Béla GUTTMANN

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Scheda statistiche allenatore
  Béla GUTTMANN

Nato il 27.01.1899 a Budapest (UNG), † il 27.08.1981 a Vienna (AUT)

Allenatore, m ....., kg .....

Stagioni al Milan: 2, dal 1953-54 al 1954-55 (subentrato ad Arrigo Morselli l'11 novembre 1953 ed esonerato il 14 febbraio 1955, sostituito da Hector Puricelli)

Esordio sulla panchina del Milan in gare ufficiali e in Campionato (Serie A) il 22.09
.1953: Milan vs Legnano 3-1

Ultima partita sulla panchina del Milan il 13.02.1955
: Milan vs Samppdoria 1-3 (Campionato)

Totale panchine in gare ufficiali: 44

Palmares rossonero: 1 Scudetto (1954-55)

Palmares personale: 2 Campionati ungheresi (1938-39, Ujpest; 1946-47, Kispest-Honvéd), 1 Campionato Paulista (1956-57, San Paolo), 3 Campionati portoghesi (1958-59, Porto; 1959-60 e 1960-61, Benfica), 1 Coppa del Portogallo (1962, Benfica), 1 Campionato uruguayano (1963-64, Penarol), 2 Coppe dei Campioni (1961, 1962, Benfica)




Ha giocato nel ruolo di centrocampista con l'MTK Budapest (*), l'Hakoak (*), il Viden (*), il Wiener (*) e i Giants di New York (*), i Brooklyn Wanderers (*), il New York Soccer Club (*), il Hakoah All-Stars (*), il FC Vienna (*), il Twente Enschede (*), il Chinezul Tmisoara (*), l'Újpest Dosza (*), il Kispest-Honvéd (*).
Ha vestito 4 volte la maglia della Nazionale Ungherese, segnando 1 rete.

Ha allenato anche il Twente di Enschede, l'Ujpest, la Dinamo Bucarest, il Vasas, il Kispest, l'Honved, il Padova, la Triestina, il L.R. Vicenza, il San Paolo, il Porto, il Benfica, il Penarol Montevideo, il Rakuska, l'Austria Vienna, il Benfica, il Servette Ginevra, il Panathinaikos.

"Il tecnico del Benfica di Eusebio, Colunha e Torres che interruppe il dominio del Real Madrid in Coppa dei campioni, assicurandosi il Trofeo nel '61 e nel '62. Nato a Budapest nel 1900, era stato centrocampista di buon livello giocando con MTK Budapest, Hakoak, Viden, Wiener e nei Giants di New York. Quattro presenze ed un gol nella Nazionale magiara fra il '21 e il '24.
Iniziò la carriera di allenatore in Olanda, nel Twente di Enschede ('37/'38) guidando successivamente Ujpest ('38/'39), Dinamo Bucarest ('45), Vasas ('46), Kispest ('47), Honved ('48), prima di sbarcare in Italia dove ha allenato Padova ('48/'49), Triestina ('51/'52), Milan ('53/'54 e '54/'55). Ha continuato la carriera da allenatore con Porto ('58/'59), Benfica ('59/'62), Penarol Montevideo ('62/'64), Rakuska ('64), Benfica ('65/'66), Servette Ginevra ('66/'67), Panathinaikos ('67/'68). Da '73 è stato per alcuni anni direttore sportivo dell'Austria Vienna. Ha vinto sei titoli nazionali in quattro nazioni diverse: il campionato ungherese con l'Ujpest nel '39, quello italiano col Milan nel '55, quello portoghese col Porto nel '59 e col Benfica nel '60 e nel '61, quello uruguayano col Penarol nel '64, oltre alle due Coppe dei Campioni vinte col Benfica nel '61 e nel '62. E' morto nel 1981." (Dal "Dizionario del calcio" Edizioni Rizzoli 1990)



Dal sito www.wikipedia.it

Giocò come centrocampista per l'MTK Budapest, l'Hakoah di Vienna, la Nazionale di calcio dell'Ungheria e diversi club negli Stati Uniti.
È tuttavia noto soprattutto per essere stato l'allenatore di alcune delle squadre di maggior rilievo in tutto il Mondo, quali Milan, San Paolo, Porto, Benfica e Peñarol. Ebbe il suo più grande successo con i portoghesi del Benfica, che guidò a due vittorie consecutive in Coppa dei Campioni nel 1961 e 1962. Guttmann fu uno tra i principali artefici del 4-2-4, modulo che egli stesso portò in voga in Brasile, da allenatore del San Paolo, facendo sì che la Nazionale del Paese sudamericano lo adottasse in occasione del vittorioso Campionato mondiale di calcio 1958. Trai suoi meriti vi è anche quello di essere stato il mentore del campione portoghese Eusébio, che lanciò quando era alla guida del Benfica. Ciò nonostante la sua carriera non fu priva di aspetti controversi. Cambiò costantemente squadre e Stati sia da giocatore che da allenatore; raramente si soffermava presso lo stesso club per più di due annate, affermando che «la terza stagione è fatale». Fu licenziato dal Milan con la squadra al primo posto in Serie A e al Benfica, dopo che la dirigenza rifiutò di aumentargli lo stipendio, nel congedarsi scagliò una maledizione. Ebbe una reputazione di persona sicura di sé e fu l'archetipo dell'allenatore carismatico incarnato negli anni sessanta da Helenio Herrera e, in epoca più recente, da José Mourinho.

BIOGRAFIA
Guttmann nacque nella liberale Budapest, in una famiglia di origini ebraiche. I genitori, Abraham ed Eszter, erano entrambi dei ballerini ed iniziarono il figlio alla stessa pratica. A sedici anni questi possedeva già la qualifica di istruttore di danza classica, tuttavia preferì dedicarsi al calcio, sport che stava prendendo sempre più piede nell'area dell'Impero austro-ungarico. Oltre a ciò, in quegli stessi anni si laureò in Scienze economiche all'Università di Budapest.
Dopo aver intrapreso la carriera sportiva in Ungheria si spostò in Austria, nella capitale Vienna. La città era ricca di fermenti culturali ed il calcio era un argomento di cui gli intellettuali discutevano nei caffè; lo stesso Guttmann ricordò con nostalgia la parentesi trascorsa nel centro mitteleuropeo, il quale divenne la sua «casa spirituale». La sua carriera da giocatore lo portò, negli anni venti, a stabilirsi negli Stati Uniti, Paese dove non si limitò a praticare il calcio, ma comprò anche in compartecipazione uno speakeasy e perse quasi tutto nel crollo di Wall Street del 1929.
Tornato in Europa, con l'avvento del Nazismo e la tragedia dell'Olocausto — durante la quale perse il fratello maggiore — Guttmann si rifugiò nella neutrale Svizzera, tuttavia non è chiaro come abbia trascorso l'epoca della Guerra; interrogato sul tema, rispondeva semplicemente «Dio mi ha aiutato» e nella sua biografia del 1964 affermò che «Negli ultimi quindici anni è stato scritto un numero inquantificabile di libri sui devastanti anni della lotta per la vita e per la morte. Non è necessario tediare i nostri lettori con ulteriori dettagli sull'argomento». Pare che in questo periodo, precisamente nel 1942, abbia sposato la moglie Marianne, e che al suo ritorno in Ungheria nel 1945, stando a quanto riportato da un suo conoscente, fosse in grado di parlare il portoghese.
Dopo aver ripreso la carriera da allenatore al termine degli eventi bellici, Guttmann godette di considerevole successo col Benfica e fu tra i tecnici più pagati dell'epoca.
Alla sua morte, avvenuta nel 1981, fu inumato nel settore ebraico del cimitero di Vienna.

