William Thomas GARBUTT
"Willy"

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Scheda statistiche allenatore
  William Thomas GARBUTT

Nato il 09.01.1883 a Stockport Cheshire (ING), † il 23.02.1964 a Leamington (ING)

Allenatore, m ....., kg .....

Stagioni al Milan: 1, 1936-37 (subentrato a Baloncieri il 6 dicembre 1936)

Soprannomi: “Willy”, “Mister Pipetta”

Esordio sulla panchina del Milan in gare ufficiali e in Campionato (Serie A) il 06.12
.1936: Genova 1893 vs Milan 0-1

Ultima partita sulla panchina del Milan
il 02.06.1937: Genova 1893 vs Milan 2-1 d.t.s. (Coppa Italia)

Totale panchine in gare ufficiali: 26

Palmares rossonero: 1 Coppa Primato (1936-37)




Ha giocato con il Reading (*), il Blackburn Rovers (*) e il Woolwich Arsenal London (*).

Ha allenato anche il Genoa (A, 1912-1927, 1937-38, 1939-40, 1945-46), la Roma (A, 1927-29), il Napoli (A, 1929-35), il Bilbao (1935-36), l'Orsogna (1943-44).

E' stato consigliere di Vittorio Pozzo e Capo della Commissione Tecnica nella Nazionale Italiana

"Innamorato dell'Italia, predica un calcio aggressivo e leale, piace ai dirigenti per la sua signorilità. Niente polemiche, neppure quando a Napoli, nel '35, lo accusano di non saper resistere al vino, né agli alcolici. Lui toglie il disturbo e si sistema al Milan. Poi torna al Genoa, il Club che per primo l'ha ingaggiato. Ha guidato anche la neonata Roma." (Dal "Dizionario del calcio italiano", Baldini & Castoldi, 2000)



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William Thomas Garbutt sulla rivista "Il Calcio"


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Articolo di William Garbutt
(da "Lo Sport Illustrato" del 15 marzo 1914)






(da "Il Calcio Illustrato")



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Cartolina del 1908, spedita da mister Garbutt al suo amico e collega Jimmy Cantrell
(by Riccardo Grossi - facebook)
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(da "La Stampa Sportiva" del 7 gennaio 1915)



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(da "La Domenica Sportiva" del 9 ottobre 1927)
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Garbutt al Genoa, giugno 1939
(da "Il Calcio Illustrato")



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3 dicembre 1936, Garbutt è il nuovo allenatore
(dal "Corriere della Sera")



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William Garbutt e Renzo De Vecchi, 1952-53
(da "Il Calcio Illustrato")
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(da "Il Littoriale")



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Libro "Mister William Thomas Garbutt", di Biagio Angrisani, 2004
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Prefazione del libro "Mister William Thomas Garbutt",
di Biagio Angrisani, 2004



Dal sito settoretecnico.figc.it
di Pierre Lanfranchi - NewsLetter n. 4, edizione del 30/6/2000

MISTER GARBUTT, IL PRIMO PROFESSIONISTA
Dopo la partenza di Spensley e dei sostenitori del dilettantismo puro, tre dirigenti del Genoa decidono nel 1911 di investire forti somme per ristabilire la supremazia del club, sia a livello locale che nazionale. Il Genoa costruisce un nuovo impianto, capace di ospitare 25.000 spettatori, a Marassi, su un terreno offerto da un dirigente e grazie ai prestiti dei soci. Per riempire lo stadio e le casse societarie, la squadra deve ottenere risultati. A questi fini e dopo un campionato disastroso finito alle spalle dell'Andrea Doria, il direttorio del club, nel luglio del 1912, ingaggia un allenatore professionista, William Thomas Garbutt, 29enne ala destra del Blackburn Rovers.

Figlio di un falegname di Stockport, nella periferia di Manchester, Garbutt possedeva una solida esperienza da calciatore professionista. Dopo un periodo di tre anni nell'esercito, aveva firmato nel 1905 il suo primo contratto di lavoro come calciatore con il Reading nella Southern League. Ma è nei sei anni successivi con il Woolwich Arsenal ed il Blackburn che si era fatto un nome, giocando più di 130 partite nella prima divisione della Football League.

