Tavares de Silveira AMARILDO (I)
"El Garoto"

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Foto Archivio Luigi La Rocca



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  Tavares de Silveira AMARILDO (I)

Nato il 29.07.1940 a Campos (BRA)

Ala (A), m 1.67, kg 68

Stagioni al Milan: 4, dal 1963-64 al 1966-67

Soprannome: “El Garoto”

Proveniente dal Botafogo

Esordio nel Milan in gare amichevoli l'01.09.1963: Milan vs Internazionale 2-0 (1 gol)

Esordio nel Milan in gare ufficiali e in Campionato (Serie A) il 15.09.1963: Milan vs Mantova 4-1

Ultima partita giocata con il Milan il 14.06.1967: Milan vs Padova 1-0 (a Roma, Finale Coppa Italia - 1 gol)

Totale presenze in gare ufficiali: 131

Reti segnate: 38

Palmares rossonero: 1 Coppa Italia (1967), 1 finale (a/r + bella) Coppa Intercontinentale contro il Santos (1963 - 2 gol nella gara di andata)

Esordio in Nazionale Brasiliana: nel 1961

Ultima partita in Nazionale Brasiliana: nel 1966

Totale presenze in Nazionale Brasiliana: 22

Reti segnate in Nazionale Brasiliana: 7

Palmares personale: 2 Campionati dello Stato di Rio de Janeiro (1961 e 1962, Botafogo), 1 Campionato di Rio - San Paolo (1962, Botafogo), 1 Campionato Brasiliano (1974, Vasco da Gama), 1 Scudetto (1969, Fiorentina), 1 Coppa Rimet (1962, Nazionale Brasiliana).
Da allenatore: 1 Campionato Tunisino (1984, Esperance Tunisi), 1 Coppa di Tunisia (1984, Esperance Tunisi)




Ha giocato anche con il Goytacaz (*), il Flamengo (A), il Botafogo (A), la Fiorentina (A), la Roma (A), il Vasco da Gama (A).

Ha allenato la Fiorentina (Giovanili), il Botafogo (giovanili), il Sorso (Int.), l'Esperance Tunisi (A, Tunisia), il Rondinella Firenze (C2), il Turris (C2), la Fiorentina (A), il Pontedera (C2), l'Al Ain (A, Emirati Arabi Uniti).

"Un grande giocatore, ma per sé stesso, non per la squadra. Tavares de Silveira Amarildo non riuscì mai a mettere davvero al servizio del collettivo il suo grande talento. Molto più estroso quindi di Dino Sani ma anche e soprattutto meno efficace e produttivo ai fini del risultato finale e del rendimento generale della squadra. Dopo la parentesi rossonera riuscì a togliersi buone soddisfazioni alla Fiorentina." (Da Figurine Masters Card Edizione 1992-93")


CARRIERA NEL CAMPIONATO ITALIANO
STAGIONE SQUADRA PRESENZE RETI

1963-64

Milan

31

14

1964-65

Milan

27

14

1965-66

Milan

24

2

1966-67

Milan

25

2

1967-68

Fiorentina

17

5

1968-69

Fiorentina

25

6

1969-70

Fiorentina

20

5

1970-71

Roma

21

7

1971-72

Roma

12

3




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(da "Intrepido")
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(per gentile concessione di Emanuele Pellegrini)



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Amarildo al Milan
(da "La Stampa" di luglio 1963)





Un giovane Amarildo già protagonista della nazionale carioca







Con la maglia del Milan, tanti gol ma nessun successo







A Firenze arriva nel 1967 e
dopo un anno vince un
meritato scudetto

Dal sito www.goalcalcio.it

UN CAMPIONE DEL MONDO NEL NOSTRO CAMPIONATO: AMARILDO
Dopo la Rimet del 1962 arriva in un ambizioso Milan dove vincerà solo una Coppa Italia. Poi il riscatto nella Fiorentina e lo scudetto del 1969


Quando un giocatore a meno di venti anni gioca insieme a dei campioni come Garrincha, Didì e Zagalo non può essere che un calciatore di grande livello. Comincia in questo modo la storia di Amarildo, o meglio Amarildo Tavares De Silveria. Natoa Capos il 29 giugno del 1939, giovanissimo esordisce nel Botafogo, inserendosi in una linea d'attacco che è quella della nazionale brasiliana. Ha la maglia numero 10, ma il suo ruolo e quella della punta pura. Con un ala come Garrincha per la squadra bianconera il giovane calciatore diventa una sicurezza di rete nell'area di rigore avversaria.