STILE DI GIOCO
Guttmann fu un allenatore convinto della necessità dell'organizzazione tattica della formazione e schierò il suo Benfica secondo un modello di gioco collettivo. Lo schema che chiedeva alla squadra di attuare per giungere alla finalizzazione era il cosiddetto «passa-repassa-chuta» (passa-ripassa-tira); segnatamente, i giocatori dovevano effettuare dei passaggi corti quando si trovavano nei pressi dell'area avversaria in modo da aumentarne la precisione, mentre se fossero stati situati lontano dalla porta andavano realizzati dei passaggi lunghi, per guadagnare metri sul campo; la buona riuscita dipendeva anche dalla capacità di smarcarsi in fase di possesso del pallone, viceversa in fase di non-possesso era necessario marcare gli avversari.
Ancorché curasse tali dettagli, Guttmann non riteneva che dovessero essere i giocatori ad adattarsi ad un paradigma tattico, bensì gli schemi a dover essere modellati sulle caratteristiche tecniche dei calciatori a disposizione. Nondimeno, nello scegliere la squadra da schierare teneva conto di diversi fattori come le condizioni meteorologiche, le condizioni del campo e quelle del naso dei calciatori, ritenendo che, qualora questo fosse stato intasato, non avrebbe offerto una buona respirazione, incidendo così sulla prestazione agonistica.
Guttmann fu propenso ad un approccio tattico dichiaratamente offensivo, tanto che disse «Non mi sono mai preoccupato di sapere se gli avversari avessero segnato, perché ho sempre pensato che noi avremmo potuto segnare ancora». Fu anche convinto della centralità della figura dell'allenatore, che paragonò a quella di un domatore di leoni: «Domina gli animali, nella cui gabbia conduce il proprio spettacolo, finché li tratta con fiducia in sé e senza paura. Ma nel momento in cui diventa incerto della sua energia ipnotica, ed i primi segni di timore appaiono nei suoi occhi, è perso».

GIOCATORE
Guttmann debuttò col Törekvés nel 1917, squadra con la quale fu protagonista di un curioso episodio: in una gara contro lo Zsak, l'allora ala destra marcò tre gol consentendo al proprio club di vincere per 3-0, ma nonostante tale prestazione il giorno dopo i quotidiani scrissero che «L'autore dei tre gol è stato il peggiore in campo. Non ha fatto altro che ricevere la palla e tirare».
Due stagioni più tardi passò al più quotato MTK di Budapest, società della borghesia austro-ungherese di origini ebraiche; cominciò a giocare come centromediano metodista, ruolo che interpretava con eleganza e che nel calcio dell'epoca costituiva il fulcro della squadra. Vinse il titolo d'Ungheria nel 1921 e 1922, preferendo passare l'anno seguente all'Hakoah di Vienna, giacché il ritorno di Ferenc Nyul (giocatore prestato al Hagibor Cluj) lo avrebbe costretto ad una posizione di secondo piano: si trattò della prima di molte volte in cui cambiò Stato. Ad ogni modo, le ragioni del trasferimento non furono solamente sportive; la salita al potere di Miklós Horthy fece infatti precipitare l'Ungheria nell'antisemitismo, determinando dunque l'insorgere di un clima avverso nei confronti dei giudei — gruppo etnico cui Guttmann apparteneva —, ed in aggiunta a ciò il calcio ungherese era stato interessato da uno scandalo riguardante dei fondi neri.
Già da giocatore Guttmann aveva lasciato intravedere gli aspetti bizzarri del proprio carattere e pretese, al momento del suo passaggio all'Hakoah di Vienna, di giocare sempre con una maglietta di seta.
La squadra era una delle migliori realtà calcistiche europee del periodo e nel 1923, con Guttmann tra le sue file, ottenne una prestigiosa vittoria contro un'importante squadra inglese, il West Ham, finalista della FA Cup e sconfitto per 5-0: era la prima volta che i «maestri» inglesi perdevano in casa. Nel 1924 la lega austriaca giunse al professionismo e l'Hakoah vinse il campionato quella stessa stagione (1924-1925), quando Guttmann era ormai visto come il maggior talento del calcio danubiano, tanto che il club gli riconosceva una retribuzione pari alla quarta parte dei propri introiti.
L'anno successivo (1926) l'Hakoah, mosso dall'intento di raccogliere dei fondi per la causa sionista, viaggiò negli Stati Uniti per effettuare una serie di dieci partite, in una delle quali la squadra si esibì di fronte a quarantaseimila spettatori al Polo Grounds di New York, registrando un record di pubblico eguagliato solo cinquantuno anni dopo. Al termine di detta tournée alcuni membri dell'Hakoah, tra cui Guttmann, decisero di intrattenersi in Nordamerica, forti del fatto che molti club della costa orientale degli Stati Uniti erano posseduti da ebrei.
Al pari degli altri giocatori, Guttmann ebbe inizialmente delle difficoltà economiche, tanto che fu costretto ad insegnare danza popolare ai lavoratori portuali per integrare i propri guadagni.
Si unì ai New York Giants dell'American Soccer League (ASL), con i quali nelle prime due stagioni raccolse ottantatre presenze e segnò due gol. Nel 1928-1929 i Giants furono sospesi dalla ASL dopo cinque partite e Guttmann passò ai New York Hakoah della Eastern Professional Soccer League (ESL), con cui vinse una U.S. Open Cup. Decise dunque, in concerto con gli ex membri dell'Hakoah Vienna rimasti in America, di formare gli Hakoah All-Stars, compagine che era solita effettuare dei tour per propagandare il calcio centroeuropeo e che nel 1930 si esibì in alcune gare amichevoli nell'America del Sud.
Dopo un passaggio per il New York Soccer Club, in una lega formatasi da poco dall'unione di ESL e ASL, Guttmann giocò ancora per l'Hakoah All-Stars dalla primavera del 1931 fino al 1932, concludendo con essi la carriera da giocatore e totalizzando centosettantasei presenze nella ASL.
Tornò in Austria nel 1932, iniziando la professione di allenatore.

NAZIONALE
Tra il 1921 e il 1924 Guttmann giocò altresì sei volte per l'Ungheria, segnando al suo debutto nel giugno 1921 in una vittoria per 3-0 contro la Germania. Più tardi quello stesso mese prese parte ad un incontro con la Selezione della Germania Meridionale. Le restanti quattro presenze furono registrate nel maggio del 1924 in partite contro Svizzera, Saarland, Polonia ed Egitto; le ultime due furono delle gare valevoli per le Olimpiadi.
Durante il ritiro, Guttmann obbiettò che nel gruppo ungherese vi fossero più dirigenti che giocatori e che l'albergo dove erano stati fatti alloggiare era più adatto a socializzare che non alla preparazione; per dimostrare la sua disapprovazione, attaccò per la coda dei topi alle porte delle stanze dei dirigenti accompagnatori, determinando così la fine della propria carriera in Nazionale.

