Luciano CHIARUGI
"Cavallo Pazzo"

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Scheda statistiche giocatore
  Luciano CHIARUGI

Nato il 13.01.1947 a Ponsacco (PI)

Ala sinistra (A), m 1.70, kg 68

Stagioni al Milan: 4, dal 1972-73 al 1975-76

Soprannomi: “Cavallo Pazzo”, “Provvidenza”, “Lulù”

Proveniente dalla Fiorentina

Esordio nel Milan in gare ufficiali e nelle Coppe Europee il 06.09.1972: Red Boys vs Milan 1-4 (Coppa delle Coppe)

Ultima partita giocata con il Milan il 26.06.1976: Milan vs Fiorentina 1-1 (Coppa Italia)

Totale presenze in gare ufficiali: 155

Reti segnate: 60

Palmares rossonero: 1 Coppa delle Coppe (1973 - un gol in finale), 1 Coppa Italia (1973), Capocannoniere della Coppa delle Coppe (1973 - 7 gol), 1 finale a/r di Supercoppa Europea contro l'Ajax (1974 - un gol), 1 finale di Coppa Italia contro la Fiorentina (1975, - un gol)

Esordio assoluto in Serie A il 30.01.1966: Brescia vs Fiorentina 1-2

Ultima partita giocata in Serie A il 27.04.1980: Bologna vs Udinese 2-1

Palmares personale: 1 Scudetto (1969, Fiorentina), 1 Coppa Italia (1966, Fiorentina), 1 Mitropa Cup (1966, Fiorentina)

Esordio in Nazionale Italiana il 22.11.1969: Italia vs Germania Est 3-0

Ultima partita giocata in Nazionale Italiana il 29.12.1974: Italia vs Bulgaria 0-0

Totale presenze in Nazionale Italiana: 3

Reti segnate in Nazionale Italiana: 0




Ha giocato anche con la Fiorentina (A), il Napoli (A), la Sampdoria (B), il Bologna (A), il Rimini (B) e la Rondinella (C2), la Massese (D), la Massese '82 (C2).

Ha allenato le Squadre Giovanili della Fiorentina, la Fiorentina (A) nella stagione 1992-93 (subentrato ad Aldo Agroppi esordendo il 09.05.1993 in Fiorentina-Parma 1-1, retrocedendo poi in Serie B al termine della stagione) e nella stagione 2000-01 (subentrato, per un solo incontro, a Fatih Terim, il 04.03.2001 in Bari-Fiorentina 2-1, per poi lasciare il posto a Roberto Mancini, del quale è divenuto allenatore in seconda, così come in seguito di Ottavio Bianchi).



"Fu l'acquisto-boom dell'estate 1972, quando Buticchi lo prelevò dalla Fiorentina, strappandolo all'Inter, per 400 milioni.
Era un funambolo dell'area di rigore, molto veloce e aveva nel suo repertorio scatti, finte e serpentine che spesso mandavano in visibilio i tifosi. Segnò molti gol decisivi, come quello che permise di superare il Leeds in finale di Coppa delle Coppe a Salonicco nel 1973.
Nel 1976 la società commise il grave errore di cederlo, in cambio di Giorgio Braglia, al Napoli. E' stato uno dei giocatori rossoneri più amati e più rimpianti dai tifosi. Chiuse la carriera di calciatore nella Massese, anno 1985, in C2, all'età di 38 anni. Attualmente allena la squadra "Primavera" della Fiorentina." (Nota di Colombo Labate)

"Nasce a Ponsacco (in provincia di Pisa) il 13 gennaio 1947 e da calciatore si afferma con la Fiorentina con la quale vince da grande protagonista lo scudetto del '68-69. I tifosi viola lo ribattezzano "Cavallo Pazzo" per lo spirito libero e al di fuori delle regole. Ha grande confidenza con il pallone, possiede un dribbling ubriacante ed un grande fiuto del gol. Sembra quasi la punta ideale per i lanci e gli assist di Gianni Rivera. E con il capitano rossonero Chiarugi instaura in campo un rapporto che garantisce al Milan gol e vittorie, anche se non può evitare la beffa di Verona della stagione '72-73. Chiarugi gioca nel Milan per quattro stagioni (dal '72-73 al '75-76) e totalizza 155 presenze in matches ufficiali (104 in campionato) firmando la bella cifra di 60 gol." (Da "1899-1999. Un secolo rossonero", di Carlo Fontanelli, Geo Edizioni 2000)


