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FINALE
22 maggio 1963, Milan vs Benfica 2-1







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Eusebio contrastato da Benitez
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Gino Pivatelli in azione



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Con un improvviso cambio di direzione, Gianni Rivera sbilancia e lascia sul posto Fernando Cruz
(by Lucia Ravenda)



Gianni Rivera in azione



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Torres contrastato da Cesare Maldini, tira in porta, Ghezzi gli esce incontro
(Archivio Magliarossonera.it)
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Giorgio Ghezzi in anticipo su un attaccante portoghese
(per gentile concessione di Roby Rolfo)



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Il gol di Eusebio, che apre le marcature
(Immagine a destra, per gentile concessione di Gianni Morelli)
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Il gol di Eusebio
(per gentile concessione di Renato Orsingher)





Istantanea del gol di Eusebio
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Altafini e Costa Pereira
(per gentile concessione di Gianni Morelli)



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David anticipa Eusebio e rilancia l'azione del Milan. Sullo sfondo un giovanissimo Rivera
(per gentile concessione di Gianni Morelli)
Sotto a sinistra, la stessa immagine in una cartolina d'epoca
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Trapattoni e Trebbi liberano l'area rossonera
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Un'azione d'attacco di Altafini



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Cesare Maldini contrasta Eusebio
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Costa Pereira anticipa Gino Pivatelli
(per gentile concessione del M.C. Inossidabili)



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(Archivio Magliarossonera.it)
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Cesare Maldini in azione
(per gentile concessione di Renato Orsingher)



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Uscita alta di Giorgio Ghezzi su un attaccante portoghese
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Un'altra azione d'attacco di Altafini



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Due frammenti del secondo, decisivo tempo della sfida di Wembley, 1963. Nel primo, José Augusto è impegnato
in una mezza rovesciata, tra Santana e Dino Sani. Più lontani, Mora e Humberto Fernandez osservano l'azione.
Nel secondo, il "Kamikaze" e Maldini difendono su Torres, mentre Trapattoni accorre in aiuto
(by Lucia Ravenda)



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Il primo gol di Josè Altafini
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La rete del vantaggio rossonero, siglata ancora da Altafini
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Un'altra immagine del secondo gol di Altafini
(per gentile concessione di Renato Orsingher)



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Il secondo gol di Altafini, che ribatte in porta la respinta del portiere


La rete della vittoria rossonera a Wembley
siglata da Josè Altafini, visto dal retro porta



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Il portiere del Benfica Costa Pereira in presa alta su Altafini
(per gentile concessione del M.C. Inossidabili)



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Un'altra immagine del secondo gol di Altafini,
con il primo tiro ribattuto (nel riquadro)




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Il secondo gol di Altafini, con Costa Pereira che ribatte il primo tiro di Altafini
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L'esultanza di Altafini dopo il secondo gol




La sequenza in quattro tempi del gol di Josè Altafini che porta in vantaggio il Milan nella finale di Wembley






L'esultanza di Altafini dopo il secondo gol



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Istantanee delle due reti di Altafini
(per gentile concessione di Ivano Michetti)



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Il secondo gol di Josè Altafini


Uscita di pugno di Giorgio Ghezzi



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Un attacco di Dino Sani alla porta del Benfica



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(dal sito www.gahetna.nl)
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(dal sito www.gahetna.nl)





Eusebio inseguito da Trapattoni





Gianni Rivera soccorre Altafini colpito da crampi


Rivera e Mora abbracciano Josè Altafini



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(dal sito www.gahetna.nl)



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A Wembley la partita è terminata, il Milan ha vinto in rimonta la sua prima Coppa dei Campioni. L'autore della doppietta che ha piegato il Benfica, José Altafini, esce dal campo sfinito e senza maglia, ora cimelio di uno dei tanti tifosi che, trattenuti a stento dai bobbies, si sono riversati sul terreno di gioco al triplice fischio. Accanto al brasiliano, oltre la persona che lo copre gentilmente con un soprabito, c'è un altro forte attaccante rossonero, marcatore di ben sei reti nelle gare di Coppa precedenti, Paolo Barison, grande assente in finale per motivi puramente tattici
(by Lucia Ravenda)