ALLENATORE
Il primo club a concedergli fiducia nel suo nuovo ruolo da tecnico fu l'Hakoah, la compagine nella quale aveva militato da giocatore nel frattempo retrocessa in seconda divisione, che diresse per due stagioni a partire dal 1933. Grazie alla mediazione dell'allenatore della Nazionale austriaca Hugo Meisl (amico del padre), nel 1935 emigrò nuovamente giungendo in Olanda, dove assunse la guida dell'SC Enschede (oggi confluito nel Football Club Twente). Siglò inizialmente un accordo trimestrale e, quando il club decise di prolungarne la durata, Guttmann insistette affinché gli venisse riconosciuto un ricco premio in caso di vittoria del campionato nazionale. La squadra stava lottando per non retrocedere nella divisione inferiore, ragion per cui il presidente non esitò ad accordare al tecnico quanto richiesto. A tal punto l'Enschede si risollevò, riuscendo prima a vincere il campionato regionale, poi a competere per la conquista di quello nazionale. La squadra tuttavia non centrò l'obiettivo, ma ciò nonostante la dirigenza fu soddisfatta, conscia che la vittoria l'avrebbe obbligata al pagamento del premio pattuito con la conseguente bancarotta del club. Guttmann si affermò come un allenatore di temperamento, convinto dei propri mezzi, irascibile e col gusto per i vestiti di buona foggia.
Nel marzo del 1938, quando si trovava nuovamente alla guida dell'Hakoah, la Germania nazista di Adolf Hitler invase l'Austria ed il club — espressione della cultura giudaica e formato da giocatori ebrei — venne rapidamente dismesso. L'allenatore riparò in Ungheria nell'estate dello stesso anno ed assunse la guida dell'Újpest di Budapest, che condusse alla vittoria del campionato quella stessa stagione, trionfo cui abbinò anche la conquista dell'allora prestigiosa Mitropa Cup.
Nel periodo successivo fu costretto ad interrompere la propria attività a causa della guerra, tornando ad allenare solo nel 1945, quando venne ingaggiato dal Vasas (un altro club di Budapest). Presto abbandonò anche questo e passò l'anno seguente ai rumeni del Ciocanul (divenuto Dinamo Bucarest nel 1948, dopo una fusione). Qui chiese di essere remunerato in natura, con dei vegetali, per mitigare gli effetti della penuria di alimenti — o, secondo altre fonti, al fine di contrastare l'inflazione —, e ruppe con la società a causa delle ingerenze di uno dei dirigenti nelle questioni di natura tecnica.
Di ritorno in Ungheria, condusse nuovamente l'Újpest alla conquista del campionato nel 1946-1947 e nel 1947-1948 guidò il Kispest (poi denominato Honvéd), dove diresse un gruppo di grandi giocatori — tra i quali spiccava Ferenc Puskás — che di lì a poco costituirono l'ossatura della Nazionale ungherese degli anni cinquanta. Guttmann rassegnò le dimissioni dopo una controversia proprio con Puskás, il quale nell'intervallo di una partita contro il Gyor intimò ad un compagno di squadra, che il tecnico non intendeva schierare per il secondo tempo a causa del suo gioco troppo aggressivo, di rimanere comunque in campo. L'allenatore seguì il resto della partita dalla tribuna, sfogliando una rivista, per poi salire sul tram per tornare a casa senza far più ritorno. Guttmann si convinse di aver perso il rispetto da parte della squadra, conformemente al suo motto «Controlla la stella e controllerai la squadra».

Successivamente allenò molte formazioni in Stati differenti, compreso un periodo in Italia. Vi arrivò nel 1949-1950 per guidare il Padova; sottoscrisse un contratto contenente una clausola che avrebbe permesso alla società di licenziarlo nel caso in cui si fosse rivelato non essere il vero Béla Guttmann, questo perché i dirigenti del club erano scettici circa il fatto che fosse sopravvissuto alla guerra. La squadra ebbe nel finale di stagione dei risultati negativi e l'allenatore, dopo la sconfitta del 26 aprile per 0-4 in trasferta contro la Juventus, rassegnò le dimissioni (lo sostituì Pietro Serantoni, che condusse il Padova ad un decimo posto finale).
Passò in seguito Triestina, avendo il merito di lanciare in Serie A uno dei più forti calciatori italiani della decade seguente, Cesare Maldini. Dopo aver ottenuto la quindicesima posizione in classifica nella stagione d'esordio, durante quella successiva (1951-1952) fu però di nuovo congedato anticipatamente, ed il suo posto fu rilevato da Mario Perazzolo ancor prima che si concludesse il girone d'andata (rimase in carica fino all'undicesima giornata).
Nel 1952 Guttmann diresse per pochi mesi l'Apoel Nicosia a Cipro e nel 1953 il Quilmes nella seconda divisione argentina, rimanendo alla guida di quest'ultimo club — dove militava un giovane Humberto Maschio — solo per sei giornate. Sempre nel Paese sudamericano provò a raggiungere un accordo col più blasonato Boca Juniors, ma la divergenza tra domanda ed offerta impedì che fosse sottoscritto un contratto.
La stagione seguente tornò in Italia, ingaggiato dal Milan a campionato in corso (subentrò ad Arrigo Morselli alla nona giornata), raggiungendo con la squadra il terzo posto a sette punti dall'Inter campione.
Nel 1954-1955 la proprietà del club fu rilevata da Andrea Rizzoli, un ricco industriale desideroso di imporsi nel mondo del calcio, che allestì una formazione altamente competitiva, aggiungendo il campione uruguaiano Juan Alberto Schiaffino ad altri importanti giocatori come Nils Liedholm e Gunnar Nordahl, che assieme a Gunnar Gren avevano composto il celebre trio svedese del Gre-No-Li. L'allenatore ritrovò Maldini (prelevato dalla Triestina), il quale sotto la sua gestione tecnica divenne lo stopper titolare della squadra, e istruì il portiere Lorenzo Buffon ad effettuare delle parate semplici dicendogli «Piccola cosa più piccola cosa fa grande capolavoro». Guttmann arretrò Liedholm a centrocampo affiancandolo a Schiaffino, mentre in attacco, ai lati del centravanti Nordahl e Jørgen Sørensen, collocò Eduardo Ricagni e Amleto Frignani, impostando un modulo 4-2-4. L'avvio di campionato fu positivo ed il Milan ottenne nove vittorie e un pareggio nelle prime dieci giornate, ma nonostante ciò Guttmann fu sollevato dall'incarico con la squadra prima in classifica dopo diciannove partite, a causa di una breve flessione di risultati (due sconfitte) dovuta anche alla mancanza di Schiaffino per squalifica (il club si aggiudicò lo scudetto con Héctor Puricelli come allenatore). Gli venne rimproverata un'eccessiva rigidezza sul piano tattico, ma si parlò pure di un litigio con Schiaffino. Guttmann abbandonò forzatamente il Milan affermando in conferenza stampa: «Sono stato licenziato anche se non sono né un criminale né un omosessuale. Addio»; segnato dall'episodio, da quel momento in avanti chiese che nei suoi contratti fosse inserita una clausola che impedisse alle società di licenziarlo nel caso in cui la squadra occupasse il primo posto della classifica.
Passò quindi, nella stagione 1955-1956, al neopromosso Lanerossi Vicenza, che lasciò prima della fine del campionato dopo aver investito due bambini con la sua automobile, circostanza che lo portò ad abbandonare l'Italia.
Della sua parentesi in questo Paese resta una definizione che diede di lui il giornalista sportivo Gianni Brera, secondo cui Guttmann era «un astuto ebreo-ungherese».