"Ala talentuosa e guizzante, dal dribbling secco, a volte persino troppo insistito, veloce nell'affondo e con un tiro effettato e velenoso. Nel Milan si segnala, soprattutto, nella vittoria della Coppa delle Coppe 1972-73, segnando pure nella finale con in Leeds." (Da La Grande Storia del Milan, Gazsport 2005)



Dal sito www.parrini.clarence.com
13 gennaio 2004

BUON COMPLEANNO A...Luciano Chiarugi
Luciano Chiarugi è nato a Ponsacco (Pisa) il 13 gennaio 1947. Con la Fiorentina ha vinto lo scudetto 1968/1969, col Milan la Coppa delle Coppe 1972/1973. Tre presenze in nazionale, è ricordato soprattutto per i tuffi in aerea. Emilio Marrese: "Detto Cavallo pazzo, il suo nome sta al gesto del corpo morto come quello di Corso alla foglia morta. Rocky Roberts cantava Stasera mi butto quando l'ala di Fiorentina, Milan e Napoli affinava la specialità. In suo onore venne coniato anche un neologismo, il Chiarugismo, il cui autore fu l'arbitro internazionale Alberto Michelotti. [...] 'Gli ultimi anni in campo non vivevo più: gli arbitri se l'erano legata al dito e alla fine non mi fischiavano più a favore. I simulatori sono sempre esistiti e ne ho visti tanti fare peggio di me: io ero agile e veloce, non facevo giochini ma spesso e volentieri accentuavo il contatto, senza cattiveria" (da "La Repubblica" del 10 ottobre 2001).
Benedetto Ferrara: "Il padre di tutti i cascatori continua ancora a pagare il prezzo della sua paternità. E così, ogni volta che le moviole inquadrano da mille posizioni un tuffo in area di rigore, lui sa che il giorno dopo il suo telefonino squillerà. [...] 'Beh, il termine chiarugismo non mi aiutò negli ultimi anni della carriera, quando non mi davano un rigore nemmeno quando il fallo era netto. Non mi credeva più nessuno. Che rabbia. [...] Uno veloce e amante del dribbling come ero io era facilitato nel compito. Non in quello di simulare, sia chiaro, ma in quello di trovare il calcio di rigore. Io entravo in area sempre in velocità e palla al piede, se trovavo subito la porta bene, ma capitava spesso di incontrare una piede, un ginocchio, un braccio. [...] Incontrare, incontrare. E qualche volta cercare. Comunque allora eravamo meno esposti alle brutte figure. Mica c´erano tutte queste telecamere '" (Benedetto Ferrara su "La Repubblica" del 7 ottobre 2003).






Morisco, lo scopritore di Luciano Chiarugi
(da "Il Monello")


Chiarugi 1972-73
(da "Il Milan Racconta")


Chiarugi con la maglia della Fiorentina
(dal sito www.firenzeviola.it)



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Chiarugi si appresta a varcare la porta della sede di via Turati
dopo essere passato in rossonero
(per gentile concessione diSergio Taccone)
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(per gentile concessione di Mauro Busnati)



