José Joao ALTAFINI
"Mazola"

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(da "Forza Milan!", 1977)


Scheda statistiche giocatore
  José Joao ALTAFINI

Nato il 24.07.1938 a Piracicaba di S. Paulo (BRA)

Centravanti (A), m 1.76, kg 77

Stagioni al Milan: 8, dal 1957-58 al 1964-65

Soprannomi: “Mazola”, “Coniglio”, “Conileone”

Proveniente dal Palmeiras

Esordio nel Milan in gare ufficiali e in Coppa Italia il 06.09.1958: Milan vs Bologna 2-4

Esordio nel Milan in Serie A il 21.09.1958: Milan vs Triestina 2-0

Ultima partita giocata con il Milan il 16.05.1965: Milan vs Roma 0-2 (Campionato)

Totale presenze in gare ufficiali: 246

Reti segnate: 161

Palmares rossonero: 2 Scudetti (1958-59, 1961-62), 1 Coppa dei Campioni (1963), Capocannoniere del Campionato Italiano (1962 - 22 reti), Capocannoniere di Coppa dei Campioni (1963 - 14 reti), 1 finale a/r di Coppa Intercontinentale contro il Santos (1963 - 1 gol nella gara di ritorno)

Esordio in Nazionale Brasiliana: nel 1957

Ultima partita in Nazionale Brasiliana: nel 1958

Totale presenze in Nazionale Brasiliana: 8

Reti segnate in Nazionale Brasiliana: 4

Esordio in Nazionale Italiana il 15.10.1961: Israele vs Italia 2-4 (1 gol)

Ultima partita in Nazionale Italiana il 02.06.1962: Cile vs Italia 2-0

Totale presenze in Nazionale Italiana: 6

Reti segnate in Nazionale Italiana: 5

Palmares personale: 1 Campionato del Mondo (Mondiali Svezia 1958, Nazionale Brasiliana), 1 Coppa delle Alpi (1966, Napoli), 2 Scudetti (1973, 1975, Juventus)



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Ha giocato anche con il San Paolo (A), il Palmeiras (A), il Napoli (A), la Juventus (A), il Chiasso (B ed A), il Mendrisio Stabio (B).



"Un giocatore che ha segnato quattro gol all’Inter (5-3 per il Milan, 27 marzo 1960) non uscirà mai dai cuori rossoneri. Non a caso, i tifosi, anche se a denti stretti, gli hanno perdonato in contributo decisivo dato da Josè alla Juventus per la conquista dello scudetto 1972-73 proprio ai danni del Milan. Quello fra Altafini e il Milan è stato comunque un rapporto di odio-amore ricco di gioie e dolori." (Da Figurine “Masters Cards Edizione 1992-93”)

"Altafini è approdato in rossonero nel 1958. Considerato uno degli ultimi grandi oriundi del nostro calcio, ha indossato infatti sia la maglia del Brasile dove si è visto chiudere la strada da Pelè, sia quella azzurra, era stato soprannominato "Mazzola" per la somiglianza che gli attribuivano per la somiglianza con il grande Valentino. Nel suo periodo milanista ha vinto due scudetti, una Coppa dei Campioni (una sua doppietta ha permesso al Milan di superare il Benefica di Eusebio nella finale di Wembley) e una classifica dei marcatori (quella del '61/'62 con 22 gol). Notevole il suo record di reti segnate in una stagione di Coppa Campioni (14 nell'edizione '62/'63) come pure il suo bottino complessivo in maglia rossonera 120 gol in 205 partite (memorabili due quaterne rifilate all'Inter nel 1960 e alla Juve nel 1961). Nel 1963 sfiora la conquista della Coppa Intercontinentale che il Milan perde al termine di tre intense sfide con il Santos di Pelè. La carriera rossonera di Altafini finisce nel 1965. Passa al Napoli (71 gol in 180 partite) e chiude la sua carriera nella Juventus, segnando 25 gol in 74 partite e vincendo due scudetti." (Dal sito ufficiale AC Milan.com)

