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Un commerciante romano di orto-frutta all'ingrosso, Massimo Cruciani, il primo Marzo del 1980 presenta un esposto alla Procura della Repubblica di Roma. Dice d'essere stato truffato.
Cruciani è il fornitore del ristorante "Le Lampare" di proprietà di Alvaro Trinca. Tramite Trinca è venuto in contatto con alcuni giocatori della Lazio che lo hanno indotto a scommettere clandestinamente su alcune partite truccate di Serie A. Non tutti i risultati concordati, però, si sono verificati e lui ci ha rimesso centinaia di milioni, così come molti altri scommettitori clandestini.
Sono coinvolti giocatori, allenatori e dirigenti. Tra questi figurano tesserati di Avellino, Bologna, Genoa, Juventus, Lazio, Milan, Napoli e Perugia.
Stagione 1979/80, domenica 23 Marzo 1980. Arrivano le camionette della Polizia e della Guardia di Finanza negli stadi. Terminate le partite, negli spogliatoi, scattano le manette. Pellegrini dell'Avellino, Girardi del Genoa, Cacciatori, Giordano, Manfredonia e Wilson della Lazio, Merlo del Lecce, Albertosi e Giorgio Morini del Milan, Magherini del Palermo, Casarsa, Della Martira e Zecchini del Perugia, vengono arrestati e tradotti nel carcere romano di Regina Coeli. Paolo Rossi del Perugia, Giuseppe Savoldi del Napoli, Giuseppe Dossena del Bologna e Giuseppe Damiani (detto Oscar) del Napoli, ricevono ordini di comparizione.
I giocatori arrestati sono presto scarcerati e in estate arriva la sentenza della "giustizia" sportiva. Lazio e Milan sono retrocesse in Serie B, Avellino, Bologna e Perugia sono penalizzate di cinque punti per il campionato 1980/81. Felice Colombo, presidente del Milan, viene inibito a vita; Tommaso Fabbretti, del Bologna, per un anno. 6 anni di squalifica per Pellegrini (Avellino), 5 per Cacciatori (Lazio) e Della Martira (Perugia), 4 per Albertosi (Milan), 3 e mezzo per Giordano (Lazio), Manfredonia (Lazio), Petrini (Bologna) e Savoldi (Napoli), 3 per Wilson (Lazio) e Zecchini (Perugia), 3 per Paolo Rossi (Perugia), 1 e 2 mesi per Cordova (Avellino), 1 per Giorgio Morini (Milan), 6 mesi per Chiodi (Milan), 4 per Montesi (Lazio), 3 per Colomba (Bologna) e Damiani (Napoli). In B, penalizzati di 5 punti Palermo e Taranto, lunghe squalifiche per Magherini (3 anni e mezzo), Massimelli (3 anni) e Merlo (1 anno).
L'unica squadra coinvolta a non essere penalizzata dalla "giustizia" sportiva è la Juventus. Niente retrocessione, nessun punto di penalizzazione, neppure un giocatore squalificato. Eppure la sua colpevolezza è evidente.
Tra le partite "sospette" c'è anche Pescara-Fiorentina, in cui risultano coinvolti Antognoni (Fiorentina) e Battistini (Pescara). Paolo Ziliani, in merito, dichiarerà: "L'inquirente federale Ferrari Ciboldi ci raccontò che né il magistrato (di Prato) De Biase, né il presidente federale (di Siena) Artemio Franchi gradivano la squalifica di Antognoni, e allora fu consigliato alla moglie Rita, allora incinta, di scrivere una lettera aperta al Presidente della Commissione Disciplinare, nella quale Rita giurava “sul bambino che portava in ventre” che il marito era innocente".
L'inchiesta della magistratura ordinaria si chiude il 23 dicembre 1980 con un'assoluzione generale: "il fatto non sussiste". Cioè: gli scommettitori clandestini non sono stati truffati. La frode sportiva, nel 1980, non è ancora considerata "reato penale".
Paolo Rossi, squalificato per 3 anni (illecito sportivo), vede la sua pena ridursi in appello. Solo 2 anni. La sua presenza è necessaria al Mondiale di Spagna 1982 (oggi, 2006, Paolo Rossi lavora per Sky Tv). E proprio grazie ai gol di Paolo Rossi l'Italia vince il Mundial (ma anche lì c'è il sospetto di qualche combine). E grazie alla vittoria del Mondiale 1982 la "giustizia" sportiva concede a tutti l'amnistia.





Dal sito www.storiedicalcio.altervista.org

Ecco il testo originale dell'esposto presentato da MASSIMO CRUCIANI, scommettitore «beffato», alla Procura della Repubblica di Roma: un'autentica bomba innescata per il calcio italiano

"Ill.mo Signor Procuratore, io sottoscritto Cruciani Massimo nato a Roma, il 15-8-1948, sottopongo alla cortese attenzione della S.V. Ill.ma il seguente esposto, i fatti sottoelencati sono necessariamente scarni data la estrema complessità della vicenda; per cui, nel pormi a completa disposizione della S.V. Ill.ma fornirò in prosieguo tutti i dettagli che la S.V. medesima riterrà utili ai fini dell'indagine. Verso la metà del 1979, frequentando il locale ristorante «Le Lampare», di proprietà del Sig. A. T. che rifornivo di frutta possedendo un magazzino all'ingrosso, ebbi modo di conoscere alcuni giocatori di calcio, tra i quali in particolare Giuseppe WILSON, Lionello MANFREDONIA, Bruno GIORDANO, Massimo CACCIATORI.
Intervennero gradualmente, con costoro, dei rapporti di amicizia, alimentati dal mio interesse per il calcio e per le scommesse clandestine e non che ruotano intorno al mondo del pallone. I quattro giocatori, in proposito, mi dissero chiaramente che era possibile «truccare» i risultati delle partite, con il che, ovviamente, scommettendo nel sicuro. Mi precisarono, a titolo di esempio, che era scontato il risultato della partita PALERMO-LAZIO (amichevole) verificatasi, mi pare, nel mese di ottobre 1979 attraverso l'intervento dì Guido MAGHERINI, giocatore del PALERMO.
Accettai l'idea e decisi di intraprendere una serie di attività di gioco d'accordo con i suddetti giocatori e gli altri che a volta a volta, come mi si disse, si sarebbero dichiarati disponibili. Iniziò così, per me, una vera e propria odissea che mi ha praticamente ridotto sul lastrico ed esposto ad una serie preoccupante di intimidazioni e minacce.
Come ho già detto, tutta la vicenda è costellata di tali e tanti episodi dettagliati che, in questa sede, mi limiterò ad illustrarne alcuni, riconfermandomi a disposizione della S.V. Ill.ma per tutto il resto. Successivamente, ad esempio, alla partita PALERMO-LAZIO accennata, presi contatti con il MAGHERINI per combinare il risultato della partita TARANTO-PALERMO prevista per il 9-12-1979. In proposito il MAGHERINI organizzò il pareggio delle due squadre a patto che io giocassi sul risultato, nel suo interesse, 10.000.000 e altri 10.000.000 consegnassi a ROSSI Renzo e QUADRI Giovanni del TARANTO. Contrariamente ai patti, vinse il PALERMO. Il MAGHERINI, a tal punto, avrebbe dovuto rifondermi i 10.000.000 giocati per lui ed i 10.000.000 consegnati ai giocatori del TARANTO, ma si rifiutò. Inoltre in seguito al mancato rispetto degli accordi ho perduto, insieme ad altri scommettitori che meglio preciserò in prosieguo, L. 160.000.000 presso svariati allibratori clandestini.
A seguito delle mie rimostranze, il MAGHERINI mi promise il risultato certo della partita LANEROSSI VICENZA-LECCE. Nella stessa occasione egli combinò, d'accordo con i citati giocatori della LAZIO il risultato MILAN-LAZIO (entrambe le partite ebbero luogo il 6-1-1980). Per quanto riguarda la Partita LANEROSSI VICENZA-LECCE il MAGHERINI mi mise in contatto con Claudio MERLO giocatore del LECCE, il quale ricevette da me un assegno di L. 30.000.000 assicurando la sconfitta della sua squadra. Per quanto riguarda l'altra partita MILAN-LAZIO i giocatori biancazzurri GIORDANO, WILSON, MANFREDONIA e CACCIATORI si accordarono con Enrico ALBERTOSI del MILAN affinché si verificasse la vittoria di quest'ultima squadra. Per quest'ultima partita consegnai tre assegni da 15.000.000 e due da 10.000.000 a GIORDANO, WILSON, MANFREDONIA, VIOLA e GARLASCHELLI, affidandoli materialmente a MANFREDONIA. Ulteriore assegno di L. 15.000.000 consegnai a CACCIATORI Massimo (Lazio) il quale provvide ad incassarlo intestandolo a certo sig. Orazio SCALA.
Il Milan, da parte sua, contribuì alla «combine» con l'invio di L. 20.000.000 liquidi che mi portò a Roma, nel mio magazzino di Via (omissis) il giocatore di tale squadra Giorgio MORINI, due giorni dopo il rispettato esito dell'incontro. In conseguenza nei citati accordi, ed in cambio del loro contributo, WILSON, MANFREDONIA, GIORDANO e CACCIATORI mi chiesero di puntare per loro 20.000.000 sulla sconfitta della LAZIO. La vincita di lire 80.000.000 d'accordo con i quattro anziché consegnarglieli avrei dovuto usarli per pagare i giocatori dell'AVELLINO (Cesare CATTANEO, Salvatore DI SOMMA, Stefano PELLEGRINI) i quali avrebbero dovuto perdere contro la LAZIO la settimana successiva.
Io ed altri scommettitori, in base agli accordi di cui sopra, abbiamo scommesso per «l'accoppiata» costituita dai due risultati concordati, circa 200.000.000 di lire: cifra perduta per il mancato rispetto dell'impegno assunto dalla squadra leccese la quale ha pareggiato 1-1. Tutto quanto sopra, costituisce una esemplificazione di come si svolgessero i moltissimi episodi di cui è costellata questa storia, che, come più volte precisato illustrerò in prosieguo, nei dettagli, alla S.V. Ill.ma.
Desidero peraltro precisare che le squadre coinvolte in questa storia sono anche l'AVELLINO, il GENOA, il BOLOGNA, la JUVENTUS, il PERUGIA, il NAPOLI. Ciò nel senso che i relativi giocatori o meglio alcuni di essi come Carlo PETRINI (Bologna), Giuseppe SAVOLDI (Bologna), PARIS (Bologna), ZINETTI (Bologna), DOSSENA (Bologna), COLOMBA (Bologna), AGOSTINELLI e DAMIANI (Napoli), Paolo ROSSI e DELLA MARTIRA e CASARSA (Perugia), GIRARDI (Genoa) ed altri hanno partecipato agli incontri truccati percependo denaro o richiedendo, in cambio dei loro favori, forti puntate nel loro interesse.
Ho invece perduto, insieme ad altri scommettitori, centinaia e centinaia di milioni per scommesse perdute in seguito al mancato rispetto di precisi e retribuiti accordi da parte di giocatori. Preciso ancora che molti allibratori clandestini i quali a seguito delle recenti notizie giornalistiche hanno capito di avermi talora pagato vincite in ordine a risultati precostituiti, hanno preteso con gravi minacce la restituzione di circa 300.000.000 (da me ed altri scommettitori) trattenendo peraltro, ovviamente, le ben più ingenti somme perdute in seguito ai non rispettati accordi di cui sopra.
Sono ormai completamente rovinato eppure vivo ancora nel terrore di minacce e rappresaglie. Nel confermarmi a completa disposizione della S. V. Ill.ma e riservandomi di depositare la documentazione in mio possesso, precisare nomi di testimoni e tutte quelle circostanze che la S. V. medesima riterrà utili, porgo deferenti ossequi.
Roma, 1° marzo 1980 "