Sul finire del 1956, da allenatore dell'Honvéd, si spostò in Sudamerica per una tournée assieme a celebri giocatori ungheresi come Puskás, Kocsis, Lóránt e Czibor, decidendo di rimanere in Brasile dopo che l'Ungheria si trovò in uno stato di agitazione come conseguenza della rivoluzione contro il regime comunista.
Nel 1957 Guttmann assunse la guida del San Paolo ed importò metodi d'allenamento innovativi, facendo appendere ai pali e alla traversa della porta dei vecchi pneumatici che i giocatori avrebbero dovuto centrare calciando il pallone, un esercizio che intendeva migliorarne la mira; si impegnò inoltre nel perfezionare le doti dell'ala sinistra Canhoteiro, efficace nel dribbling ma non nel tiro, intrattenendosi alla sera con questi in specifiche sedute dall'allenamento al fine di potenziarne le capacità balistiche.
La squadra ebbe in campionato un avvio altalenante, ma con l'acquisizione del campione Zizinho ottenne otto vittorie e due pareggi, vincendo la competizione grazie al trionfo nella partita decisiva contro il Corinthians, avversario in lizza per il titolo, all'ultima giornata (3-1). Nel 1958, anno in cui fu sostituito per sei partite da Manoel Raymundo, Guttmann lasciò il club dopo averlo diretto per novantasette partite complessive, sostenendo di avere dei problemi personali.
L'allenatore ebbe inoltre il merito di introdurre nel Paese sudamericano il modulo 4-2-4, che venne ricalcato dalla Nazionale locale in occasione dei vittoriosi Mondiali del 1958 in Svezia.

Successivamente Guttmann tornò in Europa, stabilendosi in Portogallo. Nel 1958-1959 allenò il Porto, conducendolo subito alla vittoria del campionato; la squadra chiuse con lo stesso numero di punti del Benfica, ma prevalse sul club di Lisbona grazie alla differenza reti favorevole (non vincendo più la competizione per i successivi diciannove anni). Il Porto arrivò anche alla finale della Taça de Portugal, che però perse.
La stagione seguente Guttmann lasciò il club per passare proprio al Benfica, adducendo come motivazione il clima umido della città di Oporto. Chiese una retribuzione che avrebbe potuto raggiungere quattrocento contos complessivi, centocinquanta per la vittoria in campionato, cinquanta per la coppa nazionale e duecento per la Coppa dei Campioni; un dirigente, dubbioso circa la possibilità di conquistare l'ultimo trofeo, rilanciò dicendo di non chiederne duecento ma trecento. L'allenatore, subentrato al brasiliano Otto Glória, confermò il modulo offensivo del collega ma vi aggiunse maggiore concretezza, tagliando inoltre venti giocatori della prima squadra e promuovendone alcuni dalle giovanili. Ancora una volta Guttmann vinse il campionato all'esordio con un nuovo club, occasione in cui il Benfica perse solo una partita, all'ultima giornata, contro il Belenenses.
La squadra si aggiudicò la competizione anche l'anno successivo, infilando di nuovo diversi risultati positivi, tanto che nell'arco di tutto il campionato perse solo sei punti tra quelli a disposizione. Ma soprattutto, in quella stessa stagione, conquistò la sua prima Coppa dei Campioni. Il Benfica sconfisse in finale il Barcellona giocando una gara tatticamente impeccabile, interrompendo così l'egemonia del Real Madrid, vincitore del torneo in tutte le cinque le edizioni precedenti. Il giocatore portoghese José Augusto, che disputò quella partita, ricorda che «si rivelò veramente decisivo il contributo di Béla Guttmann, psicologo per eccellenza, esemplare nel modo in cui ci motivò per la partita, mentre forgiava una strategia che puntava allo strangolamento del calcio degli spagnoli, con Neto e Mário João chiamati a svolgere compiti di considerevole importanza, in quanto in attacco, io, Santana e José Águas, Coluna e Cavém tentavamo di fare il resto, sforzandoci di battere una difesa quasi granitica». Con tale successo, il Benfica ottenne sette vittorie nella manifestazione europea, un record per il club che fu eguagliato quasi trenta anni dopo dalla squadra allenata da Sven-Göran Eriksson nel 1989-1990 e superato nel 2009-2010 da quella di Jorge Jesus (registrando nove volte il massimo risultato). Nel costruire quella formazione, Guttmann fece affidamento su quattro giocatori provenienti dalle colonie portoghesi in Africa: il centravanti José Águas, il portiere Costa Pereira e i centrocampisti Joaquim Santana e Mário Coluna.
Nel 1961-1962 il Benfica si rafforzò con l'arrivo di un altro calciatore di origine africana, il mozambicano Eusébio. Guttmann giocò un ruolo fondamentale nell'acquisizione di questi, giacché fu Bauer (suo giocatore al San Paolo) a segnalarglielo, dopo un incontro nella bottega di un barbiere. Si preoccupò inoltre di far ambientare il nuovo giocatore (allora diciottenne), incoraggiandolo e invitando i compagni a stargli vicino. L'arrivo dell'attaccante, che fu determinante in quella stagione, lo portò a cambiare in parte l'assetto della squadra, facendo in modo che la posizione di Mário Coluna venisse arretrata ed ottenendo una propensione offensiva ancora più spiccata.
La stagione cominciò negativamente. In forza della conquista della Coppa dei Campioni dell'anno precedente, il Benfica disputò la Coppa Intercontinentale contro il Peñarol Montevideo, perdendola dopo tre confronti (vittoria per 1-0 al primo, sconfitta per 0-5 al secondo e per 1-2 ai play-off); Guttmann litigò con la dirigenza accusandola di aver mal organizzato la trasferta, uno dei motivi che a fine annata lo portarono alla rottura col club.
In Coppa dei Campioni il Benfica, dopo aver sconfitto il Tottenham Hotspur in una difficile semifinale, giunse all'atto conclusivo del torneo per il secondo anno di seguito, avendo come avversario il Real Madrid di Puskás e Alfredo Di Stéfano. Il primo tempo si concluse col punteggio di 3-2 per gli spagnoli, ma nello spogliatoio Guttmann, davanti ai giocatori delusi, disse: «La partita è vinta. Loro sono morti». Nella seconda parte dell'incontro operò un cambiò determinante, assegnando a Cavém la marcatura di Di Stéfano al fine di privare Puskás dei rifornimenti; il Benfica vinse per 5-3, grazie anche ad una doppietta di Eusébio.
Il campionato fu concluso al terzo posto, e quando chiesero a Guttmann il perché della mancata vittoria, rispose dicendo che il Benfica «non aveva il culo per sedersi su due sedie», frase che in Portogallo è divenuta celebre.
La conquista della Coppa dei Campioni lo indusse tuttavia a chiedere il pagamento di un premio, ma la dirigenza glielo negò affermando che nel contratto non fosse presente una clausola contenente tale previsione. Come conseguenza, Guttmann lanciò una maledizione:
Da quel momento la squadra ha perso tutte le finali di Coppa dei Campioni disputate, cinque. Nel 1990, in occasione della partita Benfica-Milan che si giocava a Vienna, Eusébio pregò senza successo sulla tomba del suo ex allenatore. Guttmann aggiunse anche che era sua intenzione abbandonare il club per non poter allenare «quattordici commendatori» e che «la terza stagione è quasi sempre mortale per un allenatore».