"Altafini nasce a Piracicaba, in Brasile, il 27 agosto 1938. In patria viene soprannominato “Mazola”, in onore del capitano del “Grande Torino”; appena ventenne viene convocato in Nazionale, per i mondiali svedesi del 1958, ma esplode un diciassettenne di nome Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, ed Altafini deve guardare i compagni giocare dalla panchina.
Ma quel mondiale lo rende famoso ed arriva in Italia, al Milan dove vince due scudetti ed una Coppa dei Campioni, vinta a Londra sul Benfica grazie ai suoi goals. Poi, il feeling si logora, a 27 anni José, carico di onori e di qualche polemica sulla sua presunta poca combattività (viene definito da Gipo Viani un “coniglio”) finisce a Napoli, a far coppia con un altro ex grandissimo esiliato d’oro, Omar Sivori.
Sono altri anni di gloria monumentale: insieme al “Cabezon” scrive pagine indimenti-cabili della storia del club partenopeo, arrivando a sfiorare lo scudetto. Josè è un fanciullo mai cresciuto, ha il cuore ovunque ed una valigia sempre pronta con camicie e pigiama, un giramondo che vive alla giornata, ma che costruisce il futuro con astuzia. Interpreta il calcio come un pioniere romantico, il professionismo gli dà quasi un senso di noia. Ma davanti ad un pallone si diverte un mondo, in allenamento come in partita. E l’obbiettivo è soltanto uno: trafiggere i portieri, in che modo non importa, basta che il pallone gonfi la rete. A 34 anni, José, non ha nessuna voglia di smettere di giocare ed è acquistato da Boniperti. La sfida è molto stimolante: la Juventus, che lo prende come panchinaro di lusso per titolari che si chiamano Bettega ed Anastasi, vuole bissare lo scudetto numero quattordici, il primo di Vycpalek, ed provare seriamente a vincere la Coppa dei Campioni. La scommessa di Josè è vinta, il vecchio ragazzo ci sa ancora fare. Ventitre partite di campionato, intere o spezzoni, e nove reti; una più di Bettega e Causio, tre più di Anastasi che spesso gli deve lasciare il posto. E goals pesanti, come il 3 dicembre 1972, Juventus che rimonta e batte 2 a 1 la Fiorentina (suo il goal decisivo), od il 21 gennaio 1973, Juventus che schioda lo 0 a 0 con la Roma e resta in corsa per la conferma tricolore. Per non parlare del goal allo stadio ”Olimpico”, il 20 maggio 1973: Juventus che all’ultima di campionato insegue il Milan ad un punto, Juventus che perde al riposo con la Roma, ma anche il Milan perde a Verona, ed ecco l’Altafini che ti aspetti, golletto di testa ed è 1 a 1, poi ci penserà Cuccureddu al 2 a 1 che entra nella leggenda. Altafini è anche re di Coppa, salva la squadra dall’eliminazione Budapest, nei quarti di finale, segnando all’Ujpest il goal della speranza, e poi travolge i britanni del Derby County in semifinale, con due goals e con una partita monumentale. Le speranze di vincere la Coppa dei Campioni si infrangono in finale, contro la grande Ajax di Cruijff.
L’anno dopo la Juventus non vince nulla, ma le presenze (21) e i goals (7) di Josè, si ripetono puntuali. E nel 1974-75 José torna a frequentare la leggenda: a 37 anni, segna 8 goals in 20 partite e, soprattutto, va in goal nella partita-scudetto contro il suo " Napoli”, regalando l’ennesimo triangolino tricolore alla squadra bianconera.
Josè è un fenomeno di longevità e, per certi versi, ricorda Matthews, l’ala britannica che fu nominato baronetto dalla regina d’Inghilterra per meriti sportivi. Ma Josè si risparmia, ha il senso della parsimonia anche sul campo; entra per sostituire un compagno ed ha già i muscoli caldi. Tocca quattro palloni ed al quinto fa piangere il portiere. Un “gaudente” della pedata, dotato di fantasia, tecnica, scatto fulmineo e potenza in progressione. Porta via il piede dai tackle dolorosi, ma lo mette nel momento della verità, come i grandi toreri. Smette a 38 anni, lo chiamano “nonno”. Ha ancora entusiasmi infantili, sorride e sogna ad occhi aperti, ma nella vita privata sa amministrarsi con giudizio e senso pratico. Lascia la Juventus nel 1976, ma non appende le scarpe al chiodo. Emigra in Svizzera, a Chiasso, poi fa il general manager nel Senigallia, senza fortuna.
Ora lo troviamo a commentare le partite in televisione, con la stessa allegria di quando era in campo, con la stessa voglia fanciullesca di urlare meravigliato, per un goal, anzi per un “golasso”. (Da Juventus1897.it)










"Metà coniglio (come l'aveva etichettato Gipo Viani per la refrattarietà
ai contrasti in area), metà leone (come appariva nelle giornate di vena)"