Purtroppo, la sua carriera era stata spesso interrotta da vari infortuni e, nella stagione precedente il suo arrivo in Liguria, riuscì a giocare un'unica partita nella squadra che si era aggiudicata il titolo di campione d'Inghilterra. Così decise di lasciare il calcio attivo per dare seguito alle proposte del Genoa. Esistono versioni contrastante per quanto riguarda la scelta di Garbutt. Secondo alcuni sarebbe stato Vittorio Pozzo a proporlo ai dirigenti liguri (1). Altre fonti (2) fanno il nome di Thomas Coggins, un traduttore irlandese responsabile dei giovani del Genoa, che avrebbe chiesto al fratello di fare da tramite con i dirigenti. Altri infine, più semplicemente, parlano di un suggerimento da parte del giocatore inglese del Genoa Wallsingham, amico di Garbutt (3).

Numerosi altri calciatori britannici lavoravano all'epoca come istruttori sul continente, principalmente nell'impero austro-ungarico. Nel primo studio storico sul calcio inglese, James Walvin ha usato, per definire questi allenatori inglesi che andavano in giro per il mondo all'inizio del secolo, il termine poco qualificante di calciatori peripatetici (4).

Il bravo Garbutt aveva lasciato l'Inghilterra per guadagnare soldi e mantenere la famiglia, perché, come diceva un'altro allenatore inglese di stanza in Belgio: Non sarebbe stato possibile ottenere ingaggi decenti in Inghilterra per questo lavoro (5). L'ingaggio di un allenatore con una vasta esperienza da calciatore professionista costituiva per il calcio italiano una novità assoluta. La funzione di allenatore era tutta da inventare. Le squadre venivano scelte e preparate dal capitano, dal segretario o da un altro dirigente, secondo il principio del più completo volontariato. D'altro canto, i regolamenti vietavano il professionismo sia per i giocatori che per gli allenatori. Si trattò dunque di trovargli un altro impiego. Cosi Garbutt divenne ufficialmente consulente per la ditta del dirigente Davidson e venne pagato in mille ridicoli modi, gonfiando bollette e ricevute (6).

L'ingaggio di Garbutt doveva permettere di convertire i giocatori agli atteggiamenti ed alle tecniche dei professionisti. Una cosa è certa, Garbutt non si trovò affatto spaesato con la squadra del Genoa. I britannici in prima squadra erano sette, oltre a due svizzeri. Si può supporre che fosse stato più difficile per i locali che per i forestieri capire il linguaggio degli allenamenti.

La cura diede ottimi risultati. Garbutt introdusse nuovi esercizi del tutto inediti e diede importanza alla tattica ed alla preparazione fisica.

Proseguendo nella stessa logica, il Genoa compì un'altro passo verso il professionismo offrendo, l'anno successivo, un assegno di 2.000 lire a due giocatori dell'Andrea Doria (Sardi e Santamaria) e convincendo un giovane giocatore del Milan e della nazionale, Renzo De Vecchi, a trasferirsi a Genova. Dopo la limitazione degli stranieri a due per squadra, decretata dalla federazione nel 1913, si trattava, come scrisse il Guerin Sportivo, di comperare i più noti indigeni, in commercio (7).

Sardi e Santamaria, furono colti sul fatto mentre stavano incassando l'assegno. Giudicati da un tribunale federale furono inizialmente squalificati a vita, pena poi ridotta a due anni. Sintomatico dei costumi del calcio, alla vigilia della prima guerra mondiale, questo primo processo per professionismo fece scrivere: Meglio quattro campioni in meno ma un po' d'onestà in più (8).

