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Nereo ROCCO |
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Nato il 20.05.1915 a Trieste, † il 20.02.1979 a Trieste
Allenatore e Direttore Tecnico, m 1.73, kg 75
Soprannome: “El Paròn”
DA ALLENATORE:
Stagioni al Milan: 9, dal 1960-61 al 1962-63 e dal 1966-67 al 1971-72
Esordio sulla panchina del Milan in gare amichevoli il 18.06.1961: Milan vs Nimes Olympique 0-0 (Coppa dell'Amicizia)
Ultima partita sulla panchina del Milan il 05.07.1972: Milan vs Napoli 2-0 (Finale Coppa Italia)
Totale panchine in gare ufficiali: 323
Palmares rossonero: 2 Scudetti (1961-62, 1967-68), 3 Coppe Italia (1972, 1973, 1977), 2 Coppe dei Campioni (1963, 1969), 2 Coppe delle Coppe (1968, 1973), 1 Coppa Intercontinentale (1969), 1 Seminatore d'Oro (1962-63), 1 Premio "Nonno d'Oro" quale miglior allenatore della Serie A (1970-71)
Palmares personale: 1 Promozione in Serie A (1954-55, Padova)
DA DIRETTORE TECNICO:
Stagioni al Milan: 4, dal 1972-73 al 1973-74, 1975-76 (subentrato) e 1976-77 (subentrato a Giuseppe Marchioro nel febbraio 1977)
Esordio sulla panchina del Milan da D.T. il 06.09.1972: Red Boys vs Milan 1-4 (Coppa delle Coppe)
Ultima partita sulla panchina del Milan da D.T. il 03.07.1977: Milan vs Internazionale 2-0 (Finale Coppa Italia)
Totale panchine in gare ufficiali da D.T.: 136
DA GIOCATORE:
Nel ruolo di interno sinitro, ha militato nella Triestina (1930-37), nel Napoli (A, 1937-40), nel Padova (B, 1940-42), nella Rep. Distr. Trieste (C), nella Libertas Trieste (C) .
Ha vestito 1 volta la maglia della Nazionale (nessuna rete) il 25.03.1934 in Italia vs Grecia 4-0. Ha vestito inoltre per 4 volte la maglia della Nazionale B.
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Ha allenato anche la Triestina (A, 1947-50 e 1952-53), il Treviso (B, 1951-52), il Padova (B e A, 1953-61), il Torino (A, 1963-66) e la Fiorentina (A, 1973-74).
"Li chiamava "i miei veci" i giocatori che lui aveva inventato e cui lui aveva saputo dare nuovi stimoli: da Cudicini ad Anquilletti, da Schnellinger ad Hamrin, da Rosato a Malatrasi, da Lodetti a Sormani e a Prati. I "veci" del Paron, gli uomini del grande ciclo rossonero. Con i suoi grugniti da uomo buono e i suo incontenibile dialetto, ha scritto pagine e pagine di un calcio tutto suo, il calcio della porta accanto." (Da Figurine "Masters Card Edizione 1992-93")
Nereo Rocco è stato per trent'anni uno degli allenatori più apprezzati del calcio italiano. "El Paron" (come venne ribattezzato) portò al Milan il suo gioco vincente, quello all'italiana, che aveva messo a punto negli anni in cui allenava le cosiddette provinciali (famoso soprattutto il suo Padova terzo nel campionato 1957/1958). Burbero ma simpatico, comunicativo e dotato di una grande umanità. Rocco preferiva instaurare con i giocatori un rapporto più simile a quello tra padre e figlio che a quello tra allenatore e giocatore. Rivera è stato certamente il migliore interprete del suo calcio sobrio ma efficace. Giunto al Milan durante il "regno" di Gipo Viani, si narra che tra i due sorgessero spesso dei contrasti, tali da determinare un primo allontanamento di Rocco dopo solo due anni. Al suo ritorno, nel 1967, porta la squadra alla conquista di uno scudetto record (ben nove i punti di vantaggio sul Napoli) e della prima Coppa delle Coppe della storia rossonera. L'addio definitivo arriva al termine della stagione 1976/1977 dopo l'ennesimo allontanamento e un desiderato ritorno." (Dal sito AC Milan.com)
| "Tuto quel che se move su l'erba, daghe. Se xe la bala, pasiensa." (Nereo Rocco) |

(da "Forza Milan!") |
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Dal sito www.wikipedia.org
CALCIATORE
Ha militato, nel ruolo di mezzala, nella Triestina (235 partite e 62 reti in Serie A), poi nel Napoli (52 partite e 7 reti in massima divisione), e nel Padova in Serie B. Per un breve periodo, nel dopoguerra, fu allenatore - giocatore della Libertas Trieste, nella allora Serie C.
Rocco indossò anche in un'occasione la maglia della Nazionale: Vittorio Pozzo lo schierò nella partita di qualificazione ai mondiali del '34 disputata il 25 marzo 1934 a Milano e vinta dagli azzurri per 4-0. Pur facendo parte del gruppo che affrontò il ritiro in previsione del torneo, alla fine Rocco non risultò nella rosa dei convocati per il mondiale.
In totale Nereo Rocco ha disputato in massima serie 287 gare in 11 campionati, segnando 69 gol.
ALLENATORE
Da allenatore Rocco è passato alla storia del calcio come colui che introdusse in Italia il "catenaccio", il modulo tattico prettamente difensivo ideato in Svizzera negli anni Trenta. L'allenatore triestino sperimentò questo assetto già durante la sua carriera da giocatore, quando giocò nel ruolo di libero nella squadra della Libertas, negli anni dell'immediato dopoguerra. In un'amichevole contro la più quotata Triestina, Rocco riuscì ad infliggere una clamorosa sconfitta agli alabardati, che lo prenotarono per l'anno seguente. La Triestina, finita ultima nella stagione 1946/47 e ripescata per via della difficile situazione in cui versava la città nel dopoguerra, grazie al nuovo giovane tecnico e alla nuova tattica che prevedeva il battitore libero, arrivò addirittura a classificarsi seconda dietro al Grande Torino. Con questo risultato iniziò la storia di Nereo Rocco allenatore.
Burbero, severo e - a parole - mai soddisfatto dei suoi giocatori, Rocco si relazionava con loro come un padre scorbutico ma estremamente affettuoso: abituato ad esprimersi nella sua colorita parlata triestina, venne quasi subito soprannominato "el paròn", "il padrone", soprannome che lo accompagnò per sempre.
Dopo due buoni ottavi posti nelle stagioni seguenti, 1948/49 e 1949/50, Rocco venne allontanato dalla Triestina per ragioni mai del tutto chiarite ed assunto dal Treviso, in serie B. Dopo tre stagioni anonime con i trevigiani, Rocco venne richiamato alla guida della Triestina in Serie A, ma ancora fu esonerato dopo un pesante 0 - 6 casalingo patito contro il Milan.
Rocco non rimase però disoccupato a lungo: fu infatti chiamato a salvare un malcapitato Padova, relegato nei bassi fondi della cadetteria, pur avendo in rosa giocatori di categoria. Dopo una salvezza insperata, Nereo Rocco preparò il suo Padova per il grande salto in serie A, che avvenne nella stagione successiva 1954/55. Nella sessione acquisti estiva Rocco fece acquistare Blason, già con lui nella Triestina che si piazzò seconda, Moro e Azzini, destinati a diventare suoi fedelissimi. Nella stagione 1957/58 il Padova si classificò terzo e negli anni successivi continuò a piazzarsi sempre nelle zone medio - alte della graduatoria.
Dopo aver allenato la nazionale olimpica, Rocco fu ingaggiato dal Milan, dove vinse lo Scudetto al primo tentativo. Grande protagonista di quella stagione fu il diciannovenne Gianni Rivera. Nella stagione successiva (1962/63), Rocco mise in bacheca la prima Coppa dei Campioni del Milan e del calcio italiano, battendo a Wembley il Benfica di Eusebio. Dopo questi trionfi, Rocco finì al Torino, guidandolo per 3 stagioni, con l'acuto del terzo posto nella stagione 1964/65, per poi assumere l'anno successivo sempre coi granata nella stagione 1966/67 il ruolo di direttore tecnico . All'inizio della stagione 1967/68 Rocco fu ingaggiato nuovamente dal Milan con il quale conquistò nuovamente lo scudetto e, nello stesso anno, la Coppa delle Coppe. La stagione seguente fu ancora il turno del massimo alloro europeo mentre, in quella ancora successiva, dopo un memorabile sfida in Argentina contro l'Estudiantes, gli riuscì di conquistare la Coppa Intercontinentale che al Milan era sfuggita nel '63.
In quegli anni Rocco consacrò definitivamente il talento di Rivera; inoltre el Paròn rivalutò gente come il portiere Fabio Cudicini, suo concittadino, e l'anziano svedese Kurt Hamrin, già fromboliere con lui a Padova.
Dopo aver guidato i diavoli per altre tre annate, vincendo ancora una Coppa delle Coppe nel 1972/73 e la Coppe Italia nel 1972 e nel '73, l'allenatore triestino lasciò il Milan a febbraio 1974 per divergenze con la dirigenza. Passò quindi alla Fiorentina che sperava, unendo l'esperienza dell'allenatore triestino al talento e all'energia di alcuni giovani emergenti quali Antognoni, Caso, Della Martira, Desolati, Guerini, di poter lottare per lo scudetto. I risultati furono però deludenti, con un ottavo posto finale in campionato, e Rocco lasciò la panchina gigliata a fine maggio 1975 prima della fase finale di Coppa Italia che i viola vinsero. Ricoprì successivamente il ruolo di direttore tecnico nel Padova e per due stagioni nel Milan, per poi tornare in panchina nel 1977 dopo l'esonero di Giuseppe Marchioro. Rocco morì il 20 febbraio 1979 nell'Ospedale Maggiore di Trieste dopo una breve malattia.
Rocco detenne a lungo il record di presenze come allenatore in serie A, battuto solo nel 2006 da Carlo Mazzone.
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Dal sito www.ilveromilanista.it
ROCCO E I SUOI FARDELLI
di Saverio Fiore
La bora soffia sulla città giuliana, irredentista e mitteleuropea, la bora soffia e soffierà come sempre sulle case e sulle piazze ornate dai caffè buoni per rifugiarsi quando quel vento ti punge come raffiche di mitra, la bora soffia sulle rime pure di Umberto Saba, sulle "Senilità" letterarie di Italo Svevo, soffia e "va dove ti porta il cuore" della Tamaro, soffia sullo spazio scenico di Giorgio Strehler, soffia sulle pallonate di Cesare Maldini o sui cazzotti di Nino Benvenuti, tutti uomini e donne della tua terra, della tua Trieste caro Nereo. Nascesti lì nel maggio del 1912, non era ancora stata annessa, e probabilmente scendesti in piazza pure tu a festeggiare nel 1918 magari in sella alle spalle forti di tuo padre macellaio a gridare insieme Viva l'Italia, finalmente. Ora accadono cose strane sai, nel calcio di oggi, se vuoi fare un'offesa ad un allenatore basta dargli del catenacciaro e lui di sicuro si indigna e si dissocia, ti dice che lui non c'entra nulla con quel modo di fare football, ti invita a vedere e rivedere le immagini con la sua difesa sempre alta ed in linea, come se bastasse questo per dire se una squadra gioca sulla difensiva oppure no. Siamo schiavi dell'arrembaggio mediatico sulla beltà dell'arte pallonara intesa come espressione, talvolta becera, talvolta ipocrita, della supremazia che si esprime troppo spesso in possesso palla sempre più sterile, il famoso comandamento del "primo non prenderle" non piace a nessuno, è passato di moda come i dischi in vinile e la pasta fatta in casa. Rocco, ancora vivo nell'immaginario collettivo, faceva parte di un calcio schietto e pulito e da allenatore pluridecorato recepirà, suo malgrado, quel cambiamento che farà diventare il calcio un fenomeno mastodontico, sentendo addosso come quello sport stava cambiando in qualcosa d'altro nel quale lui non riuscì mai ad identificarsi.