La conclusione del rapporto col Benfica attrasse l'attenzione del giornale londinese Evening Standard, il quale, avendo notato che il Port Vale era sprovvisto di un allenatore dopo il licenziamento del precedente, con un articolo in prima pagina consigliò l'ingaggio di Guttmann alla dirigenza. Il club inviò una lettera a Guttmann, che però non volle dirigere una squadra della terza divisione.
Andò dunque in Uruguay ed allenò il Peñarol, la squadra che l'anno prima aveva sconfitto il Benfica nella Coppa Intercontinentale, già due volte vincitore della Copa Libertadores grazie alla presenza di importanti giocatori tra i quali Alberto Spencer.
Provò subito a cambiare il modo di giocare, imponendo ai calciatori di passare rapidamente il pallone, ma la tattica si rivelò di difficile attuazione sia perché il calcio uruguaiano era tipicamente propenso alla difesa e al contropiede, sia perché molti giocatori erano ormai giunti all'età matura e dunque refrattari a mutare abitudini di gioco ormai consolidate; Guttmann attribuì però tali problemi al manto erboso dello stadio, che paragonò a «un campo per piantare le patate». Era inoltre anziano ed aveva difficoltà a preparare fisicamente i giocatori, giacché era lui stesso ad occuparsi di tale pratica in allenamento, lavorando di conseguenza poco. Altri aspetti controversi riguardarono alcune scelte tattiche discutibili (in una partita schierò l'attaccante Julio Abbadie da terzino sinistro e in un'altra il terzino Matosas da centrocampista centrale) e la lingua, dato che l'allenatore non parlava lo spagnolo e risolveva mischiando portoghese ed italiano. Nella Copa Libertadores la squadra, campione in carica, raggiunse la finale, perdendola contro il Santos di Pelé dopo tre incontri. La parentesi di Guttmann col Peñarol durò appena cinque mesi, solo al termine dei quali era riuscito ad imparare il nome dei giocatori; fu sostituito in ottobre da Peregrino Anselmo, che conquistò la vittoria in campionato.
Nel 1963 il Benfica provò per la prima volta a riportare Guttmann alla guida della squadra, insoddisfatto del gioco troppo difensivo avuto nella prima stagione senza la sua gestione tecnica, ma il compenso da lui richiesto fu ritenuto eccessivo.
Guttmann tornò successivamente in Austria, dove nel marzo del 1964 fu nominato supervisore della Nazionale affiancando Josef Walter, mentre contestualmente Joschi Walter divenne Capitano Federale dell'ÖFB. Quest'ultimo rassegnò le dimissioni in ottobre stante le difficoltà a riformare il sistema — scopo prefissatosi — e Guttmann fece altrettanto; tra i motivi che portarono il tecnico a questa decisione vi fu anche una campagna stampa antisemita.
Il Benfica si fece di nuovo avanti per la stagione 1964-1965 e Guttmann questa volta accettò, andando tuttavia incontro ad un'annata senza successo.
Nelle ultime quattro stagioni di carriera guidò gli svizzeri del Servette, i greci del Panathinaikos, l'Austria Vienna (da direttore tecnico) ed infine ancora il Porto, senza però arricchire il suo palmarès.






Lo Hakoah di Vienna nel 1925. Guttmann è al centro, vicino alla bandiera
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Béla Guttmann, 1925



Novembre 1953, Béla Guttmann nuovo allenatore al posto di Arrigo Morselli
(dal "Corriere dello Sport")



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Hector Puricelli nuovo allenatore del Milan al posto di Guttmann
(dal "Corriere dello Sport" del 16 febbraio 1955)



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Bela Guttmann abbraccia Gunnar Nordahl, stagione 1954-55
(dalla "Gazzetta dello Sport Illustrata")



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Milano, dicembre 1956: Puskas e Kocsis si allenano all'Arena Civica. A sinistra l'allenatore dell'Honved, Bèla Guttmann, ex rossonero
(by Filippo Fabio Solarino - facebook)





(Archivio Magliarossonera.it)


(Archivio Magliarossonera.it)





Béla Guttmann


(Archivio Magliarossonera.it)





(Archivio Magliarossonera.it)


(da "Il Calcio Illustrato")





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12 marzo 1962, aeroporto di Linate: il Benfica di Bela Guttmann a Milano
per l'amichevole contro la Nazionale Italiana in programma il 14 marzo 1962 (Italia vs Benfica 4-1)