Tutti gli esempi conosciuti di pagamento di giocatori per l'attività calcistica riguardavano piccoli borghesi, impiegati o commercianti. Non si era ancora avverato il rischio, temuto dai guardiani del tempio del dilettantismo, di contagio del mondo operaio tramite il professionismo, come accaduto in Inghilterra. Rimaneva essenziale, per i dirigenti, tutti membri della borghesia tradizionale, evitare il pericolo di una democratizzazione ad oltranze e di un arricchimento tramite la pratica sportiva. Si rivelò istruttiva, a questo proposito, la linea di difesa del Genoa scelta da Edoardo Pasteur nel processo contro Sardi e Santamaria. Cercò di provare che lo scopo del Genoa era stato di consentire ai giocatori, per altro regolarmente impiegati in un'azienda genovese, un prestito. Lo avrebbero richiesto per ottenere agevolazioni militari e per poter rimanere a Genova. Riuscì così a convincere il tribunale sportivo e l'unica colpa ricadde sui giocatori.

Nel caso De Vecchi, l'inchiesta federale non riuscì a provare la colpa del giocatore e la federazione fu costretta a concedere il nulla osta al trasferimento. Impiegato di banca a Milano, De Vecchi aveva accettato un'offerta della Banca commerciale italiana di Genova con un sostanzioso aumento di stipendio. Seguendo una logica sacrosanta nell'Italia liberale, venivano concessi trasferimenti solo per spostamenti di lavoro. E però indubbio che il giocatore aveva ricevuto un ingaggio da parte del Genoa, ingaggio sull'entità del quale esistono solo supposizioni (9).

Alla vigilia della guerra, vengono emessi messaggi contrastanti. Da una parte sembrava che il professionismo avesse smesso di fare paura. Il placet concesso a Garbutt e l'invito del Reading, squadra di professionisti inglesi, per una tournée contro tutte le maggiore squadre del Nord (1913), dimostrano un lento mutamento di mentalità. Dall'altra parte, però, quando, nell'estate del 1914, Vittorio Pozzo organizzò con i giocatori del Torino la prima tournée in Sudamerica di un club italiano, non si parlò di compensi. I giocatori potevano permettersi una prolungata assenza poiché erano tutti, nelle parole stesse del futuro commissario tecnico, ragazzi di buone famiglie come il nobile Vittorio Morelli di Popolo (10).

Dopo la guerra, dare delle pedate ad un pallone diventa una passione di massa su scala europea e si assiste ad un fenomeno che travolge le frontiere nazionali. In Italia il numero delle società calcistiche triplica in tre anni, passando da 400 nel 1920 a 1.120 nel 1923. Pochi mesi dopo il suo ritorno a Genova dalle trincee della Somme, William Garbutt, in una lettera al settimanale sportivo inglese Athletic News dell'8 dicembre 1919, osserva: Il calcio in Italia è in costante progresso e le squadre sorgono dappertutto come funghi.

Sempre più spesso, quindi, per gestire i calciatori, i presidenti di squadre si appoggiano su professionisti stranieri. Caso unico in Europa, il professionismo in Italia inizia a diffondersi con gli allenatori, prima di generalizzarsi ai giocatori. La professionalizzazione segue le leggi dello spettacolo e dell'industria, è una spettacolarizzazione che necessita di un regista, personaggio chiave tra il produttore e gli attori. Cruciale ed atipico diventa il ruolo e la figura dell'allenatore, primo stipendiato fisso del calcio italiano. La letteratura sportiva ha dedicato poca attenzione al fenomeno. Però, tra il 1920 e il 1926, la figura dell'allenatore straniero si diffonde in tutta Italia. Hermann Felsner arriva al Bologna nel dicembre del 1920. Laureato in legge all'Università di Vienna viene descritto come un "gentiluomo perfetto" che ha militato nel First Vienna FC, il club della buona borghesia della città imperiale. Il suo arrivo coincide con la crescita del calcio bolognese: La squadra rossoblu fino allora considerata quantité négligeable di colpo balzò alla ribalta della maggior notorietà (11). Per testimoniare il suo ruolo, viene scelto, accanto al capitano della squadra Badini, per la fotografia di copertina del primo numero della rivista pubblicata dalla squadra calcistica bolognese (12). Dalla fisionomia assomiglia più allo sportsman all'antica che al calciatore mercenario, con il lungo bocchino tra le labbra e gli occhiali a pince-nez. Felsner svolge, accanto al mestiere di allenatore, l'attività di cronista dall'Italia per la stampa sportiva viennese. Rimarrà per più di vent'anni in Italia, associando il suo nome allo stile del Bologna ed al metodo austriaco fatto di passaggi corti e di raffinatezza nel tocco di palla. Il presidente del Bologna, Medica, lo aveva reclutato attraverso un annuncio pubblicato nella stampa viennese (13). Subito, i benefici del razionale allenamento impostato [da Felsner] si fecero notare scrive "Il calcio" in una serie di articoli dedicati agli allenatori stranieri (14).