Impossibile non convocarlo in nazionale, dove debutta nel 1961 in una amichevole contro il Paraguay, entrando al posto di Quarentinha. In nazionale diventa un panchinaro di lusso; sono tanti i campioni che formano l'attacco carioca e per lui solo qualche presenza nella squadra più forte del mondo. Prima del mondiale in Cile poche partite, subentrando nella ripresa prima a Gerson poi addirittura a Pelè. Davanti all'allenatore della selecao Feola Amarildo si dimostra sempre un atleta di grande livello, ottimo in acrobazia e pronto al gioco di potenza. Arrivano i mondiali cileni e per lui il ruolo di riserva, come sempre. Ma ecco l'imprevisto; "O Rey" dominatore nel match d'apertura contro il Messico si infortuna al termine del secondo incontro contro la Cecoslovacchia. Feola scegli di schierare Amarildo al centro l'attacco carioca, orfano del suo leader. La partita è l'ultima di un girone ancora tutto da decidere. Si gioca contro la Spagna di Puskas, Peirò e Gento. Le cose si mettono male perché le "furie rosse" passano in vantaggio. E' il momento di Amarildo che con una doppietta porta il Brasile nei quarti di finale. Con lui ma grazie anche alle prodezze di calciatori come Zito, Vavà e Garrincha, il Brasile arriva alla finale con la Cecoslovacchia, squadra potente ma poco tecnica. Amarildo torna al gol, questa volta storico, segnando il pareggio dopo il vantaggio di Masopust. Poi il trionfo per la seconda vittoria nella Rimet. Amarildo rimane nel girone della nazionale fino al 1963, quando dopo una tournèe nel nostro paese con il Brasile, viene ingaggiato dal Milan.

Il primo campionato è il 1963-64 ed è Amarildo la nuova ala sinistra in un attacco che vede un altro protagonista di un mondiale, quel Josè Altafini che nel 1958 aveva lasciato la maglia da titolare al giovane Pelè.Il brasiliano dalla testa riccioluta conquista l'esigente platea di S.Siro; oltre ad essere un ottimo calciatore, la sua personalità istrionica ed allegra lo rende subito un personaggio amato dalla tifoseria milanese.Le reti che realizza sono tante, ben 14, ma per i rossoneri un terzo posto, dietro alle duellanti Inter e Bologna.

L'anno successivo tocca a lui la maglia numero nove. Altafini litiga con Viani e con la società e Amarildo continua a segnare a ripetizione. La stagione sembra propizia e il Milan ha tre punti di vantaggio sull'Inter di Herrera. Arriva il derby e Domenghini e compagni distruggono Amarildo e Rivera con un secco 5 a 2. E' l'inizio della fine e il campionato vedrà l'Inter prima davanti al Milan distaccato di tre lunghezze. I successivi due campionati sono deludenti con i rossoneri nelle retrovie per la corsa allo scudetto. Anche Amarildo non è più il marcatore di un tempo, con solo quattro gol in due anni, a dimostrazione del momento non felice del Milan. La stagione 1967 si conclude però con un buon risultato, la vittoria in Coppa Italia.

Pochi mesi dopo viene ceduto alla Fiorentina, dove con Pesaola darà il suo contributo alla squadra fino ad arriva allo scudetto nel 1969. Amarildo non segna moltissimo ma è diventato un play-maker formidabile.Dai suoi piedi, dopo potenti azioni individuali , partono cross spesso vincenti per Chiarugi e Marassi.Inoltre tocca a lui battere i calci di punizione, che spesso entrano nella porta avversaria.Grazie alle sue prodezze la Fiorentina vince incontri decisivi per la conquista del suo secondo scudetto.

Arriva una seconda giovinezza per il giocatore che viene acquistato dalla Roma di Herrera. E' il 1970 e la squadra è molto ambiziosa. In attacco Del Sol e Cordova ma alla fine la tifoseria giallorossa assisterà a mediocri campionati da centroclassifica per una formazione che si dimostrerà senza mordente e personalità. Per Amarildo ancora soddisfazione con dieci reti in due stagioni e anche molti cartellini rossi che lo rendono uno dei giocatori più "squalificati" del campionato.Ormai a 33 anni decide di ritornare in Brasile, al Vasco da Gama, dove nel 1974 conquista il titolo nazionale, chiudendo una grande carriera. Poi ancora il nostro paese come allenatore di squadre di serie C2 per poi diventare Responsabile Tecnico della nazionale dell'Arabia Saudita. Per lui il ricordo di tanti tifosi per uno dei brasiliani più amati che hanno giocato nei campi italiani.