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La partita si è conclusa e il Milan può festeggiare la prima Coppa dei Campioni
della sua gloriosa storia, mentre i bobbies londinesi si apprestano a cacciare
dal campo i pacifici invasori.. o almeno ci provano
(by Lucia Ravenda)
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Il fuoriclasse del Benfica, Eusebio, deluso per la sconfitta, esce dal terreno di Wembley insieme ad un compagno, portando sulle spalle un ricordo speciale:
la maglia di un'altra giovane stella, Gianni Rivera
(by Lucia Ravenda)



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(dal sito www.gahetna.nl)
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(dal sito www.gahetna.nl)





I giocatori rossoneri si apprestano a salire sul palco
per ricevere la Coppa dei Campioni (da ESPN Classic)


Cesare Maldini sta per ricevere la Coppa dei Campioni
(da ESPN Classic)



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Cesare Maldini alza la Coppa dei Campioni
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Cesare Maldini, Pivatelli e Ghezzi e Nereo Rocco sfilano
tra i tifosi con la Coppa dei Campioni appena conquistata
(Archivio Magliarossonera.it)



Due istantanee della premiazione



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I giocatori del Benfica, saliti sul palco per ritirare la medaglia d'argento





Al termine di Milan vs Benfica un tifoso rossonero entra in campo, un bobby lo insegue (da ESPN Classic)




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I giocatori rossonero osannati dai tifosi dopo la finale


Stupenda immagine di Cesare Maldini (con la maglia del Benfica)
con la Coppa dei Campioni inseguito da un tifoso rossonero




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Cesare Maldini con la Coppa dei Campioni inseguito dai tifosi
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Gianni Rivera abbracciato dai tifosi
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Cesare Maldini con la Coppa su un giornale greco
(grazie a Dimitris Kontomarkos di Salonicco)




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Gianni Rivera portato in trionfo dai tifosi rossoneri
dopo la finale. Eusebio gli regala la sua maglia


Josè Altafini festeggiato dai tifosi





Dino Sani e Gianni Rivera attorniati dai tifosi rossoneri



(da "L'Unità")





I tifosi in campo a Wembley




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VIDEO
(da "Forza Milan!" - facebook)



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La "Gazzetta dello Sport" del 23 maggio 1963 celebra la vittoria del Milan sul Benfica della Coppa dei Campioni 1962-63,
la prima conquistata da una squadra italiana



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Il "Corriere dello Sport" del 23 maggio 1963
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"L'Unità" del 23 maggio 1963
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(da "La Stampa" del 23 maggio 1963,
per gentile concessione di Renato Orsingher)



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(dal "Corriere della Sera" del 23 maggio 1963, grazie a Raffaello Losa)
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(dal "Corriere d'Informazione")



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(dal "Corriere d'Informazione")



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(da "La Stampa" del 23 maggio 1963)





(da "L'Europeo" n.22 del 1963)
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(da "L'Unità" del 23 maggio 1963)



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(da "Il Telegrafo")
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Il giornale portoghese "O Benfica ilustrado"



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Il Milan Campione d'Europa su "Lo Sport Illustrato" del 30 maggio 1963



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"Lo Sport Illustrato" n.22 del 30 maggio 1963
(per gentile concessione di Enrico Levrini e Ferdinando Bruhin)
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"Il Calcio e il Ciclismo Illustrato" del 2 giugno 1963



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(da "Il Giorno" del 2 giugno 1963, per gentile concessione di Antonio Botta di Varazze - SV)



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Organo ufficiale del Benfica dedicato alla finale di Wembley
(by Gabriele Castelli)



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Maglia di Raul Machado, indossata nella finale di Coppa dei Campioni 1963 e scambiata a fine partita con quella di Mario Trebbi



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Gagliardetto del Milan inizio Anni '60. Sul retro riporta gli autografi di numerosi calciatori rossoneri presenti alla finale di Wembley '63
(by Marco Cianfanelli)





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Coccarda di Wembley '63, bandierina, biglietto aereo e ingresso riservato appartenuti a Gino Pivatelli
(by Gabriele Castelli)