Ma non immaginava minimamente la marea di denaro che quel suo amato gioco sarebbe riuscito in futuro a muovere. Uomo genuino a cui gli fu affibbiato subito il soprannome di Paron, in dialetto Padrone, ad evidenziare quel rapporto spesso tormentato con i suoi giocatori sempre in preda a quelle sfuriate tanto politicamente scorrette quanto essenziali e necessarie per scuotere le altrui anime, riuscendo a prendere il meglio da ognuno dei suoi ragazzi. Magari lo immagino con l'amico Gianni Brera a sorseggiare, colmi di ironia, sarcasmo, burbera tracotanza e di alcool, entrambi a rivangare tempi andati di vita e di calcio all'italiana naturalmente, quelli con il libero dietro sempre pronto ad intervenire se lo stopper non ci arrivava. Al Milan arrivò dopo essersi messo in mostra con le squadre provinciali, rimase dieci anni in panchina vincendo tutto, vestendosi di eleganza sfoggiando come fiore all'occhiello le gesta del Golden Boy, in quei favolosi anni '60 in cui non erano rare velenose diatribe con il nemico di sempre, il Mago Herrera, prima e dopo ogni derby era sempre la stessa canzone, sempre la stessa storia, battute a gogò. Inseguì testardamente il decimo tricolore, ma la stella non arrivò mai sotto la sua guida tecnica, tanto che giunse alla conclusione che portasse sfiga solo a parlarne e ci rinunciò.
Le sue massime velenose, sempre in triestino stretto, sono celeberrime, una volta disse "Tutto quello che si muove sull'erba, colpiscilo. Se è la palla, pazienza". Ci ha lasciati il 20 febbraio del 1979, di lui ci rimangono frasi celebri, tante vittorie indelebili, foto in bianco e nero ed una stadio da 30.000 posti a lui intitolato, dove gioca la Triestina ma che qualche volta ha visto di scena pure il Milan in Champions con fortune alterne, diventando San Siro 2 quando la squalifiche incombono. Ci ha lasciato pure il fardello di un calcio per molti da dimenticare ma che ha radici sincere, e ci aiuta a metter da parte i pensieri e le bestemmie sui Meani di turno.
NEREO ROCCO
Allenatore del Milan dal 1961 al 1963, dal 1967 al 1974 e nel 1976/1977. Ha vinto:
2 scudetti ('61/'62) ('67/'68)
2 Coppe Campioni ('62/'63) ('68/'69)
1 Coppa Intercontinentale ('69)
2 Coppe delle Coppe ('67/'68) ('72/'73)
3 Coppe Italia ('71/'72) ('72/'73) ('76/'77)
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Dal sito www.rossonerisiamonoi.blogspot.com
Biografia di NEREO ROCCO
di Rino Gissi
Nereo Rocco è stato probabilmente il più grande allenatore della storia rossonera. Ma più che le due coppe Campioni vinte sulla panchina rossonera (oltre a innumerevoli altri trofei), Rocco si è fatto voler bene per la sua grande personalità ed il suo essere 'personaggio', nel senso buono del termine: genuino come pochi, maestro di umanità e legato da un affetto paterno a tutti i suoi giocatori. Apparentemente burbero, severo e - a parole - mai soddisfatto dei suoi giocatori, Rocco si relazionava con loro come un padre scorbutico ma estremamente affettuoso: abituato ad esprimersi nella sua colorita parlata triestina, venne quasi subito soprannominato "el Paròn", "il padrone", soprannome che lo accompagnò per sempre. Fu lui a inventare lo 'spogliatoio', inteso come luogo dove fare gruppo e pianificare la situazione, e non solo come luogo in cui cambiarsi: lui stesso faceva la doccia assieme ai giocatori, per far sentire sempre la sua presenza.
GIOCATORE. Nato nel 1912 a Trieste, giocò come mezzala nella triestina (1929/37), nel Napoli (37/40), nel Padova (1940/42) e, in epoca di guerra, nel Reparto Distretto di Firenze; chiuse la carriera nel 1947, nella Libertas Firenze, club di cui divenne allenatore-giocatore. Rocco indossò anche in un'occasione la maglia della Nazionale: Vittorio Pozzo lo schierò nella partita di qualificazione ai mondiali del '34 disputata il 25 marzo 1934 a Milano e vinta dagli azzurri per 4-0. Pur facendo parte del gruppo che affrontò il ritiro in previsione del torneo, alla fine Rocco non risultò nella rosa dei convocati per il mondiale. In totale Nereo Rocco ha disputato in massima serie 287 gare in 11 campionati, segnando 69 gol.
ALLENATORE. In un'amichevole contro la più quotata Triestina, Rocco riuscì ad infliggere una clamorosa sconfitta agli alabardati, che lo prenotarono per l'anno seguente. La Triestina, finita ultima nella stagione 1946/47 e ripescata per via della difficile situazione in cui versava la città nel dopoguerra, grazie al nuovo giovane tecnico e alla nuova tattica che prevedeva il battitore libero, arrivò addirittura a classificarsi seconda dietro al Grande Torino. Con questo risultato iniziò la storia di Nereo Rocco allenatore. Dopo due buoni ottavi posti nelle stagioni seguenti, 1948/49 e 1949/50, Rocco venne allontanato dalla Triestina per ragioni mai del tutto chiarite ed assunto dal Treviso, in serie B. Dopo tre stagioni anonime con i trevigiani, Rocco venne richiamato alla guida della Triestina in Serie A, ma ancora fu esonerato dopo un pesante 0 - 6 casalingo patito contro il Milan. Rocco non rimase però disoccupato a lungo: fu infatti chiamato a salvare un malcapitato Padova, relegato nei bassi fondi della cadetteria, pur avendo in rosa giocatori di categoria. Dopo una salvezza insperata, Nereo Rocco preparò il suo Padova per il grande salto in serie A, che avvenne nella stagione successiva 1954/55. Nella sessione acquisti estiva Rocco fece acquistare Blason, già con lui nella Triestina che si piazzò seconda, Moro e Azzini, destinati a diventare suoi fedelissimi. Nella stagione 1957/58 il Padova si classificò terzo e negli anni successivi continuò a piazzarsi sempre nelle zone medio - alte della graduatoria.
IL MILAN. Dopo aver allenato la nazionale olimpica, Rocco fu ingaggiato dal Milan, dove vinse lo Scudetto al primo tentativo. Grande protagonista di quella stagione fu il diciannovenne Gianni Rivera. Nella stagione successiva (1962/63), Rocco mise in bacheca la prima Coppa dei Campioni del Milan e del calcio italiano, battendo a Wembley il Benfica di Eusebio. Rocco divenne presto un mito per i fan e i giocatori rossoneri, e i derby con l'Inter di Herrera divennero la piacevole abitudine dei primi anni '60. 'Tuto quel che se movi su l'erba, daghe. Se xe la bala, pasiensa', scherzava Rocco con i suoi fidi giocatori: tutto quello che si muove sull'erba, colpitelo. Se è il pallone, pazienza. Le sue battute sono esempio di un'ironia sottilissima che faceva breccia nel cuore dei giornalisti e degli appassionati: non si poteva non voler bene ad uno così. Per quanto Rocco tenesse tutto sotto controllo, non era un 'peso' epr i suoi ragazzi: diceva a Gianni Rivera: 'Mi te digo cossa fa, ma in campo te va ti!'. E il Gianni ci andava eccome in campo, ed erano magie. Anche col bizzoso inglese Jimmy Greaves, poco impegno e tanta sregolatezza, Rocco aveva sempre la parola giusta: 'Ti me capissi, mona d'un inglès!'. Greaves fu presto rimpatriato e sostituito dall'ordinato brasiliano Dino Sani, che diventa determinante. Rocco lo accoglie all'aereoporto, ma davanti al giocatore -baffetti, capelli radi, bassa statura e un filo di pancetta- esclama: 'el par più vecio de mi!'. La sua battuta più celebre resta la risposta data ad un cronista che gli disse 'vinca il migliore': 'Ciò, speremo de no'! Gli anni al Milan furono intensi e appassioanti, nonostante le diatribe col bizzoso direttore tecnico Gipo Viani, che voleva far cacciare il bomber Altafini reo di una vita notturna troppo allegra.In molti ricordano spesso la battuta che Rocco faceva sul pullman, prima di entrare allo stadio: 'Chi gà paura non scenda nianca': tutti scendevano, e lui restava sul pullman!
IL MILAN/2. Dopo questi anni di trionfi, Rocco finì al Torino, guidandolo per 3 stagioni, con l'acuto del terzo posto nella stagione 1964/65, per poi assumere l'anno successivo il ruolo di direttore tecnico. All'inizio della stagione 1967/68 Rocco fu ingaggiato nuovamente dal Milan con il quale conquistò nuovamente lo scudetto e, nello stesso anno, la Coppa delle Coppe. Il ritorno in rossonero fu il capolavoro di Rocco: per rinforzare la squadra volle Cudicini, Hamrin e malatrasi. Cudicini, portiere di età avanzata, dopo gli anni alla Roma era finito al Brescia e voleva smettere: diventerà uno dei tre migliori numeri uno della storia rossonera, protagonista della supersfida europea col Manchester United; nella notte inglese si guadagnò l'indelebile appellativo di Ragno Nero. Kurt hamrin, fantasista di classe già gestito da Rocco al Padova, era stato ceduto dalla Fiorentina e ritenuto ormai agli sgoccioli: sarà protagonista con una doppietta nella finale di coppa delle coppe. Saul Malatrasi, scartato dall'Inter e finito al Lecco, diventa perno difensivo. Con una squadra vecchia e spacciata, Rocco salì sul tetto d'Italia, d'Europa e del Mondo. Peraltro, checchè ne dicano gli ignoranti che gli danno del catenacciaro, con un gioco iperoffensivo basato su un attacco composto da Rivera, Sormani, Hamrin, Prati. La stagione seguente fu ancora il turno del massimo alloro europeo mentre, in quella ancora successiva, dopo una memorabile sfida in Argentina contro l'Estudiantes, gli riuscì di conquistare la Coppa Intercontinentale che al Milan era sfuggita nel '63. In quegli anni Rocco consacrò definitivamente il talento di Rivera, che oggi ricorda: 'Era un uomo al di sopra delle parti, con grande forza, carattere, passionale. Sembrava espansivo, ma in realtà era un timido, anche se era sempre padrone della scena, un attore per il quale la ribalta era la vita'. Spassoso era il rito di assegnazione delle maglie: 'Questa è l'ultima, c'è ancora un mona?'. Dopo aver guidato i diavoli per altre tre annate, vincendo ancora una Coppa delle Coppe nel 1972/73 e la Coppe Italia nel 1972 e nel '73, l'allenatore triestino lasciò il Milan a febbraio 1974 per divergenze con la dirigenza.
MITO. Celebri restano le cene all'Assassino, in cui Rocco rivelava chicche di mercato; storica la 'commissione 'interna', il manipolo di senatori che sceglieva per consultarsi, per tenere ordine nello spogliatoio, e anche per pianificare la formazione: Cesare Maldini, Rivera, Trapattoni erano i pilastri di questo plotoncino di eletti, ma il Gianni era il suo figlioccio prediletto. Ma la simpatie e l'ironia erano la forza del Paròn, che una volta in una tournèe in Francia rispose ad un 'Bonjour monsieur, Rocco, mon ami' con uno spassoso 'Mona a mi? Mona a ti e anca testa de gran casso!'. Quando sentiva qualcosa su di lui, o sul suo Milan, che non condivideva, tirava dritto: 'A nome del mio governo, andè tutti a ramengo'!, dedicato 'A quei mona de giornalisti'. Già, i giornalisti: 'Ciò, scrivì ste monade del futbol, xe sempre le stese.. ma son sempre pronto! (a rispondere, ndr)'.
GLI ULTIMI ANNI. Passò alla Fiorentina che sperava, unendo l'esperienza dell'allenatore triestino al talento e all'energia di alcuni giovani emergenti quali Antognoni, Caso, Della Martira, Desolati, Guerini, di poter lottare per lo scudetto. I risultati furono però deludenti, con un ottavo posto finale in campionato, e Rocco lasciò la panchina gigliata a fine maggio 1975, proprio prima della fase finale di Coppa Italia che i viola vinsero. Ricoprì successivamente il ruolo di direttore tecnico nel Padova e per due stagioni nel Milan, per poi tornare in panchina nel 1977 dopo l'esonero di Giuseppe Marchioro. Per 9 anni sperò di vedere il Milan vincere la stella dei 10 scudetti, ma tra fatal Verona e stagioni negative non realizzò mai quel desiderio. Rocco morì il 20 febbraio 1979. Senza mai perdere la sua ironia: 'L'ultima volta che sono stato all'ospedale ero ancora austriaco, quando sono nato!'. Aveva solo 66 anni, pochi mesi dopo il Milan di Liedholm si cucì al petto il decimo scudetto. Dedicato a Nereo.
