Nazzareno CANUTI

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(Archivio Magliarossonera.it)



Scheda statistiche giocatore
  Nazzareno CANUTI

Nato il 15.01.1956 a Bozzolo (MN)

Stopper (D), m 1.85, kg 78

Stagioni al Milan: 1, 1982-83

Proveniente dall'Internazionale

Esordio nel Milan in gare ufficiali e in Coppa Italia il 18.08.1982: Pescara vs Milan 1-1

Ultima partita giocata nel Milan il 12.06.1983: Pistoiese vs Milan 0-0 (Campionato)

Totale presenze in gare ufficiali: 39

Reti segnate: 0

Palmares rossonero: 1 promozione in Serie A (1982-83)

Esordio assoluto in Serie A il 07.11.1977: Torino vs Internazionale 1-0

Esordio in Nazionale B l'08.11.1978: Italia vs Svizzera 1-0

Totale presenze in Nazionale B: ...

Reti segnate in Nazionale B: ...




Ha giocato anche con l’Internazionale (A), il Genoa (A e B), il Catania (B e C1), la Solbiatese.

"Difensore di fisico, tenace e attento, forte di testa e arcigno nella marcatura a uomo. Al Milan, appena retrocesso, arriva nella trattativa che porta all’Inter Collovati; puntello del pacchetto arretrato, contribuisce, con la sua applicazione, all’immediata promozione." (Da La Grande Storia del Milan, Gazsport, 2005)

Arrivò al Milan assieme a Serena e Pasinato quale contropartita tecnica per Fulvio Collovati che, in verità, fece rimpiangere non poco, pur raggiungendo la promozione immediata nella massima serie. Non ha lasciato particolari tracce nella storia rossonera. (Nota di Colombo Labate)

Nazzareno Canuti è nato a Bozzolo (Mantova) il 15 gennaio 1956. Dopo la trafila nel settore giovanile dell'Inter, ha debuttato in Serie A il 7 novembre 1976 nella partita Torino-Inter 1-0. Difensore arcigno, ora terzino ora stopper, ha giocato in nerazzurro fino alla stagione 1981-82, totalizzando 130 presenze in A con un unico gol. Passato al Milan nel 1982-83 (16 presenze), ha poi giocato due stagioni con il Genoa (83-84 in A e 84-85 in B per un totale di 50 partite) prima di passare al Catania dove ha disputato due campionati di B e uno di C (81 presenze e un gol).
Ha concluso la carriera con la Solbiatese nei Dilettanti nel 1988-89 (30 presenze, un gol).
Ricco il suo palmares: uno scudetto (79-80), due Coppa Italia (77-78 e 81-82) e un Mundialito per clubs (1981) con l'Inter; due promozioni: Milan (Serie B, 1983) e Solbiatese (Cnd, 1989).
Canuti ha anche vestito a maglia azzurra. Conta 13 presenze nella Under 21 (esordio il 16 novembre 1975, Italia-Francia 4-0) e 2 nella Nazionale B (esordio l‘8 novembre 1978, Italia-Svizzera 1-0).









Un contrasto Paolo Rossi - Nazzareno Canuti in un Inter vs L.R. Vicenza, stagione 1977-78



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Stagione 1982-83, Canuti e Jordan
(per gentile concessione di Luciano Detogni e Ruggero Ribolzi)



Dal sito www.storiedicalcio.altervista.org
Racconto tratto dal libro "C'era una svolta" di Nicola Calzaretta
Prima edizione Novembre 2004 © Carlo Gallucci Editore s.r.l. Roma