Dal sito footballpoetssociety.blogspot.com
4 marzo 2010 - di Christian Giordano

Se è vero che certi fenomeni d’oltreoceano arrivano in Europa una decina d’anni dopo, al Benfica possono mettersi il cuore in pace. Ancora per qualche stagione la Champions League non sarà cosa loro.
Nel 1918 scattò a Boston “The Curse of the Bambino”, la Maledizione che Herman “Babe” Ruth lanciò ai Red Sox, franchigia locale del baseball professionistico, quando il boss Harry H. Frazee lo cedette ai New York Yankees: senza di me non vincerete più le World Series, disse, e per 86 anni ha avuto ragione: le Calzette Rosse non conquisteranno più il titolo, perdendo 4 serie finali su 4, in Gara7 e in circostanze rocambolesche.
Nel 1962 un analogo anatema lo lanciò ai rossi di Lisbona l’allenatore che li aveva appena portati alla seconda Coppa dei Campioni consecutiva: senza di me non vincerete più la Coppa, disse, e per almeno 43 anni ha avuto ragione: le Aquile hanno perso 5 finali: due a Wembley, 1-2 col Milan nel ’63 e 1-4 con il Manchester United nel ’68; 0-1 con l’Inter a San Siro nel ’65; 6-5 ai rigori con il PSV Eindhoven a Stoccarda nell’88 e ancora contro i rossoneri, 0-1 a Vienna nel ’90. Superstizione o verità, ha funzionato. Pure troppo. Figlio di istruttori di danza ebrei ungheresi, Béla Guttmann nasce a Budapest il 13 marzo 1900. A 20 anni è in prima squadra nel glorioso MTK Budapest (l’attuale MTK Hungária), club di proprietà di facoltosi grossisti ebrei nel quale si rivela centromediano di ottima classe, tecnica sopraffina e un’eleganza sì innata ma affinata da un diploma, preso a 16 anni, di ballerino classico. L’altra sua grande passione, assieme al pallone, che però non gli impedisce di conseguire una laurea all’università di Budapest in scienze economiche.
Il tecnico Marton Bukovi lo promuove titolare quando Ferenc Nyul passa agli ebrei rumeni dell’Hagibor Cluj. L’MTK vince 2 campionati e, a cavallo tra i due successi, e lui debutta in nazionale. Il 5 giugno 1921 Kiss Gyula lo schiera nell’amichevole vinta 3-0 con la Germania e Guttmann lo ripaga segnando, al 29’, il gol del 2-0). Sembra l’abbrivo di una lunga storia d’amore e invece si esaurisce in 4 appena uscite: Béla torna in campo con la selezione magiara il 18 maggio 1924 a Zurigo nella sconfitta (4-2) contro la Svizzera. Le altre presenze le colleziona nella rappresentativa olimpica che a Parigi ’24 supera il turno preliminare (5-0 alla Polonia) prima di uscire, a sorpresa, contro l’Egitto (0-3).
Guttmann è un giocatore affermato ma in patria il calcio, ormai un fenomeno popolare (al suo esordio nell’Ungheria, c’erano 30 mila spettatori), è visto come lo sport della borghesia ebrea decadente. Due squadre, il piccolo Tòrekves (dove era entrato a 17 anni) e il grande MTK, ne sono fra le espressioni più riconoscibili. Inoltre, circolano le prime avvisaglie dell’antisemitismo del regime di Miklos Horthy. Quando Guttmann viene cercato dal relativamente opulento campionato professionistico austriaco, il copione è scontato: Béla passa all’Hakoah di Vienna, club-simbolo dell’ebraismo applicato al pallone ben più di quelli attuali, e piuttosto “scoloriti”, Maccabi Tel Aviv e Hapoel Haifa in Israele, l’Ajax in Olanda e, perlomeno un tempo, il Tottenham Hotspur in Inghilterra.
Come tutti i “simboli”, specie quelli sportivi, essi diventano e restano tali se mietono successi e l’Hakoah li ottiene grazie a giocatori quali Jozsef Eisenhoffer, Sándor Fabian, Richard Fried, Max Gold, Max Grunwald, Jozsef Grunfeld, , Alois Hess, Moritz Hausler, “Fuss” Heinrich, Norbert Katz, Alexander Nemes-Neufeld, Egon Pollak, Max Scheuer, Alfred Schoenfeld, Erno Schwarz, Joseph Stross, Jacob Wagner e Max Wortmann.
Gli autoproclamatsi “Imbattibili ebrei” viaggiano e vincono molto: in Palestina, Romania, Polonia, Lettonia, Lituania e Inghilterra, dove nel 1923, allenati dallo scozzese Billy Hunter, ex di Bolton e Millwall, avevano battuto 5-0 il West Ham (sconfitto 0-2 proprio dal Bolton nell’ultimo atto della Coppa d’Inghilterra, la celebre Finale del cavallo bianco), un successo che destò sensazione, prima ancora che per il punteggio, perché a livello di club era la prima sconfitta a domicilio dei “maestri” inglesi. E che il sodalizio viennese fosse un simbolo extrasportivo lo testimonia quanto scritto, in occasione della trasferta berlinese, da una pubblicazione specializzata: l’Hakoah «aveva contribuito a distruggere la favoletta dell’inferiorità fisica degli ebrei».
Il 17 aprile 1926 al porto di New York attracca il Berengaria, piroscafo di linea (così nominato in omaggio alla regina d’Inghilterra, figlia del re di Navarra Sancio VI e moglie di Riccardo “Cuor di Leone”). A bordo, ci sono squadra e dirigenti dell’Hakoah, invitata per una tournée americana con cui raccogliere fondi per la causa sionista. Davanti ai 46.000 del Polo Ground (record battuto solo dai Cosmos nel ’77), i viennesi perdono 0-3 contro una selezione della American Soccer League. Poco dopo, Guttmann e altri dell’Hakoah firmano per i New York Giants della ASL. Dopo due stagioni (83 gare e due gol), Béla lascia i Giants per entrare negli Hakoah All-Stars, selezione formata da ex giocatori della casa madre emigrati negli Stati Uniti. Nel 1929, in 20.000 stipano il Dexter Park di Brooklyn per la finale della Open Cup tra i newyorkesi dell’Hakoah e il Madison Kennel di St. Louis, battuto 3-0. Dopo la tournée in Sud America del ’30, lascia le “stelle” dell’Hakoah per un breve passaggio nel New York Soccer Club prima di tornare all’ovile nella primavera del 1931. L’anno successivo, dopo 176 partite nella ormai prossima al fallimento ASL, rientra in Austria. Nel ’33 si ritira e comincia una seconda carriera che ne farà uno dei tecnici più preparati, vincenti e innovativi di sempre.
L’avventura in panchina inizia all’Hakoah e, con una buona parola del Ct austriaco Hugo Meisl, prosegue in Olanda, firmando per tre mesi col Twente Enschede. Béla ottiene un grosso premio in caso di conquista del titolo, e quando la squadra – partita per salvarsi – sembra a un passo dal vincere il campionato, accadono sconfitte misteriose, pare indotte dallla dirigenza preoccupata della bancarotta. L’anno dopo è all’Újpest Dozsa di Budapest, che porta subito al titolo nazionale.
Miracolosamente scampato all’Olocausto (che gli uccise il fratello maggiore), vive «con l’aiuto di Dio» e nel biennio 1947-48 cura la parte atletica al Kispest, club dell’omonimo quartiere della capitale, dalle cui ceneri nasceranno la grande Honvéd e quindi la grande Ungheria di Gusztáv Sebes in panchina e del fuoriclasse Ferenc Puskás in campo. Dal padre del Colonnello, Guttmann eredita la guida tecnica della squadra ma, a differenza del predecessore, non ha figli (alla lettera) né figliastri. In tal senso, un aneddoto la dice lunga sul tecnico e sull’uomo. Nell’intervallo di una partita, Guttmann sta per sostituire un difensore ma Puskás junior fa cenno al compagno di restare in campo. Il tecnico non fa una piega, lascia la panchina e sale in tribuna, dove si accende un sigaro e legge una rivista di corse dei cavalli. A fine gara scende negli spogliatoi e si dimette, fedele al suo motto: «Kuscht der Star, kuscht die Mannschaft», liberamente traducibile con “controlla la stella e il gruppo seguirà”. Avevo perso il rispetto da parte della squadra, dirà congedandosi prima di tornarsene a casa in tram.
Quel rispetto, figlio di un carisma e di una signorilità naturali, lo ritrova in Italia, dove rinnova la tradizione aperta dagli ebrei ungheresi Ging, Feldmann, Hirzer (uno dei più forti stranieri visti alla Juventus prima dell’avvento del girone unico), Arpád Veisz e allena dal ’49 al ’56: Padova, Triestina, Milan, Lanerossi Vicenza (28 partite). Con i patavini si salva (decimo posto) ma la squadra, che per esigenze di bilancio ha rimpiazzato la punta inglese Charles Adcock con l’argentino José Osvaldo Curti e schiera in porta la matricola jugosolava Zvanko Monsider, va in crisi nel finale. Il 26 aprile ’50 perde 4-0 a Torino contro la Juventus e Guttmann si dimette. Lo sostituirà il rientrante Pietro Serantoni, che l’anno prima ha lasciato la panchina per motivi di salute. Nei due tornei successivi è alla Triestina come successore di Nereo Rocco, ma al 15° posto del primo anno seguono solo 11 giornate del secondo, perché lo sostituisce Mario Perazzolo. Dopo 9 giornate del campionato 1953-54, dall’11 novembre, è al Milan, dove subentra all’esonerato Arrigo Morselli (che faceva coppia con il DT Antonio Busini). La squadra non ha più Gren, Burini e Annovazzi e i volti nuovi Sørensen, Bergamaschi, Piccinini e Moro non bastano ad andare oltre il terzo posto, a 7 punti dall’Inter (campione con 51) e a 6 dalla Juventus. Il Milan ’54-55, il primo del neopresidente Andrea Rizzoli, figlio dell’editore Angelo, vince lo scudetto ma lo fa senza Guttmann che, si pensa ma non si dice, litiga con il grande acquisto Juan Alberto Schiaffino (dal Penarol) e forse altre star. Trascinata da Nordahl promosso capitano e dai nuovi arrivi Cesare Maldini (avuto a Trieste) e Eduardo Ricagni, oriundo argentino, la squadra parte a razzo (9 vittorie e un pareggio in 10 giornate). La squadra è prima quando due sconfitte all’inizio del girone di ritorno, complice la squalifica di Schiaffino, costano la panchina a Béla, rimpiazzato dall’ex allenatore in seconda Héctor (Ettore) Puricelli. Il clamoroso esonero avrà una risibile spiegazione nell’esasperata rigidezza tattica del tecnico, cui tocca la fine fatta l’anno prima da Alfredo Foni sull’altra sponda dei Navigli.
Nel ’55 avviene una tragedia dalle ripercussioni imprevedibili. In macchina con il connazionale Istvan (Deszo) Solti, sorta di gm-ombra assunto e subito licenziato dall’Inter di Moratti padre, ha un incidente automobilistico nel quale perdono la vita due bambini. Nel ’57, per sfuggire al processo e alla probabile prigione, sale sul primo aereo per il Brasile. In due settimane si accasa al São Paulo del 35enne Zizinho, che trascina i suoi al titolo paulista (3-1 al Corinthians nella finale del 9 dicembre). Nei biancorossoneri gioca anche José Carlos Bauer, ex centromediano della Seleção ai Mondiali del ’50 e del ’54. Nella primavera del ’60, da tecnico del Ferroviario al ritorno da una tournée nel Mozambico, sarà lui a segnalare a Guttmann, nel frattempo approdato sulla panchina del Benfica, un promettente 18enne locale di nome Eusébio. Altro che voci sentite dal parrucchiere, come vuole la leggenda.
La prima stagione portoghese di Béla è però al Porto, che nel 1958-59 perde (1-0) proprio con i rivali storici la finale della coppa nazionale. Il 25 agosto firma per le Aquile, che gli danno carta bianca. Licenzia 20 giocatori e chiede solo due acquisti: Germano in difesa e José Augusto all’ala. Poi promuove in prima squadra i giovani Neto e Cruz.
Con i rossi vince tutto ciò che si può vincere in patria, e conquista per due volte il massimo trofeo continentale. La prima, senza la Pantera nera. Si narra che fu Guttmann ad architettarne il “rapimento”, facendo prelevare Eusébio all’aeroporto di Lisbona per bruciare sul tempo gli emissari dello Sporting. Il mozambicano (costato 20.000 dollari) fu spedito in un villaggio di pescatori nell’arcipelago dell’Algarve e convinto a firmare. Per il Benfica.
Lo squadrone che, con Costa Pereira in porta, Mario Coluna in regia e Jose Aguas in attacco, aveva sorpreso 3-2 a Berna il Barcellona di Kubala, Kocsis, Suárez e Czibor, con l’aggiunta di Eusébio e dell’ala sinistra Mario Simoes si ripete (5-3) ad Amsterdam con il Real Madrid di Santamaria, Di Stéfano, Puskás e Gento. Guttmann, ancora una volta fa centro, adattando il modulo agli uomini che aveva a disposizione; e regalando spettacolo tanto da far dire a Nicolò Carosio, durante la telecronaca: «Questo sì che è calcio, non come in Italia, dove ci sono punte, mezze punte e puntine da disegno». Quell’anno, per motivi di salute (che continuavano dall’infarto patito nella finale col Barcellona) Maurício Vieira de Brito lascia la presidenza. Il successore, António Carlos Cabral Fezas Vital, dura un anno ma fa in tempo a far danni tirando sul bonus da corrispondere all’ungherese. Oltre ai 400 contos l’anno di stipendio più i 150 per la conquista del campionato e i 50 per la coppa nazionale, tra l’ilarità dei dirigenti gliene erano stati promessi 300 (100 in più di quanto richiesto) per la vittoria in Coppa dei Campioni. Tira e molla e alla fine la Coppa gli frutta 4000 dollari in meno del campionato. Per l’ungherese, che già si era legata al dito la pessima organizzazione della trasferta Intercontinentale del ’61 contro il Peñarol (1-0 in casa, 0-5 fuori), da lì alla Maledizione il passo è breve. Lunghissima, invece, è la trasvolata necessaria per raggiungere il suo nuovo approdo, in Uruguay, proprio ai gialloneri di Montevideo, con i quali in due stagioni vince il campionato. Poi arrivano la consulenza alla nazionale austriaca, gli svizzeri del Servette, i greci del Panathinaikos, le minestre riscaldate di Benfica e Porto e una stagione da Dt all’Austria Vienna. A 74 anni, il “buen retiro” nell’appartamento sulla Walfischgasse, vicino al teatro. Fino alla fine, arrivata il 28 agosto 1981 nella capitale austriaca, la vera casa di un cittadino del mondo che ha vissuto come in un romanzo e che di fisso, Maledizione a parte, ha avuto solo un pensiero: insegnare calcio. Il “suo” calcio, un sapido mix tra scuola danubiana, ritmi nordeuropei e furbizia latina.