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Alcuni articoli e copertine di giornali
sul calcioscommesse 1980
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La "Gazzetta dello Sport" del 24 marzo 1980: la polizia irrompe
negli stadi arrestando molti giocatori per il calcioscommesse.
A fianco, Paolo Rossi e Luciano Zecchini



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La stampa tedesca parla del calcioscommesse 1980 pubblicando
la foto dell'arresto di Felice Colombo, Presidente del Milan





(da "La Repubblica")


Una copertina del "Guerin Sportivo"
dedicata allo scandalo scommesse del 1980





Massimo Cruciani


Albertosi, Savoldi e Manfredonia





Corrado De Biase e Manin Carabba


Alvaro Trinca





Calciatori alla sbarra.
Da sinistra: Albertosi, Cacciatori, Manfredonia, Paolo Rossi e Zecchini


Albertosi e Colombo, impera il calcio- scommesse, 1980





I giudici Roselli e Monsurro


Il gruppo di calciatori con il presidente Colombo in Tribunale





Felice Colombo a Colloquio con Bruno Giordano.
Il trasferimento del bomber in rossonero era cosa fatta,
ma il calcio scommesse rivoluzionò tutto


Felice Colombo, Albertosi e Morini nel banco degli imputati
per il processo del Calcioscommesse



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Dal sito www.wikipedia.it

LO SCANDALO SCOMMESSE DEL 1980 NEL CALCIO ITALIANO
Serie di eventi accaduti in seguito alla venuta alla luce di comportamenti illeciti tenuti sistematicamente da calciatori di serie A in Italia verso la fine degli anni '70.
Era abitudine, infatti, di molti atleti scommettere (direttamente o tramite loro complici) somme di denaro sui risultati degli incontri ai quali avrebbero partecipato essi stessi: tale tipo di scommessa crea un evidente conflitto di interessi, poiché l'atleta potrebbe essere indotto a non profondere il massimo impegno nella competizione sportiva, al fine di favorire la realizzazione del risultato sul quale ha scommesso. Questo tipo di scommesse è espressamente vietato dalle norme sportive.
Il fenomeno aveva ormai assunto dimensioni rilevanti, tanto che nel febbraio 1980 la Federcalcio lanciò una prima indagine, che si arenò però presto a causa della mancanza di prove evidenti. La svolta avvenne il 1° marzo dello stesso anno, quando un commerciante all'ingrosso di ortofrutta, Massimo Cruciani, presentò un esposto alla Procura della Repubblica di Roma, sostenendo di essere stato truffato.
Egli, infatti - tramite Alvaro Trinca, proprietario di un ristorante di cui era fornitore - era venuto in contatto con alcuni giocatori della Lazio, che lo avevano indotto a scommettere su alcune partite di serie A che erano state "combinate". Tuttavia, non tutti i risultati concordati si erano verificati, facendo perdere a Cruciani somme ingenti (centinaia di milioni di lire).
Ecco il testo originale dell’esposto presentato da Massimo Cruciani, scommettitore “beffato”, alla Procura della Repubblica di Roma: un’autentica “bomba” innescata per il calcio italiano:

“Ill.mo Signor Procuratore, io sottoscritto Cruciani Massimo, nato a Roma il 15-8-1948, sottopongo alla cortese attenzione della S.V. Ill.ma il seguente esposto, i fatti sottoelencati sono necessariamente scarni data la estrema complessità della vicenda; per cui, nel pormi a completa disposizione della S.V. Ill.ma fornirò in prosieguo tutti i dettagli che la S.V. medesima riterrà utili ai fini dell'indagine. Verso la metà del 1979, frequentando il locale ristorante «Le Lampare», di proprietà del Sig. A. T. (Alvaro Trinca, n.d.r.), che rifornivo di frutta possedendo un magazzino all'ingrosso, ebbi modo di conoscere alcuni giocatori di calcio, tra i quali in particolare Giuseppe WILSON, Lionello MANFREDONIA, Bruno GIORDANO, Massimo CACCIATORI.
Intervennero gradualmente, con costoro, dei rapporti di amicizia, alimentati dal mio interesse per il calcio e per le scommesse clandestine e non che ruotano intorno al mondo del pallone. I quattro giocatori, in proposito, mi dissero chiaramente che era possibile «truccare» i risultati delle partite, con il che, ovviamente, scommettendo nel sicuro. Mi precisarono, a titolo di esempio, che era scontato il risultato della partita PALERMO-LAZIO (amichevole) verificatasi, mi pare, nel mese di ottobre 1979 attraverso l'intervento dì Guido MAGHERINI, giocatore del PALERMO.
Accettai l'idea e decisi di intraprendere una serie di attività di gioco d'accordo con i suddetti giocatori e gli altri che a volta a volta, come mi si disse, si sarebbero dichiarati disponibili. Iniziò così, per me, una vera e propria odissea che mi ha praticamente ridotto sul lastrico ed esposto ad una serie preoccupante di intimidazioni e minacce.
Come ho già detto, tutta la vicenda è costellata di tali e tanti episodi dettagliati che, in questa sede, mi limiterò ad illustrarne alcuni, riconfermandomi a disposizione della S.V. Ill.ma per tutto il resto. Successivamente, ad esempio, alla partita PALERMO-LAZIO accennata, presi contatti con il MAGHERINI per combinare il risultato della partita TARANTO-PALERMO prevista per il 9-12-1979. In proposito il MAGHERINI organizzò il pareggio delle due squadre a patto che io giocassi sul risultato, nel suo interesse, 10.000.000 e altri 10.000.000 consegnassi a ROSSI Renzo e QUADRI Giovanni del TARANTO. Contrariamente ai patti, vinse il PALERMO. Il MAGHERINI, a tal punto, avrebbe dovuto rifondermi i 10.000.000 giocati per lui ed i 10.000.000 consegnati ai giocatori del TARANTO, ma si rifiutò. Inoltre in seguito al mancato rispetto degli accordi ho perduto, insieme ad altri scommettitori che meglio preciserò in prosieguo, L. 160.000.000 presso svariati allibratori clandestini.
A seguito delle mie rimostranze, il MAGHERINI mi promise il risultato certo della partita LANEROSSI VICENZA-LECCE. Nella stessa occasione egli combinò, d'accordo con i citati giocatori della LAZIO il risultato MILAN-LAZIO (entrambe le partite ebbero luogo il 6-1-1980).
Per quanto riguarda la partita LANEROSSI VICENZA-LECCE il MAGHERINI mi mise in contatto con Claudio MERLO giocatore del LECCE, il quale ricevette da me un assegno di L. 30.000.000 assicurando la sconfitta della sua squadra. Per quanto riguarda l'altra partita MILAN-LAZIO i giocatori biancazzurri GIORDANO, WILSON, MANFREDONIA e CACCIATORI si accordarono con Enrico ALBERTOSI del MILAN affinché si verificasse la vittoria di quest'ultima squadra. Per quest'ultima partita consegnai tre assegni da 15.000.000 e due da 10.000.000 a GIORDANO, WILSON, MANFREDONIA, VIOLA e GARLASCHELLI, affidandoli materialmente a MANFREDONIA. Ulteriore assegno di L. 15.000.000 consegnai a CACCIATORI Massimo (Lazio) il quale provvide ad incassarlo intestandolo a certo sig. Orazio SCALA.
Il Milan, da parte sua, contribuì alla «combine» con l'invio di L. 20.000.000 liquidi che mi portò a Roma, nel mio magazzino di Via (omissis) il giocatore di tale squadra Giorgio MORINI, due giorni dopo il rispettato esito dell'incontro. In conseguenza nei citati accordi, ed in cambio del loro contributo, WILSON, MANFREDONIA, GIORDANO e CACCIATORI mi chiesero di puntare per loro 20.000.000 sulla sconfitta della LAZIO. La vincita di lire 80.000.000 d'accordo con i quattro anziché consegnarglieli avrei dovuto usarli per pagare i giocatori dell'AVELLINO (Cesare CATTANEO, Salvatore DI SOMMA, Stefano PELLEGRINI) i quali avrebbero dovuto perdere contro la LAZIO la settimana successiva.
Io ed altri scommettitori, in base agli accordi di cui sopra, abbiamo scommesso per «l'accoppiata» costituita dai due risultati concordati, circa 200.000.000 di lire: cifra perduta per il mancato rispetto dell'impegno assunto dalla squadra leccese, la quale ha pareggiato 1-1. Tutto quanto sopra, costituisce una esemplificazione di come si svolgessero i moltissimi episodi di cui è costellata questa storia, che, come più volte precisato illustrerò in prosieguo, nei dettagli, alla S.V. Ill.ma.
Desidero peraltro precisare che le squadre coinvolte in questa storia sono anche l'AVELLINO, il GENOA, il BOLOGNA, la JUVENTUS, il PERUGIA, il NAPOLI. Ciò nel senso che i relativi giocatori o meglio alcuni di essi come Carlo PETRINI (Bologna), Giuseppe SAVOLDI (Bologna), PARIS (Bologna), ZINETTI (Bologna), DOSSENA (Bologna), COLOMBA (Bologna), AGOSTINELLI e DAMIANI (Napoli), Paolo ROSSI e DELLA MARTIRA e CASARSA (Perugia), GIRARDI (Genoa) ed altri hanno partecipato agli incontri truccati percependo denaro o richiedendo, in cambio dei loro favori, forti puntate nel loro interesse.
Ho invece perduto, insieme ad altri scommettitori, centinaia e centinaia di milioni per scommesse perdute in seguito al mancato rispetto di precisi e retribuiti accordi da parte di giocatori. Preciso ancora che molti allibratori clandestini i quali a seguito delle recenti notizie giornalistiche hanno capito di avermi talora pagato vincite in ordine a risultati precostituiti, hanno preteso con gravi minacce la restituzione di circa 300.000.000 (da me ed altri scommettitori) trattenendo peraltro, ovviamente, le ben più ingenti somme perdute in seguito ai non rispettati accordi di cui sopra.
Sono ormai completamente rovinato eppure vivo ancora nel terrore di minacce e rappresaglie. Nel confermarmi a completa disposizione della S. V. Ill.ma e riservandomi di depositare la documentazione in mio possesso, precisare nomi di testimoni e tutte quelle circostanze che la S. V. medesima riterrà utili, porgo deferenti ossequi.
Roma, 1 marzo 1980”


