Antonio Valentin ANGELILLO
"Angelo dalla Faccia Sporca"

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(Archivio Magliarossonera.it)


Scheda statistiche giocatore
  Antonio Valentin ANGELILLO

Nato il 05.09.1937 a Buenos Aires, † il 05.01.2018 a Siena

Centravanti (A), m 1.76, kg 72

Stagioni al Milan: 2, 1965-66 e 1967-68

Soprannome: “Angelo dalla Faccia Sporca”

Proveniente dalla Roma (1965) e dal Lecco (novembre 1967)

Esordio nel Milan in gare ufficiali e nelle Coppe Europee il 22.09.1965: Milan vs Racing Strasbourg 1-0 (Coppa delle Fiere)

Esordio in Campionato (Serie A) il 17.10.1965: Fiorentina vs Milan 1-0

Ultima partita giocata con il Milan il 23.06.1968: Milan vs Torino 1-1 (Coppa Italia)

Totale presenze in gare ufficiali: 30

Reti segnate: 4

Palmares rossonero: 1 Scudetto (1967-68), 1 Coppa delle Coppe (1968), 1 Coppa Italia (1967)

Palmares personale da calciatore: 1 Coppa delle Fiere (1961, Roma), Capocannoniere del Campionato Italiano (1958-59, Internazionale - 33 reti, record tuttora imbattuto)

Esordio in Nazionale Italiana il 10.12.1960: Italia vs Austria 1-2

Ultima partita giocata in Nazionale Italiana il 04.11.1961: Italia vs Israele 6-0

Totale presenze in Nazionale Italiana: 2

Reti segnate in Nazionale Italiana: 1

Palmares personale da allenatore: 1 Promozione in Serie A (1978-79, Pescara), 1 Promozione in Serie B (1981-82, Arezzo)




Ha giocato anche con il Boca Juniors (A), l'Internazionale (A), la Roma (A), il Lecco (A e B), il Genoa (B).

Ha allenato l'Avellino (A), il Brescia (B), l'Arezzo (C1 e B), la Reggina (C), il Pescara (B ed A).


Helenio Herrera lo allontanò dall'Inter in seguito ad una relazione con Ilya Lopez (nella foto a fianco), conosciuta in un night club.


"Approda al Milan la prima volta già in fase calante. Arriva in Italia dal Boca Juniors giovanissimo, dai primi boom nell'Internazionale (è tuttora primatista assoluto di gol in campionati a diciotto squadre: 33 partite, 33 reti) all'ostracismo di Herrera (complice anche una relazione con la ballerina Attilia Tironi in arte Ilya Lopez, n.d.r.), nella Roma, l'ex angelo dalla faccia sporca si è trasformato in fine dicitore del centrocampo. Lo rivuole, dopo una parentesi nel Lecco, Nereo Rocco. Da rincalzo vince lo scudetto (3 presenze ed una rete, n.d.r.), poi va a giocare al Genoa, in B." (Da "Calcio 2000", novembre 2000).