Dal sito www.magnifico.tifonet.it - Articolo di Daniele Giacchetti

BIOGRAFIA DI LUCIANO CHIARUGI
Ponsacco 1958. La locale squadra di calcio va a rotoli. Urge un rimedio tempestivo; si interpella Scagliotti. Cinzio accetta e, due volte la settimana, è là sul campo con la passione e la serietà di sempre. Fra i piedi ha un ragazzino alto due soldi di cacio, con nell'anima tanta voglia di giocare: anche se ha solo il sinistro, il frugoletto piace a Scagliotti, che lo vuole a Firenze. Il padre, però, vuol farne un falegname. Dopo duri contrasti, la spunta Cinzio e LUCIANO CHIARUGI va incontro al suo destino. A Firenze segue la regolare scala (Under, Allievi, Juniores, Primavera, De Martino) e, nel campionato 1965-66, si trova quasi per caso a dover debuttare in Serie A (Brescia-Fiorentina 1-2). La città si divide in due fazioni, i pro e gli anti-chiarugiani. Questi ultimi gli affibbiano subito il nome di "cavallo pazzo" e gli rimproverano l'eccessiva, inutile, mania del dribbling. Ci proveranno in molti a cambiargli carattere e gioco: Chiappella, Bassi, Ferrero. Ci riesce Pesaola, che lo rilancia clamorosamente nelle ultime dieci partite dello scorso campionato: un Chiarugi nuova edizione, che segna sette reti e ne fa segnare altre. Si guadagna così fama e "nazionale", secondo solo a Riva. Sarà certamente l'ala destra titolare in Messico. Quando un paio d'anni fa lo dicevo...mi volevano rinchiudere...




Dal sito www.fiorentina.it - Articolo di Beppe Severgnini (da www.corriere.it)

Beppe Severgnini insospettabilmente Viola - Firenze, 18.02.2002
Oltre alla squadra del cuore, c'è quella della pancia. Tutti ne hanno una: la mia si chiama Fiorentina.

Tutti hanno una squadra del cuore (anche quelli che non lo sanno). Molti hanno una squadra dei nervi (quella che proprio non sopporti). Solo qualcuno ha una squadra della pancia.
La squadra della pancia è la squadra che ti sta simpatica e non sai perché. Quella che avrebbe tutti gli elementi per lasciarti perplesso: però la domenica sera vai sempre a controllare il risultato. La mia squadra della pancia è, senza dubbio, la Fiorentina.
Se ci penso freddamente, non dovrebbe piacermi. Firenze è la città italiana con cui ho meno familiarità. I fiorentini sono una tribù autosufficiente e misteriosa che non ho ancora capito. Il colore della maglia non è entusiasmante: va bene per una squadra amatori sponsorizzata da un'enoteca, ma questo è quanto. Il presidente Cecchi Gori (è ancora lui? Ho perso il filo) spesso fa, dice e insinua cose che non approvo. Perfino sulla sua fidanzata nutro qualche riserva.
I tifosi sono feroci, con la propria squadra ancora più che con le altre (lo so bene, perché ho visto Montanelli soffrire e inveire di fronte al televisore: non so quale delle cose gli riuscisse meglio). Ma quegli stessi tifosi - lo ammetto - sono capaci di trovate fulminanti. Anni fa, in risposta ai tifosi del Como che all'andata li avevano derisi, esposero un grande striscione: "Voi comaschi. Noi co' femmine." Solo i tifosi del Napoli, quando sono in forma, sanno fare di meglio. Lo striscione preparato in risposta ai cori antimeridionali di Verona, per esempio, era una poesia di cui Shakespeare avrebbe apprezzato l'asciutta efficacia: "Giulietta è 'na zoccola." Torniamo alla Fiorentina. Dovrebbe starmi antipatica, dicevo.
Invece mi intriga e mi diverte. E' la scapigliatura con i tacchetti: non ricordo un campionato normale, da quando sono bambino. La squadra schiera sempre un giocatore incredibile, pazzesco o almeno sorpredente. Da bambino ricordo Kurt Hamrin, che aveva in testa il riportino: sembrava un impiegato del catasto, ma giocava. C'era Luciano Chiarugi, un angelo nervoso che tirava punizioni celesti, e Enrico Albertosi, il quale in un'intervista dichiarò che giocava senza mutande. Poi arrivò Giancarlo Antognoni, il megaputto che portò la Fiorentina a conquistare ammiratori anche fuori dalla Toscana. A Crema avevo un amico che adorava i viola e stravedeva per Antognoni e i suoi lanci. Si chiama Max. Ancora adesso, a 45 anni, quando vede un pallone ci s'avventa contro urlando "Antognoniiiiiiii!". In questo modo (Max, non Antognoni) ha spaccato vetri, distrutto vasi, abbattuto bambini. Ma anche lui, dalla lontana California dove vive, continua ad avere simpatia per la Fiorentina, e a seguirne le vicende.
Non le vicende societarie, che eccitano solo i commercialisti. Le vicende di campionato. E' un peccato che se ne sia andato Mancini (aveva la giusta dose di bizzosità) ed è un disastro che si sia fatto male Chiesa (i suoi tiri erano acusticamente perfetti: paff). Mi sembra però che Morfeo non dorma: è un signor giocatore, e ha trovato la sua casa. Soprattutto, sono contento che la mia Inter - ormai avviata a diventare l'Esercito della Salvezza del calcio italiano: dove c'è un problema, noi accorriamo - abbia concesso Adriano in prestito. Il ragazzo ha tutti i numeri per entrare nella mitologia cittadina: un nome imperiale, e il fisico giusto nel caso vogliano fargli una statua da mettere in piazza della Signoria. Ho un solo timore. Se Adriano va avanti di questo passo, i fiorentini non ce lo restituiscono. Li conosco. Sono capaci di dipingerlo di bianco, e sostenere che è di Viareggio.