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Quante vite ha avuto Altafini? Campione del Mondo con il Brasile 1958, Campione d'Europa con il Milan, idolo con Sivori del San Paolo di Napoli, tredicesimo per eccellenza con la Juventus ed infine commentatore irresistibile. Ecco la sua storia... Brasiliano, oriundo, ariete di sfondamento ma anche tecnico palleggiatore, Altafini ha segnato il suo nome a caratteri d'oro sulla prima Coppa Campioni alzata da una squadra italiana, il Milan, ha esaltato assieme a Sivori il Napoli fine anni sessanta ed infine è stato il primo, nella Juventus, a dare un senso compiuto alla figura del numero 13, gonfiando reti fino a 38 anni. Altafini inizia a fare sfracelli giovanissimo, nel Palmeiras: lo chiamano 'Mazola' per la somiglianza con il compianto Valentino Mazzola, leader del Grande Torino diventato famoso in una tournèe in Brasile molti anni prima. L'Italia lo nota in un'amichevole tra la Fiorentina e il suo Brasile: il Milan lo intercetta prima dei mondiali in Svezia, che la Selecao vince incantando: il bomber gioca 3 gare e segna 2 reti, mettendo in luce un fiuto speciale per il gol, tecnica tipicamente brasiliana abbinata ad un fisico da sfondatore e ad un repertorio pressochè perfetto. La prima stagione con le strisce rossonere è un tripudio: il giovane carioca, agli ordini di Gipo Viani, realizza la bellezza di 28 reti, regalando il settimo scudetto al club meneghino. Arrivano anche 4 gol in 4 partite di Coppa Italia: il totale è di 32 gol in 36 partite, una media pazzesca per un ventenne, peraltro proveniente da un altro continente. All'inizio fu dura battere la saudade, ma Josè era forte e allegro, e lo aiutò molto l'arrivo in Italia dello zio Angelo Mascheroni. Questa mossa non piacque al burbero Viani, che nel frattempo iniziava a pedinare il bell'Altafini: quando lo beccò in un night milanese, il rapporto divenne invivibile. Altafini si nascose dietro un divanetto, Viani andò via e da allora lo chiamò "Coniglio", ferendolo nell'orgoglio. Altafini, che ama la vita, risponde sul campo: lo scudetto è gran parte merito suo, in un telaio impreziosito dalla geniale regia di Liedholm. «Non ero nemmeno ventenne e da quel momento, grazie al Milan, è cambiata la mia vita. Essere rossonero ha voluto dire imparare a essere uomo». Altafini diventa immediatamente, nel cuore dei tifosi, l'erede del bisonte Nordhal. Segna in tutti i modi, è un uragano spettacolare in campo e fuori dal campo. Un idolo, un fenomeno, un attaccante con i controfiocchi. «E' stato amore a prima vista, il Milan ce l'ho nel sangue. Io venivo da un altro mondo e ho incontrato persone stupende: grandi dirigenti, tecnici di grido, un'organizzazione fantastica». Al secondo anno totalizza 28 gol in 40 partite, ma il Milan arriva solo terzo e in Coppa Campioni è eliminato dal Barcellona. Il 1961 è anno della svolta: è l'ultima stagione di Liedholm e la prima di Rivera, il Milan arriva secondo ma altri 26 gol di Josè e le sue origini italiane gli valgono la chiamata in azzurro. Debutta nell'ottobre 1961, segnando un gol nel 4-2 in Israele. Purtroppo i Mondiali in Cile (1962) sono una disfatta e gli oriundi sono fatti fuori: dopo sole 6 gare (con 5 gol), Altafini non può più giocare in Nazionale e, forse, si pente di aver rinunciato al Brasile. Intanto al Milan continuano i conflitti con Viani, che vorrebbe cacciarlo: ma l'arrivo di Nereo Rocco pone Altafini tra gli intoccabili. «E' un coniglio», tuona Viani; «Monade» ribatte Rocco: «El sè xe un gran zogador». Nereo Rocco, come sempre, ha visto giusto, e il 1961/62 diventa trionfale. Altafini trascina il Milan: ormai temutissimo in tutt'Italia, il bomber è un centavanti indomabile che conosce l'area di rigore come pochi. E' furbo, è lesto: ha tecnica e arguzia, rapidità, fiuto, potenza. Nordhal era un bisonte che sfondava le difese con la forza, non aveva un piede di velluto; al tempo stesso, Rivera era un raffinato genio del pallone, ma non possedeva la prestanza di un centravanti vero. Altafini aveva entrambi: spada e fioretto. Con 22 reti mirabolanti permette al Milan di rivincere lo scudetto e tornare in Coppa dei Campioni. E l'Europa segnerà la consacrazione e l'incoronazione del fuoriclasse di Piracicaba. Il Milan punta tutto sull'Europa. Si inizia con una facile eliminatoria, contro l'Union Luxembourg. 8-0 a Milano e 5-0 in trasferta, con Josè mattatore: 5 reti in casa, tripletta fuori. Agli ottavi il Milan supera l'Ipswich Town (3-0 e 1-2), ma strana- mente il bomber resta a secco. Si rifà col Galatasaray: segna il terzo gol nel 3-1 rossonero all'Ali Sami Yen e impallina per ben tre volte i giallorossi campioni di Turchia a Milano (5-0). Anche in semifinale, con il Dundee (5-1 e 0-1), Altafini trattiene il colpo in canna: i rossoneri si qualificano per la finale di Wembley, avversari del Benfica di Eusebio. In campionato Altafini ha avuto un piccolo calo e per la prima volta in 5 stagioni non ha sfondato il tetto delle 20 marcature, fermandosi a 11. La finalissima è la notte del riscatto, l'apice di una carriera. Il Milan va sotto e gioca male: nell'intervallo il Paròn scuote l'orgoglio dei suoi («Ciò, Iosè, el ga razon Gipo, ti sè un conejo») e nella ripresa capitan Cesare Maldini si prende l'autorità di cambiare le marcature assegnate ai suoi compagni: le panchine troppo lontane non permettevano l'interagire tra tecnico e giocatori, così il Capitano diventa l'allenatore in campo. E il Milan si trasforma: trascinato da Altafini, che