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22 novembre 2013, invito alla presentazione di un libro dedicato
a Milan vs Benfica, finale di Coppa dei Campioni 1963
(per gentile concessione di Luigi La Rocca)
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(da "Tuttosport" del 22 maggio 2020)




Da "Calcio2000", ottobre 2007

QUANDO JOSE' STESE LA "PANTERA NERA"
Riviviamo con Altafini l'indimenticabile Benfica-Milan del 22 maggio 1963
L'attimo in cui udì l'Abatino dare il suo segnale, José Altafini sentì l'approssimarsi pacato del mutamento. Era il sessantaseiesimo minuto di una finale di Coppa dei Campioni, il 22 maggio 1963. Era il primo ultimo atto nella massima competizione continentale per il Milan e José - ribattezzato in Brasile Mazzola per la sua grande somiglianza con l'immenso Valentino - ebbe un sussulto roco, sollevando il capo dal pallone appena ricevuto. Agli occhi del campione la porta si fece nuda ed esemplare, sfuggente ed al tempo stesso immortalata dal suo sguardo. Seppe allora che non poteva perderla, l'occasione e tutto ciò che quella segnatura avrebbe potuto nei decenni a venire significare.
Ed, infatti, sbagliò. Una prima conclusione incespicata, ribattuta. Ma doveva succedere, Josè. La vita è fatta di paura. C'è gente che non si troverà mai davanti ad una conclusione che può significare una Coppa dei Campioni, in un tempio come Wembley. Ce n'è di quelli a cui può succedere diverse volte. Certe volte è proprio l'unica. Quando te la mettono davanti, tu cerchi di non sbagliarla, cerchi di mandarla nell'angolo giusto. Ma certe volte hai troppa paura e ti tocca calciarla contro il portiere. Tu non sbagliarla, mettila alle spalle del portiere.
C'è chi ha paura, ma c'è anche chi invece ha fiducia: sulla respinta Altafini ribadì a rete per quello che sarebbe diventato un gol storico: il giorno dopo, quando sbarcò a Milano, pareva che fosse tutto cambiato. Lo cercavano persino le callifore, se n'erano accorte persino loro. Il primo alloro di una squadra italiana nell'Europa più importante portava il suo indelebile sigillo con i quattordici centri, record assoluto in Coppa dei Campioni.
E pensare che i rossoneri si erano presentati a Londra senza godere dei favori del pronostico: il Benfica del grande Eusebio aveva conquistato le due precedenti edizioni ed era uno squadrone di illimitata portata, potendo contare oltre che sulla Pantera di Lourenço Marques anche su fenomeni come Mario Esteves Coluna ed Antonio Simões, e molti altri che fecero parte di quei meravigliosi Magriços che tre anni più tardi avrebbero conquistato lo storico terzo posto per il Portogallo ai Mondiali proprio in terra inglese.
Passarono i primi minuti. La squadra di Nereo Rocco non era allarmata. Non lo era per niente. Come poteva trovarsi in pericolo con Kamikaze Ghezzi a difenderne la porta e capitan Maldini a contrastare le folate offensive delle Aquile, supportato da un Trapattoni ragazzino, ma già con la verve da mastino. Però dentro si sentiva inquieta. C'entrava il modo di muoversi in campo di Eusebio durante il primo quarto d'ora di partita: come acquattato, quasi in attesa, ma con un baluginio ferale negli occhi. Sarebbe arrivato. Ecco perché avere paura.