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Dal sito www.storiedicalcio.altervista.org
febbraio 1977
Intervista ad Helenio Herrera su Nereo Rocco
HERRERA: ROCCO COME BREZNEV
Antefatto: Febbraio 1977: Milan nel caos, via Marchioro dentro Paron Rocco. Helenio Herrera, suo avversario in tanti derby, lo intervista...
SONO STATO A PERUGIA e prima della partita sono andato a salutare Rocco. L'ho visto pieno di fiducia, grosso, solido e in forma. Nel ritorno è sicuro che riuscirà a fare venti punti. Infatti mi ha detto: « La squadra non è da scudetto, ma nemmeno si merita un posto così basso. Alla fine del campionato voglio poter dire ai dirigenti: mi avete dato una squadra con tredici punti, rìeccovela con trentatrè ». Rocco ha anche aggiunto:
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« In poche ore ho potuto far ben poco . Solo dopo la partita col Perugia toccherò con mano i veri problemi che attanagliano la squadra. Purtroppo ci sono tanti infortuni che mi devo arrangiare. Capello ho dovuto metterlo a fare il libero: credo che Fabio che è intelligente comanderà bene la difesa. Poiché saranno ridotti gli spazi davanti a lui e poiché ha un bel gioco di testa, se la caverà. Mi fanno ridere quelli che criticano la convivenza di Capello e Rivera. Avercene, di superclasse! E' come quando si discute della incompatibilità fra Claudio Sala e Causio in Nazionale. Questa volta Capello giocherà da libero. Quando saremo al completo farà da regista arretrato davanti alla difesa. Rivera invece sarà il suggeritore e la mezza punta ». Anche se Rocco è sempre guardingo e gattesco nelle risposte, un certo slancio si avverte quando parla della difesa a zona del Milan: « Adesso ci penso io, gli metterò il pepe nel didietro ai nostri difensori che devono marcare a uomo e annullare l'avversario. Anche quelli del Torino lo fanno ».
ARGOMENTO MARCHIORO. «Non s'è comportato troppo bene con me - mi ha detto Rocco -. Invece quando lui ha firmato col Milan io volentieri mi sono offerto di dargli delucidazioni sulla squadra sebbene fossi molto arrabbiato perché nessuno mi aveva avvertito della sua venuta. Ciò per correttezza professionale fra colleghi. Lui però mi ha lasciato perdere per due volte e non è venuto agli appuntamenti. Insomma, mi ha snobbato. All'associazione degli allenatori chiederò che facciano insegnare ai tesserati anche un po' di galateo. Non faccio un discorso di età e di rispetto dell'anzianità. Marchioro è stato pesante quando ha detto che mi avrebbe preso solo come preparatore fisico. Dopotutto io ho vinto col Milan parecchie cosette e lui, dopo un anno nel Como e un anno nel Cesena, si crede di essere più di Helmut Schoen. Adesso si è cucito sul petto il telegramma di Radice. Io potrei farmi un vestito con tutti i telegrammi che ho ricevuto. Basta, ho parlato troppo. Al Milan si fanno « mona » a venti, a trenta, o a novanta anni. Io penso di non essere uno stupido. Breznev ha la mia età e dirige l'Unione Sovietica! Marchioro è venuto al Milan con molte belle idee teoriche, un progetto perfetto di teoria. In pratica però... dopo un mese di prove prima del campionato si sarebbe dovuto rendere conto che i giocatori non erano quelli del libro dei sogni. Un allenatore con esperienza avrebbe avuto la modestia di cambiare e il Milan non si troverebbe in zona retrocessione ».
NELLA PARTITA con il Perugia, Rocco sperava un pareggio. Invece è successo che il Milan ha subito un'amara sconfitta: tre a uno. Il Milan si è trovato di fronte un Perugia più mobile e pieno di determinazione che lo ha sovrastato soprattutto all'inizio della partita.
Al 15' del primo tempo i grifoni sono passati immeritatamente in vantaggio con un gol di Vannini.
Ho trovato il Milan a disagio pei tanti motivi: il cambio dell'allenatore, il cambio improvviso del sistema di gioco, il cambio di marcature e di tattica, infine il cambio di posizione imposto dagli ultimi infortuni. Gli uomini del centrocampo e i difensori sono rimasti ipnotizzati da quel nuovo-vecchio compito delle marcature.
Hanno solo cercato di neutralizzare il loro uomo. Ma questo non basta. Anche quando si marca a uomo si devono prendere iniziative. Quando i milanisti l'hanno capito, però, era già troppo tardi. E' successo anche che, una volta riusciti a lanciare qualcuno, Calloni e Silva hanno clamorosamente sbagliato nei gol da cinque metri. Ad esempio Calloni ha fatto un exploit alla Garrincha. Ha ricevuto il pallone spalle alla porta, l'ha fatto alzare a pallonetto dietro di lui, lasciando a bocca aperta Berni che gli stava incollato, poi il pallone è sceso e mentre era ancora in volo, Calloni l'ha colpito. Il portiere, però, l'ha parato. In 48 ore Rocco ha potuto fare ben poco, perché il Perugia ha preso subito l'iniziativa. Rocco, domenica ventura, farà vedere i frutti del suo albero. Penso che deve puntare molto sul miglioramento del ritmo di gioco e sulla messa a punto della velocità dei singoli. Il Perugia è una squadra combattiva. Gioca con una sola punta effettiva che è Ciccotelli, numero sette. Tutti gli altri attaccanti giocano a centrocampo per filtrare il gioco e avere l'iniziativa. Partono però in profondità all'improvviso, sia Vannini (che ha segnato il primo gol) che Curi. Questo attacca di sorpresa sulla fascia laterale destra. E' stato lui a dare il primo gol. C'è anche Cinquetti che lavora molto, difende, filtra e attacca. Possiede inoltre un gran tiro. Per finire c'è Novellino che, fatte le debite proporzioni, ha giocato alla Cruijff, molto mobile e veloce. Ha terminato la bella esibizione con un bel tiro che è sfociato nel secondo gol su un passaggio arretrato di Ciccotelli. Cinquetti che ha un gran tiro è stato il protagonista del rigore che ha segnato il tre a zero. Morini non mi è sembrato adatto a marcare Novellino, perché gli piace far vedere che sa giocare. Agroppi in buona forma ha marcato molto bene Rivera ed ha anche partecipato al gioco d'assieme.
SALTA SUBITO AGLI OCCHI un'evidenza. Il Milan non è assolutamente in forma. Si vede che non è allenato sul ritmo. Rispetto al Perugia ha una marcia in meno. La superiorità di classe del Milan non si è mai messa in luce perché i milanisti non facevano a tempo a prendere il pallone o, se ci riuscivano, immediatamente uno del Perugia veniva a strapparglielo prima ancora che potessero decidere che cosa farne. La classe si è vista in potenza. Mai in atto. Nel centrocampo e nella difesa si sentiva la mancanza di forza e di sprint. Infatti se marcavano non ce la facevano più a partire all'attacco. Se si slanciavano in avanti, come è accaduto nel secondo tempo nel tentativo di rimontare, non avevano più fiato per tornare indietro ad annullare l'avversario che, completamente senza collare, faceva i suoi comodi. La ragione principale della débàcle del Milan col Perugia è tutta qui. A Rocco non si possono addebitare le gambe fiacche, il fiato corto e i vizi del Milan. Marchioro quindi aveva detto bene quando punzecchiando Rocco lo invitò a fare il preparatore fisico. E' proprio qui che Rocco deve tirarsi su le maniche e dare degli ordini. Il mio parere è che il Milan con due o tre allenamenti ben tirati sul ritmo risolverà molti dei suoi problemi. Ho notato che alle corde erano soprattutto quei giocatori che sono stati poco impiegati e cioè Biasiolo e Sabadini. Dove si è volatizzata la velocità di Sabadini che era il più veloce terzino d'Italia? Credo proprio negli allenamenti sbagliati, impostati sul fondo e non sul ritmo.
IL MILAN a uno spettatore superficiale poteva apparire svogliato e menefreghista verso la sua drammatica posizione in classifica. Ma non era così. I giocatori avevano il coltello fra i denti, ma le gambe giravano al rallentatore. Tra otto giorni già si comincerà a vedere un miglioramento di ritmo e anche le modifiche tattiche che apporterà Rocco dopo essere entrato nel vivo dei peccati del Milan. I giocatori, dopo che avranno ritrovato il loro corpo, potranno risfoderare anche la loro classe che è indiscussa e invidiata. Allora si rivedrà quel Milan che i tifosi rossoneri vogliono. E subito. Per quanto riguarda l'esordio di Capello libero lo giudico buono al cinquanta per cento. Cioè ha giocato molto bene quando si è limitato a rimanere al suo posto e a guidare la difesa o a rilanciare con passaggi larghi, profondi e centrati. E' stato invece scarso a causa della sua cattiva preparazione sulla velocità, quando è partito anche lui all'attacco per tentare il miracolo di rimontare il punteggio. Il terreno melmoso dello stadio di Perugia ha danneggiato anche Rivera che si è visto molto poco e che, a parte il gol della bandiera, è stato sovrastato da Agroppi che anche lui non è certo un giovanotto. Fiducia a Rocco e al Milan. Penso che si riprenderanno presto. |


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Nereo Rocco è il più grande giocatore ed allenatore di calcio che Trieste abbia mai avuto.
Il suo nome e le sue imprese (più da allenatore che da giocatore) sono conosciute in tutto il mondo ed il suo ricordo è oggi un vanto per la città di Trieste.
Ho voluto dedicare a lui questa pagina, ripercorrendo la sua vita e le sue imprese calcistiche:
Nereo Rocco nasce a Trieste il 20 maggio 1912 nel rione di San Giacomo. Già da piccolo la sua famiglia si trasferisce in Rion del Re (dapprima in via Rossetti e poi in via Massimiliano D'Angeli), rione dove vivrà per tutta la vita.
La famiglia di Rocco è abbastanza agiata grazie alla macelleria di loro proprietà, che fornisce tutte le navi del porto.
La passione per il gioco del calcio, nasce in Nereo fin da piccolo, osservando le partite della neonata Unione Sportiva Triestina (il suo primo e più grande amore) che gioca in un campo di calcio strappato alla sterpaglia vicino a casa sua: era lo storico campo di Montebello dove oggi sorgono i padiglioni della Fiera.
Rocco organizza piccoli tornei con gli amici creando vere e proprie squadre finché un giorno viene notato da Ovidio Paron, dirigente della Società Ginnastica Triestina, che porta nella propria squadra lo scolaro Nereo.
Nel 1927, grazie all'insistenza dell'amico Piero Pasinati (poi campione del mondo 1938), Rocco entra a far parte dei Boys della Triestina per poi passare alle riserve della prima squadra, esordendo in serie A in una partita contro il Torino e diventando poi a 18 anni titolare a tutti gli effetti (1930).
Rocco giocherà con la Triestina dal campionato 1930/31 al 1936/37 (otto stagioni in serie A), partecipando a 232 partite e totalizzando 66 reti.
Nel frattempo arriva per Rocco anche la convocazione nella Nazionale B (1933) con la quale disputa, fra le altre, una partita contro la nazionale austriaca (vinta per 2 a 1 dagli azzurri) nello Stadio di Valmaura (allora Stadio del Littorio) gremito in ogni ordine di posto. In quell'occasione Rocco scommise con il suo pubblico che avrebbe segnato un gol, altrimenti si sarebbe tuffato dal Molo Audace; il gol non ci fu e Rocco davanti ad un folto pubblico incuriosito ed ai giornalisti, fece il fatidico tuffo nelle allora non inquinate acque delle rive.
Nel 1934 arriva anche la convocazione nella Nazionale A allenata da Vittorio Pozzo che, nello stesso anno, porterà gli azzurri per la prima volta in vetta al mondo, ripetendo l'impresa anche quattro anni più tardi. Rocco disputa solo il primo tempo di Italia - Grecia al San Siro di Milano, ma poi Pozzo riterrà più idoneo Ferrari al fianco di Meazza e per Rocco terminerà per sempre l'avventura azzurra. |
Durante il periodo difficile della seconda guerra Rocco si reca al Napoli, dove lascerà un ottimo ricordo di se, per poi passare dal 1940 al 1942 al Padova che militava in seconda divisione (serie B). Nel '45 in un'Italia confusa, Rocco fa da terzino-allenatore a Trieste prima presso il Circolo Sportivo Cacciatore e poi alla Libertas, pur restando attaccato agli ambienti calcistici della Triestina, costretta a giocare a Udine (campo gentilmente concesso dai friulani) per il divieto di giocare imposto dal Governo Militare Alleato che amministrava in quegli anni Trieste; Rocco lotta per far partecipare l'Unione alla neo-costituita serie A italiana (mentre il Ponziana partecipa al campionato jugoslavo).
