Alexander ARANGELOVIC
"Aran"

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(Archivio Magliarossonera.it)
  Alexander ARANGELOVIC

Nato il 18.12.1920 (o il 18.12.1922) a Crna Trava (SER), † l'08.09.1999 a Belgrado (JUG)

Attaccante (A), m ....., kg .....

Stagioni al Milan: 1, 1946-47, solo partite amichevoli

Soprannome: “Aran”, “Aca”, “Asa”

Esordio (e unica partita) nel Milan in gare amichevoli il 27.04.1947: Como vs Milan 2-2

Totale presenze in gare amichevoli: 1

Reti segnate: 0

Partite amichevoli documentate da tabellino in Magliarossonera.it:
- 27.04.1947: Como vs Milan 2-2

Esordio assoluto in Serie A il 19.09.1948: Genoa 1893 vs Padova 7-1

Ultima partita in Serie A il 10.06.1951: Novara vs Atalanta Bergamasca 1-1




Ha giocato anche con il Padova (B ed A), la Roma (A), il Novara (A).

"Jugoslavo, arriva in Italia nel '47 con lo status di apolide, come più tardi Nyers: sono gli effetti della seconda guerra mondiale e dell'avvento, all'est, dei regimi comunisti. E' un centravanti potente, ma i primi due anni al Padova sono anonimi. Discreta la Stagione alla Roma, 11 gol, il più famoso dei quali è un rigore inventato dall'arbitro Pera in una sfida con il Novara che, assieme al raddoppio (contestatissimo) di Tortodonati, da ai giallorossi i due punti che valgono la salvezza dalla B. Ma la direzione della gara è stata talmente scandalosa che la federazione vorrebbe far ripetere la partita. Soprassederà quando anche il Novara sarà salvo...e, casualmente, lo slavo passa, nella stagione successiva, proprio al club piemontese: un risarcimento?" (Dal Dizionario del calcio Italiano, Baldini&Castoldi editori, 2000)



Dal sito www.unmondoaparte.it



ARANGELOVICH Aleksandar "Aca"
Crna Trava (Jugoslavia) 18.12.1920 - Belgrado (Jugoslavia), 8.9.1999.
Attaccante
Esordio: 9.10.1949 - Roma - Bologna 3-1


Misterioso "slavo", in realtà apolide (come Nyers), rovinato dalla guerra, che gli accorciò la carriera. Non solo a lui. Pensate ad Amadei. Comunque, finito non si sa come al campo profughi di Cinecittà, dopo aver giocato nel Padova (contro la cui presidenza vinse un ricorso per essere stato omesso dalle liste di trasferimento) e 23 match amichevoli con la casacca del Milan, Arangelovich venne ingaggiato dalla Roma nel '49, in quel momento precaria quanto lui.
Accettò un ingaggio minimo, almeno fino a quando non fosse stato in grado di dimostrare il suo valore (gli mancavano i novanta minuti nelle gambe), per poter continuare, nella capitale, gli interrotti studi di ingegneria a Belgrado. Del resto, secondo "Il Corriere dello Sport", era abbastanza eclettico, capace di giocare " in tutti i lati del quadrilatero e anche da centravanti". Aveva militato in nazionale jugoslava e all'esordio in giallorosso, in amichevole con il Fontana Liri, segnò tre gol. Non finì lì! Sorpresa! Con quell'aria da pensionato (chissà, in realtà, quanti anni aveva) riuscì a trascinare la squadra grazie ai suoi gol."Bombe" su punizione, tanto da far urlare a Gasperino, il tabaccaio dello stadio Nazionale:"Oggi Arcangelo je sfonna 'a rete! Sigarette, caffè Borghetti!" Sua specialità, oltre alle "bombe", erano certi giochetti da fermo, col piede sul pallone. In una "Roma-Milan" ci fu un duello esasperante di piede sul pallone con lo svedese Gren. Passò al Novara, al Racing di Parigi, all'Atletico di Madrid, quindi si imbarcò per il Canada e, successivamente, per l'Australia. Lo avevano chiamato a fare il camionista.
In Oceania, però, divenne anche allenatore. Vecchio, caro, misterioso "Arcangelo"! Rigorista della stagione, con quattro tiri dal dischetto. La Roma di quei tempi era l'"ammazzasquadroni", batteva le grandi, ma guai a incontrare una meno quotata! "L'uomo dal piede corazzato", così scriveva "Il Corriere dello Sport". Per gli amici noto anche come "Aran".