(da "Intrepido")


(dalla "Gazzetta dello Sport")





Luciano Chiarugi in visita al Milan Club Pontremoli (MS), 1973
(dal sito omonimo)



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Toni Bellocchio al Milan Club Forlanini di Milano con Luciano Chiarugi, periodo 1972-74.
La ragazza seduta a sinistra è Antonella Bellocchio
(per gentile concessione di Antonella Bellocchio)



Dal sito www.storiedicalcio.altervista.org/chiarugi_luglio_1976.html

Antefatto - Luglio 1976: Scappato dalle polemiche di Rivera e Duina, Chiarugi approda al Napoli di Pesaola, che lo conosce più di tutti. Ritratto di un campione sottovalutato e in perenne polemica...Le etichette si sprecano: c'è chi lo definisce Cavallo Pazzo, chi un individualista malato di dribbling...di sicuro è l'uomo giusto per un Napoli da scudetto.

LUCIANO CHIARUGI: L'ELOGIO DELLA PAZZIA
A Ponsacco, il paese di Luciano Chiarugi (in provincia di Pisa); dicono che il «matto» casomai sarà lui, il cavaliere del lavoro Vittorio Duina. «Ha venduto un purosangue - si discute sotto la tettoia del Bar Sport - per un ronzino ormai sfiatato e stanco di correre!».
E il discorso (con l'autocompiacimento di chi si sente, magari, il padrino di un talento calcistico, in fondo Ponsacco è una colonia viola da sempre), sconfina nel contesto-milioni. Tutti ricordano le serpentine di Luciano sul Campetto locale, la sua rabbia e la sua voglia di sfondare.
E tutti son pronti a giurare che loro «l'avevano sempre saputo». Le cose che sa fare lui con il pallone tra i piedi, dichiarano, non le sa fare nessuno.

Chi ce l'ha, un campione così, se lo tiene ben stretto, non lo vende per una manciata di milioni. Svagando, poi, in episodi e aneddoti diventati ormai dei classici.
Soldi, dunque. Per chi conosce Chiarugi dai sui primi passi, la molla dello scambio con Braglia sta tutta qui.
In un'assurda campagna di compra-vendita, fatta più per accontentare Rivera che per rinforzare il Milan.