Giungiamo quindi nel 1947 (ricordiamo che mentre per il resto d'Italia la guerra era finita per Trieste non lo era ancora del tutto e non lo sarà ancora per molti anni) con la Triestina ammessa di diritto alla serie A italiana (ed il Ponziana sempre in serie A jugoslava) e con un nuovo allenatore: Nereo Rocco.
E' questo l'anno del MIRACOLO ROSSOALABARDATO, il miglior campionato MAI disputato dalla Triestina ed il miglior piazzamento MAI ottenuto. E' doveroso indicare i numeri che quell'anno Rocco fa scrivere nell'albo della Triestina: il secondo posto è occupato da Triestina, Juventus e Milan a quota 49 (vince il Torino con 65 punti, il grande Toro di Grezar che perirà nel disastro di Superga)
la Triestina segna 51 reti e ne subisce 42, in casa ottiene 15 vittorie, 5 pareggi e zero sconfitte, in trasferta ottiene 2 vittorie, 10 pareggi e 8 sconfitte.
A campionato concluso, Rocco porta la squadra in Turchia per partecipare ad un torneo dove in finale la Triestina batte per 4-1 il Galatasaray.
Qualche anno dopo Rocco abbandona l'incarico per divergenze con la dirigenza.
Nel 1951 accetta l'incarico di allenare il Treviso ma questa breve esperienza verrà interrotta per far ritorno nuovamente e per l'ultima volta alla Triestina dove, i vecchi problemi con la proprietà allontaneranno per sempre Rocco dalla società.
Passa quindi al Padova in serie B salvandolo in extremis dalla retrocessione in terza divisione, per poi portare la squadra addirittura in A il campionato successivo (54/55).
In serie A il Padova si fa conoscere per il suo metodo di gioco a "catenaccio", che sarà il marchio con il quale Rocco dovrà convivere e che porterà la squadra ai massimi vertici. Fin dall'inizio tutti gli specialisti critichano il tipo di gioco di Rocco, appellandolo spregiativamente "catenacciaro"; solo oggi ci si rende conto che il suo stile è praticato da tutti e che Rocco è stato il precursore del calcio moderno, ma lui già allora si difendeva con: "...solo noi femo el catenacio, i altri fa calcio prudente!".
Il Padova organizzato da Rocco si compone di giocatori alti, robusti e determinati, che la stampa definirà "Panzer Football Club" e Rocco battezzerà scherzosamente "Manzo Football Club", che scala i vertici della massima serie, infastidendo le grosse squadre.
Rocco rimane al Padova fino al 1958 ottenendo un terzo posto nel campionato 57/58 (dietro a Juve e Fiorentina) il miglior piazzamento della storia del Padova Calcio. Si dice che ancora oggi a Padova c'è chi sul comodino tiene la foto di Rocco accanto a quella di Sant'Antonio.
Nel frattempo, il 04 luglio 1958 Nereo Rocco viene nominato "Cavaliere della Repubblica per meriti sportivi" ("ma no i ga altri mone de darghe premi, sti 'taliani?" E' il suo commento).
e nel 1960 Gipo Viani lo chiama ad allenare la Nazionale Olimpionica dove ci sono dei giovanissimi Trapattoni, Burgnich e Rivera.
La Nazionale uscirà dalle Olimpiadi con un quarto posto in quanto perde la partita, finita pari, per un avverso lancio della monetina alla quale viene affidata le sorti delle due squadre avversarie.
Nel 1961, Rocco viene chiamato ad allenare un Milan disastrato, divenuto la seconda squadra della città, surclassato dall'Inter, dove giocano Rivera e Trapattoni. In quello stesso campionato (1961/62) Rocco vince lo scudetto e l'anno successivo la Coppa dei Campioni (la prima Coppa europea vinta nel dopoguerra da una squadra italiana) battendo per 2 a 1 il Benfica di Eusebio (Wembley 22 maggio 1963).
Dopo aver vinto anche il torneo Città di Milano, Rocco passa al Torino che allena per quattro campionati ottenendo i migliori risultati del dopo Superga. Nel Torino gioca Enzo Bearzot che Rocco accompagnerà nel passaggio da giocatore ad allenatore.
Nel campionato 67/68 Nereo è di nuovo al Milan dove vince subito lo scudetto (dietro di lui distanziato di 11 punti c'è l'Inter del Mago Herrera) e la Coppa delle Coppe battendo per 2 a 0 l'Amburgo.
L'anno successivo è di nuovo Coppa dei Campioni con un 4 a 1 in finale contro l'Ajax per poi vincere anche la prestigiosa Coppa Intercontinentale ai danni dell'Estudiantes di Rio.
Nel 1971 è la volta di mettere in bacheca la Coppa Italia e nel 1973 la Coppa delle Coppe ai danni del Leeds.
Rocco lascia il Milan nel 1973 portando quasi ogni anno la squadra al secondo posto e lasciando la stessa con il rammarico di non essere riuscito a vincere lo scudetto della stella (sta stela porta sfiga!).
Passa alla Fiorentina per il campionato '73/'74 per poi ritirarsi nella sua Trieste a Rion del Re.
Nel 1977 viene chiamato dal Milan in qualità di direttore tecnico e di consigliere dell'allenatore Niels Liedholm.
Purtroppo Rocco si è sempre rifiutato di sottoporsi a controlli medici, trascurando spesso la salute.
Il grande Nereo Rocco, muore all'Ospedale Maggiore di Trieste il 20 febbraio 1979.
Il 18 ottobre 1992 Trieste inaugura il suo nuovo stadio da più di 30.000 posti. Una struttura moderna, un mausoleo dello sport. Lo stadio si chiama NEREO ROCCO.
Ho letto molto su Rocco e sono rimasto affascinato nel conoscere l'uomo ed il campione che c'era in lui, serio e scherzoso, carismatico e amicone, burbero e timido. Però quello che secondo me è fonte di grande orgoglio per i triestini, è come sia riuscito ad imporre la propria lingua, il dialetto triestino, ovunque andasse. I giornali riportavano le sue interviste:
"Pasta e fasoi xe la nostra droga quotidiana, bisteca de caval e un bicer de vin giovedì matina a le dieci"
"A Milano son el comendator Rocco ma a Trieste resto quel mona de bechèr"
Rocco gioca il calcio di inizio secolo, per la pura passione di giocare per la propria squadra, un calcio tutto cuore e gambe. Egli rinuncerà, infatti, a diverse proposte anche economicamente vantaggiose di passare a squadre come il Milan, perché il suo cuore era solo per l'Unione. Lo stesso accadrà quando percorrerà la carriera di allenatore, rinunciando ad ingaggi milionari pur di proseguire un certo programma con le sue squadre e pur di mantenere gli impegni dati (un omo la parola el la tien). I suoi passaggi da una squadra all'altra arrivano sempre e solo nel momento in cui si logora il rapporto con la dirigenza.
Rocco faceva parte di un calcio schietto e pulito e da allenatore pluridecorato recepirà, suo malgrado, quel cambiamento che farà diventare il calcio un fenomeno mastodontico, sentendo addosso come quel calcio stava cambiando in qualcosa d'altro nel quale lui non riuscì mai ad identificarsi. Ma non immaginava minimamente la marea di denaro che quel suo amato sport sarebbe riuscito in futuro a muovere.
Speriamo che al più presto la Triestina sappia onorare il nome del suo stadio, ritornando nel calcio che conta e cercando di rimanervi. (Massimo)
Bibliografia:
"El Paròn - vita e storia di Nereo Rocco", Giuliano Sadar, Edizioni Lint-Editoriale Associati, Trieste
"Padre Paròn", Augusto Re David
"Sette anni con Rocco", Enzo Lanzotti
"Rocco mago all'italiana", Enzo Sasso
"La storia della Triestina", Dante di Ragogna, Edizioni Luglio, Trieste
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La morte di Nereo Rocco sul "Guerin Sportivo" del febbraio 1979 |
Dal sito www.raisport.it
18 ottobre 2001 - di Fabio Monti
Una storia di 40 anni fa
QUANDO ROCCO FECE PIANGERE HERRERA
Nell'ottobre '61 il primo derby tra i due geni della panchina: Inter favorita, vinse il Milan 3-1
Che derby, quel derby. Storia di quarant'anni fa: 1° ottobre 1961. La prima volta di Helenio Herrera contro Nereo Rocco. Il mago, considerato il più bravo allenatore del mondo, era arrivato a Milano nell'estate '60, strappato da Angelo Moratti nientemeno che al Barcellona. E in tre giorni aveva rivoluzionato tutto: mentalità, metodi di allenamento, modo di comunicare con i giocatori. Sui muri dello spogliatoio nerazzurro erano comparsi i mitici e meravigliosi cartelli: «Chi non dà tutto, non dà niente», oppure «Nella vita si deve avere l'ambizione di raggiungere il traguardo più alto possibile: il tuo traguardo è il titolo».
Herrera aveva vinto il suo primo derby con un gol di Picchi (l'unico in nerazzurro, 1-0, 20 novembre '60), perso il secondo (1-2, 26 marzo '61) e sfiorato lo scudetto, dopo un girone di ritorno tormentato e il giallo della gara con la Juve. Nereo Rocco era stato catturato dal presidente Andrea Rizzoli e dal suo vice, Mimmo Carraro, dodici mesi dopo, estate '61, preso dal Padova. Il 13 novembre '60, Rocco aveva firmato la prima sconfitta di Herrera nel campionato italiano, Padova-Inter 2-1. Sembrava un derby segnato. Ha raccontato Gianni Rivera, che aveva appena compiuto 18 anni (18 agosto), sceso in campo con l'11, sistemato all'ala sinistra: «I tifosi dell'Inter scommettevano sullo scarto di gol che ci avrebbero inflitto. A noi mancavano contemporaneamente Salvadore e Altafini, cioè lo stopper e il centravanti titolari. E venivamo dalla sconfitta di otto giorni prima a Marassi contro la Sampdoria».
A non aver paura dell'Inter era soprattutto Rocco, che sistemò marcature ferree (David su Corso; Radice su Suarez; Zagatti su Mereghetti, Trapattoni su Hitchens, Pelagalli su Bettini): «Il Milan non parte battuto; spero che durante la partita succeda qualcosa».
Successe di tutto. L'Inter, che non era ancora l'Inter di Facchetti e di Mazzola, si fece infilare già dopo 18 minuti, da Pivatelli, il vice-Altafini; Greaves, dopo otto minuti di ripresa, segnò il secondo gol rossonero. Il modo migliore per rispondere alla multa che in settimana gli aveva dato la società, poco soddisfatta del rendimento dell'inglese, che sarebbe tornato a casa a novembre (10 presenze, 9 gol), in coincidenza con l'arrivo di Sani, che cambiò la faccia al Milan. Inter all'assalto, Inter in gol con Luisito Suarez, che era appena arrivato da Barcellona, fortissimamente voluto da Herrera. Gli ultimi venti minuti divennero un vero assedio, con l'Inter che non ci stava a perdere: «Invece - ricorda Suarez - scappò via Conti, che era un'ala veloce e pericolosa, e segnò il terzo gol, a tre minuti dalla fine».
Il mago se la prese moltissimo con i suoi giocatori: «Come si fa a regalare un tempo al Milan? Squadra fiacca, troppa fidussia dei miei. Con Hitchens si poteva anche pareggiare, no vincere e no vincere contra Milan es male. Il Milan ha avuto ragione. Il torto è nostro». Rocco si limitò a spiegare che «le chiacchiere contano poco, abbiamo vinto giocando benissimo. E' sul campo e non sui giornali che si vede chi è più forte». L'Inter si prese la rivincita al ritorno (2-0, 4 febbraio '62), ma il campionato andò al Milan, nel segno dell'egemonia rossonerazzurra che sarebbe proseguita anche l'anno dopo (campionato all'Inter, Coppa dei campioni al Milan).