segna una memorabile doppietta, vince 2-1 e alza la Coppa al cielo, primo eurotrionfo di un'italiana. Altafini, con 14 gol, è il capocannoniere della competizione. Per lui sono 31 i centri totali di una stagione indimenticabile. «Senza i crampi sarei andato a segnare anche il terzo gol», disse a fine gara. Gli porsero i complimenti di Helenio Herrera, e lui guascone come sempre sorrise «Quello sì che se ne intende». L'amore col Milan è alle stelle: «Al Milan devo tutto. Forse altrove avrei guadagnato di più, ma questa è una società che mi ha permesso di vincere 2 scudetti e una Coppa Campioni, che mi ha insegnato tutto». Il 1964 si conclude con altre 19 reti (14 in campionato) e la beffa dell'Intercontinentale "regalata" dall'arbitro Brozzi ai brasiliani del Santos. Altafini era sempre più un idolo per la torcida e un killer temutis- simo da portieri e difensori. Animale di razza, predone d'area, panzer implacabile. Il 1964/65 segna però la rottura col Milan: il presidente Riva continuava a rinviare il rinnovo di contratto e Altafini, stufo, scappò in Brasile: «senza contratto non gioco». Si allenava col Palmeiras ma presto gli venne la nostalgia della maglia rossonera, e a Natale mandò una cartolina al Presidente. Viani non si fa intenerire e pone il veto al suo rientro, ma Riva si ammorbidisce e ai primi di febbraio Josè è reintegrato in rosa. Ma il passato non torna: il Milan è primo con 9 punti sull'Inter, ma il fato vuole che il rientro di Altafini (0-1 col Lanerossi Vicenza a Milano) coincida con un calo incredibile. Altafini non è più lui e lo scudetto va all'Inter: 54 punti i nerazzurri, 51 il Milan. Per Altafini, solo 3 reti in 12 gare e un addio ormai inevitabile. «Ho un solo rammarico: essere considerato un mercenario perchè, primo tra tutti, avevo uno zio che era il mio procuratore. Oggi lo fanno tutti i calciatori, allora era quasi una colpa». La rottura a questo punto è completa, e il bomber brasiliano è per la prima volta messo al mercato. L'inizio è spumeggiante, la coppia dà spettacolo e al primo anno Josè segna 14 gol. L'intesa con Sivori ammalia gli entusiasmi facili del San Paolo: altri 16 gol nel 1967, il bomber è tornato il feroce animale da gol che tutti conoscono. E si ripete anche alla terza stagione, con 13 centri. L'età avanza, Sivori col tempo inizia a predicare copertine solo per lui e la vita inizia a farsi dura. Altafini gioca un pò meno e chiude il 1969 con soli 5 gol. L'anno dopo ne fa 8, nel 1971 chiude a 7. Il cannoniere brasiliano sembra in declino e gli propongono un ingaggio "a gettone": la stagione, con 8 reti, è positiva e, invece di segnare l'ultima tappa della carriera di Altafini, lo rilancia. Nel 1972, a 34 anni, accetta un altro contratto 'part time', ma nientemeno che dalla Juventus, la rivale di un tempo. A Napoli è tumulto, a Torino Josè deve fare da balia ai giovani campioni di Madama. La sfida è molto stimolante: la Juventus, che lo prende come panchinaro di lusso per titolari che si chiamano Bettega ed Anastasi, vuole bissare lo scudetto numero quattordici, il primo di Vycpalek, ed provare seriamente a vincere la Coppa dei Campioni. La scommessa di Josè è vinta, il vecchio ragazzo ci sa ancora fare. Ventitrè partite di campionato, intere o spezzoni, e nove reti; una più di Bettega e Causio, tre più di Anastasi che spesso gli deve lasciare il posto. E goals pesanti, come il 3 dicembre 1972, Juventus che rimonta e batte 2-1 la Fiorentina (suo il goal decisivo), od il 21 gennaio 1973, Juventus che schioda lo 0-0 con la Roma e resta in corsa per la conferma tricolore. Per non parlare del goal allo stadio Olimpico, il 20 maggio 1973: Juventus che all'ultima di campionato insegue il Milan ad un punto, Juventus che perde al riposo con la Roma, ma anche il Milan perde a Verona, ed ecco l'Altafini che ti aspetti, golletto di testa ed è 1-1, poi ci penserà Cuccureddu al 2-1 che entra nella leggenda. Altafini è anche re di Coppa, salva la squadra dall’eliminazione Budapest, nei quarti di finale, segnando all’Ujpest il goal della speranza, e poi travolge i britanni del Derby County in semifinale, con due goals e con una partita monumentale. Le speranze di vincere la Coppa dei Campioni si infrangono in finale, contro la grande Ajax di Cruijff. L'anno dopo la Juventus non vince nulla, ma le presenze (21) e i goals (7) di Josè, si ripetono puntuali. E nel 1974-75 Josè torna a frequentare la leggenda: a 37 anni, segna 8 goals in 20 partite e, soprattutto, va in goal nella partita-scudetto contro il "suo" Napoli, regalando l’ennesimo triangolino tricolore alla squadra bianconera. Josè è un fenomeno di longevità e, per certi versi, ricorda Matthews, l’ala britannica che fu nominato baronetto dalla regina di Inghilterra per meriti sportivi. Ma Josè si risparmia, ha il senso della parsimonia anche sul campo; entra per sostituire un compagno ed ha già i muscoli caldi. Tocca quattro palloni ed al quinto fa piangere il portiere. Un "gaudente" della pedata, dotato di fantasia, tecnica, scatto fulmineo e potenza in progressione. Porta via il piede dai tackle dolorosi, ma lo mette nel momento della verità, come i grandi toreri. Smette a 38 anni. Anzi no: dalla Svizzera chiama il Chiasso che lotta in serie B, e Josè dà una mano anche ai cugini elvetici. Il Chiasso lo richiama nuovamente nel 1979, due anni dopo: stavolta in palio c'è la permanenza in A, centrata regolarmente grazie ai gol dell'anziano (e ormai sovrappeso) cannoniere. L'ultima recita di un'avventura stellare.