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Dal sito www.wikipedia.it

GIOCATORE
Mezzala assai rapida e prolifica, Angelillo cresce calcisticamente nell'Arsenal de Lavallol, dove debutta nel 1952. Tre anni dopo compie il salto di qualità, passando al Racing Club de Avellaneda. Nel 1956 viene acquistato dal Boca Juniors, con cui totalizzerà 34 presenze e 16 gol.
L'exploit in Perù fa di Angelillo oggetto del desiderio di varie squadre europee: la spunta l'Inter, che già nell'estate 1957 lo porta a Milano. Nel corso della prima stagione interista, Angelillo trova come compagni d'attacco il vecchio "Veleno" Lorenzi, che gioca l'ultima sua stagione in maglia neroazzurra; il non più giovane Skoglund e Massei, oriundo argentino pure lui. Segna 16 reti. La classifica cannonieri è vinta dal gallese John Charles (Juventus) con 28 goal, seguono il sudafricano oriundo Eddie Firmani (23) e l'ex compagno d'attacco in Argentina, Omar Sívori (22).
Nella stagione successiva (1958-1959), Angelillo realizza si laurea capocannoniere con 33 gol (tra cui una cinquina alla Spal), stabilendo un record per i tornei a 18 squadre; con 39 reti complessive, inoltre, eguaglia il primato stagionale di gol realizzati con la maglia dell'Inter (appannaggio, fino a quel momento, del solo Giuseppe Meazza).
Angelillo rimarrà all'Inter per quattro stagioni, disputando 127 partite e realizzando 77 goal. Nel 1961 però il rapporto con il club di Angelo Moratti si deteriora: l'allenatore Helenio Herrera accusa Angelillo di «dolce vita». In effetti, la resa sul campo è al di sotto delle attese e delle sue oggettive possibilità e Angelillo trascorre qualche serata di troppo in compagnia della nota ballerina di night, Attilia Tironi (nome d'arte Ilya Lopez). L'attaccante argentino dunque viene ceduto alla Roma.
In realtà, la sua cessione ha un doppio risvolto: al declino delle prestazioni in campo si aggiungono motivi di carattere tecnico; Helenio Herrera preferisce non avere in rosa calciatori dal carattere indipendente che non si votino al suo concetto organico di squadra e possiedano il carisma per condizionarne la crescita in tal senso. Non a caso, la partenza del solista Angelillo e il contemporaneo arrivo da Barcellona di Luis Suarez segnano la svolta epocale che porterà l'Inter ad essere la squadra più forte del mondo nel quinquennio successivo. In ogni caso, rinunciando ad un tale campione, la società volle tutelarsi inserendo nel contratto di cessione una clausola che impegnava la Roma, società acquirente, a non cedere Angelillo né al Milan né alla Juventus, né alla Fiorentina, clausola che lo stesso Angelillo ignorava.
Nella Roma disputa quattro stagioni positive, a parte un inizio molto stentato, giocando da centrocampista. Resta fino alla stagione 1964-1965, totalizzando 27 goal in 106 presenze e vincendo la Coppa delle Fiere 1960-1961 a la Coppa Italia 1963-1964. Vi trova Pedro Manfredini, pochi anni prima in Argentina considerato il suo erede. Nel club capitolino Angelillo arretra a centrocampo, divenendone il regista e disputando, stando agli scritti degli osservatori più attenti (Brera in primo luogo) tre campionati a livelli mondiali.
Nell'estate 1965 Angelillo si trasferisce al Milan di Nils Liedholm. Coi rossoneri disputa una mediocre stagione (11 presenze e 1 rete), anche perché mal visto dai tifosi rossoneri, per la sua lunga militanza con la maglia dei cugini dell'Inter. Nella stagione 1966-1967 quindi va al Lecco neopromosso in Serie A, nelle cui file gioca il giovane talento brasiliano Sergio Clerici: in questa stagione ottiene 22 presenze segnando una sola rete, con la squadra che retrocede in serie B.
Nell'estate del 1967, nel tentativo di rilanciarsi in una grande piazza, si trasferisce in prova al Napoli (disputando una tournée della squadra azzurra in Colombia, Perù, Bolivia e Venezuela), riformando per qualche partita la famosa coppia con l'amico Omar Sívori. Quest'ultimo è artefice dell'arrivo di Angelillo in maglia azzurra e ne caldeggia l'acquisto definitivo alla dirigenza del Napoli, in cerca di calciatori dal glorioso passato a basso costo. Le appena sufficienti prestazioni nelle amichevoli in maglia azzurra e, soprattutto, l'infortunio gravissimo occorso al suo amico-sponsor Sívori proprio durante quella tournée faranno però saltare l'accordo con la società partenopea.
Sfiduciato e senza squadra, Angelillo accetta di ritornare al Milan in cerca di un attaccante d'esperienza che giochi solo in caso d'emergenza. Sarà scudetto e nonostante solo 3 presenze riuscirà anche a segnare 1 gol. Bisognoso di giocare, l'anno successivo va a giocare in serie B, per militare nel Genoa, con 22 presenze e 5 reti.
Nel 1969 passa all'Angelana, club in cui riveste il doppio ruolo di allenatore/giocatore sino al 1971, anno del suo ritiro dall'attività agonistica.