Racconta Suarez: «Venivo da Barcellona, lì la partita dell'anno era quella con il Real Madrid. Ma l'atmosfera di quei derby di Milano era meravigliosa, unica e forse irripetibile e per capirlo impiegai trenta secondi: il tempo di entrare in campo; la partita era più sentita di quella con la Juve. La pressione era enorme, ma c'era meno tensione tra la gente. Vincere un derby valeva tantissimo, molto più di adesso, anche perché gli stranieri erano pochi e la rivalità fra le due squadre molto accesa. Invece fra noi giocatori, c'erano stima e rispetto, i rapporti, a parte la settimana che precedeva i due derby, erano cordiali. Rivera era l'uomo che temevamo di più, quando era in giornata, trovare la contromisura giusta diventava quasi impossibile». Anche per un mago.
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Dal sito www.gazzetta.it
20 febbraio 2004
QUANTO CI MANCA ROCCO
Venticinque anni fa moriva a Trieste il Paròn: fece grande il Milan di Rivera, Trapattoni e Cesare Maldini, disse no a Fellini per un film.
TRIESTE - Le locandine annunciano: è in arrivo una bora da 150. Cioè chilometri l'ora. Come nel freddo mattino di venticinque anni fa. E' il 20 febbraio 1979, Nereo Rocco muore all'ospedale Maggiore. Al suo capezzale c'è Tito, il figlio minore, el dotor farmacista. Tito racconta: "Il giorno prima mi guardò con gli occhi confusi e mi disse: Tito, dame el tempo". Come diceva a Marino Bergamasco e Cesare Maldini verso la fine della partita, quando non c'era ancora il recupero. "Pensava di essere in panchina", sorride triste Tito.
Il funerale di Nereo Rocco viene celebrato due giorni dopo e Trieste si ferma e le rive sono piene, i ristoranti, raccontano i ristoratori, fanno anche tre turni. Ci sono tutti ai funerali del «filosofo, burbero, bonario, popolaresco, impetuoso uomo di sport». Tutti, da Gianni Rivera a Bepi Straza, accompagnano Nereo al Campo Terzo del cimitero Sant'Anna. Lo portano lassù, verso Valmaura, dove c'è il vecchio stadio in cui ha giocato e allenato. Poi vicino ne faranno uno nuovo: il Nereo Rocco, con la sua statua di bronzo e le targhe. Nello stadio moderno, elegante, forse troppo svodo, vuoto, ci sono le sue gigantografie, i faccioni, quel mento severo, i cappellini, gli occhi furbi e luminosi. Hanno scritto: era un uomo buono, non un buon uomo. E un ottimo giocatore. E un grande, grandissimo, leggendario allenatore.
Figlio di Giusto, macellaio, è bravino scuola, ma gli piace troppo el balon. Il cognome del padre è Rock, austriaco. Il nonno, Ludwig, faceva il cambiavalute e veniva da Vienna. Rock diventa Rocco nel 1925, quando per lavorare nel porto era obbligatorio avere la tessera del fascio. Il cognome doveva essere italianizzato, doveva diventare Rocchi, ma l'impiegato all'anagrafe sbagliò e nacque così Rocco. Nereo ha un fisico imponente, gioca nella Triestina e lavora nella bottega del padre. Un giorno, primi anni Trenta, arriva a Trieste il Napoli di Sallustro, Vojah e Cavanna. Si sistemano in un grande albergo, davanti alla stazione marittima, Rocco passa da lì con il camioncino e scarica la carne. Racconterà, una sera nel suo "ufficio", all'Assassino: "Mi vergognavo su quel camion pieno di agnelli e conigli. Avevo la "traversa" bianca, non sapevo come nascondermi. Io, giocatore e macellaio, loro "lì belli e signorotti". Mi sono messo la mano sul viso, sono saltato di corsa sul camion e ho accelerato". Vero? Mah. Gli amici lo chiamavano fiaba perché sapeva raccontarle molto bene.
Racconta, si fa capire, spiega. Soprattutto il calcio. Triestina, Padova, Milan, scudetti, coppe, medaglie e popolarità. Parla il dialetto, un italo-triestino pieno di battute, sarcasmo, ironia e saggezza. Non è un contadino, non ha le scarpe grosse e il cervello fino. Hanno scritto: "Inveisce, brontola, è uomo del popolo ma anche psicologo, furbo ma sincero. Giusto e umano. Sa insultare con eleganza, non lacera mai". Prendiamo Helenio Herrera. Sono rivali nei derby, Helenio fa lo spaccone e lo provoca. Nereo lo chiama: quel mona de mago, soprattutto - dirà - "dà lavoro a quei mona di giornalisti". Diventano tutti mona, i compagni, gli amici, i dirigenti federali e non, José Altafini. Anzi Jòse con l'accento sulla o. I difensori, i portieri, gli arbitri, il compagno di tressette e di bevute Nicolò Carosio.
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E' sempre stato legato a Trieste, da un filo sottile e - raccontano i biografi - anche strano. Non riesce a starne lontano, ma nemmeno è capace di rimanerci. Quando arriva vicino alla città, accelera: "Se la mucca la senti l'odor de la stalla la cori de più". Dal "posto di lavoro", sempre in auto. Tutti i lunedì, dicono i figli. Con la Simca da Padova, con la Flavia e la Mercedes da Milano e con un'Alfa verde da Torino. Lui diceva: "Sono un buon guidatore". Tito sorride: "Esagerava. Una volta con Rivera ha fatto Milano-Trieste in quarta. Quando Gianni l'ha fatto notare: 'Ma signor Rocco, non mette la quinta?', ha risposto quasi indignato: "Ciò, mona, pensa ai fatti tuoi'. A Torino aveva un'Alfa verde, la targa cominciava... Non ricordo, butto lì un numero a caso, mettiamo TO 345. Dopo due settimane torna a Trieste con la stessa auto, stessa cilindrata e un numero di targa diverso. Noi ragazzi a queste cose guardavamo. 'Papà, è la stessa macchina?'. 'Certo, perché?, che macchina dovrebbe essere?'. 'La targa è cambiata...'. 'Ma và, mona...'. Era diversa. Sa cosa aveva fatto? Era finito dentro le rotaie del tram e l'aveva mezza sfasciata. E allora ne acquistò un'altra, uguale in tutto, ma ovviamente con una nuova targa. Non so, forse si vergognava, era fatto così".
L'uomo delle fiabe diventa un conduttore di uomini. Alla sua maniera. A Milanello lo chiamano mister. "Mister te sarà ti, mona. Io sono il signor Rocco". Anzi el Paròn. Comanda lui. Quando qualcuno lasciato fuori formazione, si lamenta, ("Perché, signor Rocco?"), risponde pronto: "No xe mia la decision, ma de la siora Maria". Cioè sua moglie. Lo dice, una volta anche a quel mona de Jòse. Ma è soltanto un modo di dire per tenere alto, e soprattutto in mano, lo spogliatoio. Altafini è il suo centravanti preferito e, con rispetto parlando, il "buffone" della compagnia. Altafini inventa lo scherzo dell'armadietto che entra di diritto nella hit parade dell'aneddotica rocchiana. Nereo vive negli spogliatoi, si cambia con i giocatori, è uno di loro e con loro resta a parlare a lungo, specialmente il martedì, sulle panchine. José si nasconde nel suo armadietto. Rocco arriva, lo trova aperto, si alza il cappello e s'interroga. "Mah, strano, neanche ieri l'ho chiuso". Lo apre e spunta fuori, nudo urlante, Altafini: "Baahhh!". E Rocco spaventato: "Bruto mona, te me fa vegnir l'infarto". Si siede sulla panchina fingendo di ansimare pesantemente: "Non farlo più, non farlo più... Disgraziato". Altafini lo rifaceva e la scena si ripeteva. L'anno dopo Rocco va via, arriva Nils Liedholm, Altafini ripropone con il Barone la scena dell'armadietto. Ma quando salta fuori, nudo, urlante, il Barone sussurra: "Non è questo tuo armadietto".
Era un attore. Federico Fellini nel 1973 gli propose di recitare in Amarcord. S'incontrano in un ristorante a Bologna, pranzano a tortelli e lambrusco, si scrutano. Rocco doveva fare il padre di Titta. Ci pensa. Poi, quando i suoi giocatori vengono a saperlo e lo prendono in giro, cambia idea. "No, grassie sior Fellini". Ma la rinuncia è dovuta, soprattutto, agli impegni del Milan in coppa e campionato. "Peccato - dirà il grande Federico - nel padre di Titta io volevo un uomo burbero, sentimentale, romantico, antifascista, rozzo ma simpatico. Rocco era il personaggio giusto". Il suo set era il campo, era lì che offriva performance indimenticabili, accompagnato dal più grande di tutti i grandi: Gianni Rivera. Lo ascoltava, lo adorava, era il suo terzo figlio, Gianni. Lo invitava a passare le vacanze nella sua casa di Trieste o al mare a Lignano Sabbiadoro. "El Gianni xe i me oci". C'è tutto in questa definizione. El Gianni doveva solo giocare dove voleva o sapeva. Hanno giocato e vinto. Gianni ha sempre detto: "Rocco manca fisicamente a tutti quelli che lo hanno conosciuto". Gli hanno dato del catenacciaro, anche nel Milan. "Ma per favore, davanti eravamo io, Hamrin, Sormani e Prati e prima ancora Mora, Altafini e Barison".
Hanno chiesto al suo bambino d'oro: Rocco era più persona o personaggio? E Gianni: "Uomo. Lui era sempre vero, sempre se stesso. Sia nelle decisioni ufficiali, sia nei momenti di relax". Vero, autentico. Come la sua vita. |
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Ecco come Gianni Brera ricordò il suo amico Nereo
«È morto Nereo Rocco e io non debbo nemmeno pensare di poter piangere. È un diritto, ahimè, che non mi appartiene. Tanto più sarò suo amico, quanto meglio riuscirò a ricordarmi di lui senza frapporre l'amicizia fra me e il mio lavoro insolente. "Prepara il coccodrillo", mi era stato ordinato con presago cinismo. "Un'ostia!", avevo ruggito, con la sua stessa voce. Io so che è già morto, ma voi non lo dovete sapere: voi dovete aspettare, maledetti, che lo sappiano tutti. Allora mi metterò al carrello e saprò battere i polpastrelli senza il minimo groppo in gola. Ho sott'occhio un cartoncino per auguri di Capodanno 78/79 con stampati i nomi di Nereo e Maria Rocco. La calligrafia piccola e slegata di uno che è stato a scuola, ma ci ha la mano troppo tozza per tenere la penna con disinvoltura: "Gioannin carissimo, contraccambio i tuoi auguri e brindo alle tue fortune purtroppo con l'acqua Fiuggi. Nereo". Non so di grafologia e ancor meno di acqua Fiuggi. |
Ma questo suo biglietto era un testamento e io l'ho recepito con dolorosa rabbia. Ho capito che Nereo era morto e che del suo stesso male potrei morire anch'io, e ho la sfacciata onestà di ammettere che non sapevo se fosse più il dolore o la paura a farmi piangere.
Ciao, Nereo, grazie di essermi stato amico. Da oggi ti piango senza mostrarlo a nessuno. L'istinto bruto sarebbe di insultarti. Pensa cosa si direbbe di noi: tu ridotto all'acqua minerale, io alle invettive del sempiterno goliardo invecchiato lavorando. Il mondo non sa distinguere fra chi beve "per scientiam" e chi per sete banale, o addirittura per vizio.
(...) Lo vedo la primissima volta all'Arena, in un allenamento della Nazionale (primi anni 30): sinistri al volo da mortificare un gigante. La trionfante salute psicofisica dei giuliani non ancora afflitti da angoscia del domani. Mai dimenticati quei potentissimi tiri a volo di pieno collo. Del giocatore Nereo Rock più nessuna notizia. In nazionale trova Gioânnin Ferrari e recede come suo padre. Emigra al Sud e sorride - sempre - ricordando Napoli. Poi, la routine presso casa, la guerra, l'ennesima liberazione d'Italia e di Trieste.