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Dal sito www.rossonerisiamonoi.blogspot.com

Biografia di JOSE' ALTAFINI
di Rino Gissi

Josè Joao Altafini è stato uno dei più grandi giocatori, e centravanti in particolare, che il Milan abbia mai avuto nelle sue fila. Brasiliano, oriundo, ariete di sfondamento ma anche tecnico palleggiatore, Altafini ha segnato il suo nome a caratteri d'oro sulla prima Coppa Campioni alzaa da una squadra italiana, e come se questo non bastasse si è ritagliato un posto sul podio dei bomber rossoneri più prolifici di ogni tempo, con 161 realizzazioni. Altafini inizia a fare sfracelli giovanissimo, nel Palmeiras: lo chiamano 'Mazola' per la somiglianza con il compianto Valentino Mazzola, leader del Grande Torino diventato famoso in una tournèe in Brasile molti anni prima. L'Italia lo nota in un'amichevole tra la Fiorentina e il suo Brasile: il Milan lo intercetta prima dei mondiali in Svezia, che la Selecao vince incantando: il bomber gioca 3 gare e segna 2 reti, mettendo in luce un fiuto speciale per il gol, tecnica tipicamente brasiliana abbinata ad un fisico da sfondatore e ad un repertorio pressochè perfetto.
IL PRIMO SCUDETTO. La prima stagione con le strisce rossonere è un tripudio: il giovane carioca, agli ordini di Gipo Viani, realizza la bellezza di 28 reti, regalando il settimo scudetto al club meneghino. Arrivano anche 4 gol in 4 partite di Coppa Italia: il totale è di 32 gol in 36 partite, una media pazzesca per un ventenne, peraltro proveniente da un altro continente. All'inizio fu dura battere la saudade, ma Josè era forte e allegro, e lo aiutò molto l'arrivo in Italia dello zio Angelo Mascheroni. Questa mossa non piacque al burbero Viani, che nel frattempo iniziava a pedinare il bell'Altafini: quando lo beccò in un night milanese, il rapporto divenne invivibile. Altafini si nascose dietro un divanetto, Viani andò via e da allora lo chiamò 'Coniglio', ferendolo nell'orgoglio. Altafini, che ama la vita, risponde sul campo: lo scudetto è gran parte merito suo, in un telaio impreziosito dalla geniale regia di Liedholm. 'Non ero nemmeno ventenne e da quel momento, grazie al Milan, è cambiata la mia vita. Essere rossonero ha voluto dire imparare a essere uomo'. Altafini diventa immediatamente, nel cuore dei tifosi, l'erede del bisonte Nordhal. Segna in tutti i modi, è un uragano spettacolare in campo e fuori dal campo. Un idolo, un fenomeno, un attaccante con i controfiocchi. 'E' stato amore a prima vista, il Milan ce l'ho nel sangue. Io venivo da un altro mondo e ho incontrato persone stupende: grandi dirigenti, tecnici di grido, un'organizzazione fantastica'.
SUPERBOMBER. Al secondo anno totalizza 28 gol in 40 partite, ma il Milan arriva solo terzo e in Coppa Campioni è eliminato dal Barcellona. Il 1961 è anno di svolte: è l'ultimo anno di Liedholm e il primo di Rivera, il Milan arriva secondo ma altri 26 gol di Josè e le sue origini italiane gli valgono la chiamata in azzurro. Debutta nell'ottobre '61, segnando un gol nel 4-2 in Israele. Purtroppo i Mondiali in Cile (1962) sono una disfatta e gli oriundi sono fatti fuori: dopo sole 6 gare (con 5 gol), Altafini non può più giocare in Nazionale e, forse, si pente di aver rinunciato al Brasile. Intanto al Milan continuano i conflitti con Viani, che vorrebbe cacciarlo: ma l'arrivo di Nereo Rocco pone Altafini tra gli intoccabili. 'E' un coniglio', tuona Viani; 'Monade' ribatte Rocco: 'Iosè xe un gran zocador'. Rocco, come sempre, ha visto giusto, e il 1961/62 diventa trionfale. Altafini trascina il Milan: ormai temutissimo in tutt'Italia, il bomber è un centavanti indomabile che conosce l'area di rigore come pochi. E' furbo, è lesto: ha tecnica e arguzia, rapidità, fiuto, potenza. Nordhal era un bisonte che sfondava le difese con la forza, non aveva un piede di velluto; al tempo stesso, Rivera era un raffinato genio del pallone, ma non possedeva la prestanza di un centravanti vero. Altafini aveva entrambi: spada e fioretto. Con 22 reti mirabolanti permette al Milan di rivincere lo scudetto e tornare in Coppa dei Campioni. E l'Europa segnerà la consacrazione e l'incoronazione del fuoriclasse di Piracicaba.
A ME L'EUROPA. Il Milan punta tutto sull'Europa. Si inizia con una facile eliminatoria, contro l'Union Luxembourg. 8-0 a Milano e 5-0 in trasferta, con Josè mattatore: 5 reti in casa, tripletta fuori. Agli ottavi il Milan supera l'Ipswich Town (3-0 e 1-2), ma stranamente il bomber resta a secco. Si rifà col Galatasaray: segna il terzo gol nel 3-1 rossonero all'Ali Sami Yen e impallina per ben tre volte i giallorossi campioni di Turchia a Milano (5-0). Anche in semifinale, con il Dundee (5-1 e 0-1), Altafini trattiene il colpo in canna: i rossoneri si qualificano per la finale di Wembley, avversari del Benfica di Eusebio. In campionato Altafini ha avuto un piccolo calo e per la prima volta in 5 stagioni non ha sfondato il tetto delle 20 marcature, fermandosi a 11. La finalissima è la notte del riscatto, l'apice di una carriera. Il Milan va sotto e gioca male: nell'intervallo il Paròn scuote l'orgoglio dei suoi ('Ciò, Iosè, g0ha razon Gipo, ti sè un conejo') e nella ripresa capitan cesare Maldini si prende l'autorità di cambiare le marcature assegnate ai suoi compagni: le panchine troppo lontante non permettevano l'interagire tra tecnico e giocatori, osì il Capitano diventa l'allenatore in campo. E il Milan si trasforma: trascinato da Altafini, che segna una memorabile doppietta, vince 2-1 e alza la Coppa al cielo, primo eurotrionfo di un'italiana. Altafini, con 14 gol, è il capocannoniere della competizione. Per lui sono 31 i centri totali di una stagione indimenticabile. 