L'allenatore diventa il tecnico chiamato ad educare fisicamente e tatticamente i giocatori. Nel mondo dei dirigenti di calcio dove domina l'idea positivistica del progresso e della cultura tecnologica, viene considerato essenziale l'apporto dei tecnici stranieri, in primo luogo degli inglesi e dei danubiani, capaci di importare metodi e organizzazione ancora sconosciuti ai calciatori locali (15). Garbutt definisce così il suo lavoro: Dopo tre anni in Francia [come soldato], sono di ritorno [a Genova] dove mi sento molto bene. Quattro o cinque volte alla settima insegno ai ragazzi locali come si deve giocare a calcio (...) Mi stupisce che si deve andare all'estero per poter insegnare il calcio. E vero che in Inghilterra - la patria del calcio - non viene impiegato nessun coach, o per lo meno pochissimi (16). Proseguendo nel suo intento didattico di diffondere l'insegnamento calcistico, Garbutt spiega, nei minimi particolari, ai lettori della rivista Genoa Club nel 1922, lo svolgimento degli allenamenti dei professionisti inglesi. L'anno successivo viene accolta la sua richiesta di installare docce calde negli spogliatoi "come in Inghilterra". I due successi consecutivi del Genoa in campionato (1923 e 1924) vengono attribuiti alla scienza del 'Mister'. Ricorda a questo proposito De Vecchi: Personificava il tipo del vecchio gentleman inglese scendeva in campo per insegnare (17). Fedeli alla tradizione inglese nel calcio italiano, altri dirigenti ingaggiano allenatori britannici. Robert Spottishwood prende in mano l'Inter nel 1921 e Herbert Burgess, quarantenne anziano giocatore del Manchester United, amico di Pozzo dal tempo della sua permanenza in Inghilterra, viene chiamato dal Padova. E quando lo stesso Pozzo diventa, all'inizio del 1924, commissario unico della nazionale in vista delle olimpiadi di Parigi, chiama naturalmente Garbutt, aiutato da Burgess, ad allenare gli azzurri. A Livorno è un irlandese, John Kirwanall ad allenare una delle squadre emergenti della Toscana.

Però, l'apporto degli allenatori britannici viene ridimensionato quantitativamente dall'arrivo dei tecnici danubiani. L'ungherese Leo Schaffer - anch'esso laureato - arriva a Brescia all'inizio del 1923 dopo che l'avvocato Masperi, presidente della società lombarda, aveva chiesto direttamente alla federazione ungherese un trainer (18). Il profilo di altri allenatori ungheresi approdati in Italia presenta dei borghesi benestanti. Per esempio Imre Payer, nato nel 1887 in una famiglia che gestiva due alberghi e possedeva aziende agricole, diplomato in una scuola superiore di commercio, che fu capitano della nazionale d'inizio secolo. Dopo cinque anni sotto le armi aveva lasciato, nella scia di molti intellettuali ed industriali, la patria con l'avvento della Repubblica dei Soviet di Bela Kun. La situazione interna dell'Ungheria - con la guerra civile, una crisi economica divenuta endemica ed una forte disoccupazione - spiega la forte immigrazione verso l'Italia. Con la crisi vacilla lo statuto della borghesia urbana ungherese. Insegnare calcio all'estero diventa una risposta alla precarietà ed una scelta obbligata. A Napoli, nel 1922, l'Internazionale ingaggia Bino Skasa, a Savona, arriva Jenò Karoly, Josef Ging insegna a Udine e Gyòrgy Kòszegy al Prato. Quest'ultimo è stato scelto nell'intento di elevare la squadra all'altezza di quelle migliori consorelle d'Italia. Il Prato ha voluto assumere un maestro di tecnica e delle discipline calcistiche, affinché anche i nostri giocatori apprendendole abbiano a trarne sano profitto migliorandosi e completandosi. Nel regolamento interno della squadra pratese viene specificato il ruolo dell'allenatore: I giocatori sono affidati esclusivamente alle cure del trainer.. devono seguire in modo assoluto l'orario degli allenamenti.. Il trainer è l'unica autorità sul campo.. le sue decisioni sono inappellabile (19).