Allena con sbalorditivo genio pragmatico. Gli italianuzzi si abbandonano a becera imitazione degli inglesi e lui vuole il metodo mantenendo due terzini centrali. Un giorno ritornerà in Italia, questo suo modulo prudenziale, e si chiamerà catenaccio. Pensa che giri: vi è quasi da piangere, tanto siamo fessi. Ma Nereo non ha ancora voce, è ancora lontano dalla ribalta, ma capisce che il "WM" è un lusso proibito, anzi masochistico per noi, e arretra il centravanti sul centravanti avversario. Diviene dunque libero lo stopper in seconda battuta: libero - dico io - da incombenze di marcatura. Tutto il mondo adotta e chiama libero il secondo terzino d'area: in Italia, terra di grandi ingegni, è proibito. Sulla nostra stessa barca sono un po' tutti gli ex calciatori passati alla tecnica. Dal castello di poppa, tonitruante, Nereo. Il suo pragmatismo sincero diventa taumaturgico. Rigenera vecchie rozze mal capite, lancia ragazzini veloci e coraggiosi, adatti al contropiede. Nasce allora, invocato, il calcio all'italiana e garantito che il suo più limpido interprete è Nereo. Senza falsa modestia, sono io il teorico. Lottiamo insieme a colpi di risultati e, nella metafora, di sessola e di remi. Le molte brutte figure della nazionale verrebbero subito evitate se i consoli osassero vestire il Padova di azzurro. Ma per ora il catenaccio è il diavolo e nessuno capisce o vuol capire.Sull'inclita panchina della Juve, Nereo risparmierebbe alla nazionale 10 anni di umiliazioni cocenti. Niente. Il presidente del Padova teme il linciaggio se molla Rocco ai suoi stessi padroni (vende Fiat). Così Nereo deve attendere di approdare al Milan, dove comanda Viani: ed è un gran brutto vivere. Nereo non conosce astuzie dialettiche. È un tonto triestin e quindi non riesce a mentire. "Per mi, 'l calcio xe questo e che no me conti bale!". Vorrebbe andarsene. Guai! Rimane e porta il Milan allo scudetto. C'è anche Rivera piccolo, el bambin d'oro (che per il momento, poco correndo e pensando sul gioco, non molto gli piace). La lotta al WM è già vinta dall'anno del torneo olimpico di Roma. Lui dalla panchina torna sudato più dei giocatori: e con loro si spoglia e prende la doccia sentendone tutti i discorsi, dei quali si serve per governare il timone. Ai presidenti non bacia né vellica niente. Cambia città (e si pente): scopre nuovi Itallienern, magari contagiati di vezzi franciosi: così rimpiange i lombardi e torna fra loro per vincere un altro campionato, un'altra Coppa Campioni. Rivera si è fatto uomo e un po' ne viene plagiato. Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso. Ma bello è poterlo sentire figlio, alzare la voce a proteggerlo, lui toro, estroverso e torvo solo per gioco, l'altro tutto introverso, compito, abatin. "Xe Rivera la nostra Stalingrado", si lagna Nereo. L'Abatino è il solo dei suoi che pensi calcio in grande stile: al diavolo se al pensiero non s'accompagna sempre l'azione. (...)
Caro vecchio Nereo, al tuo ricordo brinderò come tante volte abbiamo fatto insieme. Addio, ti sia lieve la terra».
«È morto Nereo Rocco e io non debbo nemmeno pensare di poter piangere. È un diritto, ahimè, che non mi appartiene. Tanto più sarò suo amico, quanto meglio riuscirò a ricordarmi di lui senza frapporre l'amicizia fra me e il mio lavoro insolente. "Prepara il coccodrillo", mi era stato ordinato con presago cinismo. "Un'ostia!", avevo ruggito, con la sua stessa voce. Io so che è già morto, ma voi non lo dovete sapere: voi dovete aspettare, maledetti, che lo sappiano tutti. Allora mi metterò al carrello e saprò battere i polpastrelli senza il minimo groppo in gola. Ho sott'occhio un cartoncino per auguri di Capodanno 78/79 con stampati i nomi di Nereo e Maria Rocco. La calligrafia piccola e slegata di uno che è stato a scuola, ma ci ha la mano troppo tozza per tenere la penna con disinvoltura: "Gioannin carissimo, contraccambio i tuoi auguri e brindo alle tue fortune purtroppo con l'acqua Fiuggi. Nereo".Non so di grafologia e ancor meno di acqua Fiuggi. Ma questo suo biglietto era un testamento e io l'ho recepito con dolorosa rabbia. Ho capito che Nereo era morto e che del suo stesso male potrei morire anch'io, e ho la sfacciata onestà di ammettere che non sapevo se fosse più il dolore o la paura a farmi piangere. (...)
Ciao, Nereo, grazie di essermi stato amico. Da oggi ti piango senza mostrarlo a nessuno. L'istinto bruto sarebbe di insultarti. Pensa cosa si direbbe di noi: tu ridotto all'acqua minerale, io alle invettive del sempiterno goliardo invecchiato lavorando. Il mondo non sa distinguere fra chi beve "per scientiam" e chi per sete banale, o addirittura per vizio.
(...) Lo vedo la primissima volta all'Arena, in un allenamento della Nazionale (primi anni 30): sinistri al volo da mortificare un gigante. La trionfante salute psicofisica dei giuliani non ancora afflitti da angoscia del domani. Mai dimenticati quei potentissimi tiri a volo di pieno collo. Del giocatore Nereo Rock più nessuna notizia. In nazionale trova Gioânnin Ferrari e recede come suo padre. Emigra al Sud e sorride - sempre - ricordando Napoli. Poi, la routine presso casa, la guerra, l'ennesima liberazione d'Italia e di Trieste.
Allena con sbalorditivo genio pragmatico. Gli italianuzzi si abbandonano a becera imitazione degli inglesi e lui vuole il metodo mantenendo due terzini centrali. Un giorno ritornerà in Italia, questo suo modulo prudenziale, e si chiamerà catenaccio. Pensa che giri: vi è quasi da piangere, tanto siamo fessi. Ma Nereo non ha ancora voce, è ancora lontano dalla ribalta, ma capisce che il "WM" è un lusso proibito, anzi masochistico per noi, e arretra il centravanti sul centravanti avversario. Diviene dunque libero lo stopper in seconda battuta: libero - dico io - da incombenze di marcatura. Tutto il mondo adotta e chiama libero il secondo terzino d'area: in Italia, terra di grandi ingegni, è proibito. Sulla nostra stessa barca sono un po' tutti gli ex calciatori passati alla tecnica. Dal castello di poppa, tonitruante, Nereo. Il suo pragmatismo sincero diventa taumaturgico. Rigenera vecchie rozze mal capite, lancia ragazzini veloci e coraggiosi, adatti al contropiede. Nasce allora, invocato, il calcio all'italiana e garantito che il suo più limpido interprete è Nereo. Senza falsa modestia, sono io il teorico. Lottiamo insieme a colpi di risultati e, nella metafora, di sessola e di remi. Le molte brutte figure della nazionale verrebbero subito evitate se i consoli osassero vestire il Padova di azzurro. Ma per ora il catenaccio è il diavolo e nessuno capisce o vuol capire.Sull'inclita panchina della Juve, Nereo risparmierebbe alla nazionale 10 anni di umiliazioni cocenti. Niente. Il presidente del Padova teme il linciaggio se molla Rocco ai suoi stessi padroni (vende Fiat). Così Nereo deve attendere di approdare al Milan, dove comanda Viani: ed è un gran brutto vivere. Nereo non conosce astuzie dialettiche. È un tonto triestin e quindi non riesce a mentire. "Per mi, 'l calcio xe questo e che no me conti bale!". Vorrebbe andarsene. Guai! Rimane e porta il Milan allo scudetto. C'è anche Rivera piccolo, el bambin d'oro (che per il momento, poco correndo e pensando sul gioco, non molto gli piace). La lotta al WM è già vinta dall'anno del torneo olimpico di Roma. Lui dalla panchina torna sudato più dei giocatori: e con loro si spoglia e prende la doccia sentendone tutti i discorsi, dei quali si serve per governare il timone. Ai presidenti non bacia né vellica niente. Cambia città (e si pente): scopre nuovi Itallienern, magari contagiati di vezzi franciosi: così rimpiange i lombardi e torna fra loro per vincere un altro campionato, un'altra Coppa Campioni. Rivera si è fatto uomo e un po' ne viene plagiato. Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso. Ma bello è poterlo sentire figlio, alzare la voce a proteggerlo, lui toro, estroverso e torvo solo per gioco, l'altro tutto introverso, compito, abatin. "Xe Rivera la nostra Stalingrado", si lagna Nereo. L'Abatino è il solo dei suoi che pensi calcio in grande stile: al diavolo se al pensiero non s'accompagna sempre l'azione. (...)
Caro vecchio Nereo, al tuo ricordo brinderò come tante volte abbiamo fatto insieme. Addio, ti sia lieve la terra». |
Da questo momento in poi, comincia una lunga gavetta che brevemente riassumiamo. Nella stagione 1982/83 va a Rimini in C/1, l'anno dopo alle giovanili della Fiorentina e nel 1984/85 di nuovo a Rimini in C/1; nel 1985 si trasferisce a Parma dove è rimane fino al 1987.
Approda in serie A nel campionato 1987/88. Silvio Berlusconi, neopresidente milanista, decide di chiamarlo sulla panchina della sua squadra dopo l'ottima prova che il Parma guidato da Sacchi (allora in serie B), effettua contro il Milan di Liedholm in Coppa Italia. Con la squadra milanese vincerà lo scudetto nel 1987/88, arriverà terzo nel 1988/89 e secondo nel 1989/90 e nel 1990/91; ha poi vinto una Supercoppa Italiana (1989), due Coppe dei Campioni (1988/89 e 1989/90), due Coppe Intercontinentali (1989 e 1990) e due Supercoppe Europee (1989 e 1990).
Occorre considerare che in quegli anni ai vertici del calcio italiano c'era il Napoli di Maradona che si schierava, come la stragrande maggioranza delle squadre partecipanti al massimo campionato, in modo tradizionale.
Arrigo Sacchi, invece, al posto di uniformarsi al canovaccio tattico in voga decide di schierare il Milan con un rivoluzionario 4-4-2.
La base su cui poggia il suo progetto è quella di riuscire a creare una squadra in cui ogni giocatore abbia compiti importanti sia in fase difensiva che offensiva, una squadra quindi dove la collaborazione assuma un aspetto rilevante.
Riuscirà con il tempo anche a incidere sulla mentalità, inculcando nella testa dei propri giocatori i concetti del "calcio totale".
Proprio per questo, in Italia è stato spesso contestato di ritenere prioritari gli schemi rispetto agli uomini.
Dal 13 novembre 1991 è subentrato ad Azeglio Vicini come commissario tecnico della Nazionale Italiana che ha condotto ai Mondiali USA del 1994, ottenendo il secondo posto dietro il Brasile. Nel 1995 ha portato l'Italia alla qualificazione per la fase finale dell'Europeo '96. Nel 1996 ha rinnovato il contratto che lo avrebbe legato alla guida della Nazionale fino al 31/12/'98, ma poco tempo dopo, in seguito a polemiche sulla sua conduzione, ha preferito lasciare il posto a Maldini, già allenatore della nazionale giovanile.
Infine, il suo ultimo incarico è stato quello alla guida del Parma. Il troppo stress, però, l'eccessiva fatica e le troppe tensioni a cui è sottoposto (anche per l'attenzione morbosa che il gioco del calcio riceve in Italia), lo inducono a lasciare la panchina della squadra emiliana dopo solo tre partite.
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Dal sito www.indiscreto.it
di Franco Rossi
COME SI FA A DIRE CHE ROCCO ERA UN CATENACCIARO?
Caro Stefano, leggo con stupore la lettera di Paolo Savi sul tuo imperdibile sito. Le opinioni sono opinioni ma, la verità storica però va rispettata.
Il signor Savi scrive testualmente: "Non sono assolutamente d'accordo con l'ultimo punto di Franco Rossi. Dire che il Milan di Rocco cercava di vincere imponendo il proprio gioco proprio non si può. Fino all'arrivo di Berlusconi, il Milan ha giocato ne più ne meno come ogni altra squadra italiana, nel solco della tradizione catenacciara che negli anni '60 ha portato qualche trofeo internazionale." Uno è liberissimo di non essere d'accordo con quel che scrivo, ma sostenere che il Milan di Rocco non cercava di imporsi agli avversari e faceva catenaccio significa non aver mai visto quel Milan.
Il Milan che vinse la prima Coppa Campioni era un Milan assolutamente inarrivabile nel trio d'attacco Sani-Altafini-Rivera, sicuramente il trio più forte della storia rossonera.
In quella squadra c'erano anche Mora e Pivatelli, due ali tradizionali e un mediano vero come Benitez. Nella seconda Coppa Campioni in attacco giocavano Hamrin, Sormani e Prati che erano tre punte con dietro Gianni Rivera. Ma chi ha messo in giro la storia che Rocco era un catenacciaro?