'Senza i crampi sarei andato a segnare anche il terzo gol', disse a fine gara. gli porsero i complimenti di Helenio Herrera, e lui guascone come sempre sorrise 'Quello sì che se ne intende'. L'amore col Milan è alle stelle: 'Al Milan devo tutto. Forse altrove avrei guadagnato di più, ma questa è una società che mi ha permesso di vincere 2 scudetti e una Coppa Campioni, che mi ha insegnato tutto'.
SIMPATICO. Altafini è sempre stato un uomo spogliatoio, ragazzo dal sorriso facile e dalla battuta pronta. tuttoggi, da telecronista Sky, colora le sue opinioni con commenti sarcastici e divertenti, senza dimenticare i 'toormentoni' come l'azione 'Da manuale del calscio' o i suoi celebri 'Iiiincredibilee Amisci...'. Da giocatore si nascondeva nudo nell'armadietto di Rocco e saltava fuori urlando, facendo prendere al paròn certi colpi.. Rocco si infuriava e urlava di tutto. Quando in panchina arrivò il placido svedese Liedholm, Josè ripetè lo scherzo. La risposta, lucida e pacata, di Liddas fu ?Questo non è il tuo armadietto'! Altafini ha sempre tenuto il Milan nel suo cuore, anche se qualcosa stava per rompersi. Il 1964 si conclude con altre 19 reti (14 in campionato) e la beffa dell'Intercontinentale 'regalata' dall'arbitro Brozzi ai brasiliani del Santos. Altafini era sempre più un idolo per la torcida e un killer temutissimo da portieri e difensori. Animale di razza, predone d'area, panzer implacabile. Il 1964/65 segna però la rottura col Milan: il presidente Riva continuava a rinviare il rinnovo di contratto e Altafini, stufo, scappò in Brasile: 'senza contratto non gioco'. Si allenava col Palmeiras ma presto gli venne la nostalgia della maglia rossonera, e a Natale mandò una cartolina al Presidente. Viani non si fa intenerire e pone il veto al suo rientro, ma Riva si ammorbidisce e ai primi di febbraio Josè è reintegrato in rosa. Ma il passato non torna: il Milan è primo con 9 punti sull'Inter, ma il fato vuole che il rientro di Altafini (0-1 col Lanerossi Vicenza a Milano) coincida con un calo incredibile. ALtafini non è più lui e lo scudetto va all'Inter: 54 punti i nerazzurri, 51 il Milan. Per Altafini, solo 3 reti in 12 gare e un addio ormai inevitabile. 'Ho un solo rammarico: essere considerato un mercenario perchè, primo tra tutti, avevo uno zio che era il mio procuratore. Oggi lo fanno tutti i calciatori, allora era quasi una colpa'.
SEMPREVERDE. Il Napoli fa follie e acquista Altafini dalMilan e Sivori dalla Juve. 'Al Milan, di cui sono un vero tifoso, avrei potuto dare molto di più (come se non bastano 163 reti e la doppietta di Wembley). Avessi ragionato allora come oggi non mi sarei più mosso da Milano'. L'inizio è spumeggiante, la coppia dà spettacolo e al primo anno Josè segna 14 gol. L'intesa con Sivori ammalia gli entusiasmi facili del San Paolo: altri 16 gol nel 1967, il bomber è tornato il feroce animale da gol che tutti conoscono. E si ripete anche alla terza stagione, con 13 centri. L'età avanza, Sivori col tempo inizia a predicare copertine solo per lui e la vita inizia a farsi dura. Altafini gioca un pò meno e chiude il 1969 con soli 5 gol. L'anno dopo ne fa 8, nel 1971 chiude a 7. Il cannoniere brasiliano sembra in declino e gli propongono un ingaggio 'a gettone': la stagione, con 8 reti, è positiva e, invece di segnare l'ultima tappa della carriera di Altafini, lo rilancia. Nel 1972, a 34 anni, accetta un altro contratto 'part time', ma nienetemeno che dalla Juventus, la rivale di un tempo. A Napoli è tumulto, a Torino Josè deve fare da balia ai giovani campioni di Madama. Si accontenta di subentrare spesso a gara in corsa, quando le cose si mettono male e c'è bisogno della sua esperienza per sbloccare la situazione. Così segna ben 9 gol il primo anno, 7 il secondo e 8 il terzo, mentre nel 1976 chiude con appena 10 partite e un centro. In bianconero vince altri due scudetti da attore importante: non protagonista ma rincalzo eccellente. Ha 38 anni quando appende le scarpette al chiodo. Anzi no: dalla Svizzera chiama il Chiasso che lotta in serie B, e Josè dà una mano anche ai cugini elvetici. Il Chiasso lo richiama nuovamente nel 1979, due anni dopo: stavolta in palio c'è la permanenza in A, centrata regolarmente grazie ai gol dell'anziano (e ormai sovrappeso) cannoniere. L'ultima recita di un'avventura stellare.