«Che volete - conclude "Mario il trombettiere", capo riconosciuto della tifoseria locale, colui che organizzava carovane a Firenze prima e a Milano poi - Duina parla, parla, poi alla resa dei conti si comporta come un industriale qualsiasi: un campione in campo va bene, ma i milioni in cassa van meglio, anche se sono soltanto Un pugno!».
Il tutto mentre Duina, dal suo rifugio dorato in Sardegna (a chi gli prospettava una simile eventualità) sbotta in una dichiarazione di guerra: «Dicano pure di me tutto quello che vogliono. Anche che ho ceduto Chiarugi per evitare di sborsare soldi freschi. Io me ne sbatto, di tutti! Questi signori vadano a chiedere referenze in banca e si accorgeranno che la mia forza è proprio quella di avere decine e decine di miliardi di debiti. Sapete cosa significa questo? Significa che ho largo credito e le banche, i soldi, non li danno a tutti».

La consacrazione, dunque, è cosa fatta. Seppure a cavallo della tigre. «In fondo - condivide lo stesso Chiarugi - alla polemica sono abituato. Fin dall'inizio nel Ponsacco, poi con gli scontri con Chiappella e Pesaola nella Fiorentina, a quelli con Rocco per finire con Rivera. Loro mi danno del matto, ma io sono fatto così, alla mia maniera. Quello che prometto comunque, finisco sempre per mantenerlo. Onestamente».

E lo dice convinto, accettando l'etichetta di «genialoide», ma imbufalendosi se lo si vuole contrabbandare per personaggio artefatto. Ci si accorge, allora, che le sue incredibili pettinature e l'auto americana da incubo (erano i tempi del «boom» economico, quelli della Fiat 600, tanto per intenderci) con il suo nome a lettere cubitali dipinto sulle fiancate, non erano il frutto di un'abile regia, ma soltanto la sua maniera di essere Luciano Chiarugi, di professione calciatore. Al limite, una rivalsa ad una vita difficile.

«Vede - dice di lui Carlo Montanari, direttore sportivo del Bologna, colui che all'epoca tenne a battesimo le sue stramberie fiorentine - il soprannome di "cavallo pazzo" non ha riscontro nella realtà. Chiarugi è un ottimo elemento. Forse con un unico pallino fisso: cosa far fare alla palla. Per questo, "cavallo pazzo" era soltanto una maniera affettuosa d'essergli vicino dei tifosi. Per quanto riguarda, invece, le sue qualità niente da dire: è un campione nato, con una fantasia senza limiti che lo fa assomigliare - a livello di mentalità calcistica - ad un sudamericano. Dribbling vincente, aperture a sorpresa e un tiro estremamente forte e preciso. E non dimentichiamoci che oggi, in Italia, è uno dei pochi che sanno segnare dal calcio d'angolo».
Per la verità, sulla faccenda dei gol impossibili dalla bandierina, non tutti sono d'accordo. Certamente non lo è Braglia che alle prime avvisaglie dell'acquisto del milanista, disse chiaro e tondo che Chiarugi al Napoli andava a pennello. «Per vincere lo scudetto - fu il suo commento - ci manca soltanto uno che sappia tirare i corner». I casi della vita, comunque, sono infiniti. Compreso quello di un Chiarugi che lo sostituisce nel ruolo - a volte ingrato, a volte esaltante - di spalla per Savoldi. Fianco a fianco per di più, con quel «Petisso» Pesaola, altro «addetto ai lavori» che lo conosce alla perfezione.

«Quando Luciano promette una cosa - chiarisce il concetto l'allenatore del Napoli - è certo che la mantiene. E' una sua prerogativa. Lui dice che farà il portatore d'acqua per Beppe, promette cross calibrati quel tanto che basta per spingerli in fondo alla rete, ed io sono pronto a dargli fiducia. So a memoria i suoi pregi e i suoi difetti, ma soprattutto, sono il primo a dichiarare che i "matti" sono gli altri. Parlando sempre di football, s'intende. Basta soltanto trovare la chiave del suo carattere e ti trovi tra le mani un giocatore capace di risolverti da solo una partita».
Tutti d'accordo, quindi, sulle sue qualità. Anche se condite con un pizzico d'istrionismo. Come quando (era l'anno dello scudetto) la Fiorentina andò al Comunale di Torino e all'ultima giornata (contro la grande Juventus) proprio lui segnò forse il suo gol più bello. Poi fece di corsa tutto il campo, si esibì in una capriola e alla fine mandò in delirio i tifosi viola inginocchiandosi alla maniera di un santone indiano. A otto anni di distanza, l'emozione è ancora la stessa di allora a testimonianza di una passione genuina.