Dai Balcani alle Ande, la favola del 4-2-4
Il giramondo Guttmann lo applica in una fase ancora embrionale nel Milan del quinto scudetto (1954-55), che muta fisionomia tattica rispetto quella che Lajos Czeizler aveva portato al titolo nel 1950-51, ricalcandola sul WM inglese. Il trio svedese Gre-No-Li si è smembrato: al posto di Gren c’è Schiaffino, Liedholm arretra in mediana (al posto di Annovazzi) e Sørensen (erede di Burini) va a “far legna”. La “diagonale” Liedholm-Schiaffino, sostenuta dai rientri di Ricagni, fornisce puntuali assistenze per Nordahl al centro e Frignani (successore di Renoso) a sinistra; mentre in retroguardia la tecnica di Cesare Maldini e la duttilità di Bergamaschi (che rilevano la coppia Tognon-De Grandi) danno respiro al portiere Buffon (zio del Gianluigi attuale numero uno juventino) e ai terzini Silvestri e Zagatti (rimpiazzo di Bonomi). L’esperimento riesce meglio al São Paulo, nel 1957, e soprattutto nel Benfica campione d’Europa 1962. Al suo arrivo nel club paulista Guttmann trova una squadra in difficoltà e protegge il portiere Poy e la retroguardia (De Sordi e Mauro; Sarará, Vitor Riberto) schierando un secondo marcatore accanto al difensore centrale; dalla cintola in su, carta bianca a Maurinho Amauri, Gino, Zizinho e Canhoteiro. Per la prima volta una squadra brasiliana gioca con 4 difensori “veri”, 3 centrocampisti e 3 attaccanti. È l’alba del 4-2-4 “elastico” con cui il Ct verdeoro Vicente Feola trionferà a Svezia 58, con l’esterno sinistro (Zagallo) che arretra a dar manforte in mediana. Al Benfica, Béla eredita l’impostazione brasiliana data da Otto Glória e la corregge tatticamente con un pizzico di sano realismo europeo. La presenza, accanto al centravanti Aguas, di un secondo uomo-gol quale Eusébio induce Guttmann a insistere sui frequenti ripiegamenti delle ali. A destra José Augusto diventa un centrocampista aggiunto, mentre a sinistra Simoes, con le volate sulla fascia e i cross dal fondo, è il principale rifinitore. Le chiavi del gioco le ha Coluna, con Germano regista difensivo, e i due mediani, Cavem e Cruz, a protezione dei terzini João e Angelo e del grande portiere Costa Pereira. «O pasa-repassa-chuta são indispensáveis para chegar ao golo. Marca e desmarca. Se a bola não é nossa, marca. Se a bola é nossa, desmarca. Este é o principio fundamental do futebol!». Questo, al di là di ogni alchimia e schematizzazione, il calcio arioso e collettivo di Guttmann è semplice: passare il pallone per arrivare in porta. Marcare e smarcarsi. Se la palla non è nostra, marca. Se lo è, smarcati. Il principio fondamentale del calcio è tutto qui.