NAZIONALE ARGENTINA
Il 15 agosto 1956, nella vittoria per 1-0 contro il Paraguay, debutta nella Nazionale argentina.
La prima grande affermazione avviene nella Campeonato Sudamericano de Football 1957 in Perù dive 8 volte, guidando i biancocelesti al trionfo, ma non solo in virtù dei goal (Maschio ne segnerà 9 e sarà il capocannoniere del torneo insieme all'uruguaiano Ambrois - mentre il terzo "angelo" argentino, Sívori, ne farà 3), quanto perché in ogni partita egli copre tutte le fasce del campo: accorre in aiuto della difesa, costruisce il gioco, fa gli assist per Maschio e, infine, segna. Non a caso la stampa sudamericana lo proclama "el nuevo Di Stefano", che nel frattempo si trovava al Real e giocava pure per la nazionale spagnola.
A proposito della Copa del 1957, va segnalato che in quella edizione l'Argentina segnò 25 reti in 6 partite (8-2 alla Colombia, 4-0 all'Uruguay, 6-2 al Cile, 3-0 al Brasile) e tutti i cronisti di calcio dell'epoca davano per scontata la vittoria mondiale dei biancocelesti al torneo in Svezia l'anno successivo, dove invece lo squadrone argentino non è più tale, perché è privo dei tre "angeli" approdati in Italia, e viene eliminato al primo turno dove perde 1-3 con la Germania Ovest e addirittura 1-6 con la Cecoslovacchia.

NAZIONALE ITALIANA
Nel 1960, essendo oriundo, Angelillo è chiamato in Nazionale. In Argentina vige la regola secondo cui chi gioca all'estero non può vestire la casacca biancoceleste. Analoga sorte tocca agli altri due astri argentini del campionato italiano dell'epoca, Humberto Maschio e Omar Sívori ed è già toccata a Pedro Manfredini, Francisco Lojacono e Alfredo Di Stefano. Nel frattempo in patria è considerato renitente alla leva, sicché per vent'anni non poté rimettere piede in Argentina.
La FIGC, dunque, non si lascia sfuggire l'occasione e decide di inserirlo nel giro della Nazionale, grazie anche alle sue origini italiane. Tuttavia le presenze di Angelillo con la Nazionale azzurra si limiteranno a 2: dopo l'esordio con sconfitta nell'amichevole contro l'Austria (1-2 a Napoli, il 10 dicembre 1960), Angelillo giocherà solo un altro match, il 4 novembre 1961 a Torino, nella sonante vittoria (6-0) contro Israele, partita nella quale realizza, al 69', il suo primo e unico goal in azzurro.
Da segnalare che l'esordio in nazionale di Angelillo coincide coll'ultima partita in azzurro di Giampiero Boniperti (autore del goal), nonché con l'esordio in maglia azzurra di Sandro Salvadore e Giovanni Trapattoni. Per quanto concerne la seconda e ultima partita azzurra di Angelillo, in quell'occasione egli si ritrovò a fianco del compagno di nazionale argentina con cui vinse la Copa sudamericana: Omar Sívori. Quest'ultimo match era valevole per le qualificazioni ai Mondiali di Cile 1962, per i quali però Angelillo non verrà convocato al pari dell'altro oriundo Lojacono, e al contrario dei summenzionati Maschio e Sívori e degli italo-brasiliani Altafini e Sormani.
In compenso, Angelillo disputerà qualche incontro per la Nazionale di Lega di cui si occupa Giampiero Boniperti, da poco ritiratosi dal calcio attivo. La Nazionale di Lega è composta dai migliori stranieri del campionato e da quei calciatori italiani esclusi dalla Nazionale A: per esempio in porta ci sarà Enrico Albertosi, chiuso in nazionale da Lorenzo Buffon e Carlo Mattrel e poi da William Negri e Giuliano Sarti. Negli anni 1980 in uno degli ultimi match di questa strana nazionale giocò anche Diego Armando Maradona.