Non c'era altro da fare che attendere. Il diciottesimo minuto arrivò in punta di piedi. La Pantera Nera aveva accanto Trapattoni e David - pochi centimetri da lui - li stava puntando contemporaneamente, com'era sua consuetudine. Adesso si sforzò di infilarli entrambi, con un'accelerazione secca: li lasciò sul posto tutti e due. Provò brevemente a caricare il destro, caracollando quel movimento che gli piaceva tanto, dando risolutezza allo schioccare dell'impatto sul pallone, concedendogli sonorità mentre la saetta trapassava inesorabilmente Ghezzi.
La lancetta dei minuti terminò la sua lenta salita al quarantacinquesimo minuto. Non era ancora ora. Assolutamente, non era ancora ora. Nel frattempo, il vecchio Gino Pivatelli aveva steso una volta per tutte il genio Coluna con una tacchettata delle sue, costringendo il Faro portoghese a zoppicare sulla fascia, cosa che accadeva solitamente a quei tempi agli infortunati, costretti a restare in campo - perché non esistevano le sostituzioni -, ma comprimari destinati a passeggiate lentissime lungo la linea dell'out.
Nell'intervallo il Paròn prese in mano il suo taccuino. Vi annotò quel che non andava, descrisse quello che nella ripresa si sarebbe dovuto fare. Rilesse quel che era accaduto nel primo tempo, ma il gioco del suo Milan gli parve povero, insignificante; non c'era granché da fare, se non chiedere a Bruno Mora di sgroppare come solo lui sapeva fare, a Benitez di picchiare ed a Dino Sani di calamitare palla e gioco come ai tempi del Boca. Tutto, a quel punto, sarebbe venuto da sé, come la luce del mattino ti riporta al tempo del presente.
Un Benfica inviperito per l'infortunio del suo centromediano partì con forza straripante, disegnando lungo il rettangolo di gioco azioni travolgenti degne di un'Armata imperiale, ma segnando e superando così il labile confine che esiste fra il dominio e la disfatta. Accecato dalla furia, lo squadrone allenato dal cileno Fernando Riera Bauzá finì con lo scoprire i fianchi del proprio scacchiere. Nel giro di otto minuti Josè Altafini trafisse due volte il portiere Glorioso Costa Pereira, prima servito da Trapattoni, poi dal genio dell'Abatino, Gianni Rivera.
In un Empire Stadium semi deserto - due terzi degli spalti erano rimasti desolatamente vuoti - furono proprio Rivera e Dino Sani a festeggiare quella Coppa dei Campioni nel modo più curioso: rimasti a torso nudo dopo aver regalato le loro casacche, indossarono il primo un inguardabile impermeabile, il secondo un più elegante ed adatto all'occasione trench scuro. Nonostante tutto, permaneva in loro una certa indesiderabile eleganza. Il loro avvicinarsi a quella brocca di latta con le orecchie a sventola che tanto avevano inseguito fu bello e, quasi quasi, vanitoso. Camminando sorridevano ai giovanissimi della squadra ed ai tanti grandi vecchi. La loro tenerezza verso quel traguardo appena raggiunto pareva sconfinata, esattamente come chi non ha più voglia di tornare a casa.
Le lune insonni sui volti di tutti i tifosi rossoneri raccolsero tutte le insicurezze dei baffetti da impiegato di Sani, sulla cui pelle, comunque, riluceva il tranquillo procedere della pelle d'oca. Mentre Cesare Maldini, in tenuta candida, alzava la Coppa al cielo piovoso di Londra, il respiro di Altafini si rilassò. L'occasione non era svanita.



