
(Foto Bertazzini)





Nestor Combin in maglia granata


Combin in gol contro il Feyenoord, 1969





Nestor Combin con i figli


Combin con la sua famiglia



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Nestor Combin, stagione 1970-71
(by Roberto Rolfo)
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(da "La Stampa" del 27 luglio 1977)





(Archivio Magliarossonera.it)



Dal "Tuttosport"
29 novembre 2006 - di Piero Venera

Domenica sfilata di ex all’Olimpico, tra questi un indimenticabile campione
«Torno nella mia famiglia». Combin: «Il Toro è la squadra più sentimentale e più gloriosa in cui ho giocato»
«L’ambiente granata era molto migliore di quello juventino. Ci arrivai grazie a Rocco, che poi mi portò al Milan» «Poco prima di morire, Meroni mi disse: farai tre gol alla Juve. Lui era un santo, è con me e gli parlo tutti i giorni»
TORINO. Nestor Combin ha giocato nel Torino solo due stagioni, dal 1966 al 1968, eppure ha lasciato un pezzo di cuore, andando al Milan. E molti amici, anche tra la gente comune: per questo domenica non mancherà al Centenario granata. A fine carriera è tornato in Francia, vive a Maribal, piccolo paese a 150 km da Barcellona: terra di confine, però bellissima. «Non potevo mancare. Arrivare sarà una mezza avventura, ma non potevo dire di no a quell’invito del Toro. Mi ha chiamato personalmente il presidente Cairo: non lo conoscevo, un grande onore».

Combin, se le diciamo Toro, cosa le viene in mente?
«Il Toro non è una squadra, il Toro è una famiglia. Meroni era mio fratello, è ancora qui con me, nella gigantografia in salotto. Gli parlo tutti i giorni».

Facciamo un passo indietro: come arrivò al Toro?
«Direttamente dalla Juve, grazie al signor Rocco. Un papà per me. Mai un complimento, anzi: mona e testa de casso in continuazione. Quando urlava diventava rosso come un pomodoro, ma che personalità! E che uomo. Mi volle al Toro e poi mi portò con lui al Milan».

Perché lasciò la Juve?
«Là non ero felice. Pensate che giocavo con Sivori, il mio idolo. Anche Del Sol mi voleva bene, ma non si poteva essere contenti con un allenatore come Heriberto Herrera. Era matto, aveva solo la tattica in testa: il football è arte, lui era un marziano».

Perché proprio il Toro?
«Nel ’66 ero infortunato così lo andavo a vedere. La squadra mi piaceva, giocava a calcio. L’ambiente era molto migliore. Chiesi aiuto a Rocco: le giuro che farò bene. Mi accontentò».

Agroppi ha detto: «Se Nestor avesse avuto la mia testa avrebbe vinto 20 Palloni d’Oro ». E’ vero?
«Ha ragione. Non sono stupido, ma a scuola sono andato 3 anni, tutto quello che so l’ho imparato dalla strada. La mia infanzia è stata molto molto difficile: io non mangiavo tutti i giorni».

Il calcio però le diede la fama, dopo la fame.
«Sì, ma io non ero uno che si controllava. Fumavo tre pacchetti di sigarette al giorno, mi piaceva lo champagne, la bella vita».

Anche le belle donne?
«Non mi sono mai fatto manca¬re niente: tutto quello che il corpo mi chiedeva, io glielo davo».

Corre ancora dietro alle gonne?
«Ho 66 anni, ho chiuso la carriera. Guardo le foto, quando avevo ancora i capelli, e mi dico: Nestor, eri proprio bello».

Quante volte s’è sposato?
«Una sola. Nel ’63: mia moglie è ancora con me. Tra i miei com¬pagni molti dissero: durerà cinque mesi, ti piacciono troppo le donne. Strana la vita: oggi sono quasi tutti divorziati. Loro».

Però al night andava anche quando era già sposato.
«Sì, certo. A mia moglie dicevo che dovevo andare alla cena dei club, o qualche altra scusa: avevo sempre da fare, in settimana. Era più forte di me».

E Rocco cosa diceva?
«Senta questa. Un lunedì, giorno di riposo, vado a giocare a scopa con lui in un bar. Mi chiede: francese, perché mi chiamava così, cosa bevi? Io gli dico: come lei signor Rocco. Lui ordina due bicchieri di barbera, e finisce lì. Il giorno dopo, in allenamento, io andavo piano, non mi piaceva correre: testa de casso, cominciò a urlare davanti a tutti, il lunedì ti inciucchi con la barbera poi martedì non vai avanti, eh? ».

Ma poi l’ha portata al Milan.
«Era burbero, ma mi voleva bene. E io gliene volevo tanto».

Ci racconti la storia dell’occhio nero, il primo giorno d’allenamento al Toro.
«Anche quello vi ha detto Aldo? Domenica mi sente. C’è poco da dire: avevo fatto a botte. Sì, con un siciliano tifoso della Juve. In un ristorante. Non mi serviva, ero con mia moglie e altri pa¬renti. Protestai. Lui mi diede una bottigliata d’acqua, io gli spaccai una sedia in testa. Roba da film western, ma tutto vero».

Le mani prudevano spesso?
«Una sera in un night ne stesi 5. Uno dopo l’altro. Erano in 6, mi importunavano. Li ho fatti uscire e li ho massaggiati. Il sesto è restato dentro. Tu sei il peggiore, gli dissi. Mi sono sempre fatto rispettare, ma quella soddisfazione mi costò 5 milioni. Tanti soldi, ma l’onore non ha prezzo».

A proposito di soldi: e il poker con Bolchi e Poletti?
«Spezzavamo la monotonia dei ritiri. E in pullman stavamo in prima fila e scommettevamo sulla targa dell’auto davanti».

Cioè?
«A turno si prendeva un’auto e si guardavano i numeri della targa: doppia coppia, tris. Chi faceva di più conquistava la posta».

Straordinario. Ci racconti qualcosa di Meroni, lo faccia per chi non l’ha conosciuto.
«Gigi era mio fratello. In campo gli avversari lo picchiavano, quei bastardi. Lo andavo a difendere: prendetevela con me, maledetti. Lui mai una parolaccia, mai un lamento. Gigi era un santo, per questo il Signore se l’è preso. L’ha preso e se l’è messo vicino».

Straziante quell’addio.
«Eravamo insieme, quella sera. Poletti mi disse: dai, vieni a bere un bicchiere con noi. No, risposi, vado a casa, aspetto la Domenica Sportiva. Avevo fatto tre gol alla Sampdoria. Gigi mi disse: Nestor, domenica dobbiamo vincere. E’ una partita importante per noi: chissà, magari fai tre gol anche alla Juve».

E lei?
«Gigi, tu sei matto. Come faccio a farne tre alla Juve? Non ci riuscirò mai. E lui: niente è impossibile. Come li hai segnati oggi puoi farlo domenica prossima».

E così fu.
«Io non volevo nemmeno giocare. Avevo la morte nel cuore. Mi allenavo, ma senza gusto: non aveva senso. I compagni, Fabbri e mia moglie insistettero: fallo per lui, glielo devi. Vincemmo 4-0. Tre gol miei, e uno di Carelli».

Cosa ha detto oggi a Gigi?
«L’ho guardato, gli ho sorriso. Caro Gigi, siamo vecchi, che ci vuoi fare. Ma siamo qui, non ci manca nulla. C’è la salute, la compagnia, i figli stanno bene, i soldi per vivere con dignità anche. Dai, non fare quella faccia: domenica torniamo a Torino».