Dal sito www.wikipedia.org

CLUB
Cresciuto nel Palmeiras, dove fu soprannominato Mazola per la grande somiglianza che aveva con Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino del secondo dopoguerra, esplose non ancora ventenne nella nazionale brasiliana che vinse i campionati del mondo del 1958 in Svezia, segnando due reti in tre partite.
Acquistato dal Milan, confermò anche in Italia le sue doti di cannoniere.
In sette stagioni al Milan, vinse due scudetti (1958/59 e 1961/62) ed una Coppa dei Campioni (1962/63) realizzando, in quella edizione del torneo, ben 14 reti, record della competizione. Nella partita con l'Union Luxembourg, vinta per 8-0, segnò ben cinque reti, record tuttora imbattuto e che divide con altri otto atleti.
Lasciato il Milan, giocò per sette anni a Napoli, dove segnò 71 reti in campionato, 11 in coppa italia e 15 nelle competizioni europee (5 in Coppa Uefa, 1 in Mitropa Cup, 6 in Coppa delle Alpi, 3 nel Torneo Anglo-italiano).
Alla fine del 1972 approdò, insieme a Dino Zoff alla Juventus dove, nonostante l'età non più verdissima, vinse da protagonista due scudetti nelle stagioni 1972/73 e 1974/75 e spesso risultò risolutivo pur partendo dalla panchina. In particolare si ricorda il gol segnato in Juventus-Napoli del campionato 1974/75: la classifica vedeva la Juventus prima ed il Napoli secondo a due punti ed entrando a pochi minuti dalla fine, decise la sfida segnando il gol del definitivo due a uno, rete che consentì alla Juventus di staccare definitivamente il Napoli e poi vincere il campionato. Pochi giorni dopo la partita, su un cancello di accesso dello stadio San Paolo di Napoli apparve la scritta: José core 'ngrato, ricordando i trascorsi napoletani dell'attaccante.[1]
Chiuse la carriera indossando la maglia del Chiasso e del FC Mendrisiostar (oggi FC Mendrisio-Stabio) nel campionato svizzero.
Complessivamente, nella sua carriera italiana, ha segnato 216 reti in 459 gare di campionato disputate, secondo per realizzazioni (dopo Gunnar Nordahl) e primo per presenze fra i calciatori non nati in Italia. Ha vinto la classifica marcatori a pari merito con Aurelio Milani, nel campionato 1961/1962.

NAZIONALE
Ha la cittadinanza italiana in quanto figlio di emigrati italiani in Brasile. Oltre alla maglia della nazionale di calcio brasiliana ha indossato quella della Nazionale italiana come oriundo, realizzando 5 reti in sei gare disputate e partecipando ai Mondiali del 1962 in Cile.

DOPO IL RITIRO
Da anni lavora come commentatore televisivo ed opinionista, prima con Tele+ e poi con Sky Sport. Ogni sabato pomeriggio, dalle 13 alle 15, conduce sull'emittente radiofonica RTL 102.5 la trasmissione "Cuore e batticuore" in coppia con Valeria Benatti.
Recentemente ha prestato la sua voce, insieme a quella di Pierluigi Pardo, per le telecronache del videogioco di calcio Pro Evolution Soccer 2009.