«Fu un gran bel gol - ricorda Chiarugi - ma non fu un caso. Volevo dimostrare che le mie finte, i miei tunnel non erano soltanto esibizionismo, ma cose mie, spontanee e volute. E quella rete, servì allo scopo meglio di un intero discorso».
La convalida, dunque, Chiarugi la cerca direttamente dal campo. Per esperienza diretta, cioè. Come quando agli inizi, faceva il pendolare tra Ponsacco e Firenze quattro volte alla settimana; oppure come quando terminato il rodaggio nel Nag fece il regolamentare provino e risultò essere il migliore in assoluto. Unico - almeno finora - a mantenere poi nel tempo le promesse iniziali. La sola volta che giocò la carta del prestigio, il fascino patinato della fotografia sul giornale e dell'autografo, gli andò buca.
«Me lo presentarono degli amici - racconta divertita la moglie Laura - e lui precisò di essere Chiarugi. Di primo acchito mi sembrò insopportabile, ma Luciano rincarò la dose precisando di essere quello che giocava nella squadra della Fiorentina. Ah si? mi finsi stupita, e cos'è la Fiorentina? Inutile stare a dire com'è andata a finire. Fu però l'ultima volta che giocò a fare il personaggio».
La penultima, invece, toccò a Pesaola. L'anno dopo lo scudetto, quando la Fiorentina andò a Glasgow per la Coppa dei Campioni. Il ragazzo era esuberante, si sentiva arrivato ed in campo (forse) era portato ad esasperare la sua fantasia. Diciamo che aveva bisogno di giocare con due palloni: uno per sé ed uno per la squadra. Così, nella trasferta, Pesaola lo lasciò fuori squadra volutamente. La Fiorentina perse tre a zero, ma Luciano capì perfettamente la lezione.

Poi è tempo di Milan. Tempo di Nereo Rocco. «Quando Chiarugi arrivò da noi - ricorda sbrigativo il "paron" - era già famoso come calciatore e come personaggio. Aveva, però, quella sicurezza nei suoi mezzi che a lungo andare può benissimo venir scambiata con la presunzione. Il suo gioco era spesso vincente, impensabile tuttavia un suo dialogo con i compagni. Così cercai d'inserirlo in un contesto meno individualista e più collettivo, limando i tunnel e la sua ricerca del numero per far divertire la platea. Ho solo tentato, però, perché un Chiarugi o lo si ripudia, oppure lo si accetta in blocco. Con lui non esistono mezze misure». Il risultato della cura-Rocco lo si deduce dalle cifre: in quattro stagioni rossonere, Chiarugi ha disputato 104 partite segnando 37 gol (soltanto uno su rigore). In più tanti dribbling e tanti tunnel agli avversari.
Infine, il capitolo Rivera. O meglio, la possibilità di parlare fuori dai denti una volta per tutte. Il discorso parte da lontano, da quando Gianni Rivera se ne uscì con una frase infelice e disse che con Graziarli e Pulici il Milan avrebbe vinto lo scudetto.
«Ed io, allora - precisa Chiarugi - chiarii il mio punto di vista e dissi che con i due torinesi si sarebbero dovute comprare anche altre punte. Dopodiché, vista la situazione poco simpatica che si era venuta a creare, venne a Milanello perfino Duina. L'incontro non fu per niente simpatico. Il signor Rivera mi mise sul banco degli imputati e mi rimproverò di giocare in maniera anarchica. "E' tutto l'anno che ti diciamo di giocare largo - fu l'esordio - e tu invece resti sempre indietro". A questo punto, io, Luciano Chiarugi, classe 1947, ho deciso di averne abbastanza. Ho chiesto a chi dovevo dare ascolto dal momento che Trapattoni e Rocco mi dicevano di giocare esattamente come facevo. Quindi, o non contavano niente loro due, oppure lui, Rivera, poteva risparmiarsi certi discorsi. Duina rimase sorpreso e chiese spiegazioni che naturalmente Rivera si guardò bene dal dare».