Al Botafogo
(dal sito blog.arquibabotafogo.com)





Con la maglia della Roma
(dal sito www.unmondoaparte.it)


Con la maglia della Fiorentina
(dal sito web.tiscalinet.it)





(Archivio Magliarossonera.it)


(Archivio Magliarossonera.it)



Dal sito www.solocalcio.com

BASTONE E "GAROTO"
di Carlo F. Chiesa

"Il mulatto che odia Pelé»: così lo presentava un titolo del "Calcio e Ciclismo Illustrato" nell'agosto del 1963, al suo arrivo in Italia, alla corte del Milan. E spiegava: «Tra lui e Pelé corre un odio simile a quello che fece la sventura di Caino e Abele, si detestano come fratelli. "O rey" Pelé è, in fondo, geloso della nuova gloria del ragazzino, il quale, a sua volta, non intende riconoscere la superiorità del "rey" etichettato. "Non intendo fare la riserva a Pelé" borbottò fra i denti nei corridoi di San Siro quando in maggio, dopo 26 minuti di gioco, il prodigioso negro usciva tra i fischi e si trattava di provvedere alla sostituzione. "Io oggi non gioco. Dovevo entrare in campo prima..."». Capito che caratterino? In realtà, su quella presunta rivalità i giornali italiani soffiavano ad arte, per mantenere vivo il parallelo tra i due campionissimi. D'altronde la fama mondiale di Amarildo all'epoca quasi tutto doveva a Pelé, di cui l'attaccante era stato a sorpresa il sostituto vincente durante il Mondiale 1962, apice presto raggiunto di una splendida carriera.

Amarildo Tavares de Silveira era nato a Campos il 29 giugno 1939, con i conforti di un precoce talento di cui erano state levatrici le lezioni di palleggio dei fuoriclasse Zizinho e Didì, amici di suo padre (calciatore di buon livello, approdato lui pure alla Nazionale). A diciannove anni era già titolare nel Botafogo, in una prima linea da favola composta da Garrincha, Didí, Quarentinha, Amarildo, Zagallo: tre quinti dell'attacco del favoloso Brasile campione del mondo quell'anno (1958) per la prima volta. Soprannominato il "garoto" (il ragazzo), il suo calcio era baciato dalla grazia: guizzi e serpentine, tiri al fulmicotone, capacità di giostrare sia sulla trequarti che in area di rigore, in piena sintonia con lo schema 4-2-4 allora imperante, imposto dal Brasile in Svezia: in attacco, due centravanti, uno più avanzato (il numero nove) e uno col compito di partire da posizione più arretrata (il classico dieci, interpretato in Nazionale da Pelé), con compiti realizzativi, ma anche di rifinitura. Il 29 aprile 1961 esordì in Nazionale ad Asuncion, contro il Paraguay: assente Pelé, impegnato nel servizio militare, Amarildo entrò nel secondo tempo in sostituzione di Quarentinha. Solo il 9 maggio dell'anno successivo giocò una partita dall'inizio, a Rio contro il Portogallo: fino allora aveva dovuto accontentarsi di entrare in sostituzione dello stesso centravanti o di Pelé o addirittura del giovane Gerson, rivelazione delle Olimpiadi di Roma. Il dettaglio è importante, visto che all'epoca le sostituzioni in partita erano consentite solo in amichevole. E vale a spiegare che quando il Ct Aimoré Moreira, sostituto dell'ammalato Feola, inserì nelle convocazioni per il Mondiale in Cile anche il nome del "garoto", non senza prima essersi con lui raccomandato sulla necessità di tenere a freno il carattere di fuoco, il fatto poteva non rivestire un'importanza fondamentale. Quanti erano, quanti sarebbero stati anche negli anni successivi, i "vicePelé" destinati a non venire mai additati nel grande libro della storia? Lui invece fu più fortunato.
Nella seconda partita del Mondiale, contro la Cecoslovacchia che poi avrebbe ritrovato in finale, il Brasile perse per infortunio la sua stella Pelé, già in gol all'esordio col Messico. Un doloroso stiramento inguinale e addio "Rey" e pure vittoria, il match finì sul nulla di fatto. La situazione era delicatissima. A quel punto occorreva assolutamente vincere la terza partita, con la Spagna, e Moreira decise di giocare d'azzardo, inserendo senz'altro Amarildo. Il ragazzo vinse rapidamente l'emozione e fu talmente rapido a inserirsi nel gioco che nel finale riuscì a inventare i due gol che ribaltarono la situazione, regalando al Brasile una preziosa vittoria. Era nata una nuova stella.