(Archivio Magliarossonera.it)


Alexander Arangelovic
con la maglia del Novara


Figurina "Lavazza", 1950-51



Dal sito www.oknovara.it

I "VECCHI" STRANIERI DEL NOVARA CALCIO
13 aprile 2010 - di Gianfranco Capra

Esiste anche una storia, una bella storia dei calciatori stranieri che nel lontano passato hanno vestito la maglia del Novara. Si inizia nel 1924 con il portiere Franz Feher, ungherese, altissimo per i tempi (188 cm), scovato a Parigi dal grande diirgente Piero Omodei-Zorini in occasione delle Olimpiadi di Parigi. Il longilineo Feher era portiere di riserva della Nazionale d’Ungheria già allora fortissima. Feher era anche uno specialista nei calci di rigore, soprattutto nel batterli. Aveva percentuali di marcature altissime. Purtroppo, durante le finali di serie “B” del 1927 (dopo la prima promozione in serie “A” del Novara), Feher colse il palo e non riuscì a rientrare nella propria porta subendo il gol del reggiano Sereni. Fu un fatto che restò a lungo nella memoria degli sportivi del 900. Dopo il primo straniero, cioè il simpatico Feher, il Novara tornò ad interessarsi di giocatori provenienti dall’estero nel secondo dopoguerra, dopo la promozione in “A” del 1948, per intenderci quella con Silvio Piola. Arrivarono uno dopo l’altro diversi stranieri ed oriundi. Il primo fu il danese Ploeger, ala destra, prestatoci dalla Juventis che avventurosamente l’aveva “soffiato” al Milan in uno scompartimento del treno che portava Ploeger dalla Danimarca a Milano. E la squadra rossonera “ripiegò” sullo svedese Nordhal! Ploeger era un bel giocatore, tecnico, veloce, piedi buoni, medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra 1948. Ma aveva un difetto gravissimo per un attaccante: odiava con tutto il cuore l’area di rigore avversaria; addirittura forse non aveva mai appoggiato le scarpe nell’area piccola del portiere. Un fifone, un coniglio, tagliato fuori dal campionato italiano già allora molto atletico e spietato. Da noi fece una stagione modesta, e poi fu prestato dalla Juventus all’Udinese. Una meteora. Andò meglio, anzi benissimo, con “Petisso” Pesaola, oriundo argentino, ala sinistra fantasiosa e sgusciante. Fu dato al Novara gratis dalla Roma, dopo un gravissino incidente di gioco. E qui da noi “Petisso” (cioè uccellino) ritrovò salute fisica, morale, si innamorò della Miss Novara dell’epoca (Ornella Olivieri), la sposò e fu vantaggiosamente ceduto al Napoli dagli avveduti dirigenti novaresi. E nel Napoli è rimasto per il resto della sua lunga vita, giocando oltre 250 partite. E’ diventato poi allenatore vincendo lo scudetto con la Fiorentina nel 1969.
Come dimenticare Alexander Arangelovich detto “Azza”, apolide, profugo dalla Jugoslavia, un po’ zingaro, un po’ guascone, ma dalla supersonica intelligenza matematica. Sapeva moltiplicare in un ameno 256×312, dando il risultato in un baleno. E così con i logaritmi, la trigonometria, tutto quello che sapeva di matematico. Aveva una potenza eccezionale: io, ragazzo, lo vidi calciare il pallone, a piedi nudi, dal centro del campo sopra alla tettoia della tribuna centrale. Alcuni giocatori tentatorno di imitarlo, ma nessuno vi riuscì. Janda il modesto e silenzioso tedesco, un “mulo” in campo, specie sui terreni appesantiti dalla pioggia. Rosen, di origine ebrea, giunto da noi nel finale di carriera, ma utilissimo per la grinta, il rendimento, la capacità di far squadra. Poi il centravanti che sostituì Piola (impresa quasi impossibile) il paraguagio Dionisio Arce di madre sudamericana e di padre amerindo. Mezzo indio e mezzo spagnolo. Amava alla follia i cavalli, e spesso si rifugiava in campagna a cavalcare libero come un pampero. Segnava gol strepitosi con un tiro violento e preciso con palla che radeva l’erba come una falciatrice. Arce litigava tutti i giorni con Bronée, il principe danese che giocava in punta di piedi con classe immensa ma scarsa voglia di soffrire. Preferiva le belle donne, cucina ricercata e balli tete-à-tete. Senza dimenticare Evaristo Barrera, argentino di Santa Fè, che giocò con il Novara soltanto nella squadra di guerra. Eccelso ballerino di tango, cantante di milonga, sapeva fare tutto con la palla; specialista nel segnarti il rigore con la beffarda “rabona”. L’ultimo straniero del Novara, prima della caduta in serie “C” (anni Sessanta) fu lo svedese Eidefiall, mezzala “mulo”. Aveva un’andatura con schiena gobbesca. Prima di entrare in campo, i compagni gli passavano la mano sulla gobba, porta fortuna. Uomo di grande lealtà e rendimento costante. Lasciò molti rimpianti. Quegli anni dal 1948 al 1960 furono anni felici, quando il calcio presentava ancora una dimensione umana e noi ipnotizzati davanti alla radio con l’incalzante verbosità di Niccolò Carosio che inventava gol mai realizzati ma faceva sognare.