ALLENATORE
La carriera da allenatore di Angelillo parte da una squadra dilettantistica, l'Angelana di Santa Maria degli Angeli, frazione di Assisi, dove riveste anche il ruolo di giocatore. Allenerà poi Montevarchi, Chieti, Campobasso, Rimini, Brescia, Reggina e Pescara, prima di iniziare l'avventura con l'Arezzo in Serie C1.
È la stagione 1981-1982 quando Angelillo compie nella città toscana un autentico miracolo sportivo: vince la Coppa Italia di Serie C e soprattutto guida gli amaranto alla promozione in Serie B, riportando il club nel calcio di seconda serie dopo 7 anni. Nel 1983-1984 l'Arezzo sfiora il salto in Serie A, giungendo 5º a soli 5 punti dalla promozione dopo aver condotto in testa la prima metà del girone d'andata.
Avellino, Palermo, Mantova, ancora Arezzo, e i marocchini del FAR Rabat saranno le sue successive squadre, prima di chiudere in Serie C2 con la Sassari Torres, chiamato a metà del campionato di Serie C1 1990-1991, ed esonerato nel corso della stagione successiva.

DOPO IL RITIRO
Rimasto fortemente legato ad Arezzo, Angelillo ha vissuto nella città toscana, ma ha lavorato anche come osservatore per l'Inter in Sudamerica.
Tra le sue principali scoperte, due calciatori divenuti "pilastri" del club nerazzurro: l'argentino Javier Zanetti e il colombiano Iván Córdoba.
È morto il 5 gennaio 2018 al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, dove si trovava ricoverato da due giorni.







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22 ottobre 1961, Milan vs Roma 3-1:
Gianni Rivera ed Antonio Valentin Angelillo in azione
(foto ricevuta da Corrado Ori Tanzi,
per gentile concessione di Marconi Productions s.r.l.)
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Angelillo e Sormani al Milan, agosto 1965
(da "Il Calcio e il Ciclismo Illustrato")





Sormani, Angelillo, Schnellinger, dalla Roma al Milan, 1965-66





Antonio Valentin Angelillo, 1965-66


Figurina "I Grandi Campioni" n.70,
Angelillo, Milan 1965



Parla Ferruccio Mazzola, 2005

La pillola misteriosa di Herrera
MILANO - Pillole nel caffè. Che Herrera dava ai giocatori. Molti dei quali sono morti. Un ex racconta il doping della Grande Inter. E chiama in aula tutti i campioni di allora colloquio con Ferruccio Mazzola. Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping.
Come Giacinto Facchetti, splendido terzino sinistro; o come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo. «Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto», dice Ferruccio. A che cosa si riferisce, Mazzola? «Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti.
Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter». Cosa c'era in quelle pasticche? «Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico.
Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro...». Suo fratello? «Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...». A chi si riferisce? «Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione...».
A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni. «Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia ("Il terzo incomodo", scritto con Fabrizio Càlzia, Bradipolibri 2004, ndr), che ha portato al processo di Roma». Perché? «Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità». Ma lei di Facchetti non era amico? «Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti». Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni? «Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere...». Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni? «Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti...». De Sisti smentisce di essersi dopato. «"Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una sigaretta ne dice un'altra...». E alla Lazio? «Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno». Altre squadre? «Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?». Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni...«Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter.
A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio». Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario... «Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così». E oggi secondo lei il doping c'è ancora? «Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini...».
I ragazzini? «Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto.