dal sito amarcordmilan.blog.lastampa.it

ACCADDE UN GIORNO: Aspettavano Eusebio, spuntò Altafini
Fu il Milan a portare per la prima volta in Italia la Coppa dei Campioni. La squadra di Rocco conquistò a Londra la sua prima Coppa Campioni

Dopo sette anni di soggiorno ininterrotto tra la Spagna e il Portogallo, la Coppa dei Campioni lasciò la penisola iberica e sbarcò in Italia, a Milano, sponda rossonera. Il Milan di Nereo Rocco e Gipo Viani la conquistò nella finale disputata a Wembley il maggio 1963. L'avvio di stagione era stato all'insegna del cambiamento, a cominciare dall'allenatore. Rocco, dopo aver fatto faville con il piccolo Padova, arrivò al Milan che in rosa sfoggiava un non ancora ventenne Gianni Rivera, già stabilmente nel giro della Nazionale. I brasiliani Dino Sani e Josè Altafini costituivano due importanti punti di forza. Altafini, detto "Mazzola" per la somiglianza con il grande Valentino, in quella edizione di Coppa Campioni segnò ben 14 gol, record tuttora imbattuto.
Il cammino rossonero fu da vera corazzata: 14 gol contro l'Union Luxembourg, qualificazioni sezza patemi contro gli inglesi dell'Ipswich Town, i turchi del Galatasaray e, in semifinale, contro gli scozzesi del Dundee. In finale il Milan trovò il Benfica, vincitrice delle due precedenti finali e favorita dai pronostici della vigilia. La squadra portoghese, guidata in panchina da Fernando Riera, schierava il grande Eusebio, considerato non a torto tra i più forti giocatori a livello mondiale. Fu questa la formazione scelta dal Paron: Ghezzi, David, Trebbi, Benitez, Maldini, Trapattoni, Pivatelli, Sani, Altafini, Rivera, Mora.
Dopo 18', Eusebio bucò la difesa rossonera, portando in vantaggio la formazione di Lisbona. Ben orchestrata in difesa dal capitano Coluna, il Benfica non fece correre rischi eccessivi al portiere Costa Pereira. Dopo l'intervallo, il Milan si presentò con un altro piglio e al 13' Altafini trovò il gol del pareggio.
Per il Benfica sembrò un incidente di percorso. I lusitani si riversarono in avanti a caccia del secondo gol, esponendosi al micidiale contropiede milanista. E proprio da un contropiede, partito da centrocampo, Altafini si ritrovò davanti al portiere avversario che neutralizzò il primo tiro ma non la seconda conclusione. Milan in vantaggio!
Il risultato non cambiò più. Chi si aspettava di vedere un nuovo successo del Benfica, dovette ricredersi. La Coppa Campioni stavolta prendeva il volo per Milano. Fu un trionfo fantastico: il Milan si accomodava sul tetto d'Europa.



dal sito www.corriere.it
di Mario Gherarducci

ALTAFINI MEGLIO DI EUSEBIO E DEL BENFICA E IL MILAN CONQUISTA LA VETTA D' EUROPA
22 maggio '63: la prima Coppa Campioni dell'Italia ha 40 anni