Ecco, tra i tanti aspetti di Chiarugi, quello del parlare chiaro è predominante perfino sui suoi funambolismi pedatori. Con il «golden-boy», tuttavia, il discorso non era chiuso.
«Certo che no! E poiché il discorso Graziani-Pulici non mi andava bene per niente, alla prima occasione, fui ancora più esplicito: al Milan non servivano due attaccanti, ma piuttosto due vere mezzali. Soltanto che a lui, Gianni Rivera, certe cose non bisogna sognarsi di dirle».

La diatriba, comunque, è tracimata dai binari che riguardavano esclusivamente il ruolo di Chiarugi, Troppe sono le polemiche extra-calcistiche del Milan ed il sentirsi tecnici è malattia comune.
«Sarà - conclude il giocatore - però Rivera, in questo senso è un ammalato cronico. In ogni formazione schierata in campo c'era il suo zampino. L'esempio più clamoroso l'abbiamo avuto in Coppa Italia: in due partite decisive abbiamo schierato due liberi, Bigon e Rivera. E là davanti, io e Calloni a fare la figura di due poveri scemi!».

«Cavallo pazzo» (che poi tanto pazzo non è) è tutto qui. Da accettare o rifiutare, come ha detto Rocco. Può sembrare strafottente o lunatico, menefreghista o esibizionista, ma alla fine - quando si tirano le somme - difficilmente il suo bilancio segna rosso. E' successo alla Ponsacchese, alla Fiorentina, al Milan e domani, chissà, al Napoli. Ha sfondato per la sua perenne voglia di vincere a dispetto dei santi e dei diavoli. Di lui Chiappella e Bernardini hanno detto che «calcisticamente non ha niente da imparare. Deve soltanto mettere i piedi al servizio della testa e non viceversa».

Pareri a ruota libera, da condividere o no. Come la sua fantasia in campo. Domani è già Napoli e la voglia di pallone è tanta. Anche se Mergellina arriva con quattro anni di ritardo. Il Napoli, infatti, lo acquistò ufficialmente nel 1973, quando l'allora presidente Sacchi (al vertice dì una società generosa, ma confusionaria) concluse l'affare con la Fiorentina per la bellezza di 300 milioni. Poi Sacchi lasciò il posto a Ferlaino e l'affare sfumò a causa di un mal di fegato del giocatore.
O per lo meno, questa fu la versione ufficiale della rottura del contratto. Ed il bello è che si parlava di Luciano Chiarugi, uno che la bile è abituato a farla venire agli avversari.
Magari con un tunnel, doppiato da una serpentina. Un campione, insomma.





Rocco e Chiarugi. Il Paron cercò di indirizzare l'esuberanza di Cavallo Pazzo, e Chiarugi visse al Milan anni fantastici


Caricatura di Luciano Chiarugi



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Luciano Chiarugi nel precampionato 1972-73
(dal "Corriere dello Sport" di agosto 1972)



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Gianni Rivera e Luciano Chiarugi, stagione 1972-73
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29 ottobre 1972, Juventus vs Milan 2-2: Luciano Chiarugi
(Archivio Magliarossonera.it)



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Luciano Chiarugi, 1972-73
(per gentile concessione di Emanuele Pellegrini)
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Luciano Chiarugi al tiro, stagione 1972-73



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15 ottobre 1972, Milan vs Atalanta 9-3,
Luciano Chiarugi inseguito da un difensore orobico
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15 ottobre 1972, Milan vs Atalanta 9-3,
Luciano Chiarugi in azione