In sintonia con l'aria del tempo, si adattano meglio i danubiani degli inglesi. Politicamente, l'Italia, uscita sconfitta dai trattati di Parigi, si avvicina alla Mitteleuropa quando l'Inghilterra si chiude nel suo tradizionale splendido isolamento. Nota lo storico inglese Eric Hobsbawm sull'importanza del calcio danubiano nella nuova definizione della nazione: Risulta piuttosto difficile non cogliere un aspetto rituale nei primi incontri internazionali organizzati nel continente, in particolare in quello tra Austria e Ungheria... Gli atleti diventavano l'espressione della loro comunità frutto d'immaginazione (20). Il calcio era diventato un fenomeno popolare. In piena guerra civile, le partite di calcio, a Budapest, riunivano ancora un pubblico di 30.000 spettatori. I risultati nei confronti internazionali e le numerose trasferte di squadre danubiane nella penisola confermavano la superiorità del gioco mitteleuropeo. A Budapest il calcio era spesso visto come lo sport della borghesia ebrea decadente. Due squadre, il MTK ed il Tòrekves, ne erano l'espressione. Molti degli ungheresi trasferitosi in Italia erano ebrei come Ging, Feldmann, Hirzer o Arpàd Veisz. L'inserimento nella società italiana veniva anche facilitato dalla conoscenza della lingua e dei modi di vita italiani, di gran lunga superiore ai colleghi inglesi. E ancora una volta Gianni Brera a cogliere una delle ragioni essenziali di questa richiesta di allenatori stranieri: I piccoli borghesi italiani giunti a fama calcistica erano riluttanti a scegliere la precaria carriera di tecnico. Si sarebbero decisi a quel passo - non ancora socialmente apprezzabile - soltanto con gli anni Trenta (21).

Fra gli italiani sono poche le eccezioni. Carlo Carcano, centro-mediano dell'Alessandria e della nazionale, sceglie la professione di allenatore nel 1925 quando firma un contratto con l'Internaples. La Pro Vercelli, chiusa come sempre ai forestieri, sceglie la via interna con due vercellesi illustri: Guido Ara e il ragioniere Giuseppe Milano. Per tutto l'arco del ventennio fascista, gli allenatori danubiani sono in maggioranza sia in serie A che in B. E' una immigrazione a lungo termine. La maggioranza degli allenatori negli anni trenta erano stranieri già presenti in Italia da un decennio.

Gli allenatori di fama iniziano a guadagnare bene. Garbutt, nel 1923 riceveva uno stipendio mensile di duemilacinquecento lire dal Genoa. Con la vittoria dello scudetto, l'anno successivo, gli fu concesso un sostanzioso aumento. Jenò Karoly percepiva anche lui, nel 1924, 2500 lire al mese anticipati dalla Juventus. Era più del doppio dello stipendio medio di un avvocato torinese, il che spiega la scelta dei laureati in legge Felsner e Schaffer di proseguire la carriera sportiva nella penisola. Non a caso questi allenatori stranieri riuscirono a vincere tutti gli scudetti in palio dal 1923 al 1930.