SONY O SON DESTO
«Ho fatto due volte la gavetta. E ne sono fiero». L’orgoglio è di Nazzareno Canuti, un passato da stopper dell’Inter campione d’Italia del 1980 e un presente da agente di commercio della Sony Italia per la Lombardia. «Ho dovuto cominciare da zero prima come calciatore e successivamente, una volta terminata la carriera, in quello che è diventato il mio nuovo lavoro». Undici anni. duri per costruirsi una nuova carriera. «L’ultima stagione da professionista l’ho trascorsa a Catania in Serie C nell’88, ma la mia famiglia si era ormai stabilita a Milano. Per i primi due anni mi aveva seguito in Sicilia. Poi con Loredana, mia moglie, abbiamo deciso di non spostarci più dalla Lombardia. A Catania non avevo prospettive, la società era in crisi».
Il ritorno a casa porta Canuti alla Solbiatese nei Dilettanti. «Una scelta mirata. Volevo vedere come era il calcio dilettantistico, non lo conoscevo. Venne con me anche Oriali. A dire la verità si è accodato. Insomma, io in campo e Lele dietro la scrivania, praticamente, gratis. Abbiamo vinto il campionato. Per Oriali la Solbiatese è stato il trampolino di lancio per la carriera dirigenziale. A me, invece, ha fatto capire che non avevo più il fisico per continuare e ho chiuso lì, immaginandomi il futuro fuori dal calcio».
Canuti non si è mai visto nei panni dell’allenatore. Ride:«Perché non voglio essere licenziato!» La battuta nasconde un fondo di verità. Niente calcio, d’accordo. E allora che fare? Certo dei soldi da parte ci sono, ma non si può pensare di campare di rendita a poco più di trent’anni. E poi chi è abituato a correre, non può fare il pensionato a vita. «Sono stato alcuni mesi a pensare: potevo iniziare una nuova attività imprenditoriale tutta mia, ma non me la sono sentita. Mi proposero di fare il promotore finanziario, ma io a chiedere i soldi alla gente non ci volevo andare. Finché non si concretizzò la possibilità di entrare nel gruppo Sony. Mi dissero: prova, vedi un po’, se ti piace continui. Accettai. Feci il mio bel tirocinio insieme ai colleghi più anziani. Poi ho camminato con le mie gambe e mi è andata bene». Canuti oggi copre una vasta area della Lombardia e si occupa direttamente di pochi clienti, i più importanti. «Ho cinque collaboratori, di cui sono il responsabile, che tengono i contatti con altri ottanta clienti sparsi un po’ in tutta la provincia».
Quando accenna ai suoi “sottoposti” non riesce a trattenere uno sguardo furbetto verso un baldo quarantenne che ascolta poco distante le sue “confessioni”. È Evaristo Beccalossi. «Ebbene sì, lavora sotto di me. A proposito, Becca come è andata la settimana?». Gioco di squadra anche adesso, come ai tempi del rettangolo verde. «Lo sport mi ha insegnato molto. Dico di più: le stagioni a Catania sono state altamente formative. Due o tre anni in ambienti come quello siciliano farebbero bene a tanti giovani calciatori di oggi». Canuti ha saputo ben sfruttare le molte conoscenze maturate in tanti anni di calcio. «Quindici anni filati di pallone, escluso il settore giovanile all’Inter. Tanti volti, tante amicizie, ma anche tanta fatica. Nell’estate del ‘77, a 21 anni, avevo deciso di smettere, Eravamo da pochi giorni in ritiro a San Pellegrino per la preparazione al campionato. All'Inter era arrivato Bersellini, un allenatore che aveva la fama del duro. Tutto vero: era realmente un sergente di ferro. Ci faceva lavorare come dannati. Due ore e più di corsa continua per le montagne. Ginnastica, addominali, scatti. Un macello! Dopo quattro giorni non ne volevo più sapere. Stavo male, piangevo. Mia moglie Loredana con Alessia, nostra figlia, era alloggiata in un albergo vicino al nostro. Una mattina passa nello stanzone dove io e gli altri compagni ci stavamo rilassando. Ricordo che stavo leggendo il giornale, quando lei da dietro fa “buongiorno”.
Dico:Loredana, ma che sei impazzita? Sono io! Non mi aveva riconosciuto. Avevo il viso scavato, non so di quanti chili ero sotto. Mi sa che smetto, le dissi. Non resisto».
Grazie a lei e a Giacinto Facchetti riesce a superare le difficoltà. Ne valeva la pena: di lì a poche settimane sarebbe definitivamente esploso.
«Dopo l’esordio con Chiappella nel campionato 76-77, sono stato lanciato come titolare proprio da Bersellini. Con lui ho veramente capito cosa significa essere un calciatore professionista: è stato lui a insegnarmi a lottare, a lavorare, a soffrire». Anche troppo in certe occasioni.
«Il mio secondo bambino, Christian, nacque alla vigilia di Inter-Verona dell’11febbraio 1979. Ho dovuto fingere un mal di denti per poter lasciare il ritiro di Appiano Gentile, il mister non sentiva ragioni. Mio perfetto complice fu il massaggiatore Della Casa che certificò l’esistenza di un ascesso e mi accompagnò a Milano. E pensare che alla nascita di Alessia, nell’agosto 1976, era stato Chiappella a spingermi ad andare di corsa a Milano. Eravamo in ritiro con la squadra a Massa per un’amichevole. Oriali mi prestò il suo Bmw 520. Andai e tornai. La sera riuscii anche a giocare un tempo della partita».