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Béla Guttmann nel 1966



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15 marzo 2011 - by Sertac

LO STRANO ESONERO DI GUTTMANN
L’allenatore ungherese venne esonerato con i rossoneri in testa alla classifica. Passò alla storia grazie al modulo tattico 4-2-4
L’ungherese Bela Guttmann, giocatore e allenatore giramondo, arrivò al Milan nel novembre del ’53 per rimpiazzare mister Arrigo Morselli. Figlio di ballerini ebrei, a sedici era già istruttore di danza classica. Dopo aver conseguito la laurea in scienze economiche, preferì il calcio, sport che diventava sempre più popolare nella Mitteleuropa degli anni venti. Perse tutti i suoi soldi con il crollo di Wall Street del 1929 e visse da vicino la tragedia dell’Olocausto che gli portò via il fratello maggiore. Guttmann riparò in Svizzera, eclissandosi fino al crollo del nazismo.
Il suo arrivo al Milan è datato novembre del ’53. Dopo un periodo dal rendimento altalenante, la squadra venne affidata all’ungherese. I rossoneri, però, non riuscirono a restare sulla scia dell’Inter anche a causa di alcune cessioni (Gren, Annovazzi, Burini), chiudendo al terzo posto l’ultima stagione caratterizzata dalla presidenza Trabattoni, il massimo dirigente che aveva riportato lo scudetto in casa milanista dopo 44 anni.
La stagione seguente fu la prima dell’Era Rizzoli, periodo tra i più gloriosi del club rossonero. Acquisti di altissimo spessore, Schiaffino su tutti, campione del mondo con l’Uruguay nel ’50. Pepe esordì con una doppietta alla Triestina alla prima di campionato. Bela Guttmann programmò ogni dettaglio della stagione 54/55 e la partenza a razzo (9 vittorie e un pareggio nelle prime dieci giornate) sembrò il miglior viatico verso lo scudetto.
Impressionante la media gol (quasi tre gol realizzati a partita), attacco schiacciasassi, difesa ermetica, squadra solida ed avversari seminati. Come lo scalatore che parte sparato all’inizio della salita e riesce a seminare il resto del gruppo, bloccato sui pedali. Poi, improvviso, arrivò il black out. Il leone si ritrovò cerbiatto, il predatore divenne pavido, incapace di far spaventare persino un topo influenzato. Contro l’Udinese, sorpresa di quella stagione, la capolista beccò due gol negli ultimi quattro minuti, facendosi raggiungere sul 2-2.
Il lampo d’orgoglio della capolista ferita portò alla vittoria in trasferta contro la Juventus, seconda in classifica. La squadra, però, non era più la stessa delle prime dieci partite. A Guttmann furono fatali due sconfitte consecutive all’inizio del girone di ritorno: il 4-3 subito a Trieste ed il clamoroso rovescio interno (1-3) contro la Sampdoria. Si parlò di “penoso k.o”, il corrispondente de La Stampa di Torino, nella cronaca della partita, aggiunse: “Responso severo… ma del Milan irresistibile d’inizio stagione è rimasto uno sbiadito ricordo”.
Stanchezza e sfaldamento erano le sole cose che trasmetteva l’undici di Guttmann. Sembrava quasi che un “flusso malefico” si fosse impadronito della squadra, annebbiandone il gioco ed indebolendo le gambe dei giocatori. Così Leo Cattini chiuse il suo pezzo per il quotidiano torinese: “Il pubblico, che aveva sostenuto la propria squadra anche nei momenti di grigiore, mostrava infine il suo risentimento sfogandosi con fischi e invettive”.
La Sampdoria, che stazionava nella parte bassa della classifica, mise in riga la prima della classe con una tattica all’insegna di marcature strette e anticipo. La vittoria ligure fu ineccepibile. La prima sconfitta casalinga dei rossoneri fu il canto del cigno del tecnico ungherese sulla panchina del diavolo.
L’assenza di Schiaffino, appiedato per sei turni dal giudice sportivo, si rivelò difficile da metabolizzare e con le rivali minacciosamente più vicine, i vertici societari pensarono di dare una scossa all’ambiente. Del resto, come accade dalla notte dei tempi del gioco del football, quando le cose vanno male l’allenatore paga per tutti e per colpe non solo sue. La complessità della crisi rossonera, improvvisa quanto repentina, forse avrebbe meritato qualche cautela in più.
In fondo, senza infortuni e squalifiche, Guttmann avevano dimostrato di saper condurre ottimamente il gruppo milanista, da buon stratega, capace di dare gioco e sicurezza alla squadra. La triade dirigenziale di allora (Rizzoli, Busini e Carraro) addebitò al magiaro la responsabilità della precaria condizione atletica di tanti giocatori. Alcuni parlarono di “troppi bagni caldi” dopo gli allenamenti che finivano per “rammollire” i giocatori.
La versione “razionalista” prevalse sull’imponderabilità di certe dinamiche calcistiche. L’esperto Leone Boccali collegò il calo del Milan alla mancanza forzata di Schiaffino, appiedato dal giudice sportivo. Poco prima dell’esonero, il mister aveva cenato con il presidente Rizzoli, discutendo della tattica per il prossimo impegno. Subito dopo ebbe inizio il consiglio direttivo mentre Guttmann e consorte, insieme a Malatesta, tecnico delle giovanili, attendevano in un bar poco distante dalla sede.
Alle 23, un dirigente chiamò l’allenatore, invitandolo a recarsi in sede. L’ungherese fu telegrafico nella sua relazione. “Le nazionali e gli infortuni mi hanno privato degli uomini migliori. In fondo siamo sempre in testa, con un po’ di pazienza possiamo venir fuori da questa crisi. Mi ci vuole tempo”. E a chi lo accusava di farsi suggerire la squadra da Busini, Guttmann replicò deciso: “La squadra l’ho sempre fatta io, nessuno ha mai fatto pressioni”.
Mezzora dopo, l’allenatore tornò al bar e il “conclave” dirigenziale milanista proseguì per quasi due ore. Quando fu richiamato in sede gli comunicarono l’esonero. La ragione? Psicologica, fu detto. Motivazione poco convincente e quasi risibile. Con un abbozzo di sorriso e in stile anglosassone, Bela Guttmann salutò tutti ed uscì di scena. Era il febbraio del 1955. A notte fonda, venne contattato il nuovo allenatore, Hector Puricelli, che accettò subito l’incarico, conducendo il Milan allo scudetto.
Alcuni anni dopo, Guttmann salì sul trono d’Europa, vincendo la Coppa dei Campioni alla guida del Benfica, la squadra che interruppe la dittatura del “Grande Real”, sospinta dalle prodezze di Eusebio. L’ex tecnico milanista, inventore del sistema 4-2-4, adottato dal Brasile campione del mondo nel ‘58, morì nel 1981. I resti di Guttmann riposano nel settore ebraico del cimitero di Vienna.