A meno di una settimana dalla sua nona finale europea, la prima tutta italiana, il Milan festeggia oggi una ricorrenza storica per sé e per il nostro calcio, che sino a quel giorno di quarant'anni fa non aveva mai conquistato la Coppa dei Campioni, come allora era denominata la Champions League. Era il 22 maggio 1963, un mercoledì, e in un pomeriggio tiepido e assolato sul prato del leggendario stadio londinese di Wembley si affrontavano il Milan e il Benfica, che proveniva da due successi consecutivi nelle precedenti finali, entrambe vinte contro rivali spagnole. Se nel '61 a Berna era stato il Barcellona ad arrendersi ai portoghesi per 3-2, un anno più tardi ad Amsterdam era toccato al Real Madrid, vincitore delle prime cinque edizioni della competizione, sconfitto per 5-3 dalla squadra di Lisbona. Il Milan si lasciava invece alle spalle la finale di cinque anni prima a Bruxelles, persa per 3-2 ai tempi supplementari di fronte al Real Madrid. «Più di mezza Europa, inglesi compresi, era convinta che il Benfica avrebbe conquistato facilmente la sua terza coppa consecutiva e aperto un nuovo ciclo dopo quello del Real» ricorda Gianni Rivera, all' epoca non ancora ventenne. C' è chi sostiene che quarant' anni fa la Coppa dei Campioni non possedesse il fascino e il prestigio da cui si sarebbe circondata in seguito. «È vero che allora il torneo sembrava una faccenda essenzialmente iberica, visto che se lo erano aggiudicati prima il Real Madrid e poi il Benfica, però la sua importanza cominciava a farsi largo anche da noi» interviene Cesare Maldini, capitano del Milan di Wembley. «Forse i dirigenti italiani anteponevano lo scudetto al trofeo europeo - sottolinea Rivera - ma nessuno di noi giocatori avrebbe barattato il campionato con la coppa».
Mentre in patria l'Inter si aggiudicava il suo ottavo scudetto, i preparativi rossoneri per la finale londinese furono abbastanza consueti. «Un paio di giorni di ritiro e l'arrivo a destinazione soltanto alla vigilia della partita» riferisce Maldini. Più laborioso fu probabilmente il varo della formazione. «Gipo» Viani, che ricopriva la carica di direttore tecnico e si considerava un tattico sapiente e astuto (uno dei suoi vanti era l'invenzione del «libero» allorché guidava la Salernitana), premeva per una mossa che privilegiava l'impiego di Pivatelli, un ex attaccante che al Milan s' era trasformato in centrocampista, da utilizzare come finta ala destra per contrastare le iniziative di Coluña, ritenuto il cervello del Benfica. L'allenatore Nereo Rocco non avrebbe invece voluto stravolgere l'assetto della squadra, schierando due ali di ruolo come Mora e Barison. La spuntò Viani, l'escluso fu Barison e la trovata di «Gipo», per certi versi, si sarebbe rivelata determinante. L'avvio della finale fu favorevole al Benfica, in vantaggio dopo 18' con un gol di Eusebio, la mitica «pantera nera» del calcio portoghese. «Occorreva modificare qualcosa nel nostro assetto difensivo - riferisce Maldini - ma comunicare con Rocco era impossibile perché a Wembley le panchine erano lontanissime dal campo e due giganteschi poliziotti impedivano al nostro allenatore di muoversi. Io ero il capitano e mi assunsi la responsabilità di invertire un paio di marcature. Trapattoni andò su Eusebio, che stava facendo ammattire Benitez, e il peruviano fu destinato a occuparsi di Torres».
Una mossa azzeccata perché la sfida cambiò fisionomia. Al 13' del secondo tempo arrivò il pareggio, siglato da José Altafini, che rammenta: «Il pallone mi arrivò tra i piedi al limite dell'area, spedito da David o da Trapattoni. Non ci pensai sopra e calciai di destro forte e angolato». Due minuti più tardi si verificava l'episodio al quale il Benfica avrebbe attribuito la causa della sua sconfitta: l'infortunio di Coluña, colpito duro da Pivatelli e rimasto in campo nonostante una piccola frattura a un piede perché all' epoca non erano state ancora introdotte le sostituzioni. «Sgambettai Coluña, lo ammetto, ma senza intenzione di fargli male, tant'è vero che l'arbitro inglese nemmeno mi ammonì» precisa Gino Pivatelli, perseguitato a lungo dalla fama di «killer» per quell' intervento, giudicato premeditato dai portoghesi. «Sono comunque convinto che avremmo vinto anche se Coluña fosse rimasto integro sino alla fine. Fu una bella partita, veloce e combattuta. Ricordo che l'elogio più significativo arrivò dalla stampa inglese, secondo la quale chi non era andato a Wembley s'era perso un grande spettacolo». Puntualizza Rivera: «C'erano diversi vuoti sulle tribune, probabilmente perché si giocava nel pomeriggio di un giorno feriale. Credo che proprio da allora le finali europee siano state programmate sempre di sera». Sei minuti dopo l'infortunio di Coluña, fu ancora Altafini a battere Costa Pereira, risolvendo la finale e portando a 14 gol il suo bottino da record nelle nove partite europee della stagione. «Rivera intercettò il passaggio di un portoghese e il pallone schizzò verso di me. Volontario o casuale che fosse, l'assist di Gianni innescò il mio scatto verso la porta del Benfica. Non so se i due gol di Wembley siano stati i più importanti della mia carriera. Di certo, hanno consegnato me e il Milan alla storia del pallone. Era la prima volta che una squadra italiana saliva sul trono d'Europa». Complimentati nello spogliatoio dal presidente Andrea Rizzoli («mi pare che il premio promesso fosse di un milione di lire a testa, una cifra non eccezionale» riferisce Rivera), i giocatori vennero a sapere poco dopo che quella di Wembley era stata l'ultima apparizione sulla panchina del Milan di Rocco, che s'era già accordato col Torino («niente di scritto, una semplice stretta di mano con il presidente Pianelli»), da dove nel '67 sarebbe nuovamente approdato al club rossonero. Colpa di una convivenza sempre più difficile con Viani, di una predilezione nemmeno tanto velata di Rizzoli verso il direttore tecnico e delle frequenti battute ironiche di qualche dirigente rossonero un po' snob sulle origini campagnole del popolare «paron», sulla sua scarsa eleganza e sulla sua civetteria di esprimersi quasi sempre in dialetto triestino. Una scelta, quella di Rocco, che versò una spruzzata di malinconico sconcerto su quello che sarebbe rimasto un giorno da incorniciare nella storia del Milan e del calcio italiano.