Figurina "Panini", 1977-78





Figurina "Panini", 1980-81





Figurina "Panini", 1983-84

Sia come sia, ma con Bersellini al timone l’Inter tornò finalmente anche ai successi. Subito la Coppa Italia (1978) poi bissata nel 1982. Ma sopratutto il tanto atteso scudetto che mancava all’appello da nove anni. «La vittoria in campionato nell’80 è stata I’ultima conquista tutta italiana. Il gruppo di quell’lnter era veramente forte e unito». I nerazzurri dominarono quel campionato dall‘inizio alla fine con Bordon e Beppe Baresi, Altobelli e Muraro. Oltre a Beccalossi, naturalmente. Una stagione strana, viziata dallo scandalo del calcioscommesse.
«Avevamo capito che intorno a noi l’aria era diventata pesante. Ricordo che a un certo punto la società, per cautelarci, impose che tutte le telefonate indirizzate ai giocatori sarebbero dovute passare da BerselIini». Non era I’unica costruzione di una disciplina estrema. «L’allenatore ci teneva a stecchetto quando eravamo in ritiro. Si partiva il giovedì e, se c’era anche la Coppa, si tornava a casa dopo una settimana. Per non sentire i morsi della fame, si mangiava di nascosto, la notte. Quando le luci di Appiano erano spente, uno di noi andava in avanscoperta. Poggiava l’orecchio alla porta del mister per sentire se russava o meno. Al segnale del via libera si scendeva giù in cucina. Il piatto più gettonato era lo spaghetto aglio, olio e peperoncino. Visto poi che tutte le domeniche si faceva risultato, la spaghettata di mezzanotte divenne anche un portafortuna. E il rito non fu più abbandonato». E Bersellin? Davvero non si e mai accorto di nulla? «Nel ‘90 abbiamo fatto una rimpatriata a Saronno e, in quell’occasione, abbiamo svelato il segreto al mister. Lui ci disse che sapeva tutto e che non era mai intervenuto perché, in fondo, anche così il gruppo si rafforzava, ma nessuno gli ha creduto! »
Poi qualcosa si è rotto nella grande storia d’amore tra Nazzareno e L’Inter. Nell’81 venne acquistato Bachlechner, uno stopper senza fronzoli, duro come il suo cognome. Canuti ci rimase male. «Andai dall’allenatore e gli dissi che volevo cambiare aria. Se la società aveva comprato un difensore, tra l’altro pagandolo molto, significava per me panchina e poco altro. Ancora una volta Bersellini seppe darmi la giusta motivazione. Ed ebbe ragione. Nel girone d’andata andai in campo solo due voIte, ma il ritorno lo feci tutto da titolare».
La vera doccia fredda è dell’estate seguente, quando senza dirgli una parola inserirono il suo cartellino, insieme a quelli di Pasinato e Aldo Serena, nello scambio con Collovati al Milan, nel frattempo retrocesso in B. «La notizia mi arrivò in Cile dove ero in tournée con l’Inter. Mi incavolai di brutto. Da Milano chiedevano che spedissi un fax con la mia accettazione. Non firmo un bel niente, replicai. Prima voglio parlare con i dirigenti dell’Inter e poi con quelli dei Milan. Mi telefonarono Mazzola e Beltrami. Alla fine chinai la testa e andai al Milan in prestito per un anno. Si vinse il campionato, sì, ma al termine della stagione decisi di trasferirmi al Genoa».
I grandi amori, comunque, sanno resistere anche alle grandi intemperie. Tra Canuti e l’Inter è scoccata di nuovo la scintilla. Nazzareno ha il cuore nerazzurro e quando può va a San Siro; in più segue come accompagnatore la squadra dei Giovanissimi «Sono ragazzi di 14 anni, molto più svegli e reattivi di quanto lo fossimo noi. Mi piace stare con loro, il ricordo del passato, di quando anch’io adolescente sognavo il calcio vero è ancora forte». Per “sentire” il campo ci sono anche le partite con gli ex e quelle a scopo benefico.
Sempre giocando con i “mutandoni” sotto i pantaloncini: «Sono stato il primo in Italia a lanciare la moda dei “ciclisti”: me li facevo in casa, tagliando la tuta all’altezza del ginocchio. Il tutto per la gioia del magazziniere!»






Nazzareno Canuti nell’agosto del 2005 con la Rhodense