In seguito alla denuncia di Cruciani e di Trinca, il 23 marzo 1980 la magistratura fece effettuare una serie di arresti proprio sui campi di gioco, a fine incontri. Le manette scattarono per i giocatori Pellegrini dell'Avellino, Girardi del Genoa, Cacciatori, Giordano, Manfredonia e Wilson della Lazio, Merlo del Lecce, Albertosi e Giorgio Morini del Milan, Magherini del Palermo, Casarsa, Della Martira e Zecchini del Perugia. Mentre altri ricevettero ordini di comparizione: Paolo Rossi del Perugia, Giuseppe Dossena e Giuseppe Savoldi del Bologna, e Giuseppe Damiani (detto Oscar) del Napoli.
Qualche giorno dopo questo clamoroso "blitz", agli inizi di aprile del 1980, il settimanale "L'Espresso" pubblicò un articolo contenente un memoriale scritto da Alvaro Trinca, l'altro grande accusatore del calcio italiano, che l'ex-calciatore Carlo Petrini ha poi riportato nel suo libro Nel fango del dio pallone, edito nel 2000:

"Io, Alvaro Trinca, 44 anni, moglie e due figli, ex padrone di ristorante, grande accusatore del calcio italiano, non mi riconosco più. Una volta ero un uomo felice. Cosa sono oggi? Uno braccato dai creditori, dai bookmaker, gente che non scherza quella; un uomo che non dorme più di notte ed è costretto a cambiare d'appartamento ogni due o tre giorni. Un tempo ero pieno di amici, oggi frequento solo avvocati e aule di tribunale...
La mia storia disgraziata comincia sei anni fa, nel 1974, quando in una stessa settimana venni avvicinato a più riprese da alcuni scommettitori clandestini: una volta vennero al mio ristorante "La Lampara", un'altra mi diedero appuntamento in un bar sotto casa, una terza c'incontrammo a via Veneto. Io sapevo già da allora che intorno al calcio si muoveva un vorticoso giro di miliardi legato alle scommesse clandestine. Loro sapevano che ero amico di tanti calciatori, che Antognoni della Fiorentina, Giordano e Manfredonia della Lazio, Capello del Milan e altri ancora mi avevano invitato al loro matrimonio. Sapevano molte cose su di me e così non mi stupii quando questi signori, mostrandomi la loro schedina e le loro quote, mi invitarono a scommettere su una partita del campionato di calcio.
Per i primi tre anni [scommisi poco]. Intanto però cominciavo a conoscere i piccoli grandi segreti di questo mondo. Seppi così che i bookmaker erano persone che controllavano il gioco soprattutto da Genova, Milano e Torino. Mi accorsi che il maggior numero di scommesse, almeno in quel periodo, si svolgeva più sulle partite per le Coppe internazionali che sul Campionato italiano. Venni a sapere che fra gli scommettitori più accaniti c'erano e ci sono noti professionisti, che puntavano cifre da capogiro: addirittura c'era un famoso costruttore emiliano che gestisce ancora oggi in prima persona il gioco clandestino in una parte del nord d'Italia. Mi confidarono, infine, che le scommesse più forti venivano dirottate e "scaricate" oltre confine, in Svizzera, Austria e Inghilterra, poiché è lì che ci sono le centrali operative di questo gioco.
Arriviamo al 1977, e anche se le mie giocate restano modeste le perdite raggiungono già i 7 milioni... Fui io a convincere Massimo Cruciani (un amico che era il fornitore di frutta del mio ristorante, con lui dividevo molte delle mie conoscenze sportive) a percorrere la mia stessa strada: qualche tempo dopo anche lui cominciò a scommettere. A volte si vinceva, a volte si perdeva. I rapporti con i bookmaker, comunque, erano ottimi e l'appuntamento per riscuotere le vincite o pagare le perdite era rispettato da tutti: il giovedì dopo la domenica della partita.
Il giro delle scommesse grosse, almeno per noi, comincia nel '79. Eravamo in perdita, così quando sapemmo che saremmo potuti rientrare coi soldi truccando il risultato di qualche partita, ci mettemmo all'opera. Per cominciare ci dividemmo i compiti: io facevo le scommesse, Massimo teneva i rapporti con i calciatori.
La prima occasione favorevole ci giunse per telefono. Tramite il capitano della Lazio, Pino Wilson, mi misi in contatto con il giocatore del Palermo Guido Magherini, che io conoscevo dal '70, epoca in cui giocava nella Lazio. Un martedì dell'ottobre scorso, il giorno prima della partita amichevole Palermo-Lazio, Magherini - che fin da ora posso indicare come il cervello di tutta questa storia, un personaggio che deve aver incassato centinaia e centinaia di milioni - ci disse che molte partite di serie A e B potevano essere truccate, e che si sarebbe potuto "combinare" anche il risultato di quell'amichevole puntando una forte cifra sul pareggio in quanto il risultato era assicurato. Questo ce lo confermò anche Wilson: "Tanto è una partita di cui non ci frega niente". Così scommisi sul pareggio tre milioni per noi, e un milione a testa per Wilson e Magherini; purtroppo, siccome l'arbitro non arrivò in tempo e la partita venne diretta dall'allenatore del Palermo, i bookmaker la considerarono non regolare e non convalidarono il pareggio. "Peccato, ce la faremo un'altra volta", mi disse, salutandomi, Magherini.
E l'occasione si presentò domenica 9 dicembre per la partita Taranto-Palermo. Anche allora si fece avanti Magherini assicurando che si sarebbe potuto organizzare un pareggio in quanto il Palermo era d'accordo; era sufficiente poi telefonare al giocatore del Taranto Massimelli per quanto riguardava la sua squadra. Riuscimmo ad accordarci. Io, Cruciani e un terzo socio di cui non posso fare il nome, puntammo 87 milioni. Poi, visto che ce lo chiedeva Magherini, anticipai sulla parola due puntate di 50 milioni, una per il Taranto e una per il Palermo.
La domenica mattina, poche ore prima della partita, arrivai insieme a Cruciani a Bari, con l'aereo. Ci venne a prendere Massimelli. Saliti su una BMW 2000 ci dirigemmo verso l'albergo dove il Taranto era in ritiro. Fu qui che pagammo 10 milioni ai giocatori Quadri, Rossi, Petrovich e a un altro di cui non ricordo il nome. Prima di andare via i calciatori ci domandarono: "Non è che il Palermo ci darà un bidone?". Li rassicurammo. Non l'avessimo mai fatto! Il Palermo, non rispettando i patti, vinse la partita, noi perdemmo la scommessa e nessuno, né i giocatori del Taranto né quelli del Palermo, ci restituirono i 100 milioni anticipati.
Infuriati, appena finito l'incontro ci precipitammo negli spogliatoi del Palermo e chiedemmo di parlare prima col presidente della squadra siciliana e poi con Magherini, l'organizzatore di quel bello scherzo. Il suo collega Ammoniaci ci disse: "Aspettate, è sotto la doccia che piange". Dopo venti minuti finalmente Magherini venne fuori: "Io vado a Brindisi, a prendere l'aereo per Roma", ci disse, "voi andate a Bari. Ci vediamo stasera a Fiumicino e lì vi spiego tutto".
Alle 20.30 di quella domenica ci ritrovammo a Fiumicino con Magherini. Io gli faccio: "Chi ci rimborsa i soldi persi?". E lui: "Non vi preoccupate, coi premi partita di tutta la squadra vi faccio rientrare io". Ci imbrogliò ancora: quei soldi non li abbiamo mai visti. Grazie a quella partita, ma soprattutto grazie a Massimelli, entrammo in contatto con i giocatori del Bologna. Un contatto che più avanti potemmo sfruttare.
A questo punto il nostro bilancio era positivo per le amicizie sempre più ramificate coi calciatori e i rapporti sempre più stretti con i bookmaker ai quali avevamo sempre pagato le nostre sfortunate puntate; era negativo invece per i soldi che avevamo perso e che non riuscivamo più a recuperare. Dovevamo dunque rischiare ancora.
Domenica 30 dicembre puntammo 100 milioni sulla vittoria della Juventus contro l'Ascoli, 100 sulla vittoria dell'Inter sulla Fiorentina, e poi feci un'altra giocata sul pareggio tra Avellino e Perugia. Le prime due puntate le persi: l'Ascoli infatti sconfisse la Juventus, e Inter e Fiorentina pareggiarono. Mi andò bene invece con il terzo incontro, e non poteva essere che così visto che avevamo pagato alcuni giocatori. In particolare demmo otto milioni - 4 io e 4 Massimo - al difensore del Perugia Mauro Della Martira che li avrebbe poi dovuti dividere con Zecchini, Rossi e Casarsa, suoi compagni del Perugia. Rossi, a quanto mi risulta, ha intascato due milioni.
Ci provammo ancora domenica 6 gennaio, questa volta con l'accoppiata Vicenza-Lecce e Milan-Lazio.
Per quest'ultima partita i contatti cominciarono in settimana. Il martedì precedente alla partita andai a Tor di Quinto, dove si allena la Lazio, e parlai con Giordano, Manfredonia e Wilson. Gli spiegai che se erano d'accordo a perdere la partita col Milan gli avremmo fatto incassare 60 milioni.
Dopo esserci rivisti nel bar Vanni, per poter parlare con più calma prendemmo un appuntamento per il giovedì seguente, alle ore 19, a piazza Mazzini, nell'agenzia di assicurazioni di Wilson. Parlammo delle condizioni su come truccare la partita. Dopo mezz'ora Manfredonia disse: "Io non ci sto , e lo stesso rispose Giordano. "Allora non ci sto neanch'io", aggiunse Wilson, "altrimenti dopo come farei a guardarvi in faccia?". Però, dopo un'ora di mie insistenze, a furia di "Ma che razza di uomini siete!" li convinsi a vendersi la partita. Il sabato mattina andai dal bookmaker e giocai con Cruciani 270 milioni sulla "martingala" (cioè una giocata combinata che lega più partite: la somma vinta nella prima partita vale come puntata per la partita successiva e così via) Milan-Lazio e Vicenza-Lecce: nelle spese, infatti, dovevamo considerare sia i 60 milioni da consegnare al giocatori della Lazio, sia i 40 milioni da consegnare al giocatore del Lecce Claudio Merlo, che per la partita Vicenza-Lecce aveva garantito a Cruciani la sconfitta della sua squadra.
Stavamo già pregustando la grossa vincita quando, sabato pomeriggio alle ore 15, telefonò da Milano al mio ristorante Giordano dicendomi: "Annulla tutto, perché io e Manfredonia non ci stiamo". E io: "Ma come faccio, ho scommesso una cifra su di voi!" "Fai come ti pare, ma noi non ci stiamo più. Comunque richiamami stasera all'hotel Jolly 2". Con Cruciani ci precipitammo all'aeroporto di Fiumicino da dove telefonammo a Giordano. Bruno ci disse: "Noi non stiamo al gioco, ma se volete provate con Wilson e Cacciatori".
Cruciani [andò subito a Milano], mi chiamò a mezzanotte e con voce allegra mi disse: "Ce n'è voluto per organizzare la partita, ma alla fine ho convinto Cacciatori e Wilson". "Sei sicuro?", gli ho fatto io, e lui: "Gli ho dato un assegno di 15 milioni".
Facciamo un piccolo passo indietro. Durante la stessa settimana, avevamo contattato naturalmente anche il Milan. Il martedì Cruciani telefonò a Milanello, nel ritiro del Milan, e chiese del suo amico Enrico Albertosi, portiere dei rossoneri. L'offerta che gli fece era chiarissima: il Milan doveva pagare 80 milioni in cambio della sconfitta della Lazio. "Ne parlerò con i dirigenti e con il presidente Colombo, sentiamoci dopodomani". Il giovedì Cruciani richiamò Milanello e questa volta a rispondere insieme ad Albertosi c'era anche il suo compagno di squadra Giorgio Morini. Entrambi dissero: "Più di 20 milioni non vi diamo". Non ci restò che accettare.
Milan-Lazio terminò secondo il copione con la vittoria dei rossoneri. Il bidone lo prendemmo invece su Vicenza-Lecce: la partita, anziché con la vittoria del Vicenza, si concluse in pareggio. La martingala saltò, e noi perdemmo 270 milioni.
Quella domenica sera, al termine delle partite, mi telefonò Cruciani da Vicenza: "Vieni a prendermi a Fiumicino alle 20.30, mi imbarco a Venezia". Mi recai all'aeroporto distrutto per il risultato della partita di Vicenza, già meditavo di telefonare al presidente del Milan, Colombo, per chiedergli un altro contributo. A Fiumicino mi venne incontro un Cruciani sconsolato, mi disse di avere viaggiato con Simona Marchini e una volta atterrati di avere scambiato quattro chiacchiere con suo marito, il calciatore dell'Avellino Ciccio Cordova, nostro amico, che stava all'aeroporto in attesa della moglie.
Cruciani racconta a Ciccio la nostra disavventura vicentina e Cordova all'improvviso gli fa: "Non ti preoccupare, vi faccio rientrare io". "E in che modo?", ribatte Cruciani. "Con la partita Lazio-Avellino", fa Ciccio, e quindi suggerisce a Cruciani: "Vai ad Avellino e mettiti d'accordo con Stefano Pellegrini".
Andiamo ad Avellino e ci presentiamo a Pellegrini, che però nega la possibilità di truccare la partita. Allora risaliamo in macchina e torniamo a Roma, dirigendoci verso l'Eur. Arriviamo sotto casa di Cordova e gli facciamo citofonare dal portiere. "Ci sono Massimo e Alvaro, possono salire?", chiede. "No, falli aspettare giù", è la risposta di Ciccio.
Dopo pochi minuti si fa vivo e noi gli raccontiamo l'incontro con Pellegrini... Lui: "Va bene, domani ci provo io, non vi preoccupate. Vado all'hotel Fleming dove l'Avellino alloggerà, ci penso io. Anzi, già che ci sei, Alvaro, scommetti 50 milioni per me sulla vittoria della Lazio". "Dammi almeno un po' di soldi", gli faccio io. E Ciccio: "E' venerdì sera, dove li vado a trovare?".
Decisi di fidarmi di Ciccio Cordova, vecchio amico e genero del costruttore miliardario Alvaro Marchini, e il giorno dopo scommisi 50 milioni per lui.
Quella domenica del 13 gennaio doveva essere il giorno del nostro riscatto. Con Cruciani infatti avevamo deciso di giocare una martingala su quattro partite, tre delle quali sapevamo combinate: la vittoria della Lazio sull'Avellino e i pareggi della Juventus col Bologna e del Genoa col Palermo; la quarta partita. Pescara-Inter, era l'unica pulita, e noi puntammo sulla vittoria dell'Inter.
Per Bologna-Juventus, Massimo mi aveva riferito che il risultato era stato già pattuito dal presidente della Juventus Boniperti e da quello del Bologna Fabretti; era una partita talmente sicura che a Cruciani telefonarono Carlo Petrini e Giuseppe Savoldi del Bologna chiedendogli di puntare a loro nome e di altri compagni 50 milioni sul pareggio.
Io e Cruciani scommettemmo sulle quattro partite 177 milioni. E facemmo altre puntate a nome di altri giocatori di cui per ora non faccio il nome. Se tutto filava liscio avremmo vinto un miliardo e 350 milioni e pagato tutti i debiti che avevamo con i bookmaker.
Purtroppo ci fregò la Lazio, che invece di vincere come d'accordo la partita con l'Avellino la pareggiò, così saltò la nostra martingala sulle quattro partite. Quanto ai 50 milioni che avevo sborsato per conto di Cordova, costui non me li ha più restituiti. Sono convinto che, nonostante mi avesse promesso la vittoria della Lazio, abbia fatto invece di tutto per il pareggio. Non so, probabilmente avrà giocato centinaia di milioni su questo risultato...
L'ultima partita su cui scommettemmo fu Bologna-Avellino. Durante la settimana prendemmo contatti con Stefano Pellegrini e altri giocatori dell'Avellino. Loro dissero: "Non c'è bisogno di accordi né di soldi: pareggiare a Bologna ci sta bene". Per il Bologna ci accordammo con Petrini, Savoldi, Paris, Zinetti, Dossena e Colomba. La partita non rispettò le promesse: il Bologna vinse 1 a 0, noi perdemmo tutti i soldi, e a quel punto eravamo completamente rovinati.
Avevamo un debito con gli allibratori clandestini di ben 950 milioni. Soldi che, in gran parte, ci erano stati truffati dai calciatori. Non ci restava che una cosa da fare: l'esposto alla magistratura.»