(da "Lo Sport Illustrato")





"Forza Milan!", mensile ufficiale dei Milan Clubs e
dei tifosi rossoneri nr. 28 di febbraio 1966, con la copertina dedicata ad Antonio Valentin Angelillo


(Archivio Magliarossonera.it)



dal sito www.gazzetta.it
7 gennaio 2018

MORTO ANGELILLO, L'ANGELO DEL RECORD DA 33 GOL: AVEVA 80 ANNI
L'ex attaccante di Inter, Roma e Milan detiene il record di gol segnati in un solo campionato a 18 squadre: 33. Carattere ribelle, ruppe con Helenio Herrera
È morto in ospedale a Siena Antonio Valentin Angelillo, ex attaccante di Inter, Roma e Milan, e primatista di reti segnate in un campionato di serie A a 18 squadre, con 33 gol. Il decesso è avvenuto venerdì scorso, 5 gennaio, ma la notizia era stata tenuta nascosta per volere della famiglia. L'ex fuoriclasse era arrivato al pronto soccorso del policlinico "Le Scotte" di Siena il 3 gennaio ed era rimasto ricoverato nella struttura. Aveva 80 anni.
IL RECORD CON L'INTER — Nato a Buenos Aires il 5 settembre 1937, dopo aver giocato nel 1956 nel Boca Juniors e aver esordito in Coppa America vinta dall'Argentina grazie ai suoi gol, già nell'estate 1957 arriva all'Inter e segna subito 16 reti. Angelo Moratti era rimasto conquistato da quel giocatore completo (sapeva giocare attaccante, ma anche mezzala e ala) e grande realizzatore. Nella stagione 1958-59 la consacrazione: Angelillo stabilisce il primato di 33 gol per un campionato a 18 squadre (ne segnò cinque in una sola partita alla Spal), totale superato da Higuain nell'ultima stagione a Napoli però in un campionato a venti squadre.
HERRERA — Carattere ribelle, con una chiacchieratissima "dolce vita" nella Milano degli anni Sessanta, quando sulla panchina nerazzurra arriva Helenio Herrera, per l'angelo dalla faccia sporca, così era chiamato, cominciano i primi guai. Due anni più tardi, nel 1961-'62, passa alla Roma per 270 milioni, nonostante i richiami del Boca, pronto a riportarlo in Argentina. Nel 1962 debutta anche nella Nazionale italiana (era stato naturalizzato grazie alle origini lucane del nonno) ma poi non viene convocato per i Mondiali in Cile. Chiude la sua carriera al Genoa, dopo aver girato mezza Italia e vinto anche uno scudetto con il Milan dove era arrivato nel 1965, passando per Lecco e Napoli.
AREZZO E ANCORA INTER — Quando appende le scarpette al chiodo inizia la carriera di allenatore. Proprio con l'Arezzo, la città toscana dove viveva, ottiene i maggiori risultati e, dopo aver vinto una coppa Italia di C, porta gli amaranto in serie B e l'anno successivo la squadra lotta a lungo per passare in Serie A. Da Arezzo, quando ha chiuso anche come tecnico, Angelillo ha lavorato come osservatore per l'Inter.




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(dalla "Gazzetta dello Sport" del 7 gennaio 2018)



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(dalla "Gazzetta dello Sport"
del 13 settembre 2017)
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(dalla "Gazzetta dello Sport"
del 7 gennaio 2018)
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(dalla "Gazzetta dello Sport"
dell'8 gennaio 2018)



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(dal "Corriere dello Sport"
del 7 gennaio 2018)
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(dal "Corriere dello Sport"
dell'8 gennaio 2018)
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(da "TuttoSport"
dell'8 gennaio 2018)



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(da "La Nazione" dell'8 gennaio 2018)
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(dal "Corriere di Arezzo" dell'8 gennaio 2018)
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(dal "Corriere di Siena" dell'8 gennaio 2018)