Dal sito www.ilveromilanista.it

IL "MAZZOLA" ROSSONERO
di Saverio Fiore

“Questo lo chiameremo Giuseppe; e sarà l’ultimo. Cinque figli bastano, che Iddio mi aiuti a tirarli su bene, coi tempi che corrono e le preoccupazioni che non mancano ad ogni giorno” disse il signor Gioacchino Altafini quando gli comunicarono che la moglie, la signora Maria Marchesini, gli aveva regalato, alle nove e mezza del mattino, il quintogenito. Era il 24 luglio 1938, e Giuseppe era venuto ad aggiungersi a Luigi, Maria, Attilio, ed Anna Ines. Piracicaba era una tipica cittadina della provincia brasiliana, nello stato di San Paulo, con le strade polverose e attraversato dall’omonimo fiume dalle acque diafane che si riversano nell’oceano.
Il paesino era popolato da immigrati italiani arrivati lì all’inizio del secolo, probabilmente cenciosi per i primi tempi ma poi integratisi alla grande anche in quella terra lontanissima dal “Bel Paese”. Giuseppe, o meglio Josè, dimostra subito una smodata passione per il gioco del pallone, visse un’infanzia tranquilla condita di sculaccioni, capitomboli, morbillo, orecchioni e chi più ne ha più ne metta. Anche a scuola le cose non andarono mai troppo bene con quella avversione, tipica alla maggior parte dei calciatori, per i libri di scuola e tutto ciò che a che fare con lo studio. Cresce nel Palmeiras dove gli affibbiano il nomignolo di “mazola” per la presunta somiglianza con l’indimenticabile Valentino Mazzola capitano del Grande Torino, scomparso nella strage di Superga nel maggio del 1949. Arriva al Milan nel 1958, il presidente Rizzoli lo acquista con lo scopo di ricoprire il ruolo, da sempre affidato ai numeri 9, che fu del grande Nordahl e in panchina trova ad accoglierlo Gipo Viani, dimostra subito il suo valore siglando 28 reti al primo anno italiano, centravanti come pochi, capace di unire estro, fantasia, opportunismo, classe ed una travolgente carica umana. Vero goleador in un epoca catenacciara, veloce ed ambidestro, in 7 stagioni sono addirittura 120 i gol fatti, con 1 Coppa Campioni e 2 scudetti vinti; tra i tanti gol ricordiamo una cinquina all’Union Luxembourg (otto a zero finale) in Coppa dei Campioni e due quaterne segnate ai cugini dell’Inter (e vai!) ed ai futuri compagni della Juventus, ma ciò che ricordiamo di più ha del leggendario, siamo nel maggio 1963, è l’anno in cui viene eletto Papa Paolo VI, Martin Luther King tiene banco con il famoso discorso “I Have a dream” e JFK viene assassinato a Dallas, ma tornando a temi che hanno a che fare con l’arte pedatoria è l’anno in cui il Milan gioca la finale, nel mitico Wembley Stadium, contro il temibile Benfica, davanti a quarantacinquemila spettatori, dopo 18 minuti i lusitani sono già in vantaggio grazie ad Eusebio, la celeberrima “Perla Nera del Mozambico” sembra aver messo a segno il gol partita. Si narra che nell’intervallo Rocco aggredì verbalmente il brasiliano ricordandogli l’appellativo “coniglio” coniato da Viani quando lo scoprì in un night club e lui andò a nascondersi dietro il divano. L’astuta provocazione del Paron andò a buon fine, il resto è storia, con una superba doppietta supererà Costa Pereira al 58° ed al 66° minuto ribaltando la situazione a favore dei colori rossoneri. A fine partita Cesarone Maldini alzerà la coppa più bella, portandola per la prima volta in terra italiana, e Josè sarà capocannoniere del torneo segnando 14 gol stabilendo un record ancora imbattuto. Altafini costituisce per il Milan una pietra miliare, un prodotto di punta nella intera collezione rossonera, quello che rappresenta la canzone One per gli U2, Bohemian Rapsody per i Queen o Imagine per John Lennon. I tuoi gol sono musica per le nostre orecchie in un momento particolarmente stonato per le ugole milaniste, qualche tuo acuto sottoporta non guasterebbe, qualche tuo “Golazo” non farebbe male davvero, illumina i nostri attaccanti da troppo tempo fermi al “palo”.
Un’ultima curiosità sul nostro campione, ha vestito le maglie nazionali sia verdeoro che azzurra in ossequio ai suoi genitori italiani, in un epoca in cui era concesso e gli oriundi non erano una rarità.





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Gianni Rivera e Josè Altafini dopo la conquista dello scudetto 1961-62
(per gentile concessione di Giacomo Michele Santarsieri)





Problemi per l'ingaggio di Altafini
(dal "Corriere dello Sport")








Il Milan non conferma l'acquisto di Altafini
(dal "Corriere dello Sport")
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Altafini al Milan
(dal "Corriere dello Sport")






Altafini al Milan
(da "L'Unità")



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Josè Altafini ansioso di giocare nel Milan, agosto 1958
(da "Il Calcio Illustrato")


Estate 1958, Nils Liedholm
dà il benvenuto a Josè Altafini
(da "Il Calcio Illustrato")
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(a cura di Beniamino Fiore)



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(dal "Corriere della Sera"
del 20 agosto 1958)
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(dal "Corriere della Sera" del 21 agosto 1958)
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(dal "Corriere della Sera"
del 20 agosto 1958)




Londra, 22 maggio 1963
Finale di Coppa dei Campioni,
MILAN vs BENFICA 2-1


Milan: Ghezzi, David, Trebbi; Benitez, Maldini, Trapattoni; Pivatelli, Sani, Altafini, Rivera, Mora
Reti: 18' Eusebio, Altafini al 58' e 66'



In quattro fasi, la rete della vittoria del Milan in finale di Coppa dei Campioni 1963. Al 66' su contropiede Altafini tira, ma il portiere Costa Pereira respinge in uscita; la palla carambola ancora sui piedi di Altafini, che insacca





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(da "Il Calcio Illustrato", intervista a Josè Altafini, 1962-63)
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(da "Intrepido", un articolo del 19 giugno 1971)



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(da "MilanInter" del 20 settembre 1964)
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(da "MilanInter" del 20 settembre 1964)



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(da "MilanInter" del 25 gennaio 1965)
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(da "MilanInter" del 1° febbraio 1965)



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Le seconde nozze di José Altafini
(da "La Stampa" del 20 dicembre 1979)



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(dal "Guerin Sportivo")
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21 ottobre 1982, Altafini si racconta
(da "La Stampa")




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Servizio "Amarcord" del Guerin Sportivo (aprile 2013) dedicato alle reti di Wembley 1963
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