NOTE:
(1) "Il Calcio", 1 marzo 1924. Il giornalista inglese Brian Glanville propone una visione romantica ed assai improbabile del loro primo incontro, Soccer round the Globe, The Sportmans Book Club, London, 1961, pag. 59.
(2) "Il Secolo XIX", 25 febbraio 1964.
(3) "Il Calcio Illustrato", 8 marzo 1964.
(4) WALVIN, The people's game, cit. 107. Sullo stesso argomento T. MASON, Some Englishmen and Scotsmen abroad: the spread of world football, in A. TOMLINSON, G. WHANNEL (a cura di), Off the Ball, Pluto Press, London, 1986, 67-82.
(5) Lettera di Maurice Bunyan al giornalista James Catton del 2 dicembre 1920, nel fondo d'archivio dell'Arsenal, Catton Folders BC-201, citato da TAYLOR, Pround Preston, cit., 243.
(6) G. BRERA, F. TOMATI, Genoa, Amore mio, cit., 66.
(7) P. FACCHINETTI, Dal football al calcio, cit., 11.
(8) Ivi, pag. 11.
(9) G. BRERA, Storia critica del calcio italiano, cit., 55, parla di 24.000 lire, un somma certamente al di sopra della realtà.
(10) V. POZZO, Campioni del Mondo. Quarant'anni di storia del calcio italiano, CEN, Roma, 1960, 32; P. DIETSCHY, Football et société à Turin 1920-1960, Tesi di dottorato, Università di Lione, 1997, 106.
(11) I nostri trainer in "Il Calcio", 12 aprile 1924.
(12) "BFC, periodico quindicinale del Bologna FC", 1, 1921, 1
(13) G. MARCHESINI (a cura di), La storia del Bologna, Casa dello sport, Firenze, 1988, 51; R. LEMMI GIGLI, G. C. TURRINI (a cura di) "La lunga linea rossoblu", in Il mezzo secolo del Bologna, Poligrafia Il Resto del Carlino, Bologna, 1959, 78-81; G. CIVOLANI, 70 anni di serie A. Storia del Bologna calcio, Calderoni, Bologna, 1979, pag. 7 lo definisce "inimitabile maestro di arte calcistica".
(14) Vedi nota 11.
(15) Si veda a proposito dell'influenza del pensiero positivistico nella formazione dei tecnici in Italia F. BUGARINI, "Ingegnere, architetti, geometri: la lunga marcia delle professioni tecniche", in W. TOUSIJN (a cura di), Le libere professioni in Italia, Il Mulino, Bologna, 1987, 305-335.
(16) "Athletic News", 8 dicembre 1919.
(17) R. DE VECCHI, "Il mio vecchio mister", in "Il Calcio Illustrato", 21 febbraio 1952.
(18) Si diffonde attorno al 1920 la parola "Trainer" per definire la professione di allenatore. In inglese, lo stesso mestiere viene chiamato "Manager" o "Coach". Il termine "Trainer" sembra solo definire un preparatore atletico. In tedesco, invece, la parola Trainer sembra avere lo stesso significato italiano. Potremmo chiederci se non si tratta di un apporto del tedesco, attraverso gli austriaci, e non dall'inglese come si potrebbe pensare. Wolfgang Schweickard nella sua ricerca sul linguaggio calcistico italiano vede, da parte sua, solo nella parola un apporto inglese. Die "cronaca calcistica". Zur Sprache der Fussballberichterstattung in italienischen Sportzeitungen, Niemeyer, Tubingen, 1987, pag. 47, 65, 70.
(19) Regolamento di disciplina per i giocatori del Prato SC, 5 ottobre 1921, riprodotto in G. C. TATI, Associazione Calcio Prato, Nuova Fortezza, Livorno, 1989, pag. 48 e 49.
(20) E. J. HOBSBAWM, Nazioni e nazionalismo dal 1780. Programma, mito, realtà, Einaudi, Torino, 1991, pag. 167-168.
(21) G. BRERA, Il mestiere del calciatore, Baldini & Castaldi, Milano, 1994, pag. 141.