Tutto il mondo parlava del ragazzo capace di sostituire il "re" Pelé senza farlo rimpiangere. Così, puntuale, arrivò la "vendetta" dell'asso geloso. O, per lo meno, così venne raccontata al pubblico di allora. Più che gelosia, contavano i rapporti di squadra, e Pelé, che invano aveva chiesto a Moreira di farlo giocare nella finale con la Cecoslovacchia (un po' come Roberto Baggio nel '94...), per poi vedere il sostituto Amarildo segnare un gran gol anche in quell'occasione, di sicuro preferiva avere accanto un proprio scudiero piuttosto che un'alternativa, per giunta valida. Sicché, nel rinnovamento seguito al titolo del '62, quando Pelé impose la linea "santista", cioé i propri compagni del Santos (Dorval, Mengalvio, Coutinho e Pepe), Amarildo si ritrovò ai margini della vicenda. Di certo il dentro-fuori non lo entusiasmava, anche se la semplice partecipazione alle applauditissime tournée della Nazionale campione del mondo continuava a promuoverne la popolarità, ma parlare di "odio" era decisamente eccessivo. Siamo andati oltre: nell'estate rovente del 1962, infatti, la carriera di Amarildo aveva già cominciato a tingersi di viola. Le prime notizie di mercato relative al "garoto" risalivano addirittura al 1961, quando Carlo Montanari, direttore sportivo del Bologna inviato in Brasile per acquistare Gerson, l'aveva visto all'opera nel campionato brasiliano e immediatamente proposto al proprio presidente, Dall'Ara. Bastavano 60-70 milioni per portarselo a casa: «Amarildo?» fu la risposta del presidente. «E chi l'ha mai sentito nominare?». Così l'affare saltò, ma qualche mese dopo la Fiorentina, alla ricerca di un partner per il panzer Milani, prese contatto con i dirigenti del Botafogo. Tira e molla, si sa come succede in questi casi: i giovani dirigenti viola non riuscirono a decidersi e quando arrivò il momento di concludere chiesero ancora tempo. Si inserì allora nella trattativa il Milan, il cui emissario in Brasile, Corrado Mazzi, trattò e prenotò ben sedici giocatori (tra cui anche il "garoto"), dei quali portò i contratti a Milano. I tecnici, Viani e Rocco, fallirono però clamorosamente il bersaglio, scegliendo nell'ampia rosa il giovane Germano, attaccante destinato a far parlare di sè più che altro per la contrastata love story con la contessina Agusta. Amarildo dunque, il cui prezzo nel frattempo era lievitato fino a 160 milioni (comunque abbordabilissimo: poco più tardi il Mantova ne avrebbe spesi 500 per Sormani), tornò libero. Soprattutto di stupire il mondo, visto ciò che poche settimane dopo riuscì a combinare in Cile.

A quel punto, torna in scena la società viola. Carlo Montanari, trasferitosi nel frattempo al club gigliato e tratta conferma al Mondiale delle proprie impressioni di alcuni mesi prima, riallacciò i contatti con il Botafogo, col quale però nel frattempo era entrata in trattativa anche la Juventus. Umberto Agnelli, giovane presidente bianconero, aveva ingaggiato come nuovo allenatore il brasiliano Amaral, preparatore atletico della Nazionale verdeoro e profeta della zona, il quale aveva consigliato Garrincha e appunto Amarildo, una coppia niente male. Il Botafogo mangiò la foglia, avviando subito un'asta folle, che portò il prezzo del giocatore in poche settimane fino a 280 milioni. Il club, stretto da una paurosa crisi finanziaria (dovuta agli altissimi stipendi garantiti ai propri assi), fece capire che il primo a presentarsi con 300 milioni in contanti avrebbe avuto il giocatore. Intervenne allora la Federcalcio per porre fine alla follia, negando il tesseramento. La decisione, senza precedenti, provocò le dimissioni per protesta dello stesso Agnelli e dei suoi collaboratori.