Ma il signor Savi ha mai visto giocare il Padova di Rocco che schierava tre punte come Hamrin, Brighenti e Mariani più una mezzala come l'argentino Rosa?
Grazie dell'ospitalità, c on grandissima stima e affetto.
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Nereo Rocco ai tempi del Torino con Oronzo Pugliese (Roma) (Archivio Magliarossonera.it) |

I Campioni del Giorno: Nereo Rocco (Archivio "Gazzetta dello Sport") |

Le nozze di Nereo Rocco, maggio 1935 (da "Il Calcio Illustrato") |

Nereo Rocco a colloquio con i suoi ragazzi, 1971-72 (Archivio Magliarossonera.it) |
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Dal sito www.storiedicalcio.altervista.org
IL PADOVA DI NEREO ROCCO
LA LEGGENDA DEL SANTO CATENACCIO
Stagione 1957-58: raggiunge il suo apice il Padova di Nereo Rocco che nel fortino dell'Appiani conquistò vette di gioco e classifica mai più raggiunte nella sua storia...
LA SCELTA DI ROCCO
Quando Nereo Rocco arrivò a Padova, la sua stella era un po' offuscata. Dopo gli exploit a Trieste (un secondo posto, nel '47-48, e due ottavi), era tornato a occuparsi della macelleria di famiglia, ma non aveva saputo resistere al richiamo del calcio. Il Treviso, in B, gli aveva chiesto aiuto e lui era accorso, schierando di nuovo il libero, Chiodi, e ottenendo un triennio di buoni risultati con una squadra di limitato valore tecnico: «Praticavamo un gioco di cui nessuno capiva niente» avrebbe raccontato poi, «per due anni non perdemmo in casa. Mazza della Spal ci insultava brontolando che eravamo catenacciari, però anche lui, quando la sua squadra affrontava gli squadroni, tentava di adeguarsi. Dico la verità: quando mi urlavano catenacciaro, mi fischiavano, mi coprivano di insulti accompagnati dagli immancabili sputi, avevo crisi di sconforto. Ma sempre i miei giocatori mi erano vicini incoraggiandomi a perseverare. Frossi a Monza aveva inventato il suo attacco a "M", ma a Treviso beccò 4-0. Intanto l'Inter di Foni utilizzava Blason come libero con Giovannini stopper (e Armano ala tornante) e vinceva il campionato con vistoso anticipo. Foni diceva di aver preso quel modulo dal Verrou elvetico per non ammettere il plagio. Il fatto è che il "gioco dei poveri" conveniva a tutti, altro che fischi e sputi. Ho raccolto tanti sputi a San Siro da fare schifo. Un giorno viene negli spogliatoi Italo Allodi e ne rimane talmente colpito da inviarmi, il giorno dopo, un impermeabile nuovo, accompagnato da una lettera di scuse di Angelo Moratti. Si vede che facevo veramente pena».
IL FIUTO DI POLLAZZI
Nel 1953 era tornato alla Triestina, ma gli aveva detto male: il 21 febbraio 1954, dopo un umiliante 0-6 in casa contro il Milan, era stato esonerato. Pochi giorni dopo, il 10 marzo, all'indomani di un pareggio interno col Cagliari, il presidente di una squadra di B, Bruno Pollazzi del Padova, l'aveva contattato per sostituire il silurato tecnico Rava, sordo alle richieste di cambiare modulo per salvare la baracca. Allora le norme erano meno rigide delle attuali e gli allenatori non godevano praticamente di garanzie contrattuali. Insomma, quando Pollazzi gli chiese di tentare il salvataggio dei pericolanti biancoscudati, penultimi in classifica, Rocco era disoccupato e in forte tentazione di tornare definitivamente a occuparsi del fiorente commercio di carni. La passione per il calcio ebbe una volta di più la meglio. «Se mi date la casa, più un tanto al mese e mi lasciate tornare a Trieste tutte le settimane senza creare problemi, posso anche venire a tentare di salvare la barca. Però non prometto niente; per il futuro vedremo».
L'operazione, tutt'altro che facile, andò a buon fine, complice la penalizzazione di cinque punti inflitta al Piombino dal giudice sportivo. In undici partite, Rocco conquistò dodici punti, in perfetta media-salvezza. A quel punto il presidente Pollazzi gli offrì la conferma, col programma di giocare la stagione successiva un torneo tranquillo.
RITORNO IN SERIE A
Con una squadra valutata da metà classifica, Rocco sbozzò un piccolo capolavoro: da 40 reti subite si passò a 27 e alla fine della stagione 1954-55 il Padova tornava a sorpresa in Serie A, piazzandosi secondo alle spalle del Lanerossi Vicenza. Nelle due stagioni successive, il binomio Rocco-Pollazzi raggiunse un'intesa quasi perfetta. Il tecnico d'estate indicava nomi alla portata delle casse tutt'altro che floride della società e il presidente era ben contento di ingaggiare giocatori dati per finiti o giovani mai sbocciati. Dal Verona, dove era decaduto dopo i brevi fasti interisti, arrivò Blason, l'uomo chiave che Rocco voleva per riprodurre nella massima serie il suo Catenaccio. Nel 1956 la salvezza fu abbondante: ottavo posto, davanti addirittura alla Juventus. Nel 1957, undicesimo, ma con il lancio di un centravanti di diciassette anni, Nicolé, subito conteso dagli squadroni al mercato.
LA COSTRUZIONE DI UN MIRACOLO
L'estate di quell'anno, il 1957, a Padova fu addirittura torrida. Rocco aveva fiuto e vista lunga, come sempre: suggerì di accettare le offerte juventine per il baby d'oro, ma in cambio, oltre a un robusto pacco di milioni, pretese Kurt Hamrin, l'aletta svedese bloccata al suo primo volo da un pesante infortunio. E poi, chiese un altro... ex grande, Sergio Brighenti, il centravanti della Triestina, colà decaduto, anche per problemi fisici, dopo i primi passi tra i grandi nell'Inter di Foni. Due rottami, commentarono i più benevoli tra i contestatori, inconsolabili per la partenza del "gioiello" Nicole, nonché del big Sarti e del capocannoniere Bonistalli. Di mezzo, c'era pure un processo per illecito (per una partita col Legnano di due anni prima), con l'ombra di una retrocessione a tavolino poi spazzata via dal giudice sportivo.
Insomma, il commendator Bruno Pollazzi diede le dimissioni, sostituito dal vicepresidente Vescovi. Le avrebbe ritirate, tornando al suo posto, solo dopo l'avvio del torneo. Quando fu chiaro a tutti che Rocco aveva costruito tra le macerie estive una squadra-miracolo...
Davanti all'ottimo portiere Pin, Blason rinnovava gli antichi splendori interisti, fungendo da libero spazzatutto. Si era affinato col tempo ed era in grado con lunghi traversoni di lanciare direttamente il contropiede per lo scattante Hamrin o il poderoso Brighenti. Pison, Azzini e Scagnellato erano i tre "mastini", destinati a mordere i tre attaccanti avversari. Rocco li aveva voluti così, i suoi magnifici quattro: autentici gladiatori, fisicamente prestanti e pronti a chiudere senza tanti complimenti. Il Padova era "la squadra dei panzer". Davanti al munito bunker, fungeva da regista l'ombroso argentino Humberto Rosa, altro figlio di una geniale intuizione di Rocco, che l'aveva raccolto al Padova dopo il fiasco come attaccante nella Sampdoria, traendone le misure del grande costruttore di gioco. Rosa era tecnicamente validissimo, sapeva gestire perfettamente i tempi della manovra e possedeva la battuta lunga e precisa capace di attivare i formidabili contropiedisti. A sostenerne l'azione, i due generosi laterali Mari e Moro, due stantuffi instancabili, sempre pronti a dare una mano in copertura. Boscolo fungeva da ala di raccordo sulla sinistra; in pratica, un tornante abile a potenziare la fase di contenimento del centrocampo. Tanto, in avanti Rocco disponeva di due autentici satanassi. Hamrin, recuperata la perfetta efficienza fisica, era immarcabile. Rapidissimo, leggero, guizzante, volava verso il gol come l'"uccellino" che poi sarebbe diventato per tutti i tifosi d'Italia. Brighenti era rapido, scaltro, potente, una vera macchina da gol che perfettamente completava, al centro dell'area, i voli sulla fascia del compagno di linea svedese.
L'APOTEOSI DEL CATENACCIO
Il Catenaccio raggiungeva così vette di gioco autentiche, contraddicendo i suoi ottusi assertori. Un avvio fragoroso, una parentesi mediocre, poi una lunga serie di straordinari risultati fecero del Padova la squadra rivelazione del campionato. Il 2 febbraio 1958 il Genoa veniva travolto all'Appiani da un tennistico 6-3 (primo tempo: 5-0), con quattro gol di Hamrin, segnando l'ingresso dei biancoscudati nel ristretto novero delle grandi del campionato. Alla fine, fu terzo posto, il miglior risultato di sempre della storia biancoscudata. Parlare di squadra utilitaristica diventava quantomeno azzardato. Al punto che la stagione successiva, quando Rocco in pratica fece il bis, conquistando il settimo posto con una squadra privata di Hamrin (sostituito dall'ottimo Mariani), agli osteggiatori del Catenaccio non restò che... trasfigurare la realtà, individuando addirittura un diverso modulo, come già accennato.
LA TESTIMONIANZA DI BARDELLI
Ecco in particolare cosa scrive Aldo Bardelli, sulle colonne del "Calcio e Ciclismo Illustrato" all'indomani di un fragoroso 2-0 rifilato in inferiorità numerica all'Inter all'Appiani: «Il Metodo è, dunque, la soluzione del nostro gioco dopo le spericolate avventure sistemiste e il successivo pentimento del Catenaccio? Il Padova lo fa supporre. La sua manovra ormai fa testo, poiché s'impone anche agli avversari di universale prestigio e di elevata ambizione. Ormai non si può più parlare di un Padova ancorato ad una cocciuta manovra difensiva e capace dì esprìmersi all'attacco soltanto con fortunate azioni in contropiede. La disinvolta spiegazione dei successi di Rocco non era già valida l'anno scorso, allorché si riteneva potesse renderla attendibile la presenza di Hamrin.
Ma quest'anno, che Hamrin non e 'è più ed al suo posto si muove un giocatore da altre squadre ripudiato ancora in verde età, non si possono più alimentare dubbi. Quello del Padova è "gioco ", e gioco di ottima marca. La sua fedeltà agli schemi fondamentali del vecchio Metodo (s'intende in versione moderna, come l'evoluzione del gioco pretende) appare ormai evidente. Contro l'Inter, apparsa sfocata e fiacca, proprio il Padova ha dovuto attaccare in prevalenza, proprio il Padova ha dovuto prendere l'iniziativa del gioco, stabilirne la cadenza, deciderne gli sviluppi, proprio il Padova - che si accusa di usare, almeno indifesa, l'ormai famoso... "uomo in più" -, ha dovuto giocare per quasi mezz'ora con un uomo in meno. L'infortunio di Moro al 18'della ripresa ha seriamente turbato l'equilibrio della partita e nulla, a quel punto, l'Inter poteva attendersi di più favorevole. Ma il Padova ha vinto anche con un uomo in meno . Anzi, ha raddoppiato il suo magro vantaggio precedente. Ebbene, anche impegnato in una partita d'attacco e successivamente privato di un elemento del "peso " di Moro, il Padova ha saputo imporre il proprio gioco, poiché la sua manovra tien conto in ugual misura delle esigenze della difesa e dell'attacco, con una distribuzione degli uomini ordinata in ogni settore e con una mobilità stupefacente. In difesa e 'è sempre "l'uomo in più" affinché l'isolata prodezza di un attaccante avversario non metta in crisi l'intero settore; ma a centrocampo lo schieramento è elastico e denso, l'inserimento degli uomini nei reparti sollecito e puntuale, l'azione d'attacco sempre ambiziosa, sempre affidata a due o tre elementi, come appunto prevedeva il vecchio Metodo».
Dunque Blason continua a spazzare l'area, ma non è Catenaccio, bensì... ritorno al Metodo, perché in fase offensiva la squadra attacca con tre uomini e l'appoggio degli inserimenti dei centrocampisti (resi necessari dalla minore prolificità di Mariani rispetto al fuoriclasse svedese). Una conferma che la critica contraria al Catenaccio si ostinava a ravvisarvi una pura tattica difensiva, mentre le due fasi, difensiva ma anche offensiva, vi erano nelle migliori espressioni perfettamente equilibrate.