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7 gennaio 1973, Bologna vs Milan 3-2: Luciano Chiarugi in azione


Caricatura di Luciano Chiarugi su "Intrepido", 1972-73








Figurine "Panini" (sopra 1974-75, sotto 1972-73)


(Archivio Magliarossonera.it)



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(da "Intrepido")
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Luciano Chiarugi, 1972-73
(by Roberto Rolfo - facebook)



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(per gentile concessione di Renato Orsingher)



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29 ottobre 1972, Juventus vs Milan 2-2: Luciano Chiarugi in azione



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Luciano Chiarugi esulta dopo un gol, 1972-73
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11 marzo 1973, Milan vs Fiorentina 2-0: Chiarugi in azione,
Longoni e Orlandini cercano di contrastarlo
(Archivio Magliarossonera.it)



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Luciano Chiarugi nella sede
dell'Associazione Italiana Milan Clubs, luglio 1972



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Inverno 1972, Gianni Rivera, Luciano Chiarugi e Gustavo Thoeni



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21 aprile 1973, Lazio vs Milan 2-1:
il gol regolare annullato a Luciano Chiarugi
(da "La nostra Serie A negli anni '70")
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21 aprile 1973, Lazio vs Milan 2-1:
il gol regolare annullato a Luciano Chiarugi
(Telefoto Ansa)



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La punizione-gol di Luciano Chiarugi in Milan vs Napoli
del 29 aprile 1973, che decide la partita al 90' minuto di gioco (1-0)
(da "Intrepido")
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Esultanza di Chiarugi, stagione 1972-73



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Stagione 1972-73
(per gentile concessione di Renato Orsingher)
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Luciano Chiarugi esultante, stagione 1972-73



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Stagione 1972-73



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Stagione 1973-74



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Luciano Chiarugi con la moglie e la figlia Cristiana
(da "La nostra Serie A negli Anni '70")
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Luciano Chiarugi con la moglie al mare, estate 1972



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Luciano Chiarugi in famiglia




Poster di Luciano Chiarugi, 1972-73
(grazie a Giorgio Brambilla)
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Luciano Chiarugi, stagione 1972-73
(per gentile concessione di Emanuele Pellegrini)
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Luciano Chiarugi, stagione 1973-74
(per gentile concessione di Emanuele Pellegrini)



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Rivera, Chiarugi e Rocco negli spogliatoi di San Siro, stagione 1972-73
(per gentile concessione di Gianni Righetto)
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Chiarugi e Antonelli a Milanello, 1975-76
(by Tepa Sport)



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Luciano Chiarugi contrastato da Spinosi
(da Raccolta 'Calciatori',
Edizioni Edis, Torino, 1973-74)
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Luciano Chiarugi, stagione 1973-74
(Foto "Celso Battaia", per gentile concessione di Emanuele Pellegrini)



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18 agosto 1974, amichevole Spezia vs Milan 1-3:
Luciano Chiarugi con un piccolo tifoso e Ricky Albertosi, seduto in panchina, che nasconde una sigaretta



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Toni Bellocchio a Milanello con Luciano Chiarugi, 1974-75
(per gentile concessione di Antonella Bellocchio)
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(da "Intrepido")



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(da "La Gazzetta dello Sport Illustrata", 1978)



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(dal "Guerin Sportivo")



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(da "Forza Milan!")


(da "L'Unità", per gentile concessione di Gianni Morelli)




"Io proprio Io", Luciano Chiarugi
(per gentile concessione di Renato Orsingher)
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(per gentile concessione di Monica Innocenti)



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Foto di Luciano Chiarugi con dedica personale a Colombo Labate
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(Immagine ricolorata digitalmente da Fulvio Borro)



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Chiarugi placa le polemiche alla Sampdoria
(da "La Stampa" del 2 gennaio 1979)
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Chiarugi "Cavallo Pazzo" alla Sampdoria
(da "La Stampa" del 22 gennaio 1979)



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Statuina di Luciano Chiarugi
(di Giovanni Santacolomba)