Passa un anno, nel 1963 il Botafogo gira l'Europa in tournée e questa volta è il Milan a ripiombare sulla preda. La concorrenza si astiene e il "garoto" diventa rossonero. Le prime due stagioni sono esplosive, ma sui suoi funambolismi i difensori, secondo tradizione, picchiano come fabbri, incendiando il suo carattere. Lui protesta, si lamenta, le espulsioni fioccano e il rendimento cala. Diventa una specie di simbolo della discontinuità: geniale e talvolta decisivo, ma anche spesso abulico o in guerra col mondo, fino al fatale cartellino rosso, che diventa una specie di marchio personale. Piange a dirotto dopo le partite, litiga con gli allenatori, diventa quasi ingovernabile, anche perché ha delegato per i suoi affari (cioè innanzitutto la discussione annuale dell'ingaggio) una delle sue quattro sorelle, la terribile Nicea, ricordata ancora oggi con sgomento dai direttori sportivi che dovettero trattare con lei. Nel giugno 1966 chiude precocemente con la Nazionale (con uno "score" di 19 partite e 7 reti), tagliato dalla lista dei 22 per il Mondiale inglese assieme agli altri "italiani" Jair e Sani. L'aria della svolta soffia anche in Italia. Lascia il Milan nel 1967, a ventotto anni, quando la Fiorentina, in cerca di uomini carismatici per guidare la covata di giovani talenti assemblata dal presidente Baglini, corona la sua rincorsa all'asso color ebano. A Firenze però i tifosi non fanno salti di gioia. L'operazione, tra le più clamorose del calciomercato, nasce infatti dalla richiesta di Rocco, che vuole Hamrin, non considerandolo affatto finito, e vuole liberarsi delle bizze del brasiliano. Certo, si sa che Amarildo è un fuoriclasse, che al Milan ha spesso incantato, tanto che la Fiorentina deve sborsare anche cento milioni a conguaglio, ma i tifosi storcono la bocca di fronte al caratteraccio da provocatore che può portare più danni che vantaggi. Gli inizi non sembrano promettenti. Alla prima occasione, eccolo da capo: lo picchiano, protesta, finisce fuori e nello spogliatoio piange a dirotto contro il «bandido» che ha trattato così male le sue piccole caviglie. Il suo gioco, d'altronde, è la dannazione dei difensori, beffati dai suoi giochi di prestigio. Il 7 gennaio a Ferrara, in una partitaccia con la Spal (che vince 1-0) il "garoto" subisce un intervento che più che a un fallo assomiglia a un'esecuzione. Finisce all'ospedale con la frattura del perone e una grave distorsione alla caviglia. Il "bandido" di turno ci è andato piuttosto pesante. Rientrerà solo nel finale, il 14 aprile contro l'Atalanta.

A stagione conclusa, torna in Brasile per le vacanze e qui succede il patatrac. La terribile Nicea telegrafa alla sede viola che il fratello non rientrerà dalle vacanze a Campos se la società non è pronta a garantirgli premi doppi. Sulla panchina della Fiorentina è appena arrivato Bruno Pesaola, detto il Petisso, con non nascoste ambizioni. Qualcuno si mette le mani nei capelli, ma il tecnico argentino, maestro nell'arte di sdrammatizzare, non si preoccupa: calma, ragazzi, ho amici in Brasile, vedrete che Amarildo tornerà presto, più forte che mai. Il tecnico argentino è buon profeta. Qualche settimana di discussioni, poi il figliol prodigo finalmente ricompare all'orizzonte; stringe la mano ai cronisti, assicura di essere maturato e promette un grande campionato. Ha solo una richiesta per Pesaola e riguarda il posto giusto nello scacchiere. Immediata la risposta: ti do il numero undici, giocherai in attacco, libero di cercare il gol e gli assist per i compagni. Nella stanza dei bottoni, come direttore sportivo, è tornato il suo vecchio estimatore Montanari e il "garoto" improvvisamente mette la testa a posto. Va in campo tranquillo, non accetta le provocazioni, incanta la platea. Con i suoi guizzi e le sue invenzioni, il piccolo campione sembra l'ideale per spargere pepe nel piatto del gioco razionale e classico di quella grande accolita di talenti. Pesaola ha costruito un piccolo capolavoro. Davanti ad Albertosi, portiere azzurro, i terzini Rogora e Mancin, lo stopper Ferrante e il libero Brizi cementano una terza linea ad alto rendimento. Il centrocampo è di lusso, Esposito, Merlo, De Sisti e Rizzo combinano classe, forza e invenzioni per l'attacco, che vive della forza di Maraschi e del genio di Amarildo.
Letteralmente scatenato. Lo bastonano e lui limita le proteste, vendicandosi nel modo migliore, cioè con gol infernali, impossibili, il pallone che infila incredibili traiettorie e finisce nel sacco; ma soprattutto è lui il "cervello" offensivo della squadra, l'indemoniato leader degli assalti alla porta avversaria, un po' trequartista un po' punta pura. Accanto a lui l'esperto Maraschi conosce una stagione memorabile. La Fiorentina vince il secondo scudetto della sua storia e il "garoto" dalla pelle scura è idolo incontrastato. Firenze gli entra nel cuore, in tutti i sensi. Un giorno conosce Fiamma, una ragazza fiorentina di dodici anni più giovane che abita dalle parti di Ponte Vecchio, se ne innamora e in otto mesi la sposa.