SENZA ROCCO, LA FINE DEL SOGNO
Il miracolo Padova non fu una meteora. Nel 1960 Rocco portò i suoi al quinto posto, nel 1961, senza più il bomber Brighenti (39 gol nelle ultime due stagioni) al sesto. Poi, suonarono le sirene milaniste e Paròn Nereo emigrò a dimostrare di poter condurre a grandi risultati anche un club metropolitano.
Là avrebbe ritoccato la formula vincente, schierando Cesare Maldini libero fluidificante.
Per il Padova invece senza Rocco la caduta fu verticale. Nel 1962, per la prima volta senza il Paron, i biancoscudati precipitavano in B.
Sarebbero tornati a rivedere le stelle della massima serie solo trentadue anni dopo, nel 1994. |

All'Appiani anche la Juventus di Boniperti tremava davanti a capitan Blason e compagni
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Il Padova che nel 1957/58 raggiunse il terzo posto |
Dal sito www.acmilan.com
29 ottobre 2007
A.C.MILAN: CONDOGLIANZE ALLA FAMIGLIA ROCCO
MILANO - E' scomparsa oggi la celeberrima signora Maria Berzin vedova Rocco, moglie del Paròn Nereo che tanta parte ha avuto nella storia del Milan. Lo storico allenatore rossonero l'ha sempre ricordata in tante sue interviste, con tanto affetto e tanti aneddoti. Oggi che la signora Maria ci ha lasciato, la Società di via Turati e tutti i tifosi milanisti si stringono, nel segno delle più sentite condoglianze, alla famiglia.
La fedele compagna di vita del Paròn aveva 96 anni. I funerali si celebreranno mercoledì 31 ottobre, alle 13.40. Da mercoledì mattina, alle ore 10.00, la salma sarà esposta al pubblico presso il cimitero di via Costalunga, a Trieste. |

L'articolo della "Gazzetta dello Sport" datato 30 ottobre 2007 |
Dal sito www.repubblica.it
19 febbraio 2009 - di Gianni Mura
La storia
IN PANCHINA CON ROCCO IL CALCIO ERA UN ROMANZO
Trent'anni fa moriva il Paròn, maestro di un'epoca. Il catenaccio, il Milan, i trionfi. E tre allievi diventati ct: Bearzot, il Trap e Maldini. A Trieste allenò da autodidatta: arrivò secondo, dietro il Grande Torino
Cosa è rimasto di Nereo Rocco a trent'anni dalla morte? Morì a Trieste alle 11.47 di un 20 febbraio luminoso e freddo. "Damme el tempo", le ultime parole al figlio Tito, le stesse che aveva detto tante volte al suo secondo, in panchina, da Bergamasco a Maldini a Mazzoni, quando le partite erano agli sgoccioli. "Chi ga perdù el balòn?" chiedeva a Bergamasco. Sempre la stessa risposta: "Giovanìn". Allora Rocco si alzava e con le mani a imbuto urlava verso il centro del campo: "Giovanìn, va in mona". Cinema ad uso interno. I Giovanìn erano tre: Trapattoni, Lodetti e Rivera. L'imprecazione non sfiorava nessuno dei tre, finiva in mezzo al campo come un aeroplanino di carta.
Qualcosa è rimasto, che non può essere solo nostalgia. Anche se è forte la tentazione di dire che è cambiato tutto, non sempre in meglio. E' cambiato il calcio nel suo interno (allenatori, giocatori) e nel suo contorno. Chi, come me e altri della mia generazione, ha avuto la fortuna di conoscere Rocco oltre la superficie, non riesce proprio a immaginarselo mentre risponde alla D'Amico pochi minuti dopo la fine della partita, o forse sì ma con gravi rischi per il bon ton. Come quando, nei camerini della Rai, prima della Domenica sportiva provarono a truccarlo e lui espose succintamente un uso alternativo per il pennello. Ma erano altri tempi, i calciatori erano soggetti a vincolo, le tv non facevano pressing e negli spogliatoi dopo un po' entravano solo i giornalisti col taccuino in mano.
Un po' era, normalmente, quel quarto d'ora necessario a una doccia (o un tuffo nella grande vasca collettiva, che c'era a San Siro) e allo smaltimento delle tensioni.
Se si parla del calcio degli anni '60 bisogna ricordare le tante strade non asfaltate e le auto di Formula Uno che non arrivavano ai 200 orari, dice Trapattoni. Lo dice in un libro di Gigi Garanzini ("Nereo Rocco", ed. Mondadori) uscito martedì. E' una versione ampliata e riveduta, a dieci anni di distanza, con tante testimonianze e tantissimi aneddoti. Al di là dell'amicizia (con Garanzini, coi figli di Rocco in senso stretto, con molti "figli di Rocco" in senso calcistico) ne consiglio la lettura. E' un viaggio nella memoria, e adesso già questo si può dire: di Rocco resta il ricordo e la voglia di ricordarlo. Mi correggo: è un viaggio nella memoria per chi ha una certa età, ma per chi ha meno di trent'anni è un viaggio nell'ignoto, o nella fantascienza. Eppure sì, è esistito un calcio che ignorava l'aggressione dello spazio e le ripartenze, in cui i calciatori di casa la domenica andavano a piedi allo stadio (a Padova).
Aneddoto: la prima volta che con l'Inter Angelillo giocò a Padova, chiese a un compagno: come mai qui hanno dei raccattapalle uomini e non bambini? I presunti raccattapalle erano Azzini e Scagnellato, con le tute sformate e piene di rattoppi, di calzettoni in dotazione solo un paio e doveva durare dal martedì alla domenica. Per la cronaca, quel giorno vinse 3-0 il Padova. Scagnellato faceva il tornitore, a 30mila lire mensili. Il Padova gliene offrì 35mila e diventò terzino e spauracchio degli attaccanti. Si comunicava tutte le domeniche ma in campo non porgeva l'altra guancia.
Padova, i poareti, i miei manzi, diceva Rocco. Fu la sua rampa di lancio. A forza di parlare dell'allenatore, si tende a dimenticare che fu anche calciatore, buono ma non eccelso. Solo mancino, gran tiratore da fuori. Mezzala, si diceva allora. Esordì a 17 anni nella Triestina, dove giocò 232 partite in A segnando 66 gol, altri 7 in 52 presenze col Napoli. A Padova, in B, 47 gare e 15 gol. Bastava una presenza in azzurro per avere automaticamente il tesserino da allenatore. Rocco, primo triestino in Nazionale (Italia-Grecia 4-0, nel '34 a San Siro) giocò solo un tempo, lo sostituì Giovanni Ferrari, ma bastò ugualmente. Nel campionato '47-'48 era lui, un autodidatta, a guidare la Triestina. Primo arrivò il grande Torino, seconda la Triestina alla pari con Juve e Milan. Rocco impiegò in tutto 15 giocatori.
A distanza di trent'anni, per tornare alla domanda iniziale, resta un grosso equivoco e riguarda il catenaccio. Non tanto l'invenzione (Viani? Rappan? Ottavio Barbieri?) che Rocco non rivendicava, dichiarando di aver rispolverato un mezzosistema attuato da Banas, quanto l'adesione filosofica. In assenza di teatrini, processi e baruffe televisive, le polemiche tra difensivisti e offensivisti si svolgevano sui giornali. Ossia: Brera e Zanetti da una parte, Palumbo e Ghirelli dall'altra. Normale che, in una squadra di provincia, si pensasse anzitutto alla difesa. Coi numerini di oggi, Rocco sarebbe riconducibile a un 1-3-3-3, dove l'1 è il libero dietro alla difesa. Libero che peraltro schieravano tutte le squadre, anche quelle di Fulvio Bernardini, considerato (non a torto) il profeta dei piedi buoni. Lo stesso Bernardini che nello spareggio-scudetto, per mettere nel sacco Herrera, diede al terzino Capra la maglia numero 11.
Catenacciaro era diventato un insulto. In trasferta il Padova era accolto malissimo (insulti, sputi, lanci di monetine), tanto che Rocco pensò di cambiare modulo, ma il capitano Scagnellato, a nome di tutti, gli disse di no, così arrivavano i risultati, arrivavano gli schéi (il premio-partita si divideva già negli spogliatoi) e così bisognava continuare. Non che a Padova il clima fosse tranquillo, per gli altri. Come nelle vignette di Altan, col pubblico a meno di tre metri, chi batteva una rimessa laterale o un corner doveva stare molto attento a schivare le punte degli ombrelli.
In realtà, come le case si costruiscono dalle fondamenta, Rocco costruiva la squadra sulla difesa, gente robusta, un po' cinica, dotata di calcio lungo, ma in attacco aveva due punte (il giovane Hamrin, poi riciclato al Milan da anziano) o Mariani, e Brighenti, questi due finiti in Nazionale contro l'Inghilterra (l'Inghilterra, mica paglia, direbbe un mio amico). Più un trequartista elegantissimo, Rosa. E questa sua tendenza a occupare tutto il fronte d'attacco (due ali e un centravanti) più un trequartista si manifesta chiaramente nel Milan. Con Rivera, troviamo Mora-Altafini-Barison e, nella seconda esperienza, Hamrin-Sormani-Prati. In mezzo c'è il Torino di Meroni-Combin-Simoni, più un centrocampista di costruzione come Moschino. Secondo me c'è più catenaccio oggi in un 4-5-1 e in un 4-4-2 con due terzini all'ala che nelle squadre di Rocco. Solo che allora si difendeva più basso (scusate il neologismo). Ma se in un derby Rocco o uno dei suoi figli, il Trap, avesse chiuso la partita con ben 6 difensori di ruolo, come ha fatto domenica Mourinho, e per giunta rischiando il pareggio, sai che fischiate.
Per i meno anziani, va sottolineato che si parla di un tempo in cui esistevano le ali, e una delle più leggere, Hamrin, non a caso soprannominato Uccellino, segnò 190 gol in A. Il possesso palla non lo calcolava nessuno, di un tiro molto forte si diceva "che cannonata" mentre oggi si sa che il pallone viaggiava a 143 orari, non esistevano le discoteche (al massimo i night o i bar che tiravano giù la saracinesca e dentro si giocava a poker fino all'alba). Nel libro di Garanzini Schnellinger dice: "Mi ricordo di Rocco ogni volta che vedo Mourinho prendere appunti in panchina". Allora, non usava. "Mi te digo cossa far, ma dopo in campo te ghe va ti" diceva Rocco ai giocatori. E nell'intervallo, se qualcosa andava storto: "Testa de gran casso ti e anca quel che t'ha messo in squadra". In realtà, qualcosa Rocco ha pure insegnato, se tre suoi giocatori (Bearzot, Maldini e Trapattoni) sono diventati ct della Nazionale, e ancora lo ringraziano per avergli segnato la carriera: la centralità dell'uomo o meglio l'uomo che è più importante del calciatore. Metteva alla frusta i giovani, imparassero in fretta a maturare altrimenti ciao, ricaricava gli anziani ("Te jèri campion, no ti pol finir bidòn") ed era abilissimo, in una continua commedia dell'arte, a far salire o scendere la tensione, a seconda delle necessità. Gli piacevano i giocolieri, Rivera fin dalla prima apparizione, ma dovevano essere bilanciati dal "distudaferài", ossia spegnilampioni, il cursore-marcatore.
Cinque anni fa a Trieste c'era una commemorazione di Rocco con tanti suoi ex giocatori e simpatizzanti (Ottavio Bianchi, Giacomini, Galeone, Bigon, Enzo Ferrari). Mi presentarono Zanon, capitano di quel Padova. "Piacere". Forte stretta di mano. Poi Zanon si guarda la destra e fa: "Con questa ho strizzato i coglioni a Gabetto, al primo corner per il Toro". Erano anni così. Anche dopo: con l'Estudiantes, partita-combattimento. Maldera marca troppo largo il suo uomo. "Staghe vizìn, sempio" urla Rocco. Maldera s'avvicina alla panchina: non posso, signor Rocco, ogni volta mi punge. Il suo uomo, Morero, aveva un ago, e se ne serviva come delle spine di cactus, in un racconto di Soriano, il centravanti Orlando detto "el Sucio". Erano anni romantici e romanzeschi, in cui, per non tradire una stretta di mano con Pianelli, Rocco lasciò il Milan campione d'Europa a Wembley e passò al Torino. Erano anni in cui davvero buongiorno voleva dire buongiorno. E mi raccomando, nel ricordo di Nereo Rocco, non fiori ma bicchieri di vino rosso. |
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