A onor del vero, c'è da dire che molti punti di questa ricostruzione sono stati contestati dallo stesso Carlo Petrini, sempre nel suo libro. Nonostante tutto, i giocatori furono presto scarcerati, e il 23 dicembre 1980 si conclude l'inchiesta della magistratura con un'assoluzione generale, in quanto "il fatto non sussiste". All'epoca, infatti, la frode sportiva non era reato, e non fu riconosciuta la truffa ai danni degli scommettitori clandestini.

La sentenza sportiva
Nell'estate dello stesso anno, però, era arrivata una pesantissima sentenza da parte della giustizia sportiva: Lazio e Milan retrocesse in serie B, penalizzazione di 5 punti per Avellino, Bologna e Perugia, da scontarsi nel campionato 1980-81. In serie B, penalizzazione di 5 punti per Palermo e Taranto. Inibizione a vita per il presidente del Milan Felice Colombo; per un anno a Tommaso Fabbretti del Bologna.
Queste le squalifiche inflitte ai calciatori:
• 6 anni Pellegrini (Avellino)
• 5 anni Cacciatori (Lazio) e Della Martira (Perugia)
• 4 anni Albertosi (Milan)
• 3 anni e mezzo Giordano (Lazio), Manfredonia (Lazio), Petrini (Bologna), Savoldi (Bologna) e Magherini (Palermo)
• 3 anni Wilson (Lazio), Zecchini (Perugia), Paolo Rossi (Perugia) e Massimelli
• 1 anno e 2 mesi Cordova (Avellino)
• 1 anno Morini (Milan), Merlo (Lecce)
• 6 mesi Chiodi (Milan)
• 4 mesi Montesi (Lazio)
• 3 mesi Colomba (Bologna) e Damiani (Napoli)
La squalifica per "illecito sportivo" di Paolo Rossi fu ridotta in appello da 3 a 2 anni, consentendogli di partecipare al Mondiale 1982. In seguito alla vittoria degli azzurri in questa manifestazione, la giustizia sportiva concesse a tutti i giocatori in quel momento squalificati l'amnistia, ad eccezione di Felice Colombo, non essendo un giocatore ma un dirigente.

Gli arresti
Il 23 marzo 1980 (domenica di calcio) apparvero negli stadi camionette della Polizia e della Guardia di Finanza: scattavano negli spogliatoi le manette per gli ordini di cattura. Alcuni giocatori, da Milano, vennero portati a Roma, detenuti a Regina Coeli. Si trattava di nomi illustri: Cacciatori, Giordano, Manfredonia e Wilson della Lazio, Albertosi e Giorgio Morini del Milan e altri, mentre ordini di comparizione erano stati consegnati a Paolo Rossi, Savoldi, Dossena e Damiani. Di Morini si accertò la consegna a Roma di 20 milioni avvolti in carta da giornale per far tacere Fabio Trinca e Massimo Cruciani. Quella somma gli era stata fornita dal presidente rossonero Felice Colombo.


SENTENZE DI PRIMO GRADO
Le sentenze di primo grado furono rese pubbliche dalla Commissione Disciplinare della Lega Calcio il 18 maggio 1980 a campionati conclusi, il cui effetto cominciava dal 30 aprile.

SERIE A
Società:
• Milan: retrocessione in Serie B.
• Lazio: retrocessione in Serie B.
• Avellino: 5 punti di penalizzazione nel campionato 1980-1981.
• Bologna: 5 punti di penalizzazione nel campionato 1980-1981.
• Perugia: 5 punti di penalizzazione nel campionato 1980-1981.

Dirigenti:
• Felice Colombo (presidente Milan): Radiato.
• Tommaso Fabbretti (presidente Bologna): 1 anno.

Calciatori:
• Enrico Albertosi (Milan): Radiato.
• Massimo Cacciatori (Lazio): Radiato.
• Giuseppe Wilson (Lazio): Radiato.
• Stefano Pellegrini (Avellino): 6 anni.
• Mauro Della Martira (Perugia): 5 anni.
• Bruno Giordano (Lazio): 3 anni e 6 mesi.
• Lionello Manfredonia (Lazio): 3 anni e 6 mesi.
• Carlo Petrini (Bologna): 3 anni e 6 mesi.
• Giuseppe Savoldi (Bologna): 3 anni e 6 mesi.
• Paolo Rossi (Perugia): 3 anni.
• Luciano Zecchini (Perugia): 3 anni.
• Giorgio Morini (Milan): 1 anno e 10 mesi.
• Franco Cordova (Avellino): 1 anno e 2 mesi.
• Stefano Chiodi (Milan): 6 mesi.
• Maurizio Montesi (Lazio): 4 mesi.
• Franco Colomba (Bologna): 3 mesi.
• Oscar Damiani (Napoli): 3 mesi.

SERIE B
Società:

• Palermo: 5 punti di penalizzazione nel campionato 1980-1981.
• Taranto: 5 punti di penalizzazione nel campionato 1980-1981.

Calciatori:
• Guido Magherini (Palermo): 3 anni e 6 mesi.
• Lionello Massimelli (Palermo): 3 anni.
• Claudio Merlo (Lecce): 1 anno.


SENTENZA D'APPELLO
Nel processo d'appello, verso la fine di giugno, la CAF confermò la maggior parte delle decisioni di primo grado con sconti di pena in alcune situazioni.

SERIE A
Società:

• Milan: retrocessione in Serie B.
• Lazio retrocessione in Serie B.
• Avellino: 5 punti di penalizzazione nel campionato di Serie A 1980-1981.
• Bologna: 5 punti di penalizzazione nel campionato di Serie A 1980-1981.
• Perugia: 5 punti di penalizzazione nel campionato di Serie A 1980-1981.

Dirigenti:
• Felice Colombo (presidente Milan): Radiato.
• Tommaso Fabbretti (presidente Bologna): 1 anno.

Calciatori:
• Stefano Pellegrini (Avellino): 6 anni.
• Massimo Cacciatori (Lazio): 5 anni.
• Mauro Della Martira (Perugia): 5 anni.
• Enrico Albertosi (Milan): 4 anni.
• Bruno Giordano (Lazio): 3 anni e 6 mesi.
• Lionello Manfredonia (Lazio): 3 anni e 6 mesi.
• Carlo Petrini (Bologna): 3 anni e 6 mesi.
• Giuseppe Savoldi (Napoli): 3 anni e 6 mesi.
• Giuseppe Wilson (Lazio): 3 anni.
• Luciano Zecchini (Perugia): 3 anni.
• Paolo Rossi (Perugia): 2 anni.
• Franco Cordova (Avellino): 1 anno e 2 mesi.
• Giorgio Morini (Milan): 1 anno.
• Stefano Chiodi (Milan): 6 mesi.
• Maurizio Montesi (Lazio): 4 mesi.
• Franco Colomba (Bologna): 3 mesi.
• Oscar Damiani (Napoli): 3 mesi.

SERIE B
Società:

• Palermo: 5 punti di penalizzazione nel campionato di Serie B 1980-1981
• Taranto: 5 punti di penalizzazione nel campionato di Serie B 1980-1981.

Calciatori:
• Guido Magherini (Palermo): 3 anni e 6 mesi.
• Lionello Massimelli (Palermo): 3 anni.
• Claudio Merlo (Lecce): 1 anno.


AMNISTIA
Dopo la vittoria dell'Italia nel Campionato mondiale di calcio 1982, la FIGC fece una sorta di amnistia annullando le squalifiche ai calciatori che in quel momento erano squalificati (Pellegrini, Cacciatori, Della Martira, Albertosi, Giordano, Wilson, Manfredonia, Petrini, Savoldi e Zecchini in Serie A, Magherini e Massimelli in Serie B). Ci furono cambiamenti anche a livello di squalifica dei tesserati: il massimo periodo di squalifica era limitato a 5 anni con proposta di radiazione e la radiazione dei tesserati poteva deciderla il Presidente Federale anziché i giudici sportivi.

Curiosità
• Per il Milan la retrocessione del 1980 fu la prima nella sua storia;dopo aver vinto il campionato di Serie B 1980-1981, retrocesse nuovamente tra i cadetti, al termine della stagione 1981-1982, a causa del terzultimo posto in classifica.
• La Lazio tornò in Serie B dopo otto anni (e dopo aver vinto uno Scudetto nel 1974) ma dovette aspettare il 1983 per ritornare in Serie A.
• Bologna e Avellino, senza i 5 punti di penalizzazione iniziale, avrebbero potuto lottare per un posto in Coppa UEFA.
• Il Perugia, partendo con 5 punti di penalizzazione, retrocesse in Serie B al termine della stagione successiva. Senza la penalizzazione avrebbe avuto qualche possibilità in più per salvarsi.
• Il Palermo, senza penalizzazione, avrebbe ottenuto una salvezza tranquilla senza soffrire fino alle ultime gare mentre il Taranto, retrocesso in Serie C1, si sarebbe salvato.





Dal sito www.storiedicalcio.altervista.org

1980: IL GIORNO CHE IL PALLONE ANDO' IN GALERA...
Primavera 1980: esplode clamorosamente lo scandalo calcio-scommesse, coinvolti decine di calciatori tra cui Rossi e Giordano. Ripercorriamo la vicenda che cambiò il calcio italiano...

C'è una data e un'ora: le cinque della sera di domenica 23 marzo 1980. Quel giorno, in quel preciso momento, il calcio italiano - con le sue storie, i suoi ricordi, la sua retorica e i suoi campioni - fu sbattuto in galera. Quando i carabinieri, alle cinque della sera, si presentarono nei principali stadi della Serie A per ammanettare - sì, ammanettare - alcuni tra i più famosi calciatori di Serie A, fu chiaro a tutti che quello non era uno scandalo come gli altri. Era, per molti italiani, la fine – dolorosa - di una passione: la scoperta di un tradimento. La conferma di un sospetto al quale noti si voleva credere: non si trattava più di una partita truccata, ma di un incredibile intreccio di combine che coinvolgeva mezza Serie A. Una farsa: ecco cos'era diventato il gioco che da ottant'anni riempiva le domeniche degli italiani.

L'irruzione dei carabinieri negli stadi non fu un fulmine a ciel se¬reno: tre settimane prima, il 1° marzo, la Procura della Repubblica di Roma aveva messo a verbale la confessione fiume di Massimo Cruciani, l'uomo che aveva dato corpo a bisbiglìi sempre più inquietanti. Cruciani è un commerciante di frutta romano sull'orlo di una crisi di nervi (e del tracollo economico). Al magistrato racconta che le sue disgrazie hanno avuto inizio quando tale Alvaro Trinca, proprietario del ristorante Le Lampare, gli ha presentato alcuni dei suoi clienti eccellenti: i calciatori della Lazio Wilson, Manfredonia, Giordano e Cacciatori. Per Cruciani fu facile fare amicizia, anche a causa - confessa - «del mio interesse per il calcio e per le scommesse, clandestine e non, che ruotano intorno al mondo del pallone, i quattro giocatori, in proposito, mi dissero chiaramente che era possibile "truccare" i risultati delle partite, con il che, ovviamente, scommettendo nel sicuro. Accettai l'idea e decisi di intraprendere una serie di attività di gioco d'accordo con ì suddetti giocatori e gli altri che, a volta a volta, come mi si disse, si sarebbero dichiarati disponìbili». Il giochino è semplice: i calciatori prendono accordi con colleghi di altre squadre per aggiustare la tal partita, Cruciani punta, anche per conto loro, una bella somma al totonero e alla fine ci si spartisce il gruzzolo. Facile, no?

Un gioco pericoloso
Eppure, il racconto di Cruciani prende subito una piega vagamente kafkiana: «Iniziò così, per me, una vera e propria odissea che mi ha praticamente ridotto sul lastrico ed esposto a una serie preoccupante di intimidazioni e minacce». Che cosa era successo? Che all'improvviso il complice era diventato la vittima della cosca del pallone, re¬stando intrappolato in una morsa sempre più asfissiante. «Presi contatti con il giocatore del Palermo Magherini per combinare il risultato della partita Taranto-Palermo», racconta Cruciani. Che viene pregato di giocare, per conto dello stesso Magherini, 10 milioni sul pari. Altri 10 milioni sono da girare a due giocatori del Taranto per "ratificare" l'accordo. E siamo a meno 20. Poi i 160 milioni che Cruciani scommette per conto suo e di altri amici sulla stessa partita. E se il pareggio sicuro non fosse poi così scontato? Infatti: «Contrariamente ai patti», sospira il povero Cruciani, «vinse il Palermo». E figurarsi se il gentleman Magherini rifonda l'amico dei 20 milioni anticipati. Risultato: meno 180. Per sdebitarsi, però, il giocatore del Palermo offre un'altra dritta sicura: la vittoria del Vicenza sul Lecce abbinata a quella del Milan sulla Lazio.








Non c'è bisogno di andare oltre: Cruciani per rientrare continua ad anticipare i soldi delle puntate e le somme destinate alle squadre compiacenti, mentre il "giro" si allarga sempre di più. Ma capita troppo spesso che qualcosa vada storto: il debito aumenta e, poiché i signori calciatori non hanno alcuna intenzione di mettere mano al portafogli, si rende necessaria una nuova scommessa. Cosi via, finché il povero Cruciani - ormai rovinato da perdite di «centinaia e centinaia di milioni» e minacciato sempre più insistentemente dagli allibratori clandestini, fa l'unica cosa che gli è rimasta da fare: denunciare tutto all'autorità giudiziaria.

Dal campo al carcere
Una volta che si è deciso al gran¬de passo, l'esasperato commerciante non salva nessuno. È una bomba: tra le squadre coinvolte, ci sono anche Avellino, Genoa, Bologna, Juventus, Perugia e Napoli . Tra i giocatori, il fior fiore della Serie A: Savoldi, Zinetti, Colomba, Dossena e Petrini del Bologna, Agostinelli e Damiani del Napoli, Paolo Rossi, Casarsa e Della Martira del Perugia, Girardi del Genoa.
La notizia è sconvolgente, ma subito c'è chi contrattacca: sarà poi tutto vero?
«Verissimo», ammette in una clamorosa intervista a Repubblica il giocatore della Lazio Montesi, che poi però, di fronte alla reazione isterica del cosiddetto entourage, si rimangia tutto.
Anche Cruciani e Trinca (il ristoratore) fanno incredibilmente marcia indietro, al punto che gli stessi avvocati, stizziti, li piantano in asso. Ormai però non è più possibile ritrattare: il 9 marzo Trinca viene arrestato con l'accusa di truffa, tre giorni dopo si costituisce anche Cruciani verso il quale era stato spiccato un mandato di cattura. Intanto tutti i calciatori chiamati in causa dalla prima confessione del commerciante vengono raggiunti da un ordine di comparizione. È in questo frangente che si colloca l'incredibile domenica delle manette. All'Adriatico di Pescara, la Lazio ha appena perso 2-0, quando all'uscita degli spogliatoi vengono arrestati in un colpo solo Cacciatori, Wilson, Giordano e Manfredonia. Nello stesso momento a San Siro, dopo Milan-Torino, vengono bloccati Albertosi e Giorgio Morini, mentre a Roma analogo destino tocca ai perugini Della Martira, Zecchini e Casarsa. Insieme a loro, finiscono a Regina Coeli Pellegrini dell'Avellino, Magherini del Palermo, Merlo del Lecce e Girardi del Genoa. E sono tan¬tissimi i giocatori invitati a presentarsi per accertamenti: tra questi, Paolo Rossi, Dossena, Savoldi e Damiani.
È il crepuscolo degli dei, l'opinione pubblica è attonita, la Nazionale (che sta preparando gli Europei di Roma) mutilata: proprio Rossi e Giordano avrebbero dovuto essere i cardini dell'attacco azzurro.

Le sentenze
Le inchieste - della magistratura ordinaria e di quella sportiva - sono lunghissime.
La prima sentenza definitiva è quella della CAF, che retrocede in Serie B il Milan e la Lazio e penalizza di cinque punti per il campionato successivo Avellino, Bologna e Perugia. Severe le squalifiche: il presidente del Milan, Felice Colombo, è inibito a vita, quello del Bologna, Tommaso Fabbretti, per un anno. E i giocatori?
Sei anni di squalifica per Pellegrini, cinque per Cacciatori e Della Martira, quattro per Albertosi, tre e mezzo per Petrini, Savoldi, Giordano e Manfredonia, tre per Wilson e Zecchini, due per Paolo Rossi.
E poi un anno e due mesi per Cordova, un anno per Morini, sei mesi per Chiodi, cinque per Negrisolo, quattro per Montesi, tre per Damiani e Colomba. Un'ecatombe, che fa il vuoto non solo in campo, ma anche e soprattutto sugli spalti. Il calcio perde di colpo la sua - già compromessa - credibilità e solo la vittoria degli azzurri ai Mondiali spagnoli dell'82 riporterà l'entusiasmo negli stadi. E la sentenza della magistratura odinaria? Arriva a dicembre inoltrato ed è per certi versi sorprendente: tutti i giocatori implicati nella vicenda vengono assolti «perché il fatto non sussiste». Solo una delle persone coinvolte nell'intrigo viene condannata (a una pena pecuniaria): Cruciani. E il cerchio si chiude...





Dal sito www.amarcordmilan.blog.lastampa.it

ACCADDE UN GIORNO – Il pallone truccato
Il 23 Marzo 1980 scoppiò lo scandalo del calcio-scommesse. Alla fine delle partite i carabinieri fecero irruzione in vari campi, arrestando alcuni giocatori. La Caf condannò il Milan alla retrocessione in B.
Erano le ore 17 di una tranquilla domenica d’inizio primavera ’80 quando il calcio italiano sentì il tintinnio delle manette. Nei principali stadi italiani si presentarono i carabinieri per arrestare alcuni fra i più noti giocatori di serie A, accusati di aver truccato delle partite di campionato. Cominciò così lo scandalo del calcio-scommesse (riguardante numerose società di A e B, tra cui il Milan), potenzialmente in grado di fare implodere lo sport più popolare nel nostro Paese a pochi mesi dai campionati europei che vedevano l’Italia come paese ospitante. Non una singola partita accomodata ma una serie di combine. Il via all’operazione la diede la deposizione di un fruttivendolo, Massimo Cruciani, alla Procura della Repubblica di Roma.
Cruciani parlò del suo tracollo economico, cominciato quando un suo amico, Alvaro Trinca, proprietario di un ristorante, gli fece conoscere alcuni giocatori laziali, clienti abituali del suo locale. Il fruttivendolo era un appassionato di calcio e scommesse clandestine. Il quartetto biancoceleste riferì della possibilità di truccare alcune partite per fare soldi scommettendo su partite considerate sicure. Cruciani accettò di intraprendere una serie di attività di gioco con i quattro giocatori della Lazio dichiaratisi disponibili.
Il gioco era semplice: giocatori di diverse squadre si accordavano per aggiustare determinate partite. Si puntavano soldi al totonero e dopo si spartiva la vincita. Elementare, quasi banale. Ma nel meccanismo, all’apparenza impeccabile, qualcosa s’inceppò e per Cruciani cominciarono i guai finanziari. Successe, infatti, che una partita che sarebbe dovuta finire in parità (Taranto-Palermo, campionato di serie B), fece registrare un altro risultato.
Per il fruttivendolo, che aveva puntato tutto sul pareggio (160 milioni di lire, oltre ad una somma anticipata per conto di un giocatore del Palermo e uno del Taranto) fu un colpo durissimo. Il conto di Cruciani andò improvvisamente in rosso di 180 milioni di lire. Il giocatore del Palermo, per sdebitarsi, gli suggerì due risultati “sicuri”: il segno 1 su Vicenza-Lecce e Milan-Lazio. Cruciani non ebbe scelta, si fidò ma gli andò di nuovo male: il Milan vinse contro la Lazio ma a Vicenza fu 1-1. Ormai sul baratro finanziario, inseguito da individui non raccomandabili che giravano attorno al mondo del totonero, Cruciani si decise a denunciare tutto ai magistrati.
Le sue dichiarazioni coinvolsero Avellino, Genoa, Bologna, Juventus, Perugia e Napoli, oltre a Milan e Lazio ovviamente. Tra i giocatori menzionati vi furono Savoldi, Zinetti, Colomba, Dossena e Petrini del Bologna, Agostinelli e Damiani del Napoli, Paolo Rossi, Casarsa e Della Martira del Perugia, Girardi del Genoa, Magherini del Palermo. Un giocatore della Lazio, in un’intervista rilasciata ad un quotidiano italiano, confermò le parole di Cruciani, salvo poi ritrattare. Fecero marcia indietro anche Cruciani e Trinca. Quest’ultimo venne arrestato per truffa. Tre giorni dopo si costituì Cruciani, destinatario di un mandato di cattura. I calciatori citati dal fruttivendolo, nella deposizione alla procura romana, furono destinatari di un mandato di comparizione. Le manette scattarono per Giordano, Cacciatori, Wilson, Manfredonia, Albertosi, Morini (quel giorno, sul campo, il Torino aveva battuto il Milan 2-0), Casarsa, Della Martira, Zecchini, l’avellinese Pellegrini, Magherini, Girardi e Merlo. Paolo Rossi fu invitato a presentarsi per accertamenti, al pari di Damiani e Savoldi. Il Milan era nei guai fino al collo. Per Gianni Brera, “Colombo si era rovinato per tenere fede a un impegno con i balordi”.
Il massimo dirigente milanista ammise, inoltre, di aver trattato l’acquisto dell’attaccante laziale Bruno Giordano in un periodo non consentito. Milano si spaccò in due. Gli “innocentisti” parlarono di persecuzione. Tuttavia, gran parte dei tifosi, a prescindere dalla serie di militanza, confermarono tutto il loro amore per il Milan. “In A o in B, noi saremo sempre qui” recitava uno striscione della Fossa dei Leoni e delle Brigate Rossonere, esposto prima di Milan-Bologna (maggio 1979). Un atto d’amore bello e leale indirizzato alla squadra che stava attraversando uno dei momenti più tristi della sua storia.
La condanna sembrò già scritta. Lo scandalo del calcio scommesse risparmiò la Juventus. Del coinvolgimento della società bianconera parlò Carlo Petrini, ex giocatore del Bologna (con una breve militanza anche nel Milan, anni sessanta). In un suo libro, Petrini ha raccontato numerosi particolari riguardanti il coinvolgimento della Juve nello scandalo del 1980. L’attaccante riferì di un pareggio combinato nell’incontro di campionato Bologna-Juventus del 13 gennaio ‘80. Petrini (che fu tra i pochi a pagare fino in fondo per lo scandalo scommesse) citò un incontro con alti dirigenti juventini, con richiesta di convincere Cruciani a non presentarsi all’udienza per testimoniare sulla partita tra bianconeri e rossoblu. Cruciani non si presentò in tribunale, un’assenza che diede una grossa mano alla Juventus per evitare la retrocessione e la penalizzazione.
La società bianconera uscì indenne dalla bufera. Alvaro Trinca, venuto a sapere dell’assenza di Cruciani al processo, rilasciò questa dichiarazione alla stampa: “E' troppo facile prendersela con il Milan e con Colombo, anche la Juve deve finire in serie B, altrimenti è uno scandalo!». Il giallo legato alla mancata deposizione di Cruciani fu evidenziato dal Corriere della Sera (che parlò di nuovo giallo) e dalla Gazzetta dello Sport che scrisse: “Si vorrebbe capire perché Cruciani e i suoi amici sono credibilissimi quando parlano di Paolo Rossi, tanto che basta la loro parola per infliggere a questo calciatore tre anni di squalifica; mentre credibili non lo sono più quando affermano di aver sentito dire da Petrini che la partita Bologna-Juventus era stata già combinata per il pareggio”.
La sentenza della Commissione Disciplinare giunse il 18 maggio 1980: Milan e Lazio in B, penalizzazione di 5 punti per Avellino, Bologna e Perugia, radiazione per Felice Colombo, quattro anni di squalifica ad Enrico Albertosi, quasi due anni di inibizione per Morini. La Caf, poche settimane dopo, confermò sostanzialmente tutto. A poco più di un anno dallo scudetto della Stella, il Milan veniva declassato d’ufficio in B. La magistratura ordinaria finì per assolvere tutti, perché il fatto non sussiste. L’unico condannato, ad una sanzione pecuniaria, fu Massimo Cruciani, il fruttivendolo. Fu la chiusura del cerchio.
Nel 1982, dopo la vittoria dell’Italia ai Campionati del Mondo, la Figc concesse un’amnistia speciale, annullando le squalifiche dei calciatori e modificando lo cambia lo schema sanzionatorio dei tesserati. Decisioni che misero la parola fine sullo “scandalo scommesse” del 1980. Tuttavia, molti misteri e parecchi aspetti, legati alle vicende che sconvolsero in quegli anni il calcio italiano, rimasero irrisolti.





Dal sito www.juventus1897.it

Il calcio-scandalo del 1980 visto da parte juventina
IL CALCIO IN MANETTE
di Bidescu

Prima dell’estate del 2006, il calcio-scommesse che viene ricordato come lo scandalo più clamoroso e rovinoso dello sport italiano, per nomi di giocatori, dirigenti, club implicati e per gli effetti devastanti sulla credibilità del nostro calcio, è quello del 1980; ci furono ripercussioni che sfociarono nel fiasco azzurro agli Europei di quell’anno e nel pauroso ridimensionamento delle presenze negli stadi nella stagione successiva, poi fortunatamente recuperato con la riapertura delle frontiere.
Era parecchio tempo che, nell’ambiente degli scommettitori, si parlava di grosse somme puntate su partite, che poi prendevano la piega voluta, attraverso andamenti alquanto sospetti. Nell’ambiente, nessuno ignorava come da tempo fosse fiorente ed in notevole sviluppo, il movimento delle scommesse clandestine, con centri di raccolta e pagamenti in contanti; erano fornite in anticipo le quotazioni dei risultati di ogni partita, a somiglianza di quanto avveniva per le corse dei cavalli. Un sistema che, perfettamente legalizzato, era d’uso corrente in Gran Bretagna, dove chiunque poteva, alla luce del sole, puntare la sua sterlina sulla vittoria della squadra del cuore.
In Italia, invece, soltanto il Totocalcio rappresentava la scommessa legale; in realtà esso attraeva più il profano in cerca del colpo sensazionale che lo scommettitore abituale ed esperto, in quanto preferiva puntare su una sola partita o su un numero ristretto di partite collegate fra loro. Sin qui nessun danno particolare per il calcio, semmai per l’erario; la scommessa clandestina, infatti, non pagava tasse e, proprio per questo, risultava essere più remunerativa di quella ufficiale.
Finché, nel giro, non entrarono gli addetti ai lavori; alcuni scommettitori, infatti, pensarono che sarebbero stati molto più garantiti se l’esito delle partite, sulle quali intendevano concentrare le loro puntate, fosse stato predeterminato da coloro che potevano effettivamente pilotarle: i calciatori ed i dirigenti.
Nel gennaio del 1980, su alcuni quotidiani romani, uscirono le prime indiscrezioni, attirando l’attenzione di Corrado De Biase, capo dell’Ufficio Inchieste della Federazione. Caute indagini nelle redazioni interessate, consentirono di scoprire la fonte: un calciatore della Lazio, Maurizio Montesi, avvicinato da scommettitori di professione, era stato invitato a fare in modo che la sua squadra uscisse sconfitta dalla partita con il Milan. Il giocatore rifiutò, ma poi, dall’andamento della gara, si accorse che altri suoi compagni dovevano aver aderito.
Gli organizzatori dei contatti con i calciatori, erano due: Alvaro Trinca, proprietario del ristorante “Le Lampare”, dove erano solito trovarsi i giocatori della Lazio, ed il commerciante romano di frutta all’ingrosso Massimo Cruciali. Travolti dal giro vorticoso da loro stessi messo in moto, si erano praticamente rovinati; i due corruttori si decisero a denunciare le loro trame ed i loro complici.
Non si è mai potuto esattamente appurare quanta parte delle loro rivelazioni fosse autentica e quanto invece frutto di desiderio di rivalsa o di vendetta, fatto sta che la pubblicazione sul “Corriere dello Sport” della denuncia che i due avevano presentato alla magistratura ordinaria, piombò sul mondo del calcio con effetti devastanti, suscitando sdegnate reazioni e minacce di querele. L’Ufficio Inchieste della Federazione, in realtà, era riuscito a contattare i due accusatori prima che la denuncia fosse presentata; l’intento era di chiarire le reali dimensioni dell’affare ed il coinvolgimento dei tesserati. L’incontro, nella sede della Federazione, presenti De Biase e l’allora presidente federale, il compianto Artemio Franchi, fu tempestoso. Cruciani e Trinca sostenevano di essere stati truffati dai calciatori, che avevano preteso soldi per “addomesticare” certe partite e poi non avevano rispettato i patti; per mettere tutto a tacere, i due pretendevano di rientrare delle somme perdute. A sentir parlare di truffa, De Biase che, prima ancora di un inquirente sportivo era un magistrato, troncò subito il colloquio e sollecitò, anzi, la “strana coppia” a presentare denuncia senza indugio. Egli stesso trasmise i documenti di cui era venuto in possesso, ai magistrati romani.
Prendiamo, dall’esposto, la parte relativa a Milan-Lazio, significativa dell’intricato sviluppo: «Per quanto riguarda Milan-Lazio del 6 gennaio 1980, i giocatori biancoazzurri Giordano, Wilson, Manfredonia e Cacciatori si accordarono con Enrico Albertosi del Milan affinché si verificasse la vittoria di quest’ultima squadra. Per quest’ultima partita, consegnai tre assegni da 15 milioni di Lire e due da 10 milioni di Lire a Giordano, Wilson, Manfredonia, Viola e Garlaschelli, affidandoli materialmente a Manfredonia. Ulteriore assegno di lire 10 milioni di Lire consegnai a Cacciatori, il quale provvide a incassarlo intestandolo a certo sig. Orazio Scala. Il Milan, da parte sua, contribuì alla “combine” con l’invio di lire 20 milioni in liquidi che mi portò a Roma, nel mio magazzino, il giocatore di tale squadra Giorgio Morini, due giorni dopo il rispettato esito dell’incontro. In conseguenza dei citati accordi, e in cambio del loro contributo, Wilson, Manfredonia, Giordano e Cacciatori mi chiesero di puntare per loro 20 milioni di Lire sulla sconfitta della Lazio. La vincita di 80 milioni, d’accordo con i quattro, anziché consegnargliela, avrei dovuto usarla per pagare i giocatori dell’Avellino (Cattaneo, Di Somma, Pellegrini), i quali avrebbero dovuto perdere contro la Lazio la settimana successiva. Io ed altri scommettitori, in base agli accordi di cui sopra, abbiamo scommesso per l’accoppiata costituita dai due risultati concordati, circa 200 milioni di Lire: cifra perduta per il mancato rispetto dell’impegno assunto dalla squadra leccese, la quale ha pareggiato 1 a 1». Milan-Lazio aveva rispettato il copione, chiudendosi 2 a 1 con due spettacolari goals di Chiodi per il Milan e goal biancoazzurri di Giordano, ad un minuto dalla fine, ma non fu sufficiente ad evitare lo scoppio dello scandalo. Furono coinvolti alcuni tra i più importanti giocatori del campionato, appartenenti alle squadre di Avellino, Bologna, Genoa, Juventus, Lazio, Milan, Napoli e Perugia. Il 13 marzo la magistratura ordinaria bloccava l’inchiesta della Federcalcio, che stava indagando, per tutelare il segreto istruttorio. Domenica 23 marzo 1980, venne “arrestato il calcio”; appena terminate le partite furono eseguiti, sotto i lampi dei flash, una serie di ordini di cattura nei confronti di giocatori. Finirono nel carcere romano di “Regina Coeli”: Pellegrini (Avellino), Girardi (Genoa), Cacciatori, Giordano, Manfredonia e Wilson (Lazio), Merlo (Lecce), Albertosi e Giorgio Morini (Milan), Magherini (Palermo), Casarsa, Della Martira e Zecchini (Perugia). Semplici ordini di comparizione invece per altri giocatori, tra cui i bomber Paolo Rossi e Savoldi, l’interno Dossena e l’ala Damiani.
Tutto questo finì anche per evidenziare i difficili rapporti di convivenza tra magistratura ordinaria e giustizia sportiva; entrambi si occuparono degli stessi fatti, giungendo a conclusioni, in alcuni casi, opposte. È importante sottolineare che il processo penale richiede tempi tecnici che l’ordinamento sportivo non può consentirsi, se non al prezzo di paralizzare la sua intera attività. Nella stessa caldissima estate del 1980, i vari organi del giudizio sportivo arrivarono ad emanare le loro condanne, che furono numerose e severe. Nell’ambito della serie A, Lazio e Milan furono declassate all’ultimo posto in classifica e quindi retrocesse in serie B. Altre tre società, Bologna, Avellino e Perugia, furono sanzionate con cinque punti di penalizzazione, da scontarsi nella stagione successiva; in pratica, si allinearono al via del torneo 1980-81 partendo da “meno cinque” in classifica.
Il presidente del Milan, Felice Colombo fu inibito definitivamente a ricoprire cariche calcistiche, mentre solo per un anno il presidente del Bologna, Tommaso Fabbretti, anch’egli reo di tentata corruzione. Durissime le pene comminate ai calciatori: sei anni a Stefano Pellegrini dell’Avellino; cinque a Massimo Cacciatori della Lazio e Mauro Della Martira del Perugia; quattro ad Enrico Albertosi del Milan; tre anni e sei mesi a Carlo Petrini e Giuseppe Savoldi del Bologna; tre anni e sei mesi a Bruno Giordano e Lionello Manfredonia della Lazio; tre anni a Giuseppe Wilson della Lazio e Luciano Zecchini del Perugia; due a Paolo Rossi del Perugia; un anno e due mesi a Franco Cordova dell’Avellino; un anno a Giorgio Morini del Milan; sei mesi a Stefano Chiodi del Milan; cinque mesi a Piergiorgio Negrisolo del Pescara; quattro mesi a Maurizio Montesi della Lazio; tre mesi a Giuseppe Damiani del Napoli; tre mesi a Franco Colomba del Bologna.
In serie B furono penalizzate di cinque punti le società Palermo e Taranto, mentre la condanna più severa fra i giocatori toccò a Guido Magherini del Palermo, squalificato per tre anni e sei mesi; altre squalifiche furono comminate a Massimelli (tre anni) e Merlo (un anno). Furono penalizzate anche il Taranto ed il Palermo, costrette a cominciare il campionato 1980-81 partendo da “meno cinque”. Quanto alla giustizia ordinaria, il 23 dicembre 1980 tutti i giocatori implicati furono assolti «perché il fatto non sussiste», cioè non ci fu la truffa ai danni di chi aveva scommesso.
Furono soprattutto alcuni nomi dei colpevoli a destare sensazione. Rossi e Giordano erano attaccanti titolari della Nazionale di Bearzot, che si apprestava a disputare i campionati europei, organizzati proprio dall’Italia. Ovviamente, dovettero lasciare la maglia azzurra e la squadra italiana, favorita della manifestazione, rimediò solamente un modesto quarto posto finale.
Il caso di Paolo Rossi, in particolare, divise l’opinione pubblica. Il giocatore si dichiarò sempre innocente e le circostanze del suo coinvolgimento non apparvero, in realtà, mai del tutto chiare. Al riguardo, il pubblico accusatore, Corrado De Biase, raccontò in un’intervista rilasciata alcuni anni dopo i fatti: «Non avevo dubbi sulla colpevolezza di parecchi inquisiti. Solo di Rossi non ero convinto. Lui aveva sempre negato tutto. Era stato accusato di aver aderito alla proposta di fare un pareggio concordato dal Cruciani, alla presenza di un testimone. Proposi un faccia a faccia tra Rossi e Cruciani. Fu una scena drammatica. Soffrii per Rossi, che non riuscì a convincere i giudici della sua innocenza. Per la stampa, Rossi lo avevo condannato io. Ma era colpa mia se il giocatore non era riuscito a convincere della sua innocenza la Commissione disciplinare ???»
Per un singolare caso del destino, Rossi fu poi il salvatore di molti suoi colleghi di sventura. Riqualificato poco prima che cominciassero i campionati del mondo del 1982 in Spagna, malgrado fiere polemiche, fu subito reinserito in Nazionale da Bearzot, che aveva sempre creduto in lui. Con i goals di “Pablito”, eroe di quel Mundial, l’Italia vinse il suo terzo titolo di campione del mondo, evento che indusse la Federazione a promulgare un’amnistia dei cui effetti finirono per godere i calciatori condannati alle pene più severe.





Dal sito www.boysparma1977.it

Nel 1980, in Italia, scoppiò lo scandalo del calcio-scommesse. Erano coinvolti in tanti, anche i più potenti, ma solo i più deboli, alla fine, furono condannati.
La magistratura ordinaria fece arrestare alcuni giocatori in modo plateale, ma li scarcerò subito. Altri non li convocò neppure. Alla fine: non punì nessuno.
La "giustizia" sportiva adottò il pugno di ferro, ma solo con Milan e Lazio. Con altre società, in particolare la Juventus, ignorò prove e testimonianze.
La legge non è mai stata uguale per tutti.
Il giocatore Carlo Petrini, a quel tempo in forza al Bologna, fu squalificato per 6 mesi. Ma soltanto molti anni dopo, nel 2000, decise d'uscire dall'omertà per raccontare la sua verità. Abbiamo deciso di pubblicare alcuni suoi testi perché sono una testimonianza diretta sul calcio-scommesse e sul sistema calcio. Tra i vari personaggi citati alcuni sono ancora in auge, altri li abbiamo conosciuti da vicino, a Parma, dove approdarono nel corso della loro carriera.
Il testo che segue è stato tratto dal libro "Nel fango del dio pallone" (2000) di Carlo Petrini:

Domenica 13 gennaio 1980 si doveva giocare Bologna-Juventus.
I bianconeri erano in una situazione disastrosa: erano reduci da tre sconfitte consecutive e in classifica stavano scivolando in zona retrocessione.
Il giovedì prima della partita il nostro direttore sportivo (Sogliano) alla fine dell'allenamento ci radunò tutti nello spogliatoio e ci disse: "ci siamo messi d'accordo con la Juve per pareggiare la partita di domenica. E' chiaro per tutti?" Nessuno di noi giocatori ebbe niente da obbiettare, cosi Sogliano se ne andò tutto soddisfatto.
A quel punto il nostro allenatore (Perani) ci propose di scommettere sul risultato di quella partita.
Discutemmo con Perani la somma da puntare, alla fine si optò per 50 milioni. Dovetti convincere ad accettare la nostra scommessa da parte degli scommettitori clandestini perché non si fidavano. Infatti mi dissero che ultimamente avevano preso più di una fregatura: certi giocatori gli avevano promesso di risultati che in campo non erano stati mantenuti. Avevano perso un mucchio di soldi. Si convinsero solo quando gli dissi che gli accordi per il pareggio non li avevamo presi noi giocatori, ma i dirigenti delle due società. La prova di quello che dicevo si trovo nella Gazzetta dello Sport della domenica mattina: "Alla Juve basta un pareggio" dichiarava l'allenatore bianconero Trapattoni. Ricordo che quando uscii dagli spogliatoi per recarmi in panchina incrociai Trapattoni. Gli raccomandai il rispetto dell'accordo preso dalle due società, e lui mi disse che potevamo stare tranquilli, che non c'era nessun problema. Anche i miei compagni, nel sottopassaggio prima di entrare in campo, fecero lo stesso con alcuni giocatori juventini (che quel giorno erano: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Gentile, Brio, Scirea, Causio, Prandelli, Tavola, Bettega, Marocchino) gli dissero che avevamo scommesso sul pari; uno di loro rispose: "Tranquilli, noi oggi non abbiamo scommesso, il colpo l'abbiamo già fatto due domeniche fa' con l'Ascoli".
Quando si concordavano i pareggi si puntava allo 0 a 0, proprio per evitare di trovarci in situazioni imbarazzanti o che il controllo del risultato potesse sfuggire di mano. Fu cosi per quasi tutto il primo tempo, il nostro primo tiro in porta fu al 35° minuto, la Juve non fece molto di più. Il pubblico cominciò a protestare, sembrava una commedia più che una partita di calcio.
Nella ripresa il nostro portiere Zinetti, totalmente deconcentrato, ne combinò una grossa: al 10° minuto, su un'innocente tiro di Causio, si impaperò e il pallone gli scivolò nella rete. In campo l'imbarazzo fu generale. Causio, più dispiaciuto che contento per il goal, si avvicino alla panchina e discusse con Trapattoni.
Nel giro di pochi minuti incominciammo a credere che i giocatori della Juve non volessero più rispettare l'accordo. La tensione in campo divenne alta, noi insultavamo gli juventini, che tacevano imbarazzati. A un certo punto Bettega ci disse "Calmatevi: la responsabilità di farvi pareggiare me la prendo io". Meno di un quarto d'ora dopo la situazione venne risolta dagli stessi bianconeri: su un nostro calcio d'angolo, Brio ci regalò una bella autorete. Tutti a posto e tutti contenti.
L'indomani, leggendo la cronaca della partita, ce la ridemmo di gusto. Un nostro dirigente venuto a sapere del pareggio concordato ci disse: "Brutti stronzi, potevate dirmelo che scommettevo anch'io". I soldi che avevamo vinto per questo pareggio concordato non li avremmo mai presi. Alcuni di noi (me compreso) fecero altre combine.
A fine febbraio il presidente e Sogliano mi chiesero se oltre alla partita con la Juventus noi giocatori avevamo preso accordi con altri pareggi combinati. Io negai stupito. Il presidente mi disse "mi hanno chiamato due tizi con l'accento romano: vogliono 200 milioni, sennò presenteranno una denuncia alla procura di Roma... Non capisco: hanno avuto il pareggio con la Juve, non vi hanno ancora pagato i 50 milioni della scommessa, e vogliono denunciarci!".
Fu la fine. Il 16 marzo i giudici avevano mandato una prima serie di comunicazioni giudiziarie per truffa. Fra gli altri ai presidenti e allenatori di Bologna e Juventus. La sera, alla domenica Sportiva, fecero rivedere i due autogol della partita incriminata, il signor Bettega, in collegamento da Torino, protestò, era indignato, fece una bella sceneggiata. Noi, vedendo la scena in tv, trovammo la forza di ridere. Non solo era un ottimo giocatore, ma l'attaccante della Juve era anche un grande attore. Ormai era tutto finito. Ci furono arresti in tutta Italia, tanti giocatori erano coinvolti e tante squadre furono penalizzate (una su tutte il Milan).
Perché nessuno di noi del Bologna venne arrestato come tutti i giocatori coinvolti nello scandalo? Forse perché di mezzo c'era la nostra partita con la Juventus. Se fossimo finiti in carcere, avremmo potuto raccontare di quel pareggio combinato con la squadra dell'Avvocato.
[...] Ai primi di maggio (1980) la Federazione chiuse la sua inchiesta. Per la partita Bologna-Juventus del 13 gennaio venivo rinviato a giudizio con altri miei compagni, presidente e allenatore del Bologna compresi. Il processo riguardava anche Boniperti e Trapattoni (presidente e allenatore della Juventus).
Il processo per noi del Bologna cominciò il 23 maggio, qualcuno mi disse che erano in corso grandi manovre per insabbiare la partita con la Juve. Le previsioni vennero tutte confermate.
Mi misero davanti ad uno dei miei due amici scommettitori, io negai tutto ma loro confermarono le accuse nei miei confronti. Incontrai Boniperti e il legale della Juve, l'avvocato Chiusano.
Disse che voleva parlarmi. Mi disse "Petrini, è nell'interesse di tutti che il signor Cruciani non venga a testimoniare. Noi rischiamo la Serie B, lei la radiazione. Quindi cerchi di rintracciare Cruciani e gli prometta tutto ciò che vuole. Se lei darà una mano a noi, noi daremo una mano a lei, d'accordo?". Io non sapevo cosa fare. Decisi di accettare e incontrai Cruciani. Gli riferii quello che mi aveva detto Boniperti, non si doveva presentare al processo, gli dissi che se non fosse andato a testimoniare la Juve aveva pronto un assegno di 70 milioni tutto per lui.
Mi disse "vabbe' domani sparisco ma guai a voi se mi fregate un'altra volta. Torno e vi faccio neri tutti quanti."
L'indomani, quando arrivai in Federazione mi vennero incontro Boniperti e Chiusano. Il primo era agitato, il secondo era una statua. Gli dissi che era tutto a posto; Cruciani non si sarebbe presentato ma in cambio voleva 70 milioni, il prezzo stabilito. Boniperti tirò un sospiro di sollievo.
Fui costretto a confrontarmi con Trinca, stavolta per la partita giocata contro la Juve. Io negai tutto. Trinca era infuriato perché Cruciani non si era presentato. Ai giornalisti che gli domandavano dell'assenza di Cruciani, Trinca dichiarò: "Cruciani non è venuto forse perché ha paura (...). E' troppo facile prendersela con il Milan e con Colombo (presidente della squadra rossonera.): anche la Juve deve finire in serie B!!! Sennò è uno scandalo." Per il giudice le due società Juventus e il Bologna furono assolte per mancanza di prove. Furono inflitte pene ai giocatori del Bologna (per altre partite combinate) tra cui io. Fra tutte le squadre coinvolte nello scandalo, la sola che ne usciva con il minimo danno era la Juve. Ecco come la Juventus venne salvata dalla Serie B.







Libro "Nel fango del dio pallone", di Carlo Petrini
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"Nel fango del dio pallone"
(estratto del libro)



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(da "L'Unità" del 10 marzo 1980)



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23 aprile 1980, Rivera attende il deferimento del Milan per il calcio scommesse
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Dicembre 1980, Gianni Rivera depone in Tribunale a Roma per il calcioscommesse
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Dicembre 1980, Rivera depone in tribunale a Roma per il calcio scommesse



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Le prime sentenze


Corteo della Fossa dei Leoni dopo la sentenza
che condanna in Milan alla retrocessione





Lancio di sassi a Boniperti che entra il Lega Calcio per il calcioscommesse





Il Milan retrocesso d'ufficio in Serie B
(dalla "Gazzetta dello Sport" del 19 maggio 1980)





Una prima pagina di "Tuttosport"





La Commissione Disciplinare sentenzia
"Il Milan in serie B e la Juventus prosciolta",
e l'Italia si spacca in due
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Calcioscommesse 1980: Colombo, Albertosi e Morini a Regina Coeli



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Il magistrato accusa "Questo processo non s'aveva da fare"



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(dal libro "Nella Fossa dei Leoni", grazie a Stefano Ravaglia)


Una prima pagina del "Corriere dello Sport"



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Manifestazione a Milano contro la Serie B
(dal sito www.1899.it)
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17 maggio 1980, tifosi del Milan manifestano sotto la Lega Calcio a Milano
contro la retrocessione del Milan in serie B per il calcioscommesse
(da "L'Unità")


Le Brigate Rossonere contestano
la Sentenza CAF 1980





La contestazione dei tifosi rossoneri sotto la Lega Calcio che ha appena condannato il Milan alla retrocessione in Serie B per "illecito sportivo"

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Manifesto di Fossa e Brigate con cui venne tappezzata tutta Milano dopo la sentenza CAF di retrocessione in Serie B
(per gentile concessione di Raf Gallone)




Articoli vari de "La Stampa" relativi allo scandalo-scommesse del 1980
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