L'anno dopo è ancora il grande ispiratore, ma il giocattolo si è un po' incrinato, non va oltre un pur lusinghiero quarto posto. E a fine stagione - estate 1970 - si fa avanti la Roma. Amarildo ha trentun anni e viene ceduto, nell'ambito di un'operazione rinnovamento che produrrà poi lo sfacelo della stagione successiva, il rischio della B, la cacciata di Pesaola, l'addio di Baglini. Il "garoto" va a guadagnare gli ultimi soldi italiani in due stagioni tra luci (alcune, ancora vivissime) e ombre.
La Fiorentina lo rivorrebbe nell'ottobre del '71, lui, che ha accettato un contratto "a cottimo" dal presidente Anzalone, chiede di giocare e viene accontentato. Nell'estate del 1972 torna in Brasile, al Vasco da Gama, dove nel 1974 conquista il titolo nazionale, chiudendo in bellezza una grande carriera. Si dedica poi all'allenamento, tornando in Italia, alle giovanili della Fiorentina, che guida fino al 1978, quando fa ritorno in patria, per dedicarsi ai giovani del Botafogo. Nell'81 è ancora in Italia, per due stagioni alla guida del Sorso, in Interregionale, poi, dopo il Supercorso nell'84, allena in Tunisia l'Esperance, vincendo uno scudetto e una Coppa nazionale, ma rimediando una squalifica di due anni nelle Coppe per... essere stato aggredito da un arbitro (secondo la sua versione). Nell'87 è di nuovo a Firenze, per salvare la pericolante Rondinella, in C2. Poi due stagioni alla Turris e nel 1990 il ritorno in viola, come secondo di Lazaroni. La stagione successiva è al Pontedera, in C2. Oggi allena in Arabia Saudita, da dove ha inviato il suo giudizio su Edmundo, fuoriclasse brasiliano che in qualche modo potrebbe assomigliargli. Anche lui un carattere forte, anche lui tartassato dai difensori, anche lui fortissimo. Per scaramanzia, meglio non aggiungere altro... "




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Con José Altafini
(Archivio Magliarossonera.it)



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Amarildo ai Mondiali di Cile 1962



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Amarildo e Altafini, stagione 1963-64
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Amarildo, stagione 1964-65



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Novembre 1964. Amarildo, Nils Liedholm e Giovanni Lodetti
(per gentile concessione di Massimo Cecchi)





Figurina "I Grandi Campioni" n.71,
Amarildo, Milan 1965


Amarildo in allenamento, 1965





(da "Forza Milan!", novembre 1965)


(da "Piccola Enciclopedia dello Sport")



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19 dicembre 1965, Milan vs Juventus 2-1: Cinesinho, Sormani e Amarildo, i 3 brasiliani della partita
(per gentile concessione di Francesco Di Salvo)





Con Pelé


Con Pelé




Con Pelé





Ancora con Pelé


Ancora con Pelé





In Nazionale Brasiliana
(dal sito portoroberto.blog.uol.com.br)


Con la maglia del Brasile
(dal sito golcalcio.it)



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(Archivio Magliarossonera.it)















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(da "MilanInter" del 28 settembre 1964)
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Amarildo su "Il Calcio Illustrato" del 20 marzo 1966



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29 luglio 2013, compleanno di Amarildo
(per gentile